4 gennaio 2026

RITORNO IN AFGHANISTAN

Un ritorno in Afghanistan dopo la presa di Kabul del 2021: impressioni dirette tra vita quotidiana, paesaggi e contrasti, in un Paese dove nulla è davvero “semplice”. Uno sguardo sobrio sulle persone, sulle regole e sul peso della fede nel tempo presente. 

di Emilio Asti

Vi sono Paesi divenuti per molti un luogo dell’anima, per me l’Afghanistan è divenuto tale. Già dalla prima volta che lo visitai mi era entrato nel cuore e ancor oggi non smette di affascinarmi e stupirmi. Purtroppo l’Afghanistan viene frequentemente associato al fondamentalismo islamico e alla violenza, nonostante sia stato detto e scritto parecchio su questo Paese, molto della sua antica e ricca cultura rimane ignoto. Sentivo il profondo desiderio di rivedere l’Afghanistan e dopo circa un anno ho potuto tornare in questo Paese, di cui già da tempo seguivo le vicende, scrivendo articoli e tenendo conferenze a riguardo. Alcuni amici afgani, conosciuti in precedenza e con cui avevo mantenuto i contatti, mi hanno accompagnato durante tutta la mia permanenza, condividendo il loro tempo con me; sono loro riconoscente per la calorosa ospitalità concessami e per il loro aiuto rivelatosi prezioso. Ho raccolto parole ed immagini che custodisco nel cuore e ne riporto un ricordo nostalgico, ma sono consapevole che non ci si può illudere di comprendere una realtà così complessa come l’Afghanistan, sempre imprevedibile, ma stranamente affascinante, sul cui futuro, nonostante sia ora gravato da enormi problemi, rimango fiducioso. L’Afghanistan è un Paese, passato attraverso profondi cambiamenti politici e sanguinosi conflitti, che per coloro che vi giungono dall’Occidente pare un altro mondo in cui sono in vigore norme altrove sconosciute. Dai centri urbani ai piccoli villaggi solitari l’Afghanistan, abitato da vari gruppi etnici e tribali, spesso in contrasto tra loro, pronti però ad unirsi di fronte a una minaccia esterna, vive una vita al di fuori degli schemi dominanti nel resto del mondo. Sopravvivono infatti numerose abitudini antiche cariche di significato profondo ed anche in condizioni di vita molto precarie i suoi abitanti si attengono ad una scala di valori, difficilmente riscontrabile presso altri popoli. Da ciò si può capire il fascino che l’Afghanistan esercita anche sui viaggiatori che hanno già consuetudine con l’Oriente.
Kabul, centro motore dell’intero Paese e depositaria di vari secoli di storia, si presenta come una grande città povera e caotica, con numerosi e gravi problemi, tra cui l’inquinamento atmosferico e la mancanza di adeguate infrastrutture; cresciuta in modo abnorme in questi ultimi tempi, come molte altre città dell’Oriente, tuttavia non manca di un fascino particolare. Molti hanno raggiunto la capitale in cerca di migliori opportunità, ma purtroppo, come tanti altri, sono costretti a vivere in alloggi di fortuna in condizioni molto precarie; la situazione è complicata ancor più dalle divisioni etniche e tribali che spesso portano a situazioni conflittuali.
Inoltrandomi in compagnia di questi amici per le strade di Kabul e rivisitandone alcuni luoghi caratteristici, come i Giardini Babur, tranquilla oasi di pace lontana dal caos della città, mi invadeva lo stupore come se fosse la mia prima visita; ho ritrovato una città sostanzialmente uguale e al tempo stesso leggermente diversa, con volti e odori familiari, ma ho notato alcune novità, rivivendo, pur nel frastuono e nella confusione delle strade, emozioni che credevo perdute. Poco è cambiato, le strade erano quelle di sempre, con un traffico molto caotico, recentemente il numero di veicoli è aumentato, lunghi viali trafficati ed ingombri di merci e persone, tra cui anche molte donne e bambini, tra una cacofonia di rumori e un continuo via vai di gente. Dato che sono stati avviati vari progetti di ricostruzione, i lavori in corso erano molti. Non bisogna dimenticare che Kabul, in passato vivace centro di scambi commerciali e culturali, è stata scenario di molti conflitti, le distruzioni sono state ingenti, soprattutto durante la guerra civile che negli anni ’90 l’avevano devastata, e poi in conseguenza dell’attacco attuato dagli USA nell’autunno 2001, molte cicatrici sono tuttora visibili nel panorama cittadino e rimangono nell’animo di chi ha vissuto quegli eventi tragici. 
Il tempo passa veloce e dopo alcuni giorni trascorsi piacevolmente a Kabul, andando alla scoperta di alcuni aspetti della città generalmente ignorati dai turisti, oltre a una breve visita a Jalalabad, una città dell’Afghanistan orientale, dove un amico afgano dirige un progetto educativo con cui da tempo collaboro, decidiamo di recarci a Bamyan, a circa 130 km ad ovest di Kabul. Viaggiare all’interno dell’Afghanistan è sempre una piacevole scoperta, ma richiede un notevole spirito di adattamento, accettando con pazienza i vari imprevisti e le limitazioni in atto, ma lo sforzo viene ampiamente ricompensato dalla visione di panorami spettacolari e dall’incontro con la gente, sempre disponibile ad aiutare i visitatori stranieri. Ciò però esige da parte dei turisti stranieri un comportamento rispettoso della mentalità locale. 

