24 gennaio 2026

Dalla dignità alla prassi – una serie in 3 tappe

Parte 2 - Negli ultimi mesi, seguendo i materiali dei “secondi 100 giorni” legati alle Nazioni Unite, abbiamo raccolto una convinzione semplice: la pace è fatta di pratiche verificabili. Questa serie propone tre prospettive complementari: proteggere i civili (R2P)rafforzare la resilienza dei territori (Mare & Foresta)raccontare le crisi senza ferire (IMAP).

Leggi anche: [Parte 1 – Proteggere i civili] · [Parte 3 – Media per la pace]


Mare & Foresta

Adattamento, allerta precoce e comunità resilienti


La sicurezza di una comunità non nasce solo da eserciti e confini: nasce anche da foreste e mare. Oceani e boschi regolano clima e acqua, sostengono cibo e lavoro, riducono rischi sanitari e sociali. COP30 e Decennio ONU delle Scienze del Mare offrono un’agenda concreta: adattamento, early warning, finanza e trasparenza delle filiere. Tradotta bene, diventa politica pubblica praticabile—anche in 90 giorni.  


di Giorgio Gasperoni


Perché “Mare & Foresta” insieme

Il binomio funziona perché tiene insieme tre piani che spesso trattiamo separati. Il primo è il clima: l’oceano assorbe calore e influenza correnti e precipitazioni; le foreste trattengono acqua e carbonio, stabilizzano i versanti, riducono l’erosione. Il secondo è l’economia reale: pesca, turismo, filiere del legno e dell’agroalimentare, servizi ecosistemici che – quando saltano – diventano costi pubblici. Il terzo è la pace positiva: meno shock climatici vuol dire meno conflitti locali per risorse, meno migrazioni forzate, più coesione sociale. In pratica: meno emergenze e più futuro.


COP30: sei cantieri operativi che restano sul tavolo

Per non perdere Belém dentro una nuvola di acronimi, vale la pena tradurre l’agenda COP30 in “cantieri” leggibili, cioè in scelte che amministrazioni, scuole, comunità civiche e reti religiose possono riconoscere e sostenere.


Il primo cantiere è la finanza per l’adattamento, perché senza risorse l’adattamento diventa un privilegio. A COP30 è stato approvato un pacchetto di decisioni (“Belém Package”) che include un impegno a triplicare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2035, con un percorso di lavoro collegato alla road map sull’adattamento. È un orizzonte non immediato, ma è un segnale: l’adattamento non è più la “cenerentola” della diplomazia climatica.  


Il secondo cantiere riguarda la gestione integrata dei rischi, a partire da incendi, ondate di calore, alluvioni e crisi idriche. Qui la parola-chiave è multi-rischio: non affrontare ogni emergenza come fosse isolata, ma costruire sistemi che reggano l’urto di eventi concatenati (caldo + siccità + incendio; pioggia estrema + frane; mareggiate + erosione).


Il terzo cantiere è l’allerta precoce e la condivisione dei dati. L’early warning non è un’app sul telefono: è una catena che va dall’osservazione alla risposta. E oggi ha senso solo se è “end-to-end”, cioè se collega scienza, comunicazione e capacità operative sul territorio. Su questo, l’iniziativa Early Warnings for All (promossa in ambito ONU) offre un modello chiaro in quattro pilastri: conoscenza del rischio, monitoraggio e previsione, comunicazione dell’allerta, preparazione e risposta.  


Il quarto cantiere è il ripristino ecologico: non solo “piantare alberi”, ma rigenerare paesaggi, corridoi ecologici, suoli e bacini idrici. Qui il punto è semplice: la natura non è arredamento, è protezione civile.


Il quinto cantiere è la trasparenza delle filiere (soprattutto dove deforestazione e degrado ambientale si agganciano a profitti rapidi). La direzione di marcia, a Belém, è stata ribadita: senza tracciabilità e regole credibili, la “custodia del creato” resta un poster motivazionale.  


Il sesto cantiere è la pianificazione integrata acqua–cibo–ecosistemi: perché l’acqua non è solo un “tema ambientale”, è la spina dorsale di salute pubblica, agricoltura, energia, e quindi stabilità sociale.


Ocean Decade: tre priorità che si possono raccontare bene (e fare davvero)


Il Decennio ONU delle Scienze del Mare (guidato da UNESCO-IOC) non è un convegno lungo dieci anni: è un programma per produrre conoscenza utile e trasformarla in scelte. La cornice “la scienza di cui abbiamo bisogno per l’oceano che vogliamo” è chiara e, se la traduciamo per territori e scuole, diventa sorprendentemente pratica.  


La prima priorità è l’ocean literacy: alfabetizzazione marina. Sapere come funzionano correnti, biodiversità, rischi costieri, microplastiche, significa formare cittadini che capiscono le notizie e non cadono nel fatalismo (“tanto non cambia nulla”). La seconda è il blue food: cibo dal mare e da acque interne, con pesca sostenibile, qualità nutrizionale, filiere corte e verificabili. La terza è la resilienza costiera: erosione, mareggiate, innalzamento del livello del mare, con soluzioni nature-based e piani di evacuazione che non siano carta morta.


Early warning: la catena che salva vite (se non si spezza)


L’allerta precoce funziona quando è un processo ripetibile e migliorabile: osservare, prevedere, allertare, rispondere, valutare. Il dettaglio che spesso manca è l’ultimo passaggio: valutare e correggere. Senza feedback, ogni emergenza ricomincia da zero. Le buone pratiche internazionali insistono proprio su questo: dati affidabili, scambio dati, comunicazione che raggiunga davvero tutti, e preparazione concreta (non solo comunicati).  


Una check-list in 90 giorni per comuni, scuole e comunità


Se l’obiettivo è “fare”, in tre mesi si può già impostare una piccola rivoluzione sobria. Un comune può aggiornare un piano incendi e una mappa delle aree sensibili; una scuola può avviare micro-boschi didattici e moduli di ocean literacy; biblioteche e musei possono ospitare laboratori; i ragazzi possono fare citizen science su spiagge e fiumi; gli appalti pubblici possono introdurre criteri minimi di acquisto “deforestation-free” per carta, legno e alcune filiere alimentari; si possono organizzare esercitazioni di allerta su meteo estremo, caldo e incendi; e un “manuale comunale per il caldo estremo” può salvare la fascia più fragile (anziani, bambini, persone sole) prima che il pronto soccorso si intasi. Infine, gemellaggi tra comunità costiere e comunità dell’entroterra (scuola-scuola, comune-comune) e una settimana annuale di “Custodia del Creato” possono dare continuità sociale, non solo tecnica.

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