2 febbraio 2011

Con le ali ai piedi


Aishia era diversa da tutti loro, ma non perché era povera e non poteva permettersi le scarpe, bensì perché da dove arrivava lei non ce n'era la cultura


Aisha era giovane, molto giovane, forse troppo; come spesso avviene per chi nasce nei miseri sobborghi di una metropoli divisa a metà fra bianchi e neri senza che nessuno lo sappia, senza certificato di nascita, senza documenti d'identità, a volte senza una famiglia vera, al momento del tesseramento alla federazione mondiale atletica leggera si erano inventati dei dati verosimili: la sua data di nascita quindi era semplicemente “presunta”, dimostrava sì o no quindici anni, ma forse non lì aveva. Era stata scoperta per puro caso da un talet-scout americano in visita ad alcuni amici in un piccolo Stato africano: l'aveva vista correre a piedi nudi sull'asfalto, in una gara improvvisata fra ragazzini, ed era rimasto incantato dalla sua falcata ampia e leggera, dalla sua corsa così composta e pulita, dalla sua velocità e determinazione. L'aveva convinta a partecipare ad alcuni meeting africani, dopo averla allenata e seguita per un breve periodo: in fondo, per una come lei, senza casa, senza famiglia, senza niente di realmente suo, tutto sembrava meglio che vivere per strada. Era davvero micidiale sulla lunga distanza, riusciva tranquillamente a battere i colleghi uomini in tutte quelle prove che implicava la resistenza e scatto finale, così fu presto dirottata dai suoi allenatori nel fondo femminile; i 5000 erano la sua vera specialità, ogni volta ce la metteva tutta, perché sapeva perfettamente di non avere nient’altro per cui lottare, e quando cominciò ad attraversare le piste di mezza Africa da vincente, s’iniziò a parlare di lei e della possibilità di esportare il suo talento. Aishia non voleva lasciare l'Africa nera; quella era casa sua, non aveva mai potuto o voluto vedere altro, non ci teneva proprio. Nemmeno quando le prospettarono l’idea di partecipare a meeting prestigiosi, di guadagnare cifre molto buone e girare il mondo, lei si lasciò convincere: lì era “regina”, fuori dai confini, oltre il mare, forse sarebbe stata solo “schiava” o “cenerentola”. Quando però partecipò ai campionati nazionali d'Africa e fece un tempo così strepitoso e di assoluto valore internazionale da conquistare il diritto a gareggiare nei successivi Giochi Olimpici, l'avvenimento fu così eclatante che la convinsero a partire. Sicuramente quando alla cerimonia d’inaugurazione dei Giochi le migliaia di persone presenti, nonché i milioni davanti agli schermi televisivi, videro sfilare quell'unica atleta dalla pelle più nera del nero, dietro ad una bandiera mai vista prima e al cartello che riportava il nome di un paese che nessuno sapeva neanche esistesse, rimasero sorprese, o quantomeno incuriosite; chissà in quale specialità gareggiava quella ragazza dall'aria così sperduta, chissà cosa pensava mentre mille e più flash le illuminavano il viso, chissà qual era davvero il suo sogno olimpico…!
Non erano moltissime le atlete di tutto il mondo iscritte alla sua gara, così decisero di fare disputare tre semifinali, con ingresso immediato in finale per le prime tre di ogni batteria, più il ripescaggio dei sei migliori tempi. Aishia, per nulla intimorita al cospetto delle ben più famose e quotate avversarie, sorprese tutti per l'incredibile sicurezza con cui vinse la sua semifinale, dominando dal primo all'ultimo metro di gara: certo, le rivali più forti si erano probabilmente risparmiate mirando solo alla conquista della finale, senza sprecare energie inutilmente ed evitando di dare subito il 100% come invece aveva fatto lei, ma aveva pur sempre tagliato per prima il traguardo, e questo le valse indubbiamente l'attenzione di tutti, addetti ai lavori e non. Il giorno dopo tutti parlavano della ragazza africana venuto dal nulla, capace a piedi scalzi di battere fior di atlete della parte ricca del mondo: ne nacque un vero caso, Aishia e i suoi veloci piedi nudi divennero una specie di simbolo del terzo mondo, povero ma pieno di dignità e di forte dignità, e molti cominciarono a girarle intorno, spaventandola non poco rovinando in qualche modo l’atmosfera gioiosa e ingenua in cui fino ad allora aveva vissuto la sua esperienza olimpica. Alcune associazioni umanitarie cominciarono a tuonare e a prenderla come scusa per ribadire come nel mondo ci fosse questa terribile disparità fra chi ha tutto e chi non ha niente, neanche le scarpe, e come fosse arrivato il momento di smuovere e svegliare le coscienze. Le federazioni internazionali di atletica continuarono l'opera, sostenendo che era una vera vergogna che si permettesse ad una atleta come Aishia, povera ma pure sempre essere umano in quanto tale, di battersi in condizioni di inferiorità tecnica non avendo le scarpine da corsa. Infine ci si mise anche uno degli sponsor officiale dei Giochi Olimpici, una notissima marca di calzature e abbigliamento sportivo; che figura ci avrebbe fatto il marchio, agli occhi del mondo, se avesse permesso un tale scempio, soprattutto in una finale olimpica! Come minimo sarebbe stato tacciato di razzismo! Fu così che una piccola delegazione ufficiale, il giorno prima della finale, si recò da Aishia durante il suo ultimo allenamento, portandole un paio di scarpe, fra l'altro uno degli ultimi ritrovati tecnologici del settore, offerto dallo sponsor: le avrebbe assolutamente dovute indossare, così dissero con aria che non lasciava spazio a repliche, era una questione di regolarità della gara, ma soprattutto di immagine. Aishia piena di buona volontà, le indossò e provò a correre, non appena se ne furono andati. La sensazione che ne ricavò fu a dir poco terribile: si sentiva legata, stretta in una morsa, come chiusa in gabbia, e per un animale selvaggio come lei non era proprio accettabile. Però cosa le avevano appena detto? Avrebbe assolutamente dovuto indossarle o la sua partecipazione alla finale non sarebbe stata regolare; così lei ci riprovò, non pensò più a niente e si mise a correre, correre, correre… forse così i suoi piedi si sarebbero abituati a quelle catene! Quando si levò le scarpe, i suoi piedi erano pieni di dolorose vesciche, quasi non li sentiva più… No, non avrebbe gareggiato in quelle condizioni, non poteva, non voleva… Stanca, delusa, amareggiata, corse nella sua stanza a radunare in un sacchetto le sue poche cose: quello non era un posto per lei, li avevano diritto di stare quelli con le scarpe ai piedi, non quelli con le ali… Stava per uscire