A Bamyan si arriva dopo un viaggio in auto di parecchie ore, attraversando una zona molto suggestiva, allontanandosi un poco dalle strade battute si scoprono zone con pochi centri abitati, i cui scarsi abitanti conducono una vita misera e solitaria e non sanno quasi nulla del resto del mondo. Situata ad oltre 2500 metri sul livello del mare Bamyan, con un clima invernale molto rigido, piccola, ma vivace cittadina, che ospita anche un’università, si trova nella regione dell’Hazarajat, culla dell’etnia Hazara, terzo gruppo etnico dell’Afghanistan, di origine mongola. Un tempo importante centro del Buddismo Bamyan ospitava gigantesche statue di Buddha scolpite nella roccia diversi secoli fa, ma distrutte poi nel 2001, ora si possono solo vedere le grandi grotte che le racchiudevano. Il fascino del luogo era forte e creava un’atmosfera che pareva provenire da un passato antico e misterioso, inoltre l’aria limpida permetteva di osservare il paesaggio anche a grande distanza. In quei momenti profonde ispirazioni giungevano alla mente e al cuore.

Altro luogo molto interessante che merita una visita, non lontano da Bamyan, è il lago di Band-e- Amir, ora parco nazionale, per raggiungere il quale si percorre una strada tortuosa con ripide salite e discese. Immersi in una luminosa chiarezza, questi laghi apparvero come una sorpresa ai nostri occhi creando uno scenario di grande bellezza, ancora preservato dal turismo di massa. Con le acque trasparenti di un azzurro intenso, questi laghi circondati da brulle e alte montagne, sono un’autentica meraviglia della natura ed occupano un posto speciale nella cultura locale. La visita a Bamyan e a Band-e-Amir è stata un’esperienza rigenerante che ci ha arricchiti spiritualmente, permettendoci inoltre di conoscere altri aspetti di questo Paese. Anche il viaggio di rientro a Kabul, inframmezzato da varie soste, lungo le quali ci siamo rilassati bevendo tè seduti su morbidi tappeti, condividendo riflessioni e approfondendo vari temi, si è rivelato interessante e la nostra amicizia ne è uscita rafforzata.

