Speranza e rivoluzione
In tempi di incertezza e pressione sociale, Byung-Chul Han mette a fuoco l’angoscia come clima
collettivo e la speranza come forza concreta, capace di orientare l’agire e ricostruire un “noi”. Una lettura breve, ma sorprendentemente incisiva.
di Rebecca Stoica
Ricordo ancora il giorno in cui questo libricino filosofico mi è stato consigliato. Stavo seguendo una lezione all’università dal tono piuttosto negativo, stavamo analizzando alcuni tra i numerosi problemi presenti nella nostra società e, vedendoci piuttosto demoralizzati, il professore ci suggerì la lettura di questo libro come antidoto a questo sentimento negativo. L’ho subito acquistato e l’ho letto tutto d’un fiato in un pomeriggio. Oggi sono estremamente grata di quel consiglio.
L’autore inizia descrivendo la società moderna, quella che lui definisce la “società dell’angoscia”, un’angoscia che “rende obbedienti e ricattabili”. Aggiunge inoltre che “il clima diffuso dell’angoscia soffoca, schiaccia ogni seme della speranza. Insieme all’angoscia si fa strada uno stato d’animo depressivo. Angoscia e risentimento (…) alimentano l’odio”. Questo sentimento è molto diffuso tra i giovani che si arrendono al presente, si arrendono alla convinzione che non è possibile fare nulla per cambiare lo status quo, che anche se volessero fare qualcosa non sia abbastanza e che sia invano.
Si tratta di un’angoscia che rende difficile guardare al futuro: un futuro che non appare splendente, ma piuttosto incerto e, per certi versi, buio.
Ed è proprio a questo punto che l’autore introduce lo strumento più potente per combattere tale sentimento. La speranza.
Una speranza che “erige, crea segni che marcano una direzione, che indicano un tracciato. Solo nella speranza noi siamo in cammino. È lei a darci senso e orientamento”. La speranza diventa così una bussola, capace di aiutarci a capire quale passo compiere, quale sia la prossima cosa giusta da fare. È il rifiuto di arrendersi al presente, di viverlo con un senso di impotenza.
La persona che spera “punta su possibilità che evocano qualcosa che oltrepassa il ‘cattivo presente’”. L’autore afferma che avere speranza significa dare fiducia nonostante questo ‘cattivo presente, una fiducia che può trasformarlo in qualcosa di migliore. La speranza non va confusa con la semplice positività o con l’ottimismo: non è l’attesa passiva di un futuro che si realizzi da solo. Al contrario, la speranza “mette le ali al nostro agire”, “ispira le persone a fare qualcosa, a compiere azioni creative”.
È un sentimento che unisce. Il soggetto della speranza è un “noi”: crea comunità, persone che insieme fanno la differenza, che si sostengono nei momenti in cui sperare diventa difficile. Crea una realtà estremamente essenziale per la vita e il benessere dell’essere umano.
Per concludere questa breve recensione di un vero e proprio manuale del saper vivere in un presente poco luminoso, voglio citare due frasi che hanno profondamente influenzato il mio modo di affrontare situazioni difficili che purtroppo vediamo succedere nel mondo. L’autore dice che sperare è importante perché aiuta a “tenere viva la fiamma, far risplendere attorno a sé una fiamma” che illumina il mondo. Finché questa luce esiste, nulla è perduto. Finché ci sarà anche un solo individuo che spera, allora questa luce potrà espandersi e creare un incendio rivoluzionario.
Abbiamo bisogno di questa speranza, perché “l’essere umano vive fin quando spera”. La lettura di questo saggio la consiglio a chi sente il peso dell’impotenza, a chi teme che nulla possa essere cambiato, ai giovani che desiderano immaginare e costruire un futuro diverso, e a tutti coloro che, nonostante tutto, vogliono ritrovare il coraggio di credere che il mondo possa ancora diventare un luogo migliore.
Libro pubblicato da Einaudi, 2025; 102 pp.; €13.

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