dal villaggio olimpico, non sapeva neanche lei per andare dove, o per fare che cosa, quando una ragazza tedesca, una delle più portate per la vittoria finale dei 5000, la notò e la vide che aveva le lacrime agli occhi, cosa non normale per un atleta che sta per giocarci una finale così prestigiosa e dovrebbe invece essere al settimo cielo. Le si avvicinò con molto garbo, cercando di non spaventarla ancora di più, la convinse non senza fatica a tornare indietro con lei e le offrì una bibita al bar. “Perché te ne vuoi andare? L'altro giorno hai corso benissimo, sei brava davvero... Cosa può essere successo di così terribile”? Dopo qualche momento di silenzio, frutto umano di diffidenze e paura, Aishia si lasciò andare in un pianto dirotto da bambina disperata. “Vogliono costringermi a correre con le scarpe, me non ha mai corso con le scarpe, non mi piace...” A Ingrid scappò un sorriso; era sicuramente la veterana di quella finale, correva da anni ormai, e mai si era trovata di fronte ad una situazione così unica, strana, paradossale. “Guarda che correre con le scarpe giuste ai piedi può darti davvero una marcia in più, soprattutto quelle di oggi, leggerissime, che prendono perfettamente la forma dell'arto...” Aishia era in lacrime: si tolse le scarpe, i calzini e, disperata, cercò un barlume di comprensione. “Ci ho provato, sai? Guarda come mi sono ridotta, non riesco neanche a camminare... Io ho sempre corso scalza, la mia pista in Africa sono le strade, i marciapiedi, i prati, non possono costringermi a questa pelle di gomma...!” Ingrid guardò inorridita tutte quelle vesciche sui suoi poveri piedi gonfi: cosa le avevano fatto loro, i signori perbene del ricco mondo benpensante? Improvvisamente capì: Aishia era diverso da tutti loro, ma non perché era povera e non poteva permettersi le scarpe, bensì perché da dove arrivava lei non ce n'era la cultura, forse anche per un problema di ordine economico, ma era così. Chissà, forse volevano mettere a tacere le coscienze del terzo millennio con quell'inutile gesto di circostanza: un paio di scarpe dell'ultima generazione a chi non l’avrebbe mai potuto voluto, un ordine mascherato da dono, destinato più a far danni che a riparare un torto di portata storica come quello. Ingrid la strinse in un abbraccio fraterno e cercò di calmarla: voleva farle sentire che non era sola, che di lei poteva fidarsi, e alla fine la convinse a rimanere, promettendole di rimediare al pasticcio. Contattò subito personalmente tutte le finaliste della loro gara, una per una, spiegò loro il dramma umano di Aishia e fece fermare loro una dichiarazione, in cui si schieravano apertamente dalla parte della giovane collega, tutte indistintamente, dal momento che nessun regolamento ufficiale obbligava le atlete a gareggiare con le scarpe ai piedi. Presentò il documento ai vertici della Federazione, ai giudici di gara e rese tutto pubblico con un'improvvisata conferenza stampa: in questo modo, nessuno avrebbe potuto imboscarlo, dicendo che non era mai esistito, nell'interesse dell'immagine internazionale dello sponsor. Fu così che Aishia venne autorizzata ufficialmente a correre la finale con ai piedi ciò che voleva, scarpe da ginnastica, tacchi a spillo o ali. La sera della gara, lei si presentò a testa alta e scalza, come sempre. Aveva piovuto parecchio durante il giorno, la pista era difficile, pesante, scivolosa, nessuno si sarebbe mai sognato di correre senza un'adeguata suola antiscivolo, nessuno tranne lei. Prima della partenza tutte le colleghe andarono a salutarla e a stringerle la mano: lei ricambiò tutte con un grande sorriso di gratitudine, si erano battute per i suoi diritti e la sua dignità, e questo era già stata una bellissima vittoria. Anche la grande folla presente allo stadio, al momento della presentazione delle finaliste, le tributò un lungo e sentito applauso; dopo tutto quel parlare e riparlare di piedi, di scarpe, di interessi economici e di immagine da difendere, inutile dire che tutti erano pronti a tifare per lei.
Un colpo di pistola è la gara iniziò. Aishia, contrariamente al suo solito, rimase coperta, in mezzo al gruppo, fin dai primi metri; aveva ancora in piedi gonfi, una vescica in particolare le faceva molto male e non le permetteva di fare rullare bene il piede e poi il fondo sintetico bagnato della pista risultava davvero molto pericoloso. Sembrava tutto fermo, tutto tranquillo, quando ci fu uno scatto improvviso a tre giri dalla fine, a dare uno scossone ad una corsa che fino a quel momento era stata tutta tattica e niente emozione: l'atleta spagnola tentò un allungo a sorpresa subito seguita e tallonata da Ingrid e dalle altre favorite. Per non perdere il treno e l'occasione per stare con i migliori, anche Aishia tentò un'accelerata, ma scivolò sul bagnato e finì con le ginocchia a terra. Si udì un gran boato di delusione generale, forse anche di dispiacere, a cui però fece subito seguito un lunghissimo applauso di sostegno e di incoraggiamento, non appena la gente capì, vedendola alzarsi e riprendere la corsa, che la giovane gazzella nera con le ali ai piedi non si sarebbe arresa così facilmente. Negli ultimi giri diede tutto di sé, ciò che aveva e ciò che non sapeva di avere dentro, strinse i denti per non pensare al male, alla sfortuna, alla sconfitta... Sentì che poteva ancora farcela e allora corse, corse alla disperazione, corse recuperando e superando una ad una le avversarie in un tripudio generale, corse fino a giocarsi tutto nell'ultimo tuffo, proprio sul traguardo... Qualche secondo dopo era là, seduta per terra a fissare incredula lo schermo gigante davanti a lei, con le piante dei piedi completamente rovinate, alcune vesciche rotte e sanguinanti, un ginocchio rosso di sangue in seguito alla caduta, e tutte le telecamere puntate su di lei e su quel suo volto di bambina stupita e felice. Ce l'aveva fatta, aveva vinto proprio lei! Piangeva, non sapeva più cosa fare, da che parte guardare... Ingrid, giunta seconda alle sue spalle, le porse una mano, l'aiutò a rialzarsi, l'abbracciò forte e, alzandole il braccio in segno di vittoria fece con lei il giro d'onore. E fu quella l'immagine votata dai giornalisti e addetti ai lavori come simbolo di quei Giochi: la veterana tedesca, bianca, bionda, meravigliosa atleta frutto di nuove tecnologie e allenamenti mirati, insieme alla giovane gazzella nera, forse non ancora del tutto consapevole della grande vittoria ottenuta, frutto di semplicità, di indubbio talento naturale, di un paio d'ali ai piedi.

