13 ottobre 2026

Intelligenza artificiale: chi deve governarla davvero?

Le aziende preparano piani di crisi, i governi cercano nuove regole, la società civile chiede trasparenza. La vera sfida non è fermare l’innovazione, ma costruire una responsabilità condivisa.

 di Giorgio Gasperoni

Fino a poco tempo fa, gran parte del dibattito sui rischi dell’intelligenza artificiale sembrava muoversi tra due estremi: da una parte l’entusiasmo per una tecnologia capace di trasformare ricerca, lavoro, medicina e comunicazione; dall’altra scenari quasi fantascientifici su sistemi destinati un giorno a sfuggire al controllo umano.

Oggi, però, il quadro sta cambiando. Alcune delle stesse aziende che sviluppano i sistemi più avanzati stanno preparando scenari di crisi per l’eventualità che un grave incidente legato all’intelligenza artificiale provochi conseguenze nel mondo reale.

Secondo quanto riferito da Axios, dirigenti di OpenAI, Anthropic e altre società stanno simulando possibili scenari successivi a un grave evento, soprattutto in ambito informatico: interruzione di servizi finanziari, connessioni Internet o perfino infrastrutture come energia e acqua. Non significa che una catastrofe sia inevitabile né che possa essere prevista una data. Significa, però, che questi rischi vengono considerati abbastanza seri da meritare piani specifici di risposta. Axios

Anche alcuni episodi recenti mostrano perché il problema non può più essere considerato puramente teorico. Anthropic ha reso pubblici casi osservati durante valutazioni e uso interno dei propri modelli nei quali Claude ha compiuto azioni non previste: sfruttare una vulnerabilità software, inviare un modulo sensibile su un sito reale, aggirare restrizioni di accesso o utilizzare servizi esterni per superare alcuni limiti degli strumenti disponibili. Anthropic

Sono episodi che vanno interpretati con prudenza. Non dimostrano che l’intelligenza artificiale abbia sviluppato una volontà autonoma o intenzioni proprie. Dimostrano invece qualcosa di forse meno spettacolare, ma molto concreto: un sistema capace di agire può interpretare un obiettivo in modi non previsti da chi lo ha progettato o autorizzato.

L’autoregolamentazione è necessaria, ma non basta

Le grandi aziende tecnologiche possiedono competenze che nessun governo potrebbe facilmente sostituire. Sono loro a conoscere più da vicino capacità e limiti dei propri sistemi, e quindi è inevitabile che una parte importante della sicurezza venga costruita dall’interno.

OpenAI, per esempio, ha pubblicato un Frontier Governance Framework che comprende valutazione e mitigazione dei rischi relativi ad attacchi informatici, minacce chimiche e biologiche, manipolazione dannosa, perdita di controllo e procedure di risposta agli incidenti. OpenAI Anthropic, da parte sua, continua ad aggiornare le proprie regole anche in relazione alla crescente autonomia dei modelli. Anthropic

Ma qui nasce una difficoltà evidente. Le stesse aziende chiamate a controllare i propri sistemi devono contemporaneamente competere sul mercato, attrarre investimenti, conquistare utenti e non perdere terreno rispetto ai concorrenti.

Anche dirigenti convinti sinceramente dell’importanza della sicurezza possono trovarsi quindi davanti a una tensione reale: quanto rallentare per prudenza senza lasciare il vantaggio ad altri che potrebbero non farlo?

È uno dei motivi per cui l’autoregolamentazione, per quanto indispensabile, non può costituire da sola una garanzia sufficiente.

Il ruolo della politica

È qui che entrano in gioco i governi.

La politica dispone di strumenti che le aziende non possiedono: può stabilire obblighi legali, responsabilità, controlli indipendenti, standard di trasparenza e limiti agli utilizzi considerati troppo rischiosi.

