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12 marzo 2019

Akinwumi Ayodeji Adesina

Promotore della “Good governance”, leader dell’innovazione agricola e della crescita economica in Africa

Il dott. Akinwumi Adesina, un economista dello sviluppo celebre in tutto il mondo. Attualmente, è presidente della Banca Africana per lo Sviluppo (dal 2011 al 2015 è stato Ministro dell’Agricoltura e dello sviluppo Agricolo in Nigeria), dove guida una crescita inclusiva per le economie dell’Africa. Inoltre, attraverso la sua trasparenza e affidabilità nell’ideazione e implementazione di programmi ad alto impatto, promuove coraggiosamente la visione della Good Governance in Africa, per rafforzare la capacità dell'Africa di nutrire se stessa e trasformare le economie rurali per generare benessere per milioni di contadini africani poveri. 
dott. Akinwumi Adesina

Premiato con il World Food Prize nel 2017, dopo decenni di lavoro innovativo nel campo dell’agricoltura e per il sostegno ai poveri e agli emarginati, il dott. Adesina ha continuato a dedicare la sua passione ed energie per porre fine alla fame globale, affermando: “Non mi riposerò fino a quando noi non metteremo fine alla fame nel mondo”. Forbes African Magazine nell’ottobre 2018, ha soprannominato il dott. Adesina “Mr. Sviluppo”, per i suoi approcci innovativi e la sua ispirante leadership nel suo lavoro per risollevare milioni di persone dalla povertà. Come segno di dedizione alla sua causa, il dott. Adesina ha donato l’intero importo del World Food Prize, di 250.000 dollari, per stabilire la Fondazione World Hunger Fighters, con l'obiettivo di contribuire alla fine della fame nel mondo.

Waris Dirie

Un’attivista per i diritti umani che ha fatto conoscere il problema della Mutilazione Genitale Femminile (FGM) al mondo.
Waris Dirie

Waris Dirie è stata la prima persona nella storia ad esporre al mondo la violenza della FGM e a salvare milioni di vite prendendo un ruolo guida nel promuovere la campagna anti-FGM. Ha portato il problema della FGM nell’agenda mondiale dei diritti umani e ha contribuito alla ratifica di una risoluzione per proibire questa pratica.
Informazioni base
1965 – nasce in Somalia (la data di nascita esatta non è nota)
Modella, attrice, attivista, scrittrice e Ambasciatrice Speciale delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della FGM (1997-2003)
2002 – Fonda la Fondazione The Desert Flower
Interpreta alcuni Film e scrive diversi libri di notevole successo. Dal 1999 al 2018 riceve moltissimi riconoscimenti
Principali successi
Conduce la campagna per eliminare la FGM, aumentando la consapevolezza a livello mondiale della FGM come forma di violenza e minaccia ai diritti umani.

“Il Premio Sunhak per la Pace 2019 consegnato a Waris Dirie e al dr. Akinwumi Ayodeji Adesina”

L’evento si è tenuto durante la terza cerimonia di premiazione del Sunhak Peace Price Award, il 9 febbraio a Seul, Sud Corea. Alla cerimonia hanno partecipato più di 1.000 delegati, tra cui presidenti in carica ed ex presidenti, vicepresidenti, leader e imprenditori africani e altri rappresentanti di vari governi, università, imprese, media e religioni.

Waris Dirie: modella e attivista per i diritti umani riconosciuta per il suo lavoro per eliminare la pratica della FGM (Mutilazione dei Genitali Femminili).
Akinwumi A. Adesina: Presidente della Banca Africana per lo Sviluppo, impegnato nella lotta alla povertà attraverso l’innovazione nell’agricoltura e nella promozione della Buona Governance attraverso lo sviluppo dell’economia africana.
Il Comitato del Premio Sunhak per la Pace aveva annunciato presso il Cape Town International Convention Center (Sud Africa) lo scorso novembre che i vincitori del Premio Sunhak per la Pace 2019 sono Waris Dirie, 58enne attivista a livello mondiale contro la Mutilazione dei Genitali Femminili, e il dr. Akinwumi Ayodeji Adesina, 53enne presidente del gruppo African Development Bank.

18 luglio 2016

Da consumatori di pregiudizi, a produttori di visioni aperte e luminose

di Pasqua Teora

A proposito della tendenza di noi umani a produrre pregiudizi per difenderci dall'angoscia che la differenza può ingenerarci, osservo in questa vacanza che sto trascorrendo presso una famiglia giordano-palestinese in Amman, ciò che accade a me che ho il vizio di parlare a me stessa, rimanendo possibilmente aperta al dialogo con gli altri. Un'occasione molto interessante questa poiché nella famiglia osservante c'è anche una presenza laica (che parla italiano) e facilita il dialogo, senza bloccarci di fronte alla tentazione del pregiudizio reciproco. Posso così rendermi conto di quanto l'occidente (io stessa) ignori della cultura islamica e di quanti pregiudizi religiosi e culturali il mio mondo di provenienza abbia avuto bisogno di costruirsi per difendersi... Ma da che cosa?  

12 novembre 2015

QUANDO LA SOCIETÀ ERA CIVILTÀ: DANTE ALIGHIERI HA SETTECENTOCINQUANTA ANNI(1265 - 1321)


di ANTONIO SACCÀ
Pur essendomi occupato ampiamente di Dante e della “Divina Commedia”, di recente l'Associazione Culturale Spazio Tiburno, di Federica De Marco e Francesco Mucci, mi ha proposto un Seminario, anche per celebrare il Settecento cinquantesimo anniversario della nascita del nostro Poeta Nazionale. Ho avuto un gruppo di frequentatori che non hanno avuto ostacoli d’intemperie, per essere presenti. Li nomino: Maria Adele Vecchiarelli, Ettore Calì, Rosa Massullo, Sabrina Tutone, Pietro D'Auria, Elisa Sachespi, Giovanni Mercogliano, Maria Luisa Marino Mercogliano, Paolo Mercogliano, Ferdinando Salustri, Patrizia Salustri, Fabrizio D'Agostino, Sandro Matini.
La “Divina Commedia”: un linguaggio di getto primario, sgraffiantissimo o lievissimo, personaggi scolpiti di netto, elevatissima, pugnace tensione morale, traversie nel viaggio dalle passioni più abiette dell'Inferno, alle passioni moderate del Purgatorio, alle passioni veementi per nobili scopi, nel Paradiso, tutto ciò che è umano è in Dante. Leggere Dante è vivere la vita in ogni diramazione:

13 marzo 2015

Chiara, la donna che disubbidì due volte

La dott.ssa Maria Chiara Forcella, psicologa, psicoterapeuta, poetessa parla di Santa Chiara partendo dal ricordo della stupenda raffigurazione di San Francesco e Santa Chiara ritratta dal maestro Saetti, riportata nell’antologia “San Francesco e il dialogo con le creature” edito dalla Maison d’Art di Carla d’Aquino, e titolata vestizione di Santa Chiara.