Brano tratto dal libro "SportivaMente". Il libro viene venduto e il ricavato viene dato in beneficenza al gruppo missionario del Sacro Cuore di Pordenone: chi desidera acquistare il libro(Offerta libera) può rivolgersi all’e-mail di Roberta Selan: robertaselan65@alice.it

La Storia di Nikola si fa poesia


A Padova una terza media sceglie di portare agli Esami le poesie della poetessa serba-vicentina Rada Rajic tra le quali una dedicata ad un loro compagno di scuola che a 4 anni è stato 80 giorni rinchiuso in una cantina per salvarsi dai bombardamenti Nato

Padova: La classe Terza B della scuola media Briosco è rimasta in silenzio, ad ascoltare le parole della poetessa serba-vicentina Rada Rajic Ristic, mentre leggeva le sue poesie. L'interesse era davvero grande, soprattutto quando le poesie hanno parlato di una storia che aveva segnato la vita di un loro compagno neo arrivato in classe, Nikola, a quattro anni prigioniero per ottanta giorni in una cantina, sotto il bombardamento della Nato. Solo grazie alla mediazione di Rada, la storia di Nikola, ha potuto diventare un patrimonio comune della classe, una sofferenza comune anche ai compagni, che - solo perché si trovavano qualche chilometro più in là - avevano invece vissuto per quegli stessi ottanta giorni partite di gioco nel cortile di casa, e che di certo hanno sentito i cupi rumori di aerei che sorvolavano anche il nostro territorio, senza in quel momento comprenderne il significato.
I ragazzi hanno scelto di imparare a memoria, fra quelle che hanno portato all'esame di Terza Media, proprio Primavera 1999, la poesia che parla di "missili che cadevano più veloci delle piogge primaverili", e di "nuvole mandate via dalla paura", "scappate".
Nel secondo incontro, la poetessa ha portato un libro bianco con immagini dello stesso bombardamento che li aveva tanto colpiti. Al silenzio, si è sostituito il fermento intorno al libro, e successivamente la costernazione per l'immagine più triste di tutti: un treno squarciato dalle bombe mentre stava correndo. Quella fotografia ha destato una grande impressione nei ragazzi, perché si è intrecciata di nuovo con la storia del loro compagno, Nikola, che abitava molto vicino a quei binari colpiti dalle bombe, chiuso nella sua cantina.
La storia di Nikola, illuminata dalle parole di Rada, che è anche la sua mediatrice culturale, è diventata storia di tutti, ma soprattutto è diventata Storia. Un'esperienza unica per molti ragazzi che hanno molto apprezzato le poesie della poetessa serba, versi che parlano di vissuto, di emozioni, di storia.
A Nikola Ivkovi è andato un premio speciale, il riconoscimento "Merito al merito" per essere portatore di valori umani profondi e poi una dedica speciale scritta dai compagni di classe. «Nikola, tu ci hai insegnato che, a quattro anni, si può rimanere chiusi in una cantina, per ottanta giorni e ottanta notti. Ce l'hai fatta respirare quella cantina, così tanto bombardata perché vicina alla ferrovia. Siamo stati anche noi, laggiù, con te, per un soffio. Ma con il tuo arrivo nella nostra classe ci hai dato una lezione molto più grande. Imprigionato in un involucro senza parole, dove le nostre parole non potevano raggiungerti, fin dal primo giorno, ci hai insegnato che le parole non erano necessarie per testimoniare l'accoglienza, la collaborazione, il dialogo fra le diversità. Capivi benissimo oltre le parole e senza le parole. Ti bastava uno sguardo per capire i bisogni degli altri. Hai aiutato con dedizione anche persone che non conoscevi, per dinamiche che non capivi, ad esempio accogliendo i ragazzi di Prima. E chi doveva essere accolto più di te, che eri appena caduto qui da un altro mondo? Ma tu non badavi a te. Pensavi ai ragazzi di Prima. Hai sempre avuto gli occhi vivi, attenti a percepire la minima necessità in cui tu potessi renderti utile. Hai insegnato che l'umanità esiste, al di là delle parole. Hai insegnato la sensibilità, l'accoglienza, l'importanza di partecipare. Grazie, Nikola».

