28 maggio 2026

AI, potere e coscienza: due vie davanti al futuro

A partire da Magnifica Humanitas e da una riflessione di Massimo Introvigne

L’intelligenza artificiale non è mai soltanto tecnologia. Dietro ogni modello, ogni piattaforma, ogni 
 sistema di dati, c’è una visione dell’uomo e del potere. Il confronto tra Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV e il pensiero cinese sull’AI mostra due vie molto diverse: una parte dalla dignità della persona; l’altra dal primato del progetto politico. Ma anche l’Occidente deve interrogarsi sulle proprie riduzioni materialistiche dell’umano.

di Giorgio Gasperoni

Massimo Introvigne ha recentemente proposto un confronto molto interessante tra due testi quasi contemporanei: l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, e un saggio pubblicato dallo Study Times, organo della Scuola centrale del Partito comunista cinese, sul rapporto tra AI, pensiero di Xi Jinping e costruzione di un sistema autonomo di conoscenza cinese.

Il titolo dell’articolo di Introvigne è già una sintesi efficace: stesso problema, soluzioni diverse. Entrambi i testi, infatti, riconoscono che l’intelligenza artificiale non è una semplice innovazione tecnica. È una forza capace di incidere sul modo in cui le società conoscono, comunicano, lavorano, decidono e governano. Ma, da questo punto in poi, le due prospettive si separano radicalmente.

Da una parte, Magnifica Humanitas guarda all’AI a partire dalla persona umana: la sua dignità, la sua coscienza, la sua libertà morale, la sua responsabilità davanti al bene e al male. Dall’altra, il testo cinese interpreta l’AI dentro una cornice politico-ideologica: forze produttive, sovrastruttura, sovranità epistemica, sistema autonomo di conoscenza, orientamento corretto dei valori. In altre parole, dove il Papa parte dall’uomo, il Partito parte dal progetto storico e ideologico dello Stato.

Questa differenza non è secondaria. È il cuore del problema.

L’intelligenza artificiale non è neutrale perché non è neutrale il potere che la pensa, la finanzia, la orienta e la utilizza. Può diventare strumento di cura, educazione, ricerca, traduzione, cooperazione e pace. Ma può anche diventare strumento di controllo, sorveglianza, profilazione, propaganda, manipolazione e conformismo. La domanda decisiva, allora, non è soltanto: “che cosa può fare l’AI?”. La domanda più profonda è: quale idea di essere umano la guiderà?

Nel modello cinese, così come emerge dal testo analizzato da Introvigne, la risposta appare chiara: l’AI deve servire la costruzione di una conoscenza coerente con il pensiero di Xi Jinping e con l’orizzonte del Partito comunista. La tecnologia viene integrata in una visione nella quale il Partito resta arbitro ultimo del vero, del giusto, dell’utile e del consentito. Non si tratta solo di innovazione industriale. Si tratta di orientare il sapere, formare categorie, consolidare consenso, organizzare la società secondo una direzione politica prestabilita.

Qui occorre essere netti: questa visione è profondamente problematica. Non perché provenga dalla Cina in quanto tale, ma perché subordina la persona a un progetto politico-tecnologico che pretende di definirne valori, conoscenza e comportamento. Quando la libertà interiore viene assorbita da una logica di sistema, la dignità umana non è più il criterio. Diventa una variabile da amministrare.

Il punto più inquietante riguarda la sorveglianza. Introvigne osserva giustamente che il testo cinese parla molto di conoscenza, progresso e orientamento dei valori, ma tace sul tema che oggi più interroga la coscienza morale: l’uso dell’AI per monitorare, classificare, prevedere e influenzare i comportamenti. Ed è proprio qui che la critica diventa inevitabile. Se una tecnologia entra nella vita delle persone fino a renderle visibili, misurabili e prevedibili in ogni gesto, allora non siamo più soltanto davanti a uno strumento. Siamo davanti a una forma di potere.

Tuttavia, sarebbe troppo comodo fermarsi qui e pensare che il problema riguardi solo la Cina. Sarebbe un errore. Il modello cinese è certamente più esplicito, più centralizzato, più ideologicamente dichiarato. Ma anche l’Occidente conosce le sue forme di riduzione dell’umano.

Da noi, spesso, non è lo Stato-Partito a pretendere di orientare ogni cosa. È il mercato. È la logica del profitto. È l’efficienza elevata a criterio ultimo. È la trasformazione della persona in consumatore, utente, dato, profilo, previsione comportamentale. Non siamo davanti alla stessa cosa, e non bisogna creare equivalenze facili. La differenza tra un sistema politico autoritario e una società democratica resta reale. Ma esiste un punto comune che non possiamo ignorare: ogni volta che la persona smette di essere fine e diventa mezzo, la tecnologia cambia volto.

In Occidente l’AI rischia di essere piegata alla monetizzazione dell’attenzione, alla profilazione commerciale, alla produzione di dipendenza digitale, all’omologazione dei gusti, alla previsione dei comportamenti, alla sostituzione del giudizio con la comodità. Non c’è bisogno di una grande ideologia di Stato per impoverire l’umano. A volte basta una cultura che misura tutto in termini di prestazione, consumo e velocità.

Per questo la risposta di Papa Leone XIV è così importante. Magnifica Humanitas non propone una nostalgia anti-tecnologica. Non dice: torniamo indietro. Non invita a spegnere l’intelligenza artificiale. Propone qualcosa di più esigente: ricondurre la tecnologia alla custodia della persona umana.

