1 luglio 2007

