15 marzo 2026

Proteggere i civili e riaprire il dialogo in Medio Oriente

Di fronte alla nuova escalation di violenza in Medio Oriente, la Universal Peace Federation esprime 
profonda preoccupazione per una crisi che, ancora una volta, colpisce anzitutto i civili. Ogni aggravarsi del conflitto porta con sé vittime, sfollamenti, paura diffusa e una pesante interruzione della vita quotidiana e dei servizi essenziali. A pagare il prezzo più alto sono soprattutto le persone comuni: famiglie, bambini, anziani, comunità già provate da anni di instabilità.  

La UPF esprime la propria solidarietà a tutte le popolazioni civili della regione, che stanno sopportando il costo umano di questa nuova fase del conflitto. Per questo rivolge un appello a tutte le parti coinvolte affinché esercitino moderazione, mettano al primo posto la protezione delle popolazioni civili e garantiscano un accesso umanitario sicuro, continuo e senza ostacoli.  

Insieme a leader religiosi e credenti di molte tradizioni, la Universal Peace Federation ribadisce un principio essenziale: ogni vita umana possiede una dignità intrinseca e un valore sacro. In molte culture e religioni, questa convinzione si esprime nell’idea che ogni persona sia creata a immagine di Dio. È una visione che sostiene i diritti umani universali e il diritto internazionale umanitario, offrendo anche una base morale per proteggere i civili e cercare una soluzione pacifica dei conflitti.  

Questo messaggio si inserisce nel quadro della campagna UPF 100 Days of Serving Community, che promuove la collaborazione tra società civile, comunità di fede e istituzioni per rafforzare il servizio, il dialogo e la cooperazione di fronte alle grandi sfide globali. Anche in tempi oscuri, resta infatti necessario custodire uno spazio per la responsabilità morale e per il riconoscimento dell’altro.  

Proprio nei momenti più difficili, compassione, misura e senso di responsabilità non dovrebbero venir meno. Se l’umanità è davvero una famiglia con Dio, nessuna guerra può cancellare la dignità della persona umana. Ogni conflitto, in fondo, mette alla prova la coscienza collettiva: ci chiede se siamo disposti a lasciare che la sofferenza diventi normale, invisibile o persino accettabile. Ed è qui che si misura la qualità morale della politica, della diplomazia e delle nostre stesse società.  

La preoccupazione espressa dalla UPF si colloca in sintonia con l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, in particolare con l’Obiettivo 17, che richiama il valore dei partenariati per affrontare le sfide globali, comprese la prevenzione dei conflitti e la costruzione della pace. Essa richiama inoltre il lungo impegno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul tema della protezione dei civili nei conflitti armati.  

Per ridurre la sofferenza umana e prevenire un ulteriore aggravamento della crisi, la Universal Peace Federation incoraggia tutte le parti a perseguire una diplomazia perseverante, attraverso canali mediati dalle Nazioni Unite, in coerenza con la Carta delle Nazioni Unite e con il diritto internazionale umanitario. Non esistono scorciatoie credibili: quando il linguaggio delle armi prende il sopravvento, la prima urgenza è riaprire quello del diritto, della mediazione e della responsabilità politica.  

La UPF ricorda anche il proprio impegno concreto nel sostenere questi sforzi attraverso iniziative interreligiose e percorsi di Track II diplomacy nella regione. Mediante la Interreligious Association for Peace and Development (IAPD), promuove l’incontro tra leader religiosi per affrontare le dimensioni etiche e spirituali della costruzione della pace. Attraverso la Middle East Peace Initiative (MEPI), favorisce invece dialogo e fiducia tra comunità in Israele, nei Territori palestinesi e in Giordania. Si tratta di un lavoro spesso silenzioso, ma prezioso: creare spazi di ascolto, tessere relazioni, impedire che la sfiducia diventi destino.  

In qualità di organizzazione non governativa con status consultivo generale presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, la UPF intende affiancare la diplomazia ufficiale favorendo il dialogo oltre le divisioni religiose, culturali e politiche. È un approccio che non sostituisce i negoziati istituzionali, ma può contribuire a renderli più umani, più credibili e più radicati nella vita reale delle comunità.  

I fondatori della Universal Peace Federation, la Dr.ssa Hak Ja Han e il compianto Dr. Sun Myung Moon, hanno più volte sottolineato che la pace comincia nella famiglia e si estende verso l’esterno attraverso una vita vissuta per il bene degli altri. In questa prospettiva, responsabilità personale e guarigione delle comunità non sono temi separati: si appartengono reciprocamente. E da questa visione nasce anche il riconoscimento del valore unico e inviolabile di ogni essere umano.  

La pace potrà durare solo quando famiglie, comunità e nazioni sceglieranno di sentirsi responsabili gli uni degli altri, di servire il prossimo e di mantenere aperto il dialogo invece di cedere alla disumanizzazione. Guidata dalla visione di One Family under God, la UPF rinnova così il proprio impegno alla cooperazione tra religioni, nazioni e culture.  

In questo momento così grave, la Universal Peace Federation invita i leader religiosi, le organizzazioni della società civile e i partner multilaterali a collaborare in iniziative capaci di promuovere riconciliazione, cooperazione umanitaria e dialogo duraturo. Perché quando il conflitto si intensifica, non basta chiedere che la violenza si fermi: occorre anche ricostruire le condizioni morali e relazionali che rendono possibile la pace.  

Dr. Tageldin Hamad, Presidente Universal Peace Federation International

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