24 ottobre 2026

Un’economia che genera fiducia

di Giorgio Gasperoni

Ci sono cose che possiamo comprare: una materia prima, un servizio, una tecnologia. Possiamo pagare 
una consulenza o investire in una nuova impresa. Ma ogni economia vive anche di qualcosa che non possiamo acquistare: la fiducia, l'affidabilità, il senso di responsabilità, la capacità di mantenere una promessa o la disponibilità a collaborare. Eppure, senza questo patrimonio invisibile, neppure gli scambi economici potrebbero funzionare. 

Eppure ogni economia vive anche di questo patrimonio invisibile.

Quando affidiamo i nostri risparmi a una banca, quando firmiamo un contratto, quando assumiamo una persona, quando acquistiamo qualcosa che verrà consegnato domani, compiamo continuamente piccoli atti di fiducia. Certamente esistono leggi, controlli, garanzie e sanzioni. Sono necessari. Ma nessuna società potrebbe funzionare se ogni relazione dovesse essere costruita sul presupposto che l'altro cercherà inevitabilmente di ingannarci.

Forse proprio da qui possiamo cominciare a riflettere sul rapporto tra economia, bene comune e pace.

Il mercato è una delle grandi costruzioni della storia umana. Ha permesso a persone lontane tra loro di scambiare beni, sviluppare competenze, creare imprese, innovare e migliorare le proprie condizioni di vita. Sarebbe semplicistico considerarlo un avversario della dignità umana. Ma sarebbe altrettanto semplicistico pensare che il mercato, lasciato a se stesso, possa indicare quali fini una società debba perseguire.

Il mercato sa attribuire un prezzo. Non necessariamente sa riconoscere un valore.

Ed è qui che entra in gioco la responsabilità umana. Le regole con cui organizziamo il lavoro, la concorrenza, la proprietà, gli investimenti e la produzione non determinano soltanto risultati economici. Contribuiscono anche, nel tempo, a plasmare il tipo di società nella quale viviamo. L'economia non si svolge in uno spazio separato dalla vita: entra nelle famiglie, condiziona le possibilità dei giovani, modifica i territori, influenza il rapporto con l'ambiente e può ampliare oppure restringere gli spazi di libertà delle persone.

Per questo, prima del consumatore, del lavoratore, dell'imprenditore o dell'investitore, dovremmo forse tornare a vedere semplicemente la persona.

È un'affermazione apparentemente ovvia. Nella pratica, lo è molto meno.

Una persona non porta nel luogo di lavoro soltanto competenze. Porta una storia, relazioni, aspirazioni, fragilità, responsabilità familiari, desiderio di essere riconosciuta e bisogno di costruire un futuro. Allo stesso modo, un'impresa non produce soltanto beni e servizi. Consapevolmente o meno, produce anche relazioni, comportamenti e cultura.

Mose Durst, riflettendo su quella che definisce una Principled Economics, insiste proprio sulla necessità di non separare l'attività economica dalla formazione della persona. È uno spunto che merita attenzione: un sistema economico non dovrebbe essere giudicato soltanto per la quantità di ricchezza che riesce a generare, ma anche per il tipo di essere umano e di comunità che contribuisce a far crescere.

Questa prospettiva allarga molto il nostro sguardo.

Pensiamo, per esempio, all'educazione. Una scuola ha un costo e nei bilanci pubblici compare come una spesa. Ma che cosa accade se proviamo a rovesciare la domanda? Quanto costa non educare un bambino?

Il costo può emergere vent'anni dopo: minori competenze, povertà, dipendenza economica, esclusione, istituzioni più fragili, maggiore vulnerabilità alla criminalità o alla radicalizzazione. L'istruzione, allora, non è soltanto una politica sociale. È un investimento economico, certamente, ma è anche un'infrastruttura invisibile del bene comune. Una scuola forma persone che un giorno lavoreranno, creeranno imprese, amministreranno istituzioni, voteranno, cresceranno figli e prenderanno decisioni dalle quali dipenderanno altre persone. Quanto costa non educare un bambino?

Lo stesso vale per il lavoro.

Siamo abituati a domandarci quanto una persona produce. È una domanda legittima: senza produttività un'impresa non può sopravvivere, e un'impresa che non sopravvive non può neppure garantire occupazione. Ma potremmo aggiungerne un'altra: che cosa diventa una persona attraverso il proprio lavoro?

È una domanda particolarmente importante quando pensiamo ai giovani.

Il primo luogo di lavoro non insegna soltanto un mestiere. Insegna anche che cosa significa assumersi una responsabilità, rispettare un impegno, collaborare con persone che non abbiamo scelto, accettare una critica, riconoscere un'autorità. Ma può insegnare anche qualcosa di opposto: che il più forte può umiliare il più debole, che la parola data non conta, che una persona vale soltanto finché è utile.

Ogni impresa, da questo punto di vista, possiede anche una responsabilità educativa. Andrea Valgoi lo mostra bene nel suo contributo quando descrive il lavoro come una possibile «scuola civile» e osserva che persino un luogo di lavoro può costruire pace oppure consumarla. giovani - dignita - lavoro.

Qui l'economia comincia a incontrare direttamente la pace.

Non perché un buon contratto di lavoro possa fermare una guerra. Sarebbe ingenuo sostenerlo. Ma una società pacifica non nasce soltanto dai grandi accordi internazionali. Nasce anche dalla qualità delle relazioni quotidiane, dalla possibilità di progettare il futuro, dalla percezione che le istituzioni siano affidabili e che l'impegno possa produrre risultati.

Quando queste condizioni vengono meno, cresce qualcosa di molto pericoloso: la convinzione che il sistema sia costruito sempre a vantaggio di qualcun altro.

La fiducia comincia allora a consumarsi.

Per questo la prosperità non può essere soltanto individuale. L'interdipendenza che caratterizza l'economia contemporanea ci ricorda continuamente che nessuno prospera davvero da solo. Imprese, lavoratori, famiglie, istituzioni e territori sono legati gli uni agli altri. Una crescita che lascia dietro di sé comunità impoverite, giovani senza prospettive o persone che non riescono più a immaginare il proprio futuro può produrre ricchezza e, nello stesso tempo, consumare coesione sociale.

La sfida non è quindi scegliere tra mercato e bene comune, tra iniziativa individuale e responsabilità collettiva. È più difficile, ma anche più interessante: costruire condizioni nelle quali libertà economica e responsabilità possano rafforzarsi reciprocamente.

Forse è proprio qui che possiamo riconoscere uno dei compiti dell'economia del nostro tempo: generare fiducia.

La fiducia non compare nei bilanci. Non possiamo inserirla facilmente in una statistica. Eppure sappiamo riconoscere una società nella quale sta diminuendo: aumentano la paura, il sospetto, la chiusura, il bisogno di proteggersi dagli altri. Al contrario, quando le persone possono progettare, quando il lavoro conserva dignità, quando chi rischia e intraprende trova istituzioni affidabili, quando i giovani percepiscono che esiste anche per loro uno spazio nel futuro, cresce qualcosa che nessun indicatore economico riesce da solo a raccontare.

Cresce la disponibilità a costruire insieme.

Un'economia che genera fiducia non rinuncia all'efficienza, alla libertà o all'iniziativa. Chiede però a queste forze di servire qualcosa di più grande: la dignità della persona, il bene comune e, in definitiva, la pace.

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