La Nuova Responsabile delle Donne alle Nazioni Unite annuncia un piano d'azione per i primi 100 giorni



24 gennaio 2011 - Il Direttore Esecutivo della nuova agenzia delle Nazioni Unite per promuovere i diritti delle donne e la piena partecipazione negli affari globali, ha annunciato un piano d'azione nei primi 100 giorni. Tale piano abbraccia un ampio spettro di problematiche sia nazionali sia all’interno del sistema delle Nazioni Unite.
"La forza delle donne, la saggezza delle donne sono la più grande risorsa non sfruttata del genere umano", ha detto alla prima sessione ordinaria del consiglio esecutivo dell'agenzia, il direttore esecutivo delle Nazioni Unite sulle donne, Michelle Bachelet, ex presidente del Cile. "La sfida, quindi, per le donne delle Nazioni Unite è di mostrare le proprie capacità e come questa risorsa possa essere effettivamente sfruttata in modo da giovare a tutti noi".
Sottolineando la necessità di "equilibrare l’ambizione con un buon senso comune", ha detto la signora Bachelet, le donne presenti alle Nazioni Unite si concentreranno su cinque principi fondamentali: migliorare l'attuazione di accordi internazionali da parte dei partner nazionali; sostegno dei processi intergovernativi volti a rafforzare il quadro globale in materia di parità di genere, sostenendo l'uguaglianza di genere e l'emancipazione delle donne, promuovendo la cooperazione con le Nazioni Unite sul problema, e, agendo come mediatore globale di conoscenze ed esperienze.

10 modi per sfamare il mondo


È possibile realizzare il primo obiettivo degli otto punti del millennio, “porre fine alla fame nel mondo” entro il 2015?

Sabato, 29 Gennaio 2011, dalle ore 15:30 alle 18:30 si è tenuta una tavola rotonda presso la sala della 2° Circoscrizione - Largo Volontari del sangue, 9 Pesaro.
Rappresentanti di organizzazioni religiose, di aiuti umanitari, ambientaliste e risoluzioni dei conflitti si confronteranno e faranno il punto sul lavoro e la cooperazione fra le Organizzazioni delle Nazioni Unite (come il World Food Program) e le organizzazioni non governative per l’attuazione degli obiettivi del Millennio.
A fine settembre 2010, il Direttore esecutivo del WFP (World Food Program), l’agenzia delle Nazioni Unite per il “Programma Mondiale per il Cibo”, Josette Sheeran ha elencato presso il National Press Club di Washington D.C. i dieci punti di una strategia per risolvere il problema della fame nel mondo.
“Risolvere il problema della fame nel mondo è possibile in questa generazione”, ha affermato il Direttore esecutivo del WFP quando ha illustrato la strategia dei dieci punti del suo programma.
Quali sono i dieci punti, in breve, del World Food Program?
1. Azioni umanitarie; 2. Mense scolastiche; 3. Piani di pronto intervento; 4. Infrastrutture tra i piccoli agricoltori e il mercato; 5. I primi 1000 giorni; 6. Dare spazio alle donne; 7. Rivoluzione tecnologica; 8. Costruzione di area residenziali sicure, 9. Coinvolgimento di ogni singola persona, 10. Giusto modello di leadership.
Nel 2010, il numero di persone affamate sulla terra è diminuito per la prima volta in 5 anni, e questa è una buona notizia, ma non buona abbastanza. Ci sono ancora 925 milioni di persone, soprattutto bambini, che non sono nutrite a sufficienza per essere considerate sane.
Riportando le parole ottimistiche della Sheeran: “ho visto una rivoluzione nell’approccio alla pace in questi due anni. I risultati stanno andando nella giusta direzione… per la prima volta negli ultimi 15 anni. Credo in un modello concreto per far finire la fame nel mondo. Sono necessarie nuove partnership per portare nuove ed efficaci soluzioni per cambiare le dinamiche del Obiettivo del Millennio entro il 2015. La gente che non ha cibo ha solo tre opzioni: possono migrare, possono ribellarsi, oppure morire di fame”.
I rappresentanti delle O.N.G. hanno discusso ed esaminato quali strategie sono le più efficaci e quali meno.

La rivista Il Muslim è arrivata al suo terzo anno di vita e ne approfittiamo per rivolgere alcune domande al suo direttore Ibrahim Chabani.

La rivista islamica italiana "Il Muslim" al suo terzo anno: tra dedizione, entusiasmo ed equilibrio.