Questa espressione — custodia della persona umana — è decisiva. Custodire non significa semplicemente proteggere da un pericolo esterno. Significa riconoscere un valore prima che venga minacciato. Significa dire che l’uomo non è riducibile a funzione, dato, produttore, consumatore, cittadino monitorato o ingranaggio di sistema. L’uomo è persona: coscienza, libertà, responsabilità, relazione, ricerca di senso, apertura alla verità e al bene.

Qui la differenza tra le due vie diventa limpida.

Una via considera l’AI come strumento per rafforzare il potere: dello Stato, dell’ideologia, del mercato, dell’apparato economico o della capacità di controllo. L’altra via considera l’AI come strumento da sottoporre a un discernimento morale, perché possa servire la persona, la giustizia, la libertà, la pace e il bene comune.

La prima via chiede: come può l’AI rendere più efficiente il sistema?

La seconda chiede: come può l’AI custodire l’umano?

Non è una differenza di linguaggio. È una differenza di civiltà.

Nella visione cristiano-umanistica, l’essere umano non riceve dignità dallo Stato, dal mercato o dalla tecnologia. La possiede prima. Non perché sia efficiente, utile, produttivo o misurabile, ma perché è persona. È capace di coscienza. È capace di scegliere. È capace di rispondere moralmente delle proprie azioni. È capace di amare, sbagliare, pentirsi, ricominciare. Nessun algoritmo può sostituire questa profondità.

L’AI può elaborare, combinare, generare, riconoscere schemi, proporre soluzioni. Può farlo a una velocità impressionante. Ma non porta in sé esperienza, intenzione, compassione, responsabilità. Non conosce il peso morale di una decisione. Non sa che cosa significhi ferire o essere feriti. Non sa che cosa significhi perdonare. Non sa che cosa significhi scegliere il bene quando costa.

Per questo la parola decisiva resta discernimento. Senza discernimento, l’AI verrà riempita dal potere più forte: politico, economico, militare, ideologico o culturale. Con discernimento, invece, può restare uno strumento, anche potente, al servizio di una coscienza umana vigile.

Questo vale per i governi, ma vale anche per le aziende, le università, le scuole, i media, le famiglie, le comunità religiose. Ogni luogo che userà l’AI dovrà chiedersi: quale immagine dell’uomo stiamo rafforzando? Stiamo formando persone più libere o più dipendenti? Più capaci di giudizio o più abituate a delegare? Più aperte al dialogo o più chiuse dentro risposte automatiche? Più creative o più omologate?

Qui il discorso tocca direttamente la pace. Una tecnologia che sorveglia, manipola, disumanizza o appiattisce il pensiero non costruisce pace, anche se promette ordine. Può forse ridurre il disordine visibile, ma produce una società meno libera, meno fiduciosa, meno capace di responsabilità. La pace, invece, ha bisogno di coscienze mature. Ha bisogno di persone capaci di distinguere, scegliere, ascoltare, correggere, limitare il potere e riconoscere la dignità dell’altro.

Il confronto proposto da Introvigne è dunque prezioso, purché non lo leggiamo come una semplice contrapposizione geopolitica. Non basta dire: da una parte il Vaticano, dall’altra la Cina. Il punto più profondo è che davanti all’AI si stanno formando modelli diversi di civiltà tecnologica.

Nel modello autoritario, l’AI può diventare strumento di controllo e costruzione ideologica.

Nel modello materialistico, può diventare strumento di profitto e riduzione dell’uomo a dato.

Nel modello umanistico, può diventare strumento di servizio, ma solo se resta subordinata alla persona.

È questa terza via che Magnifica Humanitas sembra voler indicare. Non una via ingenua, perché riconosce i rischi. Non una via nostalgica, perché non rifiuta il progresso. Non una via puramente tecnica, perché sa che il problema è morale prima che informatico. È una via che chiede alla tecnologia di inginocchiarsi, per così dire, davanti alla dignità dell’uomo.

Forse è qui che si gioca il futuro. Non solo nella competizione tra Cina, Stati Uniti ed Europa. Non solo nella corsa ai modelli più potenti. Non solo nella regolamentazione, pure necessaria. Il futuro dell’AI si giocherà soprattutto nella domanda antropologica: che cosa crediamo sia l’uomo?

Se l’uomo è solo materia organizzata, comportamento prevedibile, bisogno da stimolare, dato da raccogliere, produttore da ottimizzare o cittadino da sorvegliare, allora l’AI sarà costruita coerentemente con questa visione. Sarà potente, efficiente, forse anche utile, ma difficilmente umana.

Se invece l’uomo è persona dotata di coscienza, libero arbitrio e dignità, allora l’AI dovrà essere giudicata da un criterio più alto dell’efficienza. Dovrà servire il bene comune, rispettare la libertà, proteggere i vulnerabili, favorire la verità, sostenere la relazione, non sostituire il giudizio morale.

In fondo, la grande questione non è se le macchine diventeranno più intelligenti. La questione è se noi resteremo abbastanza umani da orientarle.

L’AI amplifica. Il potere cerca di usarla. Il mercato cerca di monetizzarla. Le ideologie cercano di indirizzarla. Ma la coscienza può ancora discernere. E dove c’è discernimento, c’è ancora spazio per la libertà.

Per questo il confronto tra Magnifica Humanitas e il pensiero cinese sull’AI non riguarda solo due testi. Riguarda due vie davanti al futuro. Una via vede la tecnologia come strumento per organizzare l’uomo. L’altra vede la tecnologia come strumento da ordinare al servizio dell’uomo.

La scelta non è secondaria. Perché dal modo in cui governeremo l’intelligenza artificiale dipenderà, almeno in parte, il modo in cui custodiremo — o perderemo — la nostra umanità.

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