11 marzo 2026

La nuova architettura della sicurezza globale

Dalla deterrenza alle coalizioni: la nuova linea strategica degli Stati Uniti

La strategia di sicurezza americana del 2025 segna un cambio di tono e di metodo: meno fiducia nei meccanismi multilaterali deboli, più enfasi su sovranità, forza credibile e responsabilità degli alleati. Una svolta che merita attenzione anche da parte di chi lavora per la pace.  

di Giorgio Gasperoni

Il 2026 si apre in un contesto internazionale segnato da conflitti persistenti e nuove tensioni strategiche. Alla guerra in Ucraina, ormai entrata nel suo quinto anno, si affiancano le crisi in Sudan, Nigeria e Gaza, mentre nell’Indo-Pacifico continuano le pressioni cinesi su Taiwan e in Medio Oriente restano aperti dossier ad alta instabilità, a partire dall’Iran. In questo quadro, la National Security Strategy 2025 degli Stati Uniti non appare come un semplice documento politico, ma come il tentativo di ridefinire l’ordine internazionale a partire da una lettura più dura e competitiva della realtà globale.  

Per chi osserva questi sviluppi dalla prospettiva della pace, il punto è rilevante. La strategia americana non si limita infatti a fissare priorità di sicurezza nazionale, ma delinea una vera visione del mondo: una visione nella quale la stabilità non nasce anzitutto dal consenso multilaterale, bensì dalla credibilità della deterrenza, dalla centralità dello Stato e dalla capacità di costruire equilibri regionali solidi.  

Queste riflessioni prendono spunto dal webinar del Washington Brief, episodio 57, intitolato What the 2025 Trump National Security Doctrine Means for the United States and the World, trasmesso il 6 gennaio 2025. Nel confronto sono intervenuti l’Amb. Joseph DeTrani, già inviato statunitense ai Six-Party Talks, il prof. Alexandre Mansourov della Georgetown University e la Dr.ssa Nadia Schadlow, già vice consigliere per la sicurezza nazionale per la strategia e figura chiave nella redazione della National Security Strategy del 2017. L’analisi che segue non intende riprodurre in forma notarile il dibattito, ma rielaborarne i nuclei principali in una prospettiva più ampia, attenta sia agli equilibri geopolitici sia alle implicazioni per chi guarda ai temi della pace e della responsabilità internazionale.  

Una continuità rafforzata

Secondo questa impostazione, la strategia del 2025 si colloca in continuità con quella del 2017, ma con un impianto più strutturato. Rimane il principio della “pace attraverso la forza”, ma esso viene articolato in modo più ampio: la competizione tra grandi potenze non è più l’unica lente interpretativa, perché entrano in primo piano il primato dello Stato-nazione, la ridefinizione delle alleanze e il valore strategico della superiorità tecnologica. Questa lettura riprende anche la formula di “continuità potenziata” attribuita a Nadia Schadlow nel materiale di partenza.

In altre parole, non basta più difendersi. Occorre presidiare le filiere decisive, mantenere un vantaggio nei settori più avanzati e rafforzare la capacità di risposta in un sistema internazionale percepito come meno regolato e più conflittuale. In questo schema, la sovranità non è presentata come chiusura, ma come prerequisito di una cooperazione credibile.

Il ritorno dell’emisfero occidentale

Uno dei passaggi più significativi della nuova strategia è la rinnovata attenzione all’emisfero occidentale. Le Americhe tornano a essere considerate uno spazio strategico prioritario per la sicurezza degli Stati Uniti. Non si tratta soltanto di controllo dei confini o di gestione dei flussi migratori, ma di una più ampia volontà di impedire che attori esterni, come Cina, Russia e Iran, consolidino la propria influenza nel vicinato americano.  

Questa impostazione richiama, in forma aggiornata, la vecchia logica della Dottrina Monroe: la stabilità regionale viene considerata un interesse vitale, e la presenza di regimi corrotti, narco-strutture o governi ostili è vista come un rischio diretto per la sicurezza continentale. Il messaggio è chiaro: prima di proiettare ordine altrove, Washington intende rafforzarlo nel proprio spazio strategico immediato.

Nel documento originario emergeva anche il riferimento all’episodio venezuelano del 3-4 gennaio 2026 come possibile segnale di una nuova assertività strategica americana nell’area. Poiché questa parte nasce dal commento sviluppato nel webinar e nel materiale di lavoro, conviene mantenerla come chiave interpretativa, non come dato autonomamente verificato.