Di Carlo Chierico.
Ci troviamo nella sede del Centro Culturale Islamico di Monza, dove si respira un'atmosfera “spirituale” molto piacevole, da vero centro di culto e meditazione, anche se oramai sta diventando insufficiente per accogliere i fedeli, soprattutto quando arrivano numerosi come per la preghiera del venerdì.
Incontriamo il direttore della rivista insieme a Fouad Selim, responsabile del Centro Islamico e al dottor Beaudee Zawmin, esponente dell'opposizione democratica birmana in visita nel nostro Paese.
Ibrahim Chabani, di origini algerine, laureato in Teologia Islamica presso l'Università di Algeri, è arrivato in Italia nel 1992 e si esprime in un italiano davvero perfetto. Sposato e padre di 3 figli, spesso in viaggio, divide il suo impegno extra-lavorativo tra le comunità islamiche di Milano, Monza e Sesto San Giovanni.
Come nasce l'idea di dar vita a una rivista islamica in lingua italiana come Il Muslim?
Io non sono un giornalista professionista – sarebbe troppo impegnativo! - ma un giornalista amatoriale. Ho lanciato questo progetto della rivista in ritardo, perché in Italia ci sono oltre un milione e mezzo di musulmani che non hanno un loro mezzo di comunicazione a disposizione per far conoscere la loro cultura, la loro realtà, le loro aspirazioni e i loro progetti. E questo non è normale. O meglio, solo in parte è normale perché la comunità musulmana in Italia è recente, la maggior parte è arrivata circa 20 anni fa, con il boom dovuto alla Legge Martelli sull'immigrazione. Prima c'erano solo pochi studenti.
Quindi la comunità islamica in Italia è molto giovane?
Io la definisco bambina. E' una comunità che ancora non sa neanche comunicare, che deve imparare a pronunciare le prime parole e Il Muslim rappresenta questo tentativo. Noi speriamo che le parole pronunciate dalla nostra comunità attraverso questo mezzo siano parole utili.
Quando è nata la rivista?
Abbiamo cominciato a pubblicare Il Muslim durante il Ramadan del 2009. Abbiamo scelto il mese di Ramadan proprio perché è il mese sacro, il mese in cui il Corano è sceso sul Profeta Mohammad (pace e benedizioni siano su di Lui). Essendo anche le nostre delle “prime parole”, speriamo che questo strumento possa essere benedetto.
Quante persone collaborano con la sua redazione?
Abbiamo cinque persone fisse e altre che ruotano. Ci troviamo a Milano perché è qui che si trova il 70% dei media italiani e dove si trova la comunità più avanzata in termini di percorso e di progetti.
Qual è la reazione delle comunità musulmane al vostro prodotto editoriale?
Ho iniziato questa rivista ma non mi aspettavo una reazione del genere, estremamente positiva. Ad un certo punto mi volevo fermare perché sono una persona che inizia i progetti e poi li dà ad altri, perché mi sono reso conto che era una sfida più grande di me. La rivista è stata accolta come un neonato, con grande affetto e amore, come se fosse attesa da anni.
Quante copie vendete e quali sono i vostri canali di distribuzione?
Ultimamente vendiamo circa 3000 copie per ogni edizione; la distribuzione avviene attraverso le moschee e i centri culturali, non siamo in vendita presso le edicole.
Quali sono le maggiori difficoltà che avete incontrato e che incontrate tutt'ora?
Innanzitutto la questione del finanziamento. Poi, direi, la distribuzione e infine il fatto che non arriviamo a tutta la comunità. Qualsiasi gruppo o associazione cerca di far conoscere la cultura islamica in generale, il che è buono ma rappresenta anche un problema perché essere aperti verso tutti è difficile. Noi non rappresentiamo la maggioranza o l'opposizione, né un gruppo o delle tendenze. Siamo aperti verso tutti: abbiamo una linea responsabile, equilibrata e coraggiosa.
Cosa intende dire e cosa significa questo nel concreto?
Nel concreto, significa, che non sosteniamo né gruppi di destra né di sinistra e che non diamo spazio a chi parla contro qualcun altro. Se mi arrivano articoli del genere, anche se da persone che sono punti di riferimento della nostra comunità, non li pubblico, anche se è una scelta difficile. Vogliamo discutere solo le cose e gli eventi in sé. Questo è un percorso lungo e difficoltoso ma nella mia vita ho imparato ad avere pazienza perché ogni mia attività non è per me ma per il mio Signore. Io sto investendo per l'aldilà, non mi aspetto niente in questa vita.
Qual è la parola chiave de Il Muslim?
Direi che è l'equilibrio. Nel Corano c'è una sura intitolata “Il Misericordioso” dove leggiamo: “Il Misericordioso ha insegnato il Corano. Egli ha creato l'uomo; gli ha insegnato ad esprimersi. Il sole e la luna secondo un calcolo. L'albero e tutto ciò che cresce si prostreranno. Egli ha innalzato il cielo. Ha istituito la bilancia”.
Senza bilancia tutto cade. L'equilibrio è la spina dorsale della religione. Non bisogna pensare solo a questa vita né solo all'aldilà. Tutto sta nel mezzo.
Come vede la situazione dell'Islam nel campo della comunicazione italiana?
Ci sono delle realtà che si stanno muovendo, soprattutto in alcuni piccoli gruppi - come ad esempio la comunità marocchina, egiziana e tunisina - e comunità spirituali. Ma si tratta di realtà a livello provinciale o comunale. Di realtà come il Muslim, che è un mezzo di comunicazione che crede di parlare a nome di tutta la comunità islamica italiana e per tutta la società, non ce ne sono. Parlare a nome non vuol dire però rappresentare la comunità, non è quello il nostro ruolo. Noi descriviamo la sua realtà, chiediamo diritti e incitiamo a compiere i doveri.
E' quindi possibile parlare a nome di tutta la comunità islamica italiana?
La gente ci conosce, sa che siamo sinceri, che serviamo la comunità e che non siamo ipocriti. Abbiamo sempre messo a disposizione della comunità il nostro sacrificio e non abbiamo mai preso niente. Inoltre le persone si riconoscono nella nostra linea.
Come vede il futuro de Il Muslim?
Una volta che un neonato, come Il Muslim, nasce, bisogna dargli un nome e farlo cominciare a parlare. Dai 4 ai 10 anni sono i genitori che fanno il lavoro dando una linea al bambino. Ma poi è lui durante l'adolescenza e la gioventù che sceglie la sua identità. Quando hai a che fare con il Signore serve per prima cosa la sincerità. Solo così arriverai, prima o poi. E se non sarai tu ad arrivare, sarà il tuo bambino.

