22 marzo 2026

Contro il razzismo non bastano le parole: serve una cultura della dignità

Dal 21 al 27 marzo le Nazioni Unite promuovono la Settimana di solidarietà con i popoli che lottano contro il razzismo e la discriminazione razziale. Nel suo messaggio, la Universal Peace Federation richiama il valore della memoria, della giustizia e della riconciliazione come basi concrete di una pace vera.  

Dal ricordo di Sharpeville alle iniziative educative in Bolivia, Georgia e Senegal, la dichiarazione della UPF invita istituzioni, società civile e comunità religiose a contrastare il razzismo non solo sul piano delle idee, ma anche in quello delle relazioni, delle strutture e della coscienza pubblica.  

Ogni anno, tra il 21 e il 27 marzo, la comunità internazionale è chiamata a fermarsi per riflettere su una delle ferite più persistenti della storia moderna: il razzismo. La Settimana di solidarietà con i popoli che lottano contro il razzismo e la discriminazione razziale, promossa dalle Nazioni Unite, si apre con la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, legata alla memoria del massacro di Sharpeville del 1960, quando 69 manifestanti pacifici furono uccisi in Sudafrica sotto il regime dell’apartheid. È una memoria che non appartiene solo al passato: continua a interrogare il presente.  

Nel messaggio diffuso per questa ricorrenza, la Universal Peace Federation ricorda che il razzismo non è soltanto una questione di atteggiamenti personali o di linguaggi offensivi. Quando si radica nella cultura, nella politica o nelle istituzioni, esso diventa esclusione, umiliazione, disuguaglianza trasmessa nel tempo e, in alcuni casi, persino violenza normalizzata. Per questo la UPF insiste sul fatto che la lotta contro la discriminazione razziale non può essere affidata a slogan periodici, ma deve tradursi in una responsabilità pubblica stabile.  

La dichiarazione collega questa urgenza al quadro internazionale dei diritti umani, richiamando la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, la Dichiarazione universale dei diritti umani e la Dichiarazione e Programma d’Azione di Durban. Ma il testo va oltre il linguaggio giuridico e pone una domanda più profonda: che tipo di società vogliamo costruire, se continuiamo a tollerare forme vecchie e nuove di disprezzo razziale?  

Per la UPF, la risposta passa attraverso una visione chiara della dignità umana. Ispirandosi all’insegnamento della Dr.ssa Hak Ja Han e del compianto Dr. Sun Myung Moon, la federazione richiama l’idea dell’umanità come una famiglia sotto Dio, nella quale ogni persona è degna di uguale rispetto, indipendentemente dalla razza o dall’origine. In questa prospettiva, la pace non coincide semplicemente con l’assenza di conflitto, ma con il superamento del disprezzo ereditato e con la ricostruzione di relazioni giuste.  

Il testo sottolinea anche un punto interessante e non secondario: la famiglia, in questa visione, rappresenta uno dei primi luoghi nei quali il razzismo può essere disinnescato. I fondatori della UPF incoraggiarono anche matrimoni tra persone di razze e nazionalità diverse, nella convinzione che famiglie costruite oltre confini storici e culturali potessero diventare segni concreti di riconciliazione e di dignità condivisa. È un approccio che sposta la questione dall’astratto al vissuto quotidiano.  

La dichiarazione richiama poi alcune esperienze promosse dalla stessa UPF. In Bolivia, un dialogo pubblico sul tema “Mettiamo fine al razzismo. Costruiamo la pace” ha coinvolto esponenti religiosi, giornalisti, educatori e rappresentanti della società civile. In Georgia, iniziative rivolte agli studenti hanno rilanciato il messaggio “Stop al razzismo, agiamo”, con l’obiettivo di trasformare l’educazione in una palestra di incontro e rispetto reciproco.  

Un rilievo particolare viene dato anche al rapporto tra antirazzismo e memoria storica. In Senegal, l’attenzione all’isola di Gorée e alla Casa degli Schiavi è stata collegata a percorsi di riconciliazione, dialogo interreligioso e partecipazione giovanile. Il richiamo è forte: le ingiustizie del presente non nascono dal nulla, ma affondano spesso le loro radici in storie di schiavitù, sfruttamento e disumanizzazione che continuano a produrre effetti a distanza di generazioni. Anche per questo il documento richiama il lavoro dell’UNESCO sulle Routes of Enslaved Peoples e il contesto della Seconda Decade internazionale per le persone di discendenza africana (2025-2034).  

Nel testo trova spazio anche il ricordo di Nelson Mandela, indicato come una delle figure più limpide della lotta contro il razzismo istituzionalizzato. Non solo per la sua opposizione all’apartheid, ma per la capacità di mostrare che la giustizia non deve per forza trasformarsi in vendetta e che la dignità non ha bisogno dell’odio per affermarsi. È una lezione che resta decisiva anche oggi, in un tempo in cui molte società sembrano oscillare tra rimozione del passato e polarizzazione permanente.  

La parte forse più importante del messaggio sta però nell’insistenza sul fatto che il razzismo non arretra solo perché viene denunciato. Arretra quando si costruiscono abitudini civili, istituzioni giuste e relazioni concrete che rendono il rispetto più normale del pregiudizio. Arretra quando i giovani imparano a incontrarsi come persone e non come etichette, quando la memoria storica non viene cancellata ma neppure trasformata in rancore ereditario, e quando i leader religiosi, culturali, educativi e politici scelgono di affrontare l’estremismo senza sacrificare la dignità di nessuno.  

Il messaggio della Universal Peace Federation si chiude con una solidarietà esplicita verso tutti i popoli e le comunità che ancora oggi subiscono razzismo e discriminazione razziale. Ma, più ancora, lancia un invito a lavorare insieme perché la dignità umana non resti una formula solenne da pronunciare nelle ricorrenze internazionali, bensì una realtà visibile nella vita sociale, nelle istituzioni e nelle relazioni quotidiane. Perché il razzismo, alla fine, non ferisce solo chi lo subisce: impoverisce moralmente l’intera società che lo tollera.

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