Parte 1 - Negli ultimi mesi, seguendo i materiali dei “secondi 100 giorni” legati alle Nazioni Unite, abbiamo raccolto una convinzione semplice: la pace è fatta di pratiche verificabili. Questa serie propone tre prospettive complementari: proteggere i civili (R2P), rafforzare la resilienza dei territori (Mare & Foresta), raccontare le crisi senza ferire (IMAP).
Leggi anche: [Parte 2 – Mare & Foresta] · [Parte 3 – Media per la pace]
Proteggere i civili
Vent’anni di R2P tra etica e istituzioni
di Giorgio Gasperoni
Una norma, non un’ideologia
R2P non nasce in laboratorio, ma nella memoria dei fallimenti: quando la comunità internazionale arriva tardi, o arriva divisa, e i civili pagano il prezzo più alto. Nel 2005 l’ONU riconosce due cose insieme: la prima è che ogni Stato ha la responsabilità di proteggere la propria popolazione; la seconda è che, quando uno Stato non può o non vuole farlo, la responsabilità diventa anche internazionale, attraverso strumenti diplomatici, umanitari e – solo in ultima istanza – azioni collettive nel quadro ONU. È qui la differenza decisiva: R2P non è “diritto d’ingerenza”, ma responsabilità condivisa e graduale, con un primato netto della prevenzione.
Tre pilastri, una sola bussola
La formula dei “tre pilastri” – resa operativa nel dibattito ONU avviato nel 2009 – aiuta a non ridurre R2P a una parola che si usa solo quando esplode una crisi. Il primo pilastro riguarda il dovere dello Stato: istituzioni credibili, coesione sociale, contrasto all’incitamento all’odio, tutela delle minoranze. Il secondo parla di assistenza: la comunità internazionale sostiene lo Stato con capacità, formazione, mediazione, risorse, riforme. Il terzo riguarda la reazione: se le atrocità sono in corso e i mezzi pacifici risultano insufficienti, possono entrare in gioco misure proporzionate e legali – dalle pressioni diplomatiche alle sanzioni mirate – fino alle decisioni del Consiglio di Sicurezza, caso per caso. Il punto, però, resta sempre lo stesso: proteggere persone concrete, non salvare la faccia a qualche capitale.
Dove ha funzionato, dove si è inceppata
Negli ultimi due decenni, qualcosa è cambiato davvero: la protezione dei civili è diventata più esplicita nei mandati ONU; peacekeeping e missioni politiche hanno integrato componenti civili e di protezione; si è fatto più ricorso a sanzioni mirate contro singoli perpetratori; le organizzazioni regionali hanno assunto ruoli più visibili nel contenimento delle crisi. Ma R2P ha anche pagato i suoi nodi strutturali: la selettività politica (si interviene “qui” e non “lì”), il peso dei veti e delle rivalità, le capacità limitate sul terreno, l’uso retorico del concetto per giustificare agende altrui. E, nel frattempo, la guerra dell’informazione ha complicato tutto: polarizzazione, disumanizzazione del nemico, cinismo verso le vittime. Non basta avere ragione: serve anche costruire fiducia, verifiche, trasparenza.
La “R2P quotidiana”: dal Palazzo al quartiere
Se R2P resta confinata nelle sale dell’ONU, diventa un concetto elegante ma fragile. Se invece entra nei territori, cambia passo. Perché prevenire atrocità – e più in generale proteggere i civili – significa anche fare manutenzione della convivenza: intercettare segnali di odio e violenza, riparare fratture sociali, mettere in sicurezza le persone vulnerabili, e comunicare senza incendiare la realtà.
Qui la bussola etica incontra pratiche molto concrete: reti di allerta precoce comunitaria (scuole, servizi sociali, forze dell’ordine, associazioni e comunità di fede) capaci di mappare rischi e segnalare escalation; tavoli permanenti di mediazione territoriale e dialogo interreligioso, non “eventi”, ma infrastrutture civiche; procedure serie di safeguarding contro abusi su minori e donne, con spazi sicuri e percorsi di presa in carico; sistemi locali di accoglienza e resilienza per rifugiati, sfollati, vittime di tratta, con supporto psicologico e legale; e, infine, una comunicazione pubblica responsabile che eviti la pornografia del dolore e la disumanizzazione, soprattutto nei media e nei social.
Non è un dettaglio: oggi prevenzione significa anche early warning e early action. E la cultura dell’allerta – dal rischio climatico a quello sociale – ci ricorda che prevenire costa meno (in vite e in risorse) che riparare.
Una timeline essenziale per orientarsi
In una timeline minima, ci sono poche date che reggono tutto: 2005, quando R2P viene formalizzata nel documento finale del Vertice ONU; 2009, quando il Segretario Generale propone l’approccio dei tre pilastri e l’Assemblea Generale avvia il confronto regolare; gli anni successivi, in cui la protezione dei civili entra più stabilmente in mandati e prassi; e il ciclo più recente, che insiste su prevenzione, capacità di allerta, diplomazia e protezione “sul campo”, con un’attenzione crescente alle nuove vulnerabilità (tecnologie, disinformazione, crisi ambientali).
Dieci azioni in 90 giorni (senza retorica)
Se volessimo tradurre R2P in un piano locale rapido, in tre mesi si può già fare molto: nominare un referente comunale o associativo; scrivere un piano di prevenzione con società civile e scuole; aprire un canale di segnalazione per minacce d’odio; mappare luoghi sensibili e procedure d’emergenza; formare mediatori e volontari al primo supporto psicologico; concordare protocolli di gestione non violenta dei raduni; attivare un osservatorio su discriminazioni e hate speech; predisporre spazi sicuri per donne e minori; adottare linee guida su privacy e trattamento delle vittime (anche con reti media come IMAP); e programmare un’esercitazione annuale di risposta integrata. È “politica minuta”, ma spesso è lì che si decide se una comunità regge o si spezza.
Fonti essenziali
- United Nations, 2005 World Summit Outcome (A/RES/60/1), 2005, parr. 138–139.
- UN Secretary-General, Implementing the Responsibility to Protect, 2009 (approccio dei tre pilastri).
- Global Centre for the Responsibility to Protect, Summary of the UN Secretary-General’s 2025 Report on R2P, 2025.
- UN Press, dibattito 2025 su R2P in Assemblea Generale (sintesi).

Nessun commento:
Posta un commento