Notizie dal Kyrgyzstan


La posizione geostrategica, con i turbolenti confini uzbeki e tragiki, rende rilevante il montuoso paese centro asiatico.

Di Carlo Alberto Tabacchi

Dopo gli scontri che hanno duramente colpito il sud del paese nel giugno 2010, con oltre 300 persone uccise, migliaia di feriti, numerosi uzbeki ritornati nel paese natio ed abitazioni ed infrastrutture distrutte, la situazione apparentemente sembra essere tornata alla normalità. Ad Osh, la seconda città, le strade sono di nuovo trafficate, il famoso ed antico bazar è di nuovo riaperto e molti abitanti ricominciano la ricostruzione o la ristrutturazione degli edifici e die negozi danneggiati. Il Governo sostiene Di impegnarsi al massimo per ristabilire un clima di fiducia tar le due comunità Kirghisa ed uzbeka, Che Hannover Datong via agli scontri: la scintilla Della rivolta non è stata ancora chiarita.
Piuttosto interessante è la multietnicità: circa 5,3 milioni di abitanti divisi tra Kirghisi (71%), usbeki (15%), e russi (8%); nella capitale, Bishkek oltre la maggioranza Kirghisa, esistono minoranze russe, uigure (cinesi mussulmani dello Xinijang), tatari, coreani, Kazaki, uzbeki, ucraini: un vero e proprio melting-pot!
Dal 2000 ad oggi, l'OCSE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna) ha organizzato sette osservazioni per monitorare le elezioni presidenziali e/o parlamentari, inviando quindi numerosi osservatori.
Con altri 230 osservatori dell'OCSE sono andato a controllare una decina di seggi a sud di Osh, per le elezioni parlamentari dell'ottobre 2010: libertà di voto e tranquillità hanno caratterizzato questa tornata elettorale in tutto il paese.
Nella mia area di osservazione (insieme ad un moscovita), Alaj verso il confine tragico-cinese, ho attraversato colline e passi, vedendo sullo sfondo l'imperiosa ed innevata catena del Pamir (7150 metri!), in un paesaggio silenzioso e morbido tra greggi di pecore e capre. I tratti mongoli della popolazione mi hanno ricordato l'invasione di Gengis Khan nel tredicesimo secolo.
Nel Kyrgyzstan ha vinto il partito di opposizione Ata Jurt conquistando 28 seggi contro i 26 del Sdpk (socialdemocratico): la situazione politica resta ancora fluida ed incerta (le elezioni presidenziali sono previste il prossimo autunno) e si prefigurano coalizioni di più partiti, in quanto il quadro permane alquanto frammentato (erano in lizza ad ottobre ben 29 partiti).
Da un punto di vista internazionale, il paese centro asiatico resterà per lungo tempo, dovuto alla sua povertà e alla mancanza di risorse, soggetto alle mire soprattutto di Mosca (che detiene una base militare a Kant, vicino la capitale) che non vuole perdere influenza ed autorità e di Washington che nell'aeroporto di Manas mantiene una flotta di aerei per la logistica che utilizza in Afghanistan.
Nell'antichità il Kyrgyzstan rappresentava la silkroad tra Europa e Cina ma negli ultimi anni sembra la meta preferita per il passaggio di droga da Afghanistan-Tagikistan e poi Kazakistan e Russia.
Uno dei temi più sensibili nel contesto della politica estera Kirghisa, connesso alla vicinanza geografica con il teatro afghano, è il rischio di infiltrazioni di forze terroristiche di matrice islamica fondamentalista nel territorio nazionale con lo scopo di destabilizzare un attore strategico quale il paese centro asiatico. La volontà di gruppi terroristici sarebbe quella di alimentare il clima di tensione già presente per un duplice scopo: da una parte allearsi con le forze interne contrarie al nuovo corso politico per rovesciare il governo e potersi muovere più liberamente quel territorio, dall'altra parte mettere in discussione la presenza americana nell'aere, rendendo il Kyrgyzstan un soggetto fortemente instabile e quindi non adatto ad ospitare una base militare statunitense.
Plausibile è la possibilità per tali gruppi terroristici di usufruire del caos politico per gestire in libertà traffici illegali in transito nel paese verso il Kazakistan e la Russia.