Santa Chiara d’Assisi al secolo Chiara Scifi nacque nel 1193 e morì nel 1253 e fu dichiarata Santa nel 1255 da Papa Alessandro IV.
Il pittore Saetti ha colto in questo quadro l’essenza del rapporto tra i due santi, San Francesco, infatti, fu il fondatore dell’ordine delle clarisse e Santa Chiara prese la decisione di dedicarsi all’ordine monacale dopo aver conosciuto San Francesco. Il Santo più volte ha ricordato che le clarisse per certi versi gli furono vicine più dei suoi fratelli.

12 novembre 2013

Intervista a Fiorella Mannoia

Intervista a Fiorella Mannoia raccolta dopo il suo concerto a favore delle donne vittime di violenza tenutosi ad Este lo scorso agosto.

di Elena Chirulli
Nei suoi concerti lancia sempre dei messaggi per promuovere l’impegno sociale. Ritiene che la musica possa e debba avere un ruolo nella promozione di un mondo migliore?
Io penso che ogni mezzo sia utile per mandare messaggi di pace, rispetto, fratellanza, questo dovrebbe essere il dovere di tutti i cittadini. Noi abbiamo il grande privilegio di avere la possibilità di rivolgerci a molte persone, le nostre parole sono amplificate ed è una grande responsabilità.

Pur non avendo figli, sente la responsabilità di educare avendo più volte affermato: “E’ come se l’avessi perché ogni donna è madre dentro di sé”. Perché?
Perché tutte le donne lo sono. E ogni figlio è nostro figlio. Almeno così dovrebbe essere.

Le giornate ONU per i “Diritti dell’Infanzia” e dell’ “Eliminazione della Violenza contro le Donne”


Novembre celebra due importanti manifestazioni ONU. La giornata per i “Diritti dell’infanzia”(20 nov.) e quella dell’”Eliminazione della violenza contro le donne” (25 nov.). Abbiamo ritenuto importante sensibilizzare su tali tematiche che purtroppo anche nel nostro paese annoverano un elevato numero di casi. Da qui la scelta di presentarvi due donne che hanno deciso di dar voce con il loro impegno al grido di dolore di chi ha subito un sopruso: la regista Ilaria Borrelli e l’artista Fiorella Mannoia.
Dall’ultimo rapporto ISTAT emerge che nel 2011 sono state 137 le donne uccise in Italia, dieci in più dell'anno precedente e nel 2012 fino ad oggi già più di 120. Nella maggior parte dei casi si tratta di mariti, compagni o ex-partner. Ben un milione e 400mila (il 6,6%del totale) ha subito uno stupro prima dei 16 anni. La grandissima maggioranza (oltre il 90%) non è mai stata denunciata. Sono 6.743.000 le donne vittime di violenza fisica o sessuale (il 31,9%), 5 milioni di violenze sessuali (23,7%), 3.961.000 di violenze fisiche (18,8%). Un milione e centomila hanno subìto "stalking".

Intervista alla regista Ilaria Borrelli, rilasciato alla presentazione del film al Festival del Cinema di Venezia.

di Flora Grassivaro

Che cosa l’ha spinta a realizzare “Talking to the trees” e perché questo titolo?
Da quando sono mamma, da sei anni, sono diventata molto sensibile ai problemi dei bambini nel mondo, negli occhi di un bambino che soffre mi sembra sempre di trovare gli occhi di mio figlio. La prostituzione infantile è un problema talmente vasto che mi sembra doveroso tentare di scuotere un po' le coscienze con un film. Il titolo è dovuto alla bambina protagonista che nella sua estrema solitudine della vita nel bordello, comunica con i soli spiriti, le sole anime sempre presenti nella sua vita, gli alberi.

Festival del Cinema di Venezia

Presentato il film “Talking to the trees”, girato in Cambogia

di Flora Grassivaro
Quest’anno il festival del Cinema di Venezia ha affrontato  il tema  della prostituzione minorile in Cambogia presentando  il film “Talking to the trees” –“ Parla con gli alberi”. La regia è di Ilaria Borrelli che ne è anche
protagonista, insieme al marito Guido Freddi , produttore che con lei condivide l’attenzione e la sensibilità  ad una tematica così sconvolgente e dilagante. La trama  presenta Mia una fotografa italiana, residente a Parigi, che decidendo di  recarsi in Cambogia per raggiungere il marito lo scopre turista  sessuale. Sconvolta  comprende come in questo disumano commercio siano purtroppo intrappolati i minori, soprattutto bambine. Nasce così in lei il desiderio forte, struggente,  di salvare queste baby-schiave e  incurante di mettere a repentaglio la propria vita riesce a restituire loro la libertà attraversando con coraggio situazioni molto pericolose.
Presentato lo scorso anno al Marchè di Cannes, pluripremiato a Los Angeles e Miami (al Women’s International Film Festival) il film ha ricevuto un notevole consenso da parte della critica.
Prodotta raccogliendo fondi da amici e parenti, tagliando ogni spesa superflua, riducendo al minimo lo staff ed incrementandolo con personale del luogo, quest’opera  definita giustamente un film di coraggio, speranza e redenzione va  a sostegno di ECPAT che da anni lavora in Cambogia contro la prostituzione minorile, di Unicef Canada e Italia che ne è anche sponsor e di Amnesty International-Francia.