L’Unione Europea ha scelto questa strada con l’AI Act, costruito secondo livelli di rischio. La vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen ha sostenuto proprio in questi giorni che il quadro europeo consente di monitorare i sistemi avanzati durante tutto il loro ciclo di vita, attraverso valutazioni, esperti e controlli continui. Reuters

Anche negli Stati Uniti il problema sta diventando più concreto. La stessa OpenAI ha recentemente proposto la costruzione di istituzioni federali più robuste per la sicurezza dell’IA avanzata, riconoscendo implicitamente che la governance non può restare una questione esclusivamente aziendale. OpenAI

Ma nemmeno la politica opera nel vuoto.

I governi devono fare i conti con interessi industriali, competitività economica, sicurezza nazionale e rivalità internazionali. Una regolamentazione molto severa può essere percepita come un freno allo sviluppo rispetto a Paesi che adottano criteri meno restrittivi.

Per questo il problema non si risolve semplicemente dicendo: “devono pensarci i governi”.

Una società civile capace di fare pressione

Esiste allora un terzo livello, meno potente sul piano formale ma fondamentale sul piano democratico: la società civile.

Università, associazioni professionali, organizzazioni per i diritti, mezzi di informazione, comunità culturali e religiose, lavoratori e cittadini possono svolgere almeno tre funzioni essenziali: rendere visibili i rischi, chiedere trasparenza e spingere la politica a intervenire quando gli interessi economici tendono a prevalere.

Questo ruolo diventerà probabilmente ancora più importante man mano che l’intelligenza artificiale entrerà nelle decisioni che riguardano lavoro, istruzione, sanità, informazione, sicurezza e servizi pubblici.

Il problema infatti non è soltanto evitare un ipotetico grande incidente. Esistono anche domande quotidiane e molto concrete: chi risponde quando un sistema sbaglia? Chi può contestare una decisione automatizzata? Quali dati può utilizzare? Quali azioni può compiere autonomamente? Quando deve essere obbligatorio l’intervento umano?

Nessuno può governarla da solo

Forse il limite di molti dibattiti attuali è proprio quello di affrontare separatamente questi problemi.

Si parla di cybersecurity, di agenti autonomi, di posti di lavoro, di disinformazione, di privacy, di responsabilità delle aziende o di regolamentazione pubblica. Sono tutti temi reali, ma appartengono a un’unica questione più ampia:

come governare una tecnologia la cui capacità di agire cresce più rapidamente delle istituzioni costruite per controllarla?

Nessun soggetto può riuscirci da solo.

Le aziende possiedono la competenza tecnica, ma hanno propri interessi.
I governi possiedono il potere normativo, ma subiscono pressioni economiche e geopolitiche.
La ricerca indipendente può valutare i rischi, ma non imporre regole.
La società civile può esercitare pressione, ma ha bisogno di istituzioni capaci di trasformarla in decisioni.

La risposta, quindi, non può essere che una responsabilità distribuita.

Il bicchiere mezzo pieno

Tutto questo potrebbe sembrare motivo di pessimismo. Ma si può leggere anche diversamente.

Il fatto stesso che le aziende stiano preparando piani di emergenza, che pubblichino incidenti e valutazioni interne, che i governi discutano nuove norme e che il tema sia entrato nel dibattito pubblico significa che il problema viene riconosciuto prima che abbia prodotto tutte le sue possibili conseguenze.

Non siamo davanti a una tecnologia sulla quale non esiste più alcuna possibilità di intervento.

La vera sfida è evitare che ogni soggetto aspetti l’altro: le aziende i governi, i governi gli accordi internazionali, i cittadini la politica.

Più aumenta la capacità dell’intelligenza artificiale di agire, più deve crescere la capacità della società di governarla.

Nessuno degli attori coinvolti può affrontare questa responsabilità da solo. Occorrono collaborazione, regole condivise e un confronto costante tra aziende tecnologiche, istituzioni pubbliche, ricerca indipendente e società civile.

Il futuro dell’intelligenza artificiale non è già scritto. Dipenderà anche dalla qualità delle decisioni concordate e condivise che sapremo prendere oggi.

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