Centinaia di buddisti in piazza a Mandalay: il presidente cacci i musulmani Rohingya. E la società birmana si compatta contro "gli invasori bengalesi", sulla linea del governo
In Birmania i monaci buddisti sono tornati a protestare, con un lungo corteo color zafferano come quello della “rivoluzione” del 2007 repressa nel sangue. Ma se cinque anni fa marciavano contro la giunta militare, ora sostengono la politica del presidente, un ex generale di quella dittatura. Il nemico comune sono gli 800 mila musulmani di etnia Rohingya nell’ovest: una minoranza di “diversi” contro la quale si sta compattando la “nuova Birmania”, in un riallineamento tra governo e opposizione impensabile fino a un paio di anni fa.
A Mandalay, la seconda città del Paese, ieri e domenica centinaia di monaci sono stati lasciati sfilare dalle forze di sicurezza, con una coda ancora più numerosa di gente comune. Uno striscione portava la scritta “Salvate la madrepatria sostenendo il presidente” Thein Sein, lodato per aver ventilato la sua soluzione ideale del problema Rohingya: un’espulsione di massa verso qualsiasi Paese disposto ad accoglierli. Un’ipotesi che l’Onu - criticata nel corteo - ha subito respinto, ma che rispecchia il pensiero dominante in Birmania.
In Birmania i monaci buddisti sono tornati a protestare, con un lungo corteo color zafferano come quello della “rivoluzione” del 2007 repressa nel sangue. Ma se cinque anni fa marciavano contro la giunta militare, ora sostengono la politica del presidente, un ex generale di quella dittatura. Il nemico comune sono gli 800 mila musulmani di etnia Rohingya nell’ovest: una minoranza di “diversi” contro la quale si sta compattando la “nuova Birmania”, in un riallineamento tra governo e opposizione impensabile fino a un paio di anni fa.
A Mandalay, la seconda città del Paese, ieri e domenica centinaia di monaci sono stati lasciati sfilare dalle forze di sicurezza, con una coda ancora più numerosa di gente comune. Uno striscione portava la scritta “Salvate la madrepatria sostenendo il presidente” Thein Sein, lodato per aver ventilato la sua soluzione ideale del problema Rohingya: un’espulsione di massa verso qualsiasi Paese disposto ad accoglierli. Un’ipotesi che l’Onu - criticata nel corteo - ha subito respinto, ma che rispecchia il pensiero dominante in Birmania.