Taiwan e l’Indo-Pacifico

Nel teatro indo-pacifico, Taiwan resta un punto centrale. Il suo valore non è soltanto simbolico o politico, ma anche economico e geostrategico, per via del ruolo cruciale nella produzione dei semiconduttori e del controllo delle rotte marittime.

La NSS 2025 conferma formalmente l’obiettivo di mantenere lo status quo e di scoraggiare cambiamenti unilaterali, ma lo fa con un linguaggio più orientato alla deterrenza. La logica è quella della concentrazione selettiva: non presidiare ogni crisi, ma investire risorse dove si giocano equilibri decisivi. In questo senso, il rafforzamento dei rapporti con partner come Giappone e Corea del Sud diventa parte di un disegno più ampio di contenimento strategico.

La stabilità, in questa prospettiva, non deriva da concessioni, ma da un equilibrio di potere abbastanza robusto da rendere troppo costosa ogni eventuale coercizione cinese. È una visione rigorosamente realista, che privilegia la prevenzione della crisi attraverso la credibilità della forza.  

L’Europa chiamata a fare di più

Il rapporto con l’Europa resta fondamentale, ma viene ridefinito in termini più esigenti. La nuova strategia americana esprime una valutazione critica nei confronti della fragilità economica e militare di diversi partner europei. L’alleanza transatlantica non viene messa in discussione, ma gli Stati Uniti chiedono con maggiore forza una condivisione più concreta degli oneri.

In questo quadro, la richiesta di aumentare sensibilmente la spesa per la difesa assume un significato politico oltre che tecnico. Nel materiale di partenza, l’obiettivo del 5% del PIL veniva presentato come il nuovo parametro verso cui Washington spingerebbe i partner europei, superando la soglia del 2% giudicata ormai insufficiente. Anche qui è opportuno leggere il dato come parte dell’argomentazione emersa nel webinar e nel resoconto, più che come formula già universalmente acquisita.

Il punto, in ogni caso, è chiaro: non si tratta solo di spendere di più, ma di diventare alleati più capaci, meno dipendenti e più pronti a sostenere stabilità e deterrenza nel proprio continente. La sicurezza europea, dunque, non può più poggiare soltanto sulla garanzia americana; richiede una più forte assunzione di responsabilità politica, economica e militare.

Il caso della Corea del Nord

Un elemento sorprendente della strategia del 2025 è il limitato spazio riservato alla Corea del Nord. Nel testo di lavoro questa quasi-assenza veniva letta come significativa, soprattutto alla luce dei rapporti sempre più stretti tra Pyongyang e Mosca e del perdurare delle attività missilistiche nordcoreane.

Una possibile interpretazione, attribuita nel webinar ad Alexandre Mansourov, è che si tratti di una scelta tattica. Evitare una formulazione troppo rigida potrebbe lasciare aperti margini per iniziative diplomatiche future, senza cristallizzare in anticipo la postura americana. In questo senso, il silenzio non indicherebbe necessariamente sottovalutazione, ma una volontà di mantenere flessibilità su un dossier estremamente delicato.

Da una prospettiva interessata alla pace, questo passaggio merita attenzione. Anche una strategia fortemente centrata sulla deterrenza può infatti conservare, in alcuni punti, uno spazio per il negoziato. E non è poco: nella grammatica dura della sicurezza, anche una porta lasciata socchiusa conta.  

Pace e realismo

Nel suo insieme, quella che giornalisticamente possiamo chiamare “Dottrina Trump 2025” indica un passaggio netto: da un ordine pensato soprattutto in termini multilaterali a un ordine fondato su sovranità, coalizioni di volenterosi e bilanciamenti regionali di potere. È una visione che può suscitare critiche, soprattutto in ambienti più legati a un ideale cooperativo e istituzionale delle relazioni internazionali. Tuttavia, il suo punto di forza sta nella chiarezza: essa parte dall’assunto che la pace non si difende da sola.  

Per chi opera nel campo della pace, della diplomazia culturale e del dialogo internazionale, questa strategia pone una domanda seria. È possibile costruire un ordine più stabile senza rinunciare ai principi, ma senza neppure ignorare il peso della forza, della credibilità e della responsabilità politica? La vera sfida, probabilmente, sta qui: tenere insieme realismo e visione morale, sicurezza e pace, deterrenza e dialogo.

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