di Maria Gabriella Mieli
L’8 luglio si è svolta presso la Camera dei Deputati, a Palazzo San Macuto a Roma, la terza edizione della conferenza istituzionale “Mutamenti Geopolitici e nuovi scenari internazionali”, organizzata da Geocrazia. L’evento ha riunito rappresentanti delle istituzioni, della diplomazia, del mondo accademico, delle imprese, della società civile e di organizzazioni internazionali per riflettere sull’impatto dell’attuale instabilità geopolitica sul commercio, sulla sicurezza, sull’energia e sul futuro della cooperazione globale.
La conferenza si è articolata attraverso i saluti istituzionali e due panel. Il primo, dal titolo “Come i conflitti influenzano il commercio internazionale”, ha analizzato il crescente legame tra tensioni geopolitiche e riorganizzazione delle catene globali di approvvigionamento. Il secondo, “Verso un nuovo ordine mondiale tra dialogo e diplomazia”, ha approfondito l’emergere di un sistema internazionale multipolare e la necessità di recuperare il dialogo come condizione per la pace e la stabilità. Nel corso della sessione inaugurale, gli illustri relatori hanno sottolineato come il cambiamento geopolitico non sia più una questione lontana o astratta. I conflitti, le interruzioni delle rotte strategiche, l’insicurezza energetica e la competizione tecnologica incidono oggi direttamente sulle economie, sulle imprese e sui cittadini. La sicurezza nazionale è sempre più collegata non solo alla capacità militare, ma anche al controllo dei porti, delle tecnologie, delle materie prime critiche e delle catene strategiche di approvvigionamento.
Uno dei temi ricorrenti della conferenza è stato il passaggio da una “globalizzazione ingenua” a una comprensione più matura e responsabile dell’interdipendenza. Il commercio internazionale non può più essere interpretato soltanto attraverso la lente dell’efficienza e della riduzione dei costi. Nell’attuale contesto globale, le catene produttive, le rotte marittime, i corridoi energetici e l’accesso alle risorse strategiche sono diventati elementi decisivi di sovranità e resilienza.
Nella prima sessione è emersa l’importanza strategica del Mediterraneo, della libertà di navigazione e della sicurezza di punti di passaggio fondamentali come Suez, Hormuz e Bab el-Mandeb. L’Italia è stata descritta come una piattaforma naturale nel Mediterraneo allargato, con un ruolo centrale nel collegare Europa, Africa e Asia. Il dibattito ha inoltre evidenziato la necessità di sostenere l’internazionalizzazione delle imprese italiane, diversificare le esportazioni e sviluppare nuove forme di diplomazia economica.
La resilienza economica è stata una delle parole chiave della giornata. Le recenti crisi hanno dimostrato che le catene globali del valore non possono essere organizzate soltanto sulla base della velocità e dell’efficienza. Fenomeni come il friend-shoring, il near-shoring e la diversificazione delle fonti di approvvigionamento mostrano un cambiamento profondo: l’economia è sempre più inseparabile dalla sicurezza. Il commercio, in questa prospettiva, non è soltanto una vittima dei conflitti, ma può diventare anche uno strumento di prevenzione dell’instabilità quando è fondato su reciprocità, trasparenza e fiducia.
La seconda sessione ha ampliato la riflessione al futuro dell’ordine internazionale. I relatori hanno analizzato il progressivo indebolimento dell’egemonia unilaterale, la crescita delle dinamiche multipolari, il ruolo dei BRICS e la crescente importanza dell’Eurasia, dell’Asia centrale e del Corridoio Trans-Caspico. Particolare attenzione è stata dedicata al Kazakistan come attore strategico nei nuovi equilibri eurasiatici, grazie alle sue risorse, alla sua posizione geografica e alla sua diplomazia multilaterale.
Il confronto ha riguardato anche le nuove frontiere della competizione geopolitica: cyberspazio, spazio extra-atmosferico, fondali marini e infrastrutture critiche. Questi ambiti mostrano come il potere non venga più esercitato soltanto attraverso il controllo territoriale tradizionale, ma anche attraverso dati, tecnologie, rotte logistiche e piattaforme strategiche. In questo contesto è stata evidenziata la crisi dell’attuale sistema multilaterale e la necessità di ripensare alcuni meccanismi della governance internazionale.
All’interno di questo ampio quadro geopolitico, Maria Gabriella Mieli, in rappresentanza di UPF Italia, ha offerto un contributo specifico incentrato sulla cultura della pace, sull’educazione e sulla responsabilità della società civile. Il suo intervento ha sottolineato che una pace duratura non può essere costruita esclusivamente attraverso accordi istituzionali, negoziati diplomatici o strategie di sicurezza. Questi elementi sono necessari, ma rimangono fragili se non sono sostenuti da una solida base etica e umana.
La prospettiva di UPF si fonda sui principi dell’interdipendenza, della prosperità condivisa e dei valori universali. L’interdipendenza ricorda che nessuna nazione, economia o comunità può raggiungere una sicurezza duratura ignorando i bisogni e la dignità degli altri. La prosperità condivisa indica che lo sviluppo autentico non può creare benessere per alcuni lasciando altri in condizioni di vulnerabilità. I valori universali offrono invece il criterio morale attraverso cui orientare le scelte politiche, economiche e sociali verso il bene comune.
Da questo punto di vista, la pace non è considerata semplicemente come assenza di guerra, ma come una costruzione attiva. Essa richiede educazione, dialogo, formazione del carattere, cooperazione tra diversi settori della società e il coraggio di superare la logica dei muri. La famiglia, l’educazione e la formazione di cittadini responsabili sono state indicate come basi fondamentali di ogni strategia di costruzione della pace nel lungo periodo.
Mieli ha inoltre presentato alcune iniziative di UPF, come le zone di pace e i giardini di pace, concepiti come spazi simbolici e concreti di riconciliazione. Queste iniziative esprimono una visione nella quale la geografia, spesso utilizzata come motivo di separazione o conflitto, può trasformarsi in uno spazio di incontro e cooperazione.
Un altro elemento importante del contributo UPF riguarda il ruolo della società civile nelle relazioni internazionali. In un mondo segnato dalla competizione tra potenze e dalla crisi del multilateralismo tradizionale, organizzazioni non governative, realtà religiose, istituzioni accademiche e comunità locali possono contribuire a ricostruire fiducia laddove i canali ufficiali risultano difficili o indeboliti.
La conferenza Geocrazia ha quindi offerto un’importante occasione di riflessione sul rapporto tra geopolitica, commercio e costruzione della pace. Ha mostrato come l’economia possa diventare sia un campo di confronto sia un’infrastruttura di cooperazione. Ha inoltre ribadito che la diplomazia non può essere limitata esclusivamente agli attori statali, ma deve coinvolgere società civile, cultura, educazione e le risorse etiche della famiglia umana.
Il cammino verso un ordine internazionale più stabile e pacifico richiede dunque più di nuove strategie. Richiede una rinnovata visione dell’interdipendenza, capace di trasformare i confini in ponti, il commercio in cooperazione e la consapevolezza geopolitica in responsabilità per il bene comune.


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