La situazione dell’Afghanistan non è sostanzialmente mutata, il Paese tuttora vive al ritmo dell’Islam, religione di Stato, che informa tutte le manifestazioni della vita in ogni momento, da vari secoli considerato la base di ogni valore, oltreché importante fattore che alimenta la loro identità; i momenti salienti della vita sono sempre accompagnati da cerimonie religiose. Il calendario ufficiale è quello islamico, che parte dall’anno dell’Egira, la fuga del Profeta Maometto dalla Mecca, sua città natale, a Medina. Nel corso della storia l’Islam afgano, influenzato dal Sufismo, ha espresso importanti figure in campo spirituale e letterario. La famiglia patriarcale rimane tuttora il centro della vita sociale, l’attaccamento alla famiglia è molto forte, con un profondo rispetto per i membri più anziani, il cui parere viene tenuto in grande considerazione. Gli afgani hanno sempre tenuto in gran conto il matrimonio, sposarsi è infatti sentito come un imperativo spirituale e una responsabilità morale importante per dare continuità alla stirpe. Generalmente si sposano molto giovani, i matrimoni combinati dai genitori o, in assenza di questi, dai parenti sono la norma. Al di fuori della famiglia la moschea ed il bazar rimangono il centro della vita sociale.

Tornati al potere nell’agosto del 2021, i Talebani convinti di avere una missione affidata loro da Allah, sono portatori di una visione del mondo nella quale la religione occupa il ruolo centrale. La Sharia, la legge coranica, la cui osservanza è imposta con regole severe, si prefigge di disciplinare tutti gli aspetti dell’attività umana dalla culla alla tomba. L’ordine è mantenuto attraverso un rigido controllo, sono ancora numerosi i posti di blocco sulle strade ed anche in città. Le autorità sono costantemente attente a ricordare a tutti i cittadini i loro doveri, mettendo in guardia contro i comportamenti errati. Qualsiasi mancanza di rispetto nei confronti dell’Islam è severamente punito. A loro giudizio l’Afghanistan non deve adottare idee e usi di altri popoli, ma restare fedele alla sua identità di Paese musulmano, senza alcun complesso di inferiorità, ma anzi con orgoglio, quale esempio anche per le altre nazioni islamiche, occorre soprattutto evitare la sudditanza culturale nei confronti dell’Occidente e dei suoi valori ritenuti materialisti e privi di umanità. Non vi è tolleranza nei confronti dei comportamenti ritenuti contrari all’Islam, la Polizia Religiosa, custode della morale, è subito pronta ad intervenire per reprimere con decisione qualsiasi comportamento in contrasto con le norme islamiche. A Kabul e in tutto l’Afghanistan non esistono locali notturni ed è rigidamente proibito il consumo di bevande alcoliche, introvabili in tutto l’Afghanistan, tuttavia la vita culturale non è priva di interesse. 

Dopo gli anni della presenza delle truppe straniere, che garantivano una copertura militare al governo afgano, da molti considerate una forza di occupazione, durante i quali parecchi avevano adottato alcuni aspetti della cultura occidentale, il governo afgano cerca ora di recuperare i valori tradizionali.

Il richiamo alla Sharia rimane spesso qualcosa di teorico, senza effettive conseguenze su molti aspetti della vita, in quanto in privato le persone adottano proprie regole, spesso in contrasto con i dettami ufficiali. I rapporti non autorizzati tra maschi e femmine sono più numerosi di quel che può sembrare a prima vista, anche se nei confronti dei crimini contro la morale le pene sono molto severe, viene infatti applicata la legge coranica che prevede castighi corporali e in alcuni casi anche la pena capitale. 