CYBERWAR

Lo spazio cibernetico è diventato il quinto "campo di battaglia" dei conflitti dopo terra, mare, aria e spazio. La velocità con cui le aggressioni informatiche potrebbero essere lanciate dà poco tempo per una riflessione rapida e favorisce attacchi preventivi.

di Carlo Alberto Tabacchi

Nell' agosto 2008, i server della Georgia subirono attacchi informatici prima, durante e dopo la breve invasione russa. E' indiscussa la responsabilità di hacker russi riuniti in modo informale, ma si sospetta il coinvolgimento dei servizi segreti di Mosca. Tale offensiva informatica è stata simile ad una "guerra insurrezionale" con la partecipazione di civili ("patrioti").
Da parte sua, l’amministrazione Obama già dal giugno 2009 dichiarava la sicurezza cibernetica elemento strategico di sicurezza nazionale (con 1'istituzione di un coordinatore ad hoc, denominato cyberczar). Gli Stati Uniti, in quanto paese più tecnologicamente avanzato, informatizzato ed interconnesso al mondo, risultano i più esposti ad offensive informatiche e temono la potenza cibernetica di Pechino e di Mosca, non sottovalutando le capacita future di Giappone, Iran, Israele ed India.
La principale preoccupazione statunitense riguarda la protezione delle più vulnerabili infrastrutture civili rispetto a quelle militari. Finora sembra vaga la dottrina di Washington per condurre operazioni di contrasto: intende rafforzare le proprie cibercapacità aggressive di deceive (ingannare), deny (negare l’accesso), disrupt (disturbare), degrade (ridurre l’operatività), destroy (distruggere) apparati informatici e di comunicazione in ogni parte del globo. Come contromisura, gli Stati Uniti stanno aumentando l’arruolamento di ciberguerrieri, anche pianificando percorsi scolastici, universitari, professionali e di carriera.
Alcuni ricercatori americani hanno dimostrato il potenziale dell'uso di attacchi informatici per annientare i registri finanziari, interrompere l’operatività energetica e compromettere le reti necessarie alle operazioni militari. Settori sensibili delle infrastrutture — elettrico, gasifero, petrolifero, idrico — risultano sempre di più un obiettivo altamente strategico.
Date le fondate preoccupazioni in merito al problema, diversi paesi fanno pressioni affinché si adottino nuove iniziative per mettere in sicurezza il ciberspazio, attraverso un numero vorticoso di forum internazionali the si contendono un ruolo nella governance di internet.
Una reazione esagerata a minacce cibernetiche potrebbe essere devastante. Nel tentativo di aumentare la fiducia, gli Stati Uniti devono lavorare per cercare di preservare il nucleo di attributi della rete che la rendono cosi preziosa per lo scambio economico: innovazione, apertura ed una governance limitata. Tali peculiarità rendono la rete flessibile in modo che i nuovi impieghi possano essere sviluppati rapidamente, per cui milioni di utenti e dispositivi si possano connettere ogni anno, espandendo il libero flusso di idee e i risultati del commercio internazionale.
L' impennata del commercio globale, sia di beni che di servizi e dovuta anche alla tecnologia di internet.
Come nazione più collegata al mondo, gli Stati Uniti devono lavorare all' interno della rete internazionale per contenere attori con intenzioni malevole, sviluppare meccanismi cooperativi per catturare i criminali, limitare lo spionaggio ed elaborare una normativa di contenimento dei conflitti nel ciberspazio. Le alternative a questo approccio sembrano poco attraenti: includerebbero la riduzione forzata della messa in rete dei sistemi, irrigidimento della regolamentazione per la sicurezza alquanto costosa, la protezione attiva delle infrastrutture critiche nel ciberspazio da parte delle agenzie governative.
Non esiste un unico forum che possa includere tutte le questioni ed i protagonisti impegnati ad affrontare questo delicato problema. Piuttosto gli Stati Uniti dovrebbero promuovere una serie di incontri multilaterali, bilaterali e, in qualche caso, regionali per gestire tali imprevedibili sfide.
Per oltre un decennio le strategie di sicurezza hanno sofferto una paralisi dovuta ad un "problema di attribuzione". E' reso complicato soprattutto da 4 fattori attribuire un attacco informatico: primo, gli attacchi non richiedono una prossimità geografica; secondo, non esiste un sistema equivalente ai radar per individuare l’origine di un'aggressione, cosi come esisteva per gli attacchi missilistici ai tempi della Guerra Fredda; terzo, i protocolli che governano il traffico di internet sono profondamente insicuri e l’origine dei pacchetti può essere celata; e, per ultimo, gli esecutori degli attacchi solitamente impiegano uno o più sistemi compromessi come punto di lancio per le proprie offensive, attraversando numerosi confini internazionali con lo scopo di complicare il processo investigativo.
Quando avvengono attacchi informatici, troppo spesso gli stati dichiarano la propria estraneità o innocenza, indicando come probabili colpevoli degli hacker "patriottici" non in grado di essere identificati o controllati; inoltre, sussiste il delicato problema della sovranità nazionale, di cui ogni stato è particolarmente geloso.
I paesi che non cooperano alle investigazioni dovrebbero comprendere che rifiutarsi di collaborare verrà considerato un segno di complicità. Le risposte possono essere tradizionali, come proteste diplomatiche, sanzioni ed operazioni militari, ma anche azioni sulla rete, inclusa una sorveglianza ad alto livello per il traffico di internet degli stati che non vogliono collaborare e, in ultima istanza, il blocco dell'accesso alle reti dell'America e dei suoi alleati agli stati che continuano ad essere non allineati.
II crimine informatico, silenzioso ed impalpabile, e ormai diventato la scelta occupazionale prediletta per i criminali in quanto comporta rischi relativamente bassi e benefici economici alti.
In conclusione, come odierna potenza informatica, gli Stati Uniti devono lavorare per potenziare nuovi meccanismi internazionali che interrompano azioni delinquenziali, perseguano i criminali e limitino gli stati protagonisti di attività informatiche esiziali. Insieme agli investimenti per la riprogettazione dei protocolli alla base di internet, che li renderanno più sicuri, questi sforzi possono preservare ed estendere il valore economico che deriva da internet.

