Parte 3 - Negli ultimi mesi, seguendo i materiali dei “secondi 100 giorni” legati alle Nazioni Unite, abbiamo raccolto una convinzione semplice: la pace è fatta di pratiche verificabili. Questa serie propone tre prospettive complementari: proteggere i civili (R2P), rafforzare la resilienza dei territori (Mare & Foresta), raccontare le crisi senza ferire (IMAP).
Leggi anche: [Parte 1 – Proteggere i civili] · [Parte 2 – Mare & Foresta]
Media per la paceDieci regole per raccontare senza ferire
Le parole possono curare o ferire. Quando raccontiamo guerre, migrazioni o violenza, la scelta del titolo, dell’immagine e della fonte decide se aggiungiamo dolore o protezione. Le linee guida IMAP nascono per un’informazione che tenga insieme verità e dignità: dieci regole semplici per evitare sensazionalismo, tutelare le vittime, verificare i fatti e indicare vie d’uscita.
di Giorgio Gasperoni
C’è un momento, in ogni redazione, in cui il mondo entra dalla porta senza chiedere permesso: una foto, un audio, un video. Un titolo possibile. Un secondo titolo, più “forte”. Poi la tentazione più comune: pubblicare subito e ragionare dopo. È lì che si decide che tipo di informazione vogliamo essere. Perché raccontare una crisi non significa solo “dire cosa è successo”: significa anche scegliere se la nostra narrazione protegge le persone o le espone, se aiuta a capire o alimenta la rabbia.
Le linee guida IMAP non nascono per addolcire la realtà. Nascono per evitare un errore frequente: aggiungere violenza alla violenza, trasformando il dolore in spettacolo e la complessità in tifoseria. La credibilità, oggi, non si conquista urlando: si costruisce con accuratezza, contesto e rispetto.
Ecco dieci regole, immediate e applicabili, che funzionano come un “freno a mano” professionale: non per rallentare la verità, ma per impedirle di diventare danno collaterale.
1. Verifica, poi racconta
La velocità non è un valore se ti porta fuori strada. Prima di pubblicare, prova a fare una cosa semplice: chiederti che cosa sai davvero e che cosa stai deducendo. Quando possibile, incrocia due fonti indipendenti. E soprattutto: separa i fatti dalle interpretazioni, perché un lettore può accettare un dubbio dichiarato, ma non perdona una certezza inventata.
2. Contesto, non frammenti
Un’immagine può colpire, ma non spiega. Un dettaglio può essere vero, eppure fuorviante se resta solo. Contesto significa: chi sono gli attori, quali sono le cause, quali sono gli impatti sui civili, che cosa non sappiamo ancora. Senza contesto, anche un contenuto corretto diventa facilmente un’arma nelle mani di chi vuole manipolare.
3. Proteggi la dignità delle vittime
Ci sono dettagli che non informano: intrattengono. E se intrattengono sul dolore, non vanno pubblicati. Con minori e persone vulnerabili la soglia deve essere massima: volti, nomi, luoghi, elementi riconoscibili vanno trattati con prudenza. Il criterio è sempre lo stesso: “Questa persona sarebbe più al sicuro o più esposta dopo il mio articolo?”
4. Scegli un linguaggio che non disumanizza
Le parole creano categorie morali. Titoli incendiari, stereotipi, etichette che riducono gruppi umani a massa indistinta (“orde”, “parassiti”, “invasione”) non descrivono: degradano. La precisione è un atto di rispetto: nomina i fatti, non trasformare le persone in bersagli.
5. Usa le immagini solo quando servono davvero
Un’immagine non è neutra: può informare, ma può anche ri-traumatizzare, mettere a rischio, umiliare. Chiediti se è necessaria o solo “potente”. Quando possibile, preferisci alternative sobrie: mappe, grafici, illustrazioni, foto contestuali non identificanti. E cura anche l’alt-text: accessibilità e dignità possono stare nella stessa riga.
Quando l’immagine diventa più importante della persona, il giornalismo perde il suo centro.
BOX – Immagini: protezione prima dello shock
- Necessità: l’immagine serve a capire o serve solo a colpire? Se è la seconda, meglio evitarla.
- Dignità: niente umiliazione del dolore, niente dettagli gratuiti, niente spettacolarizzazione.
- Minori e vulnerabili: protezione massima (sfocatura/ritaglio, niente elementi riconoscibili, niente luoghi tracciabili).
- Alternative sobrie: mappe, grafici, illustrazioni, foto contestuali non identificanti.
6. Scrivi titoli informativi, non “acchiappa-click”
Il titolo è un patto: promette quello che il pezzo mantiene. Evita l’esca (“shock”, “orrore”, “incredibile”) e le gare a colpi di numeri. Un titolo buono orienta: dice cosa, dove, quando, e con quali fonti. Non deve far scattare la rabbia; deve far scattare la comprensione.
7. Cerca pluralità di fonti, non pluralità di rumore
La realtà è più ampia dei portavoce ufficiali. Inserire voci locali, donne, minoranze, operatori sul campo non è decorazione: è accuratezza. In molte crisi, l’asimmetria è anche narrativa: chi ha potere parla sempre; chi soffre spesso non viene ascoltato.
8. Cura la sicurezza digitale di persone e dati
Un dettaglio apparentemente innocuo (una targa, una posizione, un volto sullo sfondo, un nome in una chat) può esporre testimoni e famiglie. Niente “doxxing”, niente metadati “distratti”, niente informazioni che rendono rintracciabile chi è già vulnerabile. La prudenza qui non limita la verità: evita conseguenze irreversibili.
9. Sii trasparente e correggi con visibilità
Dichiara limiti, incertezze, conflitti d’interesse. Se una parte è contestata, spiega perché. Se sbagli, correggi in modo tracciabile e visibile, non con una modifica silenziosa. La fiducia non nasce dall’infallibilità: nasce dalla responsabilità.
10. Fai follow-up: indica vie d’uscita
Un articolo che lascia solo angoscia spesso alimenta cinismo. Raccontare in modo responsabile significa anche indicare servizi utili, reti territoriali, progetti di pace, strumenti di aiuto. Non è “chiudere con ottimismo”: è offrire orientamento, soprattutto quando il tema tocca trauma, violenza e fragilità.
Call-out
“Raccontare bene un dolore è già una forma di protezione.”
Riflessione finale
Se questi tre testi stanno insieme è perché parlano della stessa responsabilità con linguaggi diversi. R2P ricorda che la protezione dei civili non è facoltativa; “Mare & Foresta” mostra che prevenire e prepararsi è già difendere i vulnerabili; IMAP mette a fuoco la responsabilità delle parole e delle immagini, che possono diventare cura oppure danno. Per l’anno 2026, il punto è questo: la pace non coincide con l’assenza di conflitti, ma con la qualità delle istituzioni, la resilienza dei territori e il modo in cui scegliamo di raccontare la realtà. La dignità è il filo rosso: quando regge, regge anche la comunità.

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