Rispetto al passato ora le donne, pur consce dei limiti imposti loro dalle norme in vigore, appaiono più disinvolte e decise a far sentire la loro voce, il clima di rigida separazione tra uomini e donne pare ora essersi un po’ attenuato. Si va sempre più diffondendo tra i più giovani, come in molte altre parti del mondo, l’uso dei moderni strumenti tecnologici. I giovani afgani, molti dei quali più maturi dei loro coetanei occidentali, sono portatori di nuove rivendicazioni, paiono ora più irrequieti, anche se non vogliono rompere i ponti con la famiglia. Si manifesta una crescente insofferenza alle regole, ma non si può ancora parlare di mobilitazione giovanile, ma indubbiamente ciò potrebbe portare a un progressivo disinteresse per le pratiche religiose e i doveri nei confronti della famiglia. Le ragazze, alle quali è tuttora negata la possibilità di completare gli studi superiori e di laurearsi, esprimono la loro insoddisfazione, anche se in modo timido. Bisogna anche considerare che poiché molte scuole e centri educativi sono stati distrutti, il governo, per ovvie ragioni pratiche, ha dato priorità all’istruzione maschile, ma non viene esclusa la possibilità di estendere anche alle ragazze il diritto all’istruzione superiore. Sulla condizione delle donne pesa anche la forte tradizione patriarcale, molti padri e mariti rimangono restii a concedere alle figlie e alle mogli il permesso di uscire liberamente da casa, a motivo di un eccessivo desiderio di protezione, che spesso diviene una forma di controllo nei loro confronti. Nella maggior parte dei casi le donne sono sottoposte al volere del padre e poi a quello del marito, in accordo con antiche consuetudini di stampo maschilista che affondano le radici nel passato. Molti giovani, parecchi dei quali non hanno conosciuto la pace da quando sono nati, cercano di fuggire dal Paese alla ricerca di nuove prospettive per vivere giorni migliori, ma gli Stati europei raramente rilasciano visti d’ingresso ai cittadini afgani. Parecchi hanno già abbandonato il Paese, ma sono numerosi coloro che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere clandestinamente l’Europa. Per molti di loro sembra non esserci posto in Afghanistan, soprattutto per l’impossibilità di trovare lavoro, costretti spesso a lottare per i bisogni primari.

Gli sfollati interni sono ancora molti, parecchi sono i mutilati e le vedove, le quali spesso non sono in grado di provvedere ai bisogni dei figli, molti dei quali muoiono ancora in tenera età.

Sono in atto diversi progetti, alcuni dei quali anche finanziati dall’estero, a sostegno dei soggetti più vulnerabili della società, cercando anche di migliorare, pur tra molte difficoltà, la condizione femminile. Ci sono pure segnali di un grande desiderio di cambiamento, sono attive nuove iniziative, anche per avviare una più equa distribuzione delle risorse. Di fronte alle gravi emergenze sanitarie opera da anni in Afghanistan Emergency, l’organizzazione umanitaria fondata dal famoso Dr. Gino Strada, fornendo assistenza medica alla popolazione, nei posti di primo soccorso e negli ospedali messi in piedi da questa organizzazione, unico punto di riferimento per molti, soprattutto nelle zone rurali, nella convinzione che, anche nelle condizioni più miserevoli, ogni vita sia importante.

La dirigenza talebana, ha di fronte a sé un compito arduo, vuol infatti mantenere l’adesione alla Sharia, ma al tempo stesso si prefigge di promuovere lo sviluppo, mettendo mano a riforme che possano favorire la crescita economica, ma ciò non può avvenire a scapito dei valori islamici. È stato certamente un successo essere riusciti a mantenere la pace e la stabilità, ma risulta difficile mettere in moto processi di sviluppo, anche a motivo dell’embargo ancora in atto imposto all’Afghanistan. Alcuni risultati positivi sono stati raggiunti, ma occorrerà parecchio tempo per raggiungere l’autosufficienza. Fino ad oggi il governo è riuscito a preservare la pace, nonostante le persistenti tensioni col Pakistan, i rapporti col quale sono sempre stati problematici. Ciò che maggiormente interessa è riuscire a mantenere l’indipendenza, con la speranza che finalmente l’epoca dei conflitti sia finita e che la pace possa durare, sebbene speranze e delusioni si siano alternate molte volte. A questo riguardo, nei colloqui con funzionari e gente comune, ho potuto cogliere diversi messaggi di fiducia in un futuro migliore, sebbene i motivi per disperare non manchino.