Fin che la Barca va…


Di Giorgio Gasperoni
Viviamo in un mondo di crescente angoscia globale. Nessuno sa cosa accadrà alle principali valute mondiali, anche solo fra un anno. La disoccupazione rimane persistente in molti paesi sviluppati. L’insoddisfazione sociale è in aumento. Il riscaldamento globale ci mette di fronte a scelte difficili. Il terrorismo globale continua.
Questa situazione di grande incertezza non avrebbe dovuto coglierci impreparati, e una spiegazione alquanto semplice, esiste.
Il mondo è cambiato radicalmente. L'umanità no. Oppure, per essere più precisi, l'umanità non ha cambiato i suoi principi fondamentali per affrontare un mondo mutato.
Mi piace prendere spunto da una metafora di Kishore Mahbubani, Yale University, in un suo articolo sulla globalizzazione; essa dimostra come il nostro mondo è cambiato drasticamente.
Prima dell'era contemporanea di rapida globalizzazione, in cui l'umanità ha vissuto in 192 nazioni diverse, è stato come vivere in 192 barche separate. Quindi, tutto ciò che il mondo aveva bisogno erano le regole per evitare collisioni. L’ordine del 1945 basato su regole precise, ha fatto proprio questo, consentendo anche della collaborazione.
Oggi, a seguito di un mondo rimpicciolito, l'umanità non vive più su 192 barche separate. Invece, tutti i 7 miliardi della popolazione mondiale vivono in 192 cabine separate sulla stessa barca. Ma anche se viviamo sulla stessa barca, non abbiamo alcun capitano o l'equipaggio per gestire la barca.
Nessuno di noi si sognerebbe mai di navigare in mare su una barca senza capitano o l'equipaggio. Eppure, questo è esattamente ciò che l'umanità sta facendo con la Terra, come si naviga nel 21 ° secolo. I problemi globali richiedono azioni coordinate a livello mondiale per risolverli: dalla crisi finanziaria al riscaldamento globale, dalle pandemie al terrorismo globale. Eppure, nonostante questo, evitiamo la creazione di istituzioni e processi di governance globale.
La governance globale non è il governo mondiale. Nonostante questa distinzione cruciale, nessun governo nazionale ha il coraggio di sposare una maggiore governance globale.
Se una barca prende fuoco in alto mare, è pura follia chiudersi dentro le proprie cabine per proteggersi. Dobbiamo uscire dalle nostre cabine, cooperare con gli altri passeggeri delle altre cabine e spegnere il fuoco.
E questo è successo, di recente, con la crisi finanziaria mondiale.
Questa semplice metafora della barca fornisce una forte spiegazione ai problemi attuali del mondo. Durante la navigazione in alto mare, nessun capitano permetterebbe ai passeggeri di qualsiasi cabina di compromettere gli interessi della barca. Ma nell’attuale ordine globale, permettiamo agli occupanti delle cabine privilegiate di svolgere attività che mettono a repentaglio la nostra barca globale.
La triste verità sul nostro ordine globale è che, mentre i nostri leader nazionali a volte si uniscono per collaborare in risposta ad una crisi, non riescono a fare lo stesso quando si confrontano con una situazione cronica. (Vedi G20 di Seul).
Molti dei problemi attuali sono problemi cronici, non situazioni di emergenza. Il riscaldamento globale sta avvenendo, ma sta avvenendo lentamente. La maggior parte di noi non sentirà gli effetti domani, ma tra 20 o 30 anni. L'umanità risponde a questa crisi con la saggezza di una rana. Gettate una rana nell’acqua bollente e salterà fuori subito. Mettetela in una pentola d’acqua fredda e lasciatela riscaldare lentamente, proprio come il riscaldamento globale, la rana resterà soddisfatta nella pentola. La parte più intelligente degli abitanti del nostro pianeta riceve avvertimenti circa la crisi incombente che ostacolerà la vita dei nostri figli e nipoti senza, tuttavia, far nulla.
Serve a ben poco la tutela degli interessi della cabina se la barca nel suo complesso è in difficoltà. Molti dei problemi che affliggono le cabine - disastri economici, il riscaldamento globale, le pandemie e il terrorismo - possono essere risolti solo con un'azione coordinata a livello globale. I leader del G-20 devono dimostrare di essere non solo i leader che fanno gli interessi della propria nazione ma si occupano del bene del mondo.
I leader potrebbero sottoporsi ad un semplice test per dimostrare che stanno facendo la cosa giusta per il mondo. Di per sé, il G-20 non gode di alcuna legittimazione. Il gruppo rappresenta solo un insieme casuale di paesi, anche se alcuni dei paesi sono i più potenti del mondo. Per contro, le Nazioni Unite hanno una legittimità universale. Dopo ogni meeting il G-20, dovrebbe depositare una relazione presso le Nazioni Unite. Le Nazioni Unite dovrebbero essere al di sopra di qualsiasi altra organizzazioni di nazioni. I Leader di ogni singola nazione dovrebbero dimostrare che la loro missione reale non è solo quella di proteggere le loro cabine individuali, ma di proteggere la barca di tutti.