di Giorgio Gasperoni
Viviamo in un tempo in cui la comunicazione non accompagna semplicemente gli eventi: spesso li precede, li orienta, li ingigantisce, talvolta li deforma. Le parole non arrivano mai neutre. Possono curare o ferire, chiarire o confondere, riconciliare o dividere. Le parole possono riportare alla luce dolori rimossi, storie lasciate ai margini, responsabilità che qualcuno preferirebbe non vedere. Ma possono anche fare l’opposto: semplificare, etichettare, indicare un nemico. È una delle questioni più serie del nostro tempo. Oggi la comunicazione non passa soltanto dai giornali o dalla televisione: attraversa i social, gli algoritmi, le strategie politiche, la diplomazia pubblica, i conflitti culturali e persino il modo in cui le comunità religiose parlano di sé e degli altri.