La classe dirigente talebana non è un corpo omogeneo, ma un insieme di orientamenti diversi, anche in contrasto tra loro e la discussione al suo interno non è mai cessata. Vi sono pressioni da parte di alcuni dirigenti in favore di una maggiore apertura al resto del mondo, attraverso iniziative politiche e scambi commerciali, costoro, tenendo conto delle esigenze della vita quotidiana e dell’evoluzione della mentalità, non criticano la Sharia, ma la sua interpretazione restrittiva. Consapevoli che il turismo, anche se comporta l’ingresso di idee ed abitudini diverse, possa dare un notevole contributo all’economia, desiderano diffondere l’immagine di un Paese sicuro ed ospitale, ricco di attrattive, e si propongono di migliorare le infrastrutture e la qualità dei servizi al fine di attrarre un maggiore numero di visitatori stranieri, ma nonostante le buone intenzioni il turismo stenta a decollare. Le strutture per viaggiatori e turisti sono molto scarse, in molti luoghi addirittura inesistenti, ma parecchi visitatori stranieri sono rimasti colpiti dalla calda ospitalità afgana. L’Afghanistan, tuttora fuori dalle usuali mete turistiche, è ancora impreparato ad accogliere ingenti flussi turistici.

Gli afgani in generale, per quanto poveri ed ignoranti possano essere, possiedono una straordinaria forza morale, che suscita ammirazione e, per certi versi, anche stupore. Non si deve inoltre sottovalutare la loro abilità a risolvere con tenacia e pazienza ogni genere di problemi in parecchie occasioni, riuscendo ad adattarsi anche alle situazioni più avverse. 

L’aspetto che maggiormente mi colpiva era la fiducia completa in Dio fa parte di loro, l’abbandonarsi con fiducia alla volontà divina in ogni momento della vita. Tipicamente afgana, ma comune anche ad altri popoli islamici, anche se in misura minore, è l’accettazione degli eventi, anche dolorosi, della vita, che per loro rivestono poca importanza. Tale sentimento ha sorpreso chiunque sia entrato in contatto con gli afgani. InshAllah, se Dio vuole, se ciò è in accordo con la Sua volontà, è una parola che in Afghanistan accompagna ogni discorso e che riassume un po’ la filosofia di vita degli afgani. Pur appartenendo a gruppi etnici diversi gli afgani hanno in comune un forte senso di fierezza, le dolorose vicende politiche e i numerosi disastri naturali, non sono riusciti a cancellare la loro profonda fede. Accettano qualsiasi cosa possa loro capitare come parte del piano imperscrutabile di Dio, che governa ogni cosa nell’universo e giudicherà ognuno alla fine della vita terrena, Ciò che in Occidente viene considerata una tragedia in Afghanistan viene accettato come parte del disegno di Dio, che, sebbene al momento non possiamo comprendere, è volto sempre per uno scopo preciso. Non fermare lo sguardo sulle vicende personali, ma rivolgerlo sempre a Dio è considerato l’atteggiamento spirituale corretto. Un amico afgano a causa del forte terremoto del 21 Agosto dello scorso anno perse i suoi cinque bambini ancora piccoli, la moglie e la madre, oltre alla casa. Invece di disperarsi per la grande disgrazia che lo aveva colpito lui ha trovato pace e serenità attraverso la preghiera, la lettura del Corano e l’affidarsi a Allah, dandosi anche da fare per aiutare altre vittime del sisma. Molto significative sono queste sue parole: “Ora i miei cari sono nelle braccia di Allah, sono sicuro di ciò e se Allah vuole li rivedrò nella vita futura, ciò che è accaduto è stato per volontà di Allah, occorre accettare sempre il Suo volere e ringraziarLo anche nei momenti di profondo dolore, con la certezza che ogni cosa da Lui stabilita è per il nostro bene”. Queste parole ci fanno comprendere l’attitudine degli afgani di fronte ad una disgrazia, che, anche se molto dolorosa, a loro parere, offre una preziosa opportunità di crescita spirituale, una lezione di vita che ci aiuta ad evolvere e a renderci solidali nei confronti degli altri in ogni circostanza. Analogo atteggiamento fu tenuto da un altro amico, il quale riuscì a superare il dolore per la morte di circa una ventina di suoi parenti durante il sisma, dedicandosi al soccorso delle vittime nel suo villaggio e mantenendo inalterata la propria fede, senza lamentarsi.

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