di Henry Migliore
Il termine “mercato” viene spesso declinato in due modi: un luogo fisico dove avvengono delle transazioni oppure, per i più teorici, un luogo astratto in cui si incontrano domanda e offerta. Eppure, se è vero che si tratta di una semplice piattaforma che rende possibili delle mere transazioni, allora come è possibile che dagli articoli di giornale alle conversazioni di circostanza, passando anche per i dibattiti televisivi, ci si riferisca spesso al mercato come ad una forza autonoma che facilita o impedisce di fare certe cose? O che persino certe politiche sociali dello Stato ne siano dipendenti?
Il mercato è essenzialmente un luogo dove poter effettuare scambi, compravendite o altre operazioni complesse che permettono un ordinato interagire umano. Del resto, nelle realtà in cui ognuno realizza un limitato numero di beni o servizi, diventa necessario trovare un modo per reperire tutto il resto di cui si abbisogna e il mercato, come strumento, sembra essere la risposta. Esso è infatti una straordinaria tecnologia organizzativa che non solo gestisce ma promuove la specializzazione, la produzione e l'interazione umana. È un sistema che tende all'efficienza e che crea le condizioni per un’economia dell’abbondanza.
Eppure il mercato non è solo efficienza ma è anche sinonimo di libertà. Nel mercato avvengono delle transazioni tra soggetti liberi che, esercitando la propria volontà, realizzano le operazioni commerciali a loro più confacenti. In un certo senso il mercato è anche, almeno formalmente, un luogo privo di discriminazione poiché gli scambi che vi avvengono, in via tendenziale, non dipendono dalle qualità personali del venditore ma dalla quantità e dalla qualità del prodotto e allo stesso tempo, anche dal lato dell’acquirente, è la moneta che conta, non di certo le qualità personali dell’acquirente medesimo.
In ogni caso, il mercato ha in sé un che di magico poiché riesce a coniugare il perseguimento di un interesse privato, ovvero l'accumulo di ricchezze o anche soltanto l’ottenimento di ciò di cui si necessita, con il miglioramento del benessere collettivo, visto che tende a creare abbondanza. È proprio per questo che taluni arrivano a sostenere che il mercato vada lasciato libero di operare, senza regole o imposizioni, perché è solo così che si può raggiungere la massima efficienza e il massimo benessere.
Tuttavia, il tanto acclamato mercato non sempre funziona e talvolta finisce per produrre delle esternalità molto negative, le quali, nei casi più seri, arrivano persino a causare dei cosiddetti fallimenti di mercato. Partiamo con un esempio pratico: l’istruzione.
Questo mercato, storicamente, non è quasi mai riuscito a massimizzare il numero di studenti tra quelli che, pur avendone l’età, avrebbero voluto o potuto frequentare la scuola. Questo perché l’istruzione è costosa e solo pochi sono effettivamente in grado di provvedere agli esborsi necessari e, per sopperire a questo problema, interviene tipicamente lo Stato che si accolla pressoché tutti i costi mediante l’organizzazione e il finanziamento dell’istruzione pubblica.
Ma non è l’unico caso in cui il mercato non è in grado di migliorare la condizione umana. Ci sono infatti numerose situazioni in cui esso produce effetti negativi per l’intera collettività. Un altro esempio di mercato fallimentare è quello in cui insorgono dei monopoli, ovvero delle situazioni in cui si ha un solo venditore e tanti compratori. In questo caso i prezzi tendono a salire, non essendoci concorrenti, con il risultato che molti acquirenti finiscono per non riuscire a soddisfare pienamente le proprie necessità.
Eppure il mercato non è solo efficienza, libertà o semplice strumento distributivo.
Il mercato è molto di più. Esso ha infatti un’innata capacità di plasmare la società e il modo in cui essa stessa si percepisce, che poi determina di fatto il modo in cui finiamo per vedere noi stessi. Sembra un concetto astratto ma il mercato, a seconda di come lo si regola, può persino determinare, nei fatti e nelle relazioni, un tipo di società piuttosto che un’altra.
Questo condizionamento arriva tipicamente da quei mercati particolarmente a rischio. Uno in particolare? Il mercato del lavoro.
Pensiamo alla categoria del lavoro minorile. Noi sappiamo che in Italia questo mercato è fortemente regolamentato in modo sia da impedire un indebito sfruttamento dei minori, sia da garantire agli stessi il diritto allo studio. Ciò è frutto di una scelta consapevole derivante da una moralità condivisa con una chiara idea di giustizia sociale.
Ora immaginiamo una società in cui il mercato del lavoro minorile non venisse regolamentato.
È relativamente semplice concludere che, in assenza di divieti, una famiglia con gravi carenze finanziarie possa essere propensa, o che persino si possa sentire in obbligo, di avviare al lavoro dei figli troppo giovani con la conseguenza che, in quella data società, il lavoro minorile sia o comunque diventi pratica comune con l'effetto di plasmare in negativo le abitudini e le relazioni umane che ivi prendono luogo.
Quindi quali soluzioni considerare? Il dibattito odierno tende a polarizzarsi tra i promotori del libero mercato e quelli che propongono invece un mercato altamente regolamentato.
La strada maestra, come spesso accade, sembra però rifuggire dai due estremi poiché, da un lato, chiudere gli occhi e lasciare il mercato a sé stesso ci porterebbe ad una società fondamentalmente ingiusta e, dall’altro, stringere il mercato in una morsa di regole calate dall’alto rischierebbe di portarci a inefficienze e ingessature. La soluzione ottimale sembrerebbe dunque quella di settare delle regole minime, ma nette, e riportare l’uomo e la donna al centro, in modo da far lavorare il mercato nell’interesse della società e non viceversa, rendendolo così un bene comune e non un male comune.
È pertanto necessario porre degli argini perché il mercato, lasciato a sé, tenterà sempre di relativizzare e monetizzare ogni cosa. L’unico antidoto è quello di adottare poche ma semplici limitazioni, ossia di riconoscere che esistono dei diritti inviolabili che vanno protetti dal rischio di vedersi ridotti ad una mera transazione economica.
In conclusione, ripensiamo i mercati per trasformare la società e allo stesso tempo ripensiamo la società per creare dei mercati che determinino, questa volta per davvero, un’umanità migliore.

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