di Rebecca Stoica*
Essere giovani oggi, portatori di valori profondi e di ideali fondati sulla pace e sulla cooperazione, non è semplice. Quando si è guidati da un forte senso di giustizia, la quotidianità può apparire faticosa, incerta e talvolta solitaria. Il disallineamento tra valori personali e realtà sociale genera spesso un senso diffuso di frustrazione e di impotenza.
Il contesto globale contribuisce ad accentuare questa percezione. Il mondo appare sempre più instabile: le notizie di conflitti armati, violazioni dei diritti umani e crisi umanitarie si susseguono senza interruzione. Secondo stime recenti, tra il 2024 e il 2025 almeno 240.000 persone sono morte in violenze legate ai conflitti. A queste cifre si aggiungono le conseguenze indirette che tali eventi producono, tra cui povertà, migrazioni forzate e insicurezza alimentare.
Di fronte a questo scenario, emerge un interrogativo fondamentale: com’è stato possibile perdere quella capacità di indignazione che costituisce uno dei tratti essenziali dell’umanità? La progressiva assuefazione alla violenza e all’ingiustizia ha contribuito a ridurre la sensibilità collettiva, favorendo un atteggiamento di distanza emotiva e di rassegnazione. Sempre più spesso, le vicende che non ci coinvolgono direttamente vengono percepite come irrilevanti, quasi che la loro lontananza geografica le rendesse estranee alle nostre responsabilità morali.
In questo contesto, l’indifferenza verso le ingiustizie appare sempre più diffusa. I criteri di giudizio risultano distorti: l’indignazione pubblica sembra attivarsi solo quando le vittime rispecchiano determinati valori o appartenenze. Allo stesso tempo, la società contemporanea tende a spingere verso una logica di contrapposizione, invitando a scegliere tra schieramenti opposti piuttosto che tra pace e guerra, tra umanità e disumanizzazione. In questo quadro, la pace rischia di ridursi a un concetto astratto, privo di una reale assunzione di responsabilità.
I giovani risultano particolarmente esposti a questa dinamica. Tuttavia, più che di disinteresse, si tratta spesso di una forma di autodifesa psicologica. Di fronte a un futuro percepito come instabile e privo di certezze, evitare il coinvolgimento emotivo può apparire come una strategia di sopravvivenza. A ciò si aggiunge una narrazione diffusa che tende a rappresentare le nuove generazioni come prive di un reale potere decisionale, rafforzando l’idea di un’incapacità di incidere sul presente.
Non di rado, inoltre, i contesti educativi e sociali, anziché valorizzare il pensiero critico e l’impegno civico, finiscono per scoraggiarli. Mi piace pensare che, nel corso della crescita, si sviluppi dentro ciascun individuo una sorta di “pianta” simbolica, rappresentativa dei propri sogni e delle proprie aspirazioni. A seconda delle relazioni che si instaurano e degli ambienti in cui si è inseriti, questa dimensione interiore può essere coltivata e rafforzata oppure, al contrario, indebolita e privata degli elementi necessari alla sua crescita. Ogni individuo custodisce infatti il desiderio di lasciare un segno e di contribuire al miglioramento della realtà, anche attraverso azioni di portata limitata; tuttavia, non sempre i contesti sociali ed educativi in cui viviamo sono in grado di nutrire e valorizzare questa consapevolezza. La convinzione che tali tentativi siano inutili si rafforza e diffonde.
La storia dimostra chiaramente il contrario. Le giovani generazioni sono state protagoniste dei principali processi di trasformazione sociale e politica: dalla Rivoluzione francese del 1789 ai movimenti del 1968, dalla caduta del Muro di Berlino alle Primavere arabe, fino alle più recenti mobilitazioni per la giustizia climatica. In ciascuno di questi contesti, studenti e giovani lavoratori hanno rifiutato l’ingiustizia, opponendosi all’oppressione e scegliendo di non rimanere indifferenti di fronte alla negazione dei diritti fondamentali.
Numerosi pensatori hanno sottolineato il ruolo centrale delle nuove generazioni nel cambiamento sociale. L’antropologa Margaret Mead affermava che «i giovani hanno la forza di cambiare il mondo perché non hanno ancora imparato ad accettarlo così com’è», evidenziando come la capacità di mettere in discussione il presente rappresenti una risorsa fondamentale. La stessa Mead ricordava inoltre che «un piccolo gruppo di cittadini consapevoli e impegnati può cambiare il mondo», sottolineando come l’efficacia dell’azione non dipenda dalle dimensioni del gruppo, ma dalla consapevolezza e dall’impegno individuale.
Una citazione attribuita a Nelson Mandela ricorda che «non siete il futuro: siete il presente che può cambiare le cose». Albert Einstein, infine, ammoniva che «il mondo non sarà distrutto da chi fa il male, ma da chi guarda e non fa nulla».
Alla luce di queste considerazioni, come giovani abbiamo dunque una responsabilità importante: non restare in silenzio, non convincerci di non essere abbastanza, non adeguarci, non normalizzare l’ingiustizia. Perché il cambiamento nasce proprio da chi, anche quando è solo, sceglie consapevolmente di non voltarsi dall’altra parte.
• Studentessa Università di Padova, frequenta il corso di studi “Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani

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