10 ottobre 2013

Hotel Rwanda, la vera storia

Rwanda, 1994: nel mezzo dell’efferato massacro di un’intera popolazione, l’Hotel des Mille Collines è l’unico luogo sicuro dove rifugiarsi. A difenderlo dal caos e dalla violenza degli uomini ammassati alle sue porte c’è il direttore, Paul Rusesabagina che, con la sua profonda conoscenza dell’animo umano e la sua abilità con le parole, salverà da solo 1268 persone. Hotel Rwanda è la “vera” storia dei fatti– scritta dal protagonista con la collaborazione del giornalista Tom Zoellner – che hanno ispirato liberamente
l’omonimo e celebre film (tre nomination agli Oscar: miglior sceneggiatura originale, miglior attrice e miglior attore).

"Tutti i genocidi, poi, fanno ampio ricorso al pensiero collettivo per aizzare gli assassini. (...) Tutti noi nasciamo con un potente istinto gregario che può indurre persone altrimenti razionali ad agire in modi inspiegabili. Non avrei mai creduto
a questa verità se non avessi visto i miei vicini di casa - persone gentili, divertenti, apparentemente normali — trasformarsi in assassini nel giro di due giorni".

Paul Rusesabagina

Paul Rusesabagina (Gitarama, 1954) ex direttore d'albergo in Rwanda, vive oggi in Belgio dove gestisce un'impresa di autotrasporti. Ha creato e dirige la Fondazione Hotel Rwanda Rusesabagina per prevenire genocidi futuri e per diffondere la consapevolezza della necessità di un processo di riconciliazione nel paese e nella regione dei Grandi Laghi in Africa.
Hotel Rwanda è il suo primo libro.

Tom Zoellner, giornalista e scrittore statunitense, è noto per i suoi libri di indagine sociale e denuncia
(in particolare ricordiamo le sue inchieste sull'industria dell'uranio e sul mercato dei diamanti). Vive a
New York.

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5 aprile 2013

“Miloud Oukili: tutto cominciò da un naso rosso”

Non esistono bambini di strada, esistono bambini dimenticati in strada da adulti.
Questi adulti siamo tutti noi


Intervista raccolta da Elena Chirulli

Una valigia in mano, un ragazzo poco più che ventenne e un naso rosso. Inizia così la grande avventura di
Miloud Oukili che incontra i “ragazzi di strada” per la prima volta nel 1992, in Romania. E’ un clown franco-algerino che comincia proprio in questo paese a sfruttare l’arte circense per dare voce e speranza a bambini e adolescenti dimenticati dalla società. Si tratta di giovani generazioni completamente abbandonate sulle strade di Bucarest. Una realtà cruda e difficile, che narra e intreccia storie di vita, di orfani che trascorrono la loro vita vagabondando per le vie, senza un riparo e una casa. Invisibili vite umane, che subiscono abusi di ogni tipo, che sono costrette a scippare o a prostituirsi in cambio di cibo.

18 luglio 2012

Caterina da Siena: Una Grande Mistica e Una Donna Senza Tempo


“Se sarete ciò che dovete essere, metterete fuoco in Italia e nel mondo intero”

Di Maria Gabriella Mieli

Ci sono personaggi nella storia che vanno oltre le dimensioni di tempo e spazio e che rendono memorabile, oltre al loro nome, anche il secolo nel quale sono vissuti. Tra questi personaggi  merita un posto d’onore Caterina Benincasa. Nata il 25 marzo 1347 a Siena e morta il 29 aprile 1380 a Roma, ha vissuto una vita di fede incrollabile, di determinazione assoluta, di instancabile impegno per la risoluzione dei conflitti: il tutto accompagnato da una umiltà inimmaginabile.
Lei, ventiquattresima figlia, nata in una famiglia di origini umili, illetterata, ha saputo con le sue doti e virtù raggiungere obiettivi impensabili nel XIV secolo, ma oserei dire anche per i tempi attuali: uno fra tutti, riportare il Papa a Roma, dopo 70 anni di “cattività avignonese”. La sua lotta costante per il rinnovamento morale della chiesa accompagnerà la sua breve ed intensa vita: con tutti i mezzi possibili ha cercato di allontanarla dagli interessi politici e mondani per richiamarla alla sua funzione spirituale originale. Obiettivi  impensabili ed incredibili se si considera che Caterina era prima di tutto una donna; e se ancora ci sono resistenze notevoli oggi, nel XXI secolo anche nei cosiddetti paesi sviluppati, pensiamo a come dovesse essere l’attitudine verso il genere femminile al tempo di Caterina.

15 marzo 2012

Salvatore Morelli

Educatore, avvocato,  scrittore, giornalista e politico, un patriota ai più sconosciuto. Salvatore Morelli è un figlio del Risorgimento e un figlio del sud. Fu tanto illuminato e precursore dei tempi che arrivò a proporre al governo un’idea di Nazioni Unite per non incorrere nelle guerre, limitare le spese per gli armamenti ed usare le risorse economiche nella costruzione di scuole, infrastrutture ed enti assistenziali.

di Maria Gabriella Mieli
Ogni donna italiana dovrebbe rendere omaggio all’uomo Salvatore Morelli, e non soltanto per una questione di genere.
Purtroppo sono pochi gli italiani, tanto uomini quanto  donne,  che hanno  soltanto sentito nominare il suo nome, anche a scuola. Eppure, tra i personaggi che hanno dato un notevole contributo alle cause della donna, dell’educazione e della libertà di pensiero negli ultimi 200 anni, il nome di  Salvatore Morelli dovrebbe essere in cima all’elenco. Educatore, avvocato,  scrittore, giornalista e politico, un patriota ai più sconosciuto. Salvatore Morelli è un figlio del Risorgimento e un figlio del sud. Nacque a Carovigno il Primo maggio 1824, in terra di Puglia, allora parte del Regno Borbonico, e morì a Pozzuoli nel 1880.

8 dicembre 2011

“I MIEI PERCHÉ AMO L’ITALIA” 1861 – 2011

RICORRENZA DEL 150° ANNO DELL’UNITA’ D’ITALIA

di Renato Piccioni

Amo la mia Patria, perché questa è la terra per la quale hanno versato il loro sangue i suoi figli migliori che, con il loro martirio, poterono irrorare, benedicendole, le zolle dei nostri campi di battaglia per unificare in una terra sola, e un solo popolo, per farne una sola Patria.
Perché, in questa terra, sono sepolti i miei antenati che hanno operato, fin dal lontano passato, per migliorare la vita del popolo consegnandolo alla libertà conquistata.
Perché qui, sono nato ed ho visto la prima luce, ho succhiato il primo latte di mia madre, che mi ha regalato la vita, perché qui parliamo tutti la stessa lingua, perché qui amiamo la stessa bandiera che ci rappresenta nel mondo e nel contesto delle nazioni, perché qui ho le tracce lasciate dalla mia infanzia, dalla mia adolescenza, dalla mia gioventù.
Qui, ho appreso i rudimenti della scrittura, qui ho respirato la parola dei grandi poeti che questa terra hanno consacrato al futuro con le loro opere, qui artisti, pittori, scultori, scrittori, musicisti, hanno lasciato la traccia della loro conquistata arte e civiltà, ad insegnamento perenne per le future generazioni.
Qui, io mi sento addosso tutto l’onore di appartenere a questo infaticabile popolo che sa lottare, oggi, anche per la libertà di altri popoli, che vive la battaglia quotidiana per raggiungere una salda democrazia che renda il popolo l’unico padrone di se stesso.
Qui, sento la mia appartenenza, perché conosco le città ed i loro monumenti, che ne fanno gioiello di civiltà; conosco i campi, testimoni dell’operosità degli agricoltori che ne sanno trarre frutto copioso; qui, so di ogni albero forma e storia, di ogni strada il percorso, di ogni fiume le fresche acque, dei laghi l’atmosfera magica di favola, di ogni costa la bellezza di poter godere nella pace di un mare splendido; delle montagne, che mi parlano con il fresco vento, che dalle nevi eterne mi porta frescura e sentore, dei mille e mille fiori che per ogni dove abbelliscono e profumano l’aria; della musica sempre presente in ogni momento del giorno e della notte; del bel canto che ci aiuta ad accettare anche quei momenti di sconforto che nel corso di una vita non possono mancare, mai.
Perché è questa la terra dove riposeranno le mie ossa quando Dio mi chiamerà a se, perché vorrà che io riconsegni l’anima che mi ha donato al nascere.
Questi sono solo alcuni dei miei “perché”, ma potrei dirvene un tanto quanto una enciclopedia di molti tomi corposi, ed anche allora avrei ancora molte buone ragioni e tantissimi perché nuovi e significativi da esporre.
Ma voi, che leggete queste mie parole, con la vostra sensibilità saprete anche dare quelle risposte che non vi ho dette perché, anche voi, sapete amare la terra della vostra Patria con una passionalità che travalica ogni pensiero.
Ad ogni popolo straziato dalle ferite di una guerra, che, come ogni guerra è sempre ingiusta, auguro di trovare la vera ragione per una convivenza di pace che sarà il mezzo necessario, per uno sviluppo
di civiltà in progresso economico-sociale condiviso così come è, e deve essere nel diritto di ogni popolo pur nella diversità apparente.
Per raggiungere, questo difficile traguardo, si dovranno piegare le ragioni della politica tese per eliminare la contraddizione che nasce dall’odio sempre fomentato ad arte, e, soprattutto, di non fare mai della propria fede religiosa, di questi o di quelli, la causa delle incomprensioni, dei fondamentalismi e degli estremismi, che inducono a offendersi o, difendersi, con le armi, popoli fratelli in Abramo.
Capire che le Patrie del mondo sono solo “convenzioni”; che Dio non ha fatto “Il Creato” mettendo barriere, confini, e divisioni.

L'Italia e la rivoluzione italiana: Principessa Cristina Trivulzio-Belgioioso

La Principessa Belgioioso, donna d'ingegno e di vita singolari, sussidiò le cospirazioni di Mazzini e soccorse i profughi rivoluzionari a Parigi. Scrittrice vigorosa e ammirata, accorse a Milano nel 1848 guidando un battaglione di volontari napoletani; poi, cadute tutte le speranze per la Lombardia, la vediamo a Roma curare negli ospedali i feriti difensori della repubblica.
Originalmente scritta in francese, questa storia usciva nella Revue des
Deux Mondes del 15 settembre (L'insurrection lombarde et le gouvernement provisoire de Milan) e del 1 ottobre 1848 (La Guerre de Lombardie et la capitolation de Milan) e subito era tradotta, ed edita in lingua italiana a Lugano, dalla «Tipografa della Svizzera Italiana».

Lo scritto della Belgioioso, merita di essere rivisitato come contributo alla Storia del nostro Risorgimento.

Qui vogliamo riprendere un breve estratto del suo libro: “L'Italia e la rivoluzione italiana”, Principessa Cristina Trivulzio-Belgioioso
Questo breve estratto originale fa rivivere lo spirito unitario italiano che albergava in lei e in tanti patrioti italiani

PARTE SECONDA

La guerra in Lombardia

Assedio e capitolazione di Milano

I. Ero a Napoli, quando scoppiò la rivoluzione a Milano. Non potei resistere al prepotente desiderio di rivedere i miei compatrioti e noleggiai un bastimento a vapore, che a Genova mi traducesse.
Sparsasi appena la voce di mia partenza, ben m'accorsi quanta e quanto viva simpatia avesse destata in Napoli la causa Lombarda. Volontari d'ogni ceto vennero a supplicarmi, che meco condurre li volessi su quella terra: nelle quarantotto ore, che la mia partenza precedevano, la mia casa non fu mai vuota di supplicanti novelli: quasi dieci mila napoletani volevano partire con me: il mio battello non portava che 200 persone, acconsentìì a condurre 200 volontari; la piccola colonna fu subito completa. Non s'era mai visto una popolazione sortir d'improvviso da un lungo riposo, spinta da un solo amore: da un sol pensiero animata: guidata da un solo affetto.
Fra i volontari, che dimandavano associarsi eranvi alcuni figli delle prime famiglie di Napoli: abbandonato furtivamente il paterno tetto vollero seguirmi, non portando con sè che pochi carlini: altri impiegati a modico appannaggio lasciavano senza dispiacere l'impiego, che loro assicurava la vita, per correre al campo: degli ufficiali si esponevano al castigo del disertore per portare il moschetto contro l'austriaco: moglie e figli abbandonavano i padri di famiglia, ed un giovane, che doveva ammogliarsi all'indomani, il più sacro al più caro dei doveri preferiva, a difender la patria meco partiva.
Non dimenticherò giammai il momento di mia partenza: era sereno il cielo, brillava il sole di primavera: il tempo magnifico: alle cinque della sera dovevamo imbarcarci. Quando io arrivai al vapore, il mare era coperto da leggere barchette accorse tutte per darci l'addio. Fra i tanti bastimenti ancorati nel porto avresti distinto il nostro al luccicar delle armi disposte sul ponte. Impazienti già m'attendevano i miei volontari: là, ancora suppliche e dimande: da tutte quelle piccole barche che galleggiavan d'intorno salivano voci, che erano una sol voce; ognuno dimandava, che un nome ancora fosse segnato su quella lista: non potevamo dar altra risposta che un costante rifiuto. Come il bastimento cominciò a solcar le placide onde, allora fu un solo grido: Noi vi seguiremo e ben presto. La traversata fu rapida, era calmo il mare. Trovammo in Genova accoglimento dei più cordiali.
A Milano egual gioia ci attendeva: la popolazione volle esprimerci al vivo la sua simpatia: stimò prudenza il governo provvisorio di associarsi al popolo. Dopo l'armata piemontese i miei 200 volontari arrivarono i primi in Lombardia a prender parte a quella guerra, che santa e la crociata si chiamava. Il loro arrivo da Napoli in Lombardia pareva presagio che la guerra italiana, non lombardo-piemontese soltanto, sarebbe per divenire. Quattro altre legioni partivan ben presto da Napoli per raggiungere i loro fratelli in Lombardia: la speranza divenne allora quasi certezza. Fra i membri del governo provvisorio v'ebbe chi divider non volle con noi lo stesso sentimento. Chiamata in qualche modo a rispondere delle sorti di tutti coloro che m'avevan seguita, tentai più volte interessare a loro favore quel governo provvisorio: vi ritrovai una non simulata contrarietà. Presentando la mia piccola truppa come l'avanguardia, dei 100 mila italiani che sarieno volati all'appello, ebbi a sentirmi rispondere: «Il ciel ci scampi dal soccorso di una tanta armata». Prolungare la discussione credetti inutil cosa. Eppure volontari napoletani accorrevano a difendere Treviso e Vicenza: e Venezia fra le sue acque raccoglie ancora non pochi, che per difenderla, le belle rive di Sorrento e le selvaggie rocce della Calabria abbandonarono.
Arrivai in Milano otto giorni dopo la cacciata degli Austriaci, le barricate ingombravano ancora le vie: per la prima volta io vidi il tricolore sventolar sulle terre della capitale Lombarda. Tutto mi diceva, che l'entusiasmo v'era ancor vivissimo: ben presto mi convinsi della incapacità di coloro, che s'eran presi a governare un paese di cui non ne comprendevano la condizione.

questo testo è distribuito con la licenza
specificata al seguente indirizzo Internet:
http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze/

Le donne del Risorgimento

Katia Trinca Colonel

Hanno contribuito con coraggio e abnegazione alla causa della libertà, ma i libri di storia le hanno ignorate. Le donne, nel Risorgimento, sono state un appoggio costante e fondamentale dei compagni che davano la vita sulle barricate, eppure, salvo rare eccezioni, poche antologie ne danno testimonianza.
È interessante notare come l’emancipazione della donna, alle soglie dei moti indipendentisti, sia passata attraverso l’esperienza dell’associazionismo: trovarsi insieme, condividere idee, progetti, ideali. In questo senso il salotto diventa lo strumento di apertura per eccellenza. E chi, meglio della donna, è in grado di gestirne le dinamiche? Parliamo ovviamente di personaggi dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, il cui livello culturale consentiva di concretizzare l’impegno sociale e civile. Numerose nobildonne aprono le loro case a letterati, patrioti e artisti favorendo così la diffusione delle idee risorgimentali. Sono convinte che la guerra non basti, che sia necessario stimolare l’educazione e la formazione. Non a caso, tante di queste filantrope hanno fondato ospedali, assistito minorenni, hanno aperto asili e scuole. Eppure a entrare fuggevolmente nei libri di scuola, sono solo Anita Garibaldi o Giulia Beccaria, perché compagne di eroi. Eppure in tante si spendono in modo attivo per la causa. Nel salotto di via Bigli a Milano, per esempio, la contessa Maffei riunisce letterati e patrioti. Intorno al 1820 la pittrice Bianca Milesi (definita dal Manzoni “madre della patria”), diventa, attraverso la rivista “Il Conciliatore”, una delle voci di dissenso politico più forti e coraggiose. Allieva di Hayez è stata inoltre la ritrattista di molti dei protagonisti del Risorgimento. E come non citare la coltissima Cristina Trivulzio di Belgioioso, finanziatrice della Carboneria che, una volta raggiunta l’Unità, s’impegna nella fondazione di asili? A Napoli, nel 1857, nasce il “Comitato politico mazziniano femminile” di cui si occupa Antonietta De Pace che si impegnerà, dopo il 1860, nella formazione dei giovani e nell’istruzione delle donne.
Spesso le donne sono costrette a operare nell’ombra, sotto mentite spoglie, o assumendo un’identità maschile. Ma il loro contributo non è meno decisivo di quegli uomini che combattono in prima linea.

Le eroine del risorgimento italiano

Di Maria Chiara Forcella,
Psicologa, Psicoterapeuta e Poetessa

Come in molte altre situazioni storiche il contributo delle donne nel risorgimento è stato riscoperto da poco, infatti, quando pensiamo al risorgimento alla mente, ci vengono i nomi di Garibaldi, Cavour, Mazzini, Vittorio Emanuele II ma difficilmente immaginiamo la rete importante e sotterranea costruita dalle donne durante questo periodo.

La maggior parte delle donne che hanno partecipato attivamente al risorgimento apparteneva alla medio alta aristocrazia italiana, alcune queste, appartenenti a tutte le regioni dell’Italia del nord, del centro e del sud, erano già poetesse o scrittrici affermate; cito quelle più conosciute per la loro fede:
Erminia Fuà Fucinato, Diodata Saluzzo di Roero, Matilde Joannini, Sophia Sassernò, Adele Curti, Giulia Molino Colombini, Ottavia Mombello di Masino, Giannina Milli, Vittoria Berti Madurelli, Massimina Fantastici Rosellini, Maria Alinda Bonacci Brunamonti, Anna Miliani Vallemani, Maria Guacci, Mariannina Coffa Caruso, Giuseppina Turrisi Colonna, Cristina Archinto Trivulzio, Irene Ricciardi.
Altre donne del popolo che si vestivano da uomo per partecipare all’impresa dei Mille, scendevano in piazza durante le Cinque giornate di Milano o durante altri moti patriottici di liberazione dagli stranieri e rischiavano la vita passando il confine per portare in mezzo alle loro capigliature messaggi cifrati rimarranno per sempre sconosciute ma oggi sappiamo, grazie al lavoro degli storici, che hanno dato un grande contributo all’unità d’Italia.
L’antesignana di queste ferventi risorgimentali è stata certamente Eleonora Pimentel Fonseca, eroina della repubblica partenopea che durò solo alcuni mesi dal 29 gennaio al 13 giugno 1799. Portoghese di nobili origini, fu una poetessa di grande valore, tanto da essere ammessa all'Accademia dei Filateti, e poi a quella dell'Arcadia, ammirata dal grande poeta Metastasio. A sedici anni già conosceva il latino e il greco e componeva versi; fu anche studiosa di scienze matematiche e fisiche, di filosofia, economia e diritto pubblico, scrisse sull'abolizione del feudalesimo e dissertò sulle riforme economiche.
In adesione agli ideali provenienti dalla Francia che avevano infiammato gli animi e che erano anticipatori dell’idea di nazione unitaria e assertori dell’uguaglianza dei diritti dei cittadini e della necessità di educare e migliorare le condizioni del popolo, aderì alla repubblica napoletana. Come descrive bene il Nievo nelle “Confessioni di un Italiano”, molti patrioti italiani avevano sperato nella costruzione di uno stato italiano con l’avvento di Napoleone, ma purtroppo erano stati delusi. Durante i mesi della Repubblica Partenopea, sui giornali “Repubblica” e Il “monitore Napoletano” da lei fondati, condannò duramente il regime borbonico, sebbene essa stessa fosse stata dama di corte di Maria Carolina di Borbone moglie di Ferdinando IV, e nei primi tempi avesse sperato in una monarchia costituzionale dei Borboni.
Quegli scritti furono la sua condanna a morte: caduta la repubblica napoletana, Eleonora Fonseca fu condannata al patibolo, che affrontò con indifferenza e con il coraggio che l’aveva sempre caratterizzata. Trascorse insomma una vita esemplare e coerente ed esemplare ai suoi ideali di libertà per rendere finalmente l’Italia una nazione unita. Famosa è rimasta la frase in latino che declamò, con grande forza d’animo, prima di morire: Forsan et haec olim meminisse iuvabit ("Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo").
La Contessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso è stata un’altra importante protagonista del Risorgimento, finanziando insurrezioni e partecipando attivamente alle varie ribellioni susseguitesi nei moti pre-unitari, dalle Cinque giornate di Milano, alla Repubblica Romana. Nobildonna milanese vissuta nella prima metà dell’ottocento, quando Milano era sotto il dominio austriaco e l’Italia Unita non rappresentava che un “sogno” per molti patrioti.
E’ stata anche una riformatrice sociale, ha usato le sue ricchezze per realizzare asili e scuole per i figli dei contadini lombardi. Veniva definita una dama dal cuore d’oro e dall’indubbio coraggio. Gli austriaci, che dominavano la Lombardia dal 1815, iniziarono la loro opera di spionaggio che durò fino all’unità d’Italia. La contessa era bella, potente, e poteva dare molto fastidio. La collaborazione con i liberatori e la reazione degli austriaci la costrinsero a lasciare Milano per la Francia, dove visse in povertà per alcuni anni: arrangiandosi con pochi soldi. Preparò per la prima volta i propri pasti e si guadagnò da vivere cucendo pizzi e coccarde. Una vita un po’ diversa da quella cui era abituata a Milano. Dopo un po’ di tempo, in parte con i soldi inviati dalla madre e in parte con quelli recuperati dai suoi redditi, riuscì a cambiare casa e a organizzare uno di quei salotti d’aristocrazia, dove riuniva esiliati italiani e borghesia Europea. Cristina diventerà ben presto un punto di riferimento per gli esuli e i patrioti italiani fondando due giornali, “l’Ausonio” e “il Crociato”. Di grandissima importanza il suo contributo alle cinque giornate di Milano e soprattutto all’insurrezione della Repubblica Romana, dove organizzò e diresse gli ospedali. In un saggio da lei composto negli ultimi anni scrisse:
”La condizione delle donne non è tollerabile se non nella gioventù. Gli uomini che decidono della di lei sorte, non mirano che alla donna giovane […]. Che le donne felici e stimate del futuro rivolgano i pensieri al dolore e all’umiliazione di quelle che le hanno precedute nella vita e ricordino con un po’ di gratitudine i nomi di quante hanno aperto e preparato la strada alla loro mai gustata prima e forse sognata felicità”.
Ma non erano solo salottiere giornaliste, messaggere e consigliere, le donne del Risorgimento erano anche combattenti disposte a perdere la vita in battaglia. La padovana Tonina Masanello per esempio, condivise con il marito gli ideali liberali e patriottici finché, perseguitata con lui dagli austriaci, si travestì da uomo e partì per la spedizione dei Mille.
Combatté nelle più aspre battaglie a fianco del marito il quale fu anche ferito. Si tramanda la leggenda che solo il maggiore Bossi e il colonnello Ferracini conoscessero il suo vero sesso, ma durante una battaglia le volò via il berretto e vedendo i lunghi capelli biondi il generale Garibaldi intuì la sua vera identità. Nonostante questo, le fu assegnato il grado di caporale. Terminata la spedizione dei Mille, poverissimi, Tonina e il marito si stabilirono a Firenze con la figlia che nel frattempo era stata ospite di amici a Modena. Ammalatasi di tisi morì il 21 maggio 1862. La notizia fece eco e su lo Zenzero, giornale di Firenze, si riportava: ”Popolani miei carissimi ieri l’altro sera quella bara che portava un cadavere all’ultima dimora dissero era di un garibaldino, anzi dissero una Garibaldina. Né vivandiera né infermiera ma una combattente, anche un quotidiano di New Orleans scrisse della morte dell’«eroina italiana». Lo scrittore Francesco Ongaro le dedicò una poesia: «Era bionda, era bella, era piccina ma avea cuor di leone. E se non fosse che era nata donna, poserebbe sul funereo letto colla medaglia del valor sul petto. Ma che fa la medaglia e tutto il resto, pugnò col Garibaldi e basti questo”: La suffragetta Ada Corbellini chiese di riposare accanto a lei. Tonina fu sepolta al cimitero monumentale delle Porte Sante, sulla sua tomba una grande lapide riportava il cognome del marito e i versi dell’ode dell’Ongaro. Dal 1958 quella lapide è al cimitero di Trespiano, sotto il pennone del tricolore issato tra le sessanta tombe dei garibaldini. A Cervarese Santa Croce, suo paese natale, la storia di Tonina la Garibaldina si raccontava nei filò, che significa “veglia” in veneto, nelle stalle e sembrava una leggenda tramandata. Invece grazie al lavoro svolto dallo storico e ricercatore Alberto Espen sui giornali e sui documenti originali, risulta che fu veramente una donna eccezionale.
Le donne citate hanno apportato alla storia d’Italia un patrimonio di valori morali e civili di cui si è nutrito tutto il faticoso percorso d’unità. Molte donne durante il Risorgimento sono state ferite, torturate, offese, uccise. Ma proprio con la loro sofferenza hanno trasmesso dei valori etici e morali fondamentali ai loro figli, con i loro esempi, sostenendo congiunti imprigionati torturati che si battevano e sognavano un’Italia unita e pacificata.
Mi sento sempre particolarmente colpita e legata dalle vicende risorgimentali poiché tra i miei antenati, che risiedevano nel Paese di Pontevico in provincia di Brescia, ne risultano due, Forcella Giovanni e Forcella Pietro, segnalati dalla Polizia austriaca, nel 1824, per “brindisi sediziosi”. E nella storia di Brescia è citato il mio bisnonno Sante Forcella, Tenente Generale di Cavalleria, che partecipò alle tre guerre d’indipendenza d’Italia e dopo l’unità fece donazione al comune del suo Palazzo, ancora oggi Palazzo Forcella è la sede del comune di Pontevico.

Donne del Risorgimento

La voce di Jessie White Mario

«La democrazia conta un solo scrittore
sociale: ed è un inglese, ed è
una donna; la signora Jessy Mario,
che non manca mai dove ci sia da patire o
da osare per una nobile causa».
Così scrisse, nel 1879, Giosuè Carducci
criticando l’incapacità della classe politica
italiana di venire in soccorso delle fasce
più deboli della popolazione.
La donna ammirata dal poeta, Jane
Meriton White (meglio nota come Jessie
White Mario o Jessie Mario dal cognome
del marito italiano), è stata una delle protagoniste
del Risorgimento italiano. E se
da principio sposò soprattutto le lotte per
la conquista dell’Indipendenza (divenne
amica di Giuseppe Garibaldi e lo seguì
come infermiera sul campo di battaglia),
nella seconda fase della sua vita dedicò la
sua opera di scrittrice e giornalista a
documentare la miseria e l’ignoranza che
caratterizzava il Sud Italia del dopo
Unità. Una donna d’azione, insomma,
ma anche una “voce di pace” che cavalcava
il sogno di liberare, per mezzo dell’informazione
e dell’educazione, l’uomo e la
donna dai gioghi più pesanti: l’ignoranza
e l’emarginazione.
“La Giovanna d’Arco della causa italiana”
- così venne soprannominata da Giuseppe
Mazzini – nasce il 9 maggio 1832 a
Gosport, un piccolo centro nei pressi di
Portsmouth, in una ricca famiglia di
armatori di stampo liberale. Dopo aver
completato gli studi classici a
Birmingham, Jessie White Mario asseconda
il suo amore per la filosofia specializzandosi
alla Sorbona di Parigi.
Comincia poi, per lei, un lungo periodo
di viaggi in Europa che la porteranno a
conoscere i protagonisti delle lotte per
l’Indipendenza. Ed è all’Italia, in particolare,
che guarda la White Mario, colpita
dall’incontro, nell’autunno del 1854 a
Nizza, con Garibaldi e due anni dopo, a
Londra, con Mazzini. Giunge in Italia
come inviata del Daily News, giornale
per cui documenta la situazione politica;
il suo primo articolo, “Italy for italians”,
esce nel 1856. Da quel momento, il suo
impegno intellettuale, e non solo, per la
causa dell’Unificazione non verrà mai
meno. Il sodalizio con Mazzini sarà forte
e inossidabile e la Jessie White Mario
nutrirà sempre nei confronti dello statista
italiano una grande ammirazione. Scriverà
numerosi articoli per testimoniare la validità
del suo messaggio e per evidenziare
le nuove problematiche che interessavano
la neonata società italiana.
La White Mario è coraggiosa e decisa, ed il
suo impegno costante metterà in pericolo
persino la sua vita. Viene infatti arrestata
a Genova, nel 1857, e finisce in prigione
dove conosce il giovane patriota Alberto
Mario che sposerà nel dicembre del 1857
e con cui dividerà, tra alti e bassi, la vita
e la causa indipendentista. Di lei Mario
scriverà: «Jessie White ha profondamente
modificato la mia educazione politica e letteraria,
sfrondandola, per quanto le riuscì, del
rigoglio retorico, richiamandomi all’osservanza
del reale e iniziandomi nei segreti del pensiero
inglese, mondo nuovo per me che veleggiavo
placidamente sul lago dell’idealismo hegeliano
».
Durante il Risorgimento il giornalismo
vive una stagione nuova e rivoluzionaria
sia nella divulgazione degli ideali mazziniani
che nella denuncia delle condizioni
delle fasce sociali più deboli. La stampa,
inoltre, ha un alto valore di educazione e
aggregazione: la diffusione su vasta scala
di giornali e riviste ha conseguenze
distruttive per le monarchie europee.
Anche in Italia, seppure con enormi difficoltà
dovute alla severa censura austriaca,
gli ideali risorgimentali filtrano attraverso
pubblicazioni clandestine.
L’importanza che svolge la stampa
nell’ambito della rivoluzione italiana ha
messo poi in luce il ruolo del giornalista- scrittore
ed è proprio in questa nuova
categoria di scrittore-intellettuale che si
può inquadrare l’opera di Jessie White
Mario, il cui metodo critico e schietto
nell’affrontare le questioni è un benefico
schiaffo nei confronti della pomposa
retorica dell’intellighenzia italiana.
In questo ruolo, a partire dal 1870, Jessie
White Mario si occupò di progetti di
ricerca riguardanti il problema della pellagra
nelle campagne, dovuta alla cattiva
alimentazione dei braccianti, e di una
ricerca sulle condizioni dei poveri dei
sobborghi di Napoli vista erroneamente
dal governo come una città molto prosperosa.
Jessie si trovò di fronte a situazioni
disperate: larga parte della popolazione
viveva in grotte, sotto le strade in
condizioni sanitarie pietose. Da questa
sua ricerca fu pubblicato il libro “La
miseria di Napoli” nel 1877. Si occupò
anche delle solfatare siciliane e denunciò
gli abusi del lavoro minorile e le cattive
condizioni di salute dei minatori.
Meno documentata, ma altrettanto decisiva,
fu la sensibilità della White Mario
per la causa delle donne. Colpiscono per
la sinistra aura profetica le sue parole: «Il
lungo viaggio verso la parità e il rispetto
per le donne, in Italia sarà doppiamente
faticoso e irto di difficoltà rispetto al
resto dell’Europa». Nessuno, a parte rare
eccezioni, durante il Regno d’Italia, si era
mai occupato di difendere il sesso femminile
nonostante durante il
Risorgimento l’emancipazione delle
donne operasse molto attivamente con
convegni, conferenze e dibattiti. Il merito
e l’originalità di Jessie White Mario
consistono nel non aver trattato questa
problematica separatamente dalle altre: era
infatti convinta che la parità tra i due
sessi potesse essere raggiunta con la compartecipazione
dei ruoli e non discutendone
come un “caso a parte”.
Infine, importante fu la sua attività di
biografa. Le sue biografie di Garibaldi, Mazzini,
Bertani, Cattaneo e Nicotera gettano una
luce inedita e particolareggiata sulle attività
e la vita dei protagonisti del
Risorgimento: un tesoro fondamentale
per gli storici a venire.
Jessie White Mario morì il 5 marzo 1906
a Firenze. Le sue ceneri riposano nel
cimitero di Lendinara accanto a quelle
del marito.

* Katia Trinca Colonel è giornalista presso il
“Corriere di Como” e co-direttore della rivista
“Genio Donna”, una pubblicazione finanziata
dalla Comunità Europea che si occupa
di pari opportunità e divulgazione dei problemi
delle donne. Laureata in filosofia all’Università
Statale di Milano, svolge attività
di divulgazione culturale per l’emittente
comasca “Espansione Tv” e ha fondato a
Como, insieme a tre amiche, l’associazione
no profit “Donne per le donne”. E’ sposata
con Carlo e ha una figlia, Denise.

L’UNIFICAZIONE ITALIANA E IL RUOLO DELLE DONNE

Giorgio Gasperoni

Anche “Voci di Pace” vuole
offrire una propria riflessione
sul tema del centocinquantesimo
anniversario dell’Unità d’Italia.
Nonostante le molte luci e ombre nel
processo dell’unificazione dell’Italia, ci
troviamo d’accordo con lo storico
Roberto Vivarelli quando afferma: “Il
1861 corrisponde alla fondazione di uno
stato, il Regno d’Italia, uno stato che per la
prima volta nella storia raccoglieva in
unità politica la più parte di quei territori
che chiamiamo Italia. A sua volta, quest’unità
politica consentiva che gli italiani nel
loro insieme si ricongiungessero alla storia
della moderna Europa. Da quel processo
eravamo rimasti emarginati per circa tre
secoli, durante i quali profonde trasformazioni
avevano aperto la strada a un impetuoso
sviluppo non solo economico ma civile”.
I grandi padri della Patria come
Mazzini, Cavour e Garibaldi avevano
posizioni alquanto diverse: La concezione
mazziniana della patria, la visione
del Cavour della nazione, il ruolo
di Garibaldi. Inoltre, è importante
rilevare l'apporto che i liberali e i
laici hanno dato a sostegno dello spirito
del Risorgimento, come del resto il contributo
che figure cattoliche
importanti hanno dato alla costruzione
di una comunità nazionale che,
pur nelle sue grandi diversità, ha
immesso un senso di appartenenza ad un
unico popolo.
Ha ragione M. Veneziani, a nostro avviso,
quando afferma "Chi si sente davvero
italiano abbraccia la sua storia, si riconosce
nel suo carattere, ama la sua civiltà e rispetta
le sue tradizioni. Non sono le leggi a fare
l’Italia e gli italiani, ma è la vita, la cultura,
la lingua e la storia di un popolo e la
percezione di sentirsi, pur nella diversità, un
popolo".
La nostra riflessione, su questo numero
di “Voci di Pace, si vuole soffermare su
un aspetto alquanto trascurato: Quale
ruolo ebbero le donne nell'Unità d'Italia?
Quale fu il loro contributo?
La Psicologa Maria Chiara Forcella, nel
suo contributo in questa sessione, ci
ricorda come in molte altre situazioni
storiche il contributo delle donne nel
risorgimento sia stato riscoperto da poco;
infatti, quando pensiamo al risorgimento,
alla mente ci vengono i nomi di
Garibaldi, Cavour, Mazzini, Vittorio
Emanuele II, ma difficilmente immaginiamo
la rete importante e sotterranea
costruita dalle donne durante questo
periodo. Appartenevano alla medio-alta
aristocrazia italiana, alcune di queste
erano già poetesse o scrittrici affermate,
appartenenti a tutte le regioni dell’Italia
del nord, del centro e del sud.
La giornalista Katia Trinca Colonel ci
parla del ruolo di donne importanti nel
periodo risorgimentale, in particolar
modo di Jessie White Mario, una donna
inglese naturalizzata italiana che fa pronunciare
a Giosuè Carducci nel 1879
«La democrazia conta un solo scrittore
sociale: ed è un inglese, ed è una donna;
la signora Jessie Mario, che non manca
mai dove si debba patire o da osare per
una nobile causa».
Infine, vogliamo ricordare un’altra illustre
figlia di questa Patria, nata all’inizio
del Regno d’Italia: Maria Montessori,
che contribuì notevolmente allo sviluppo
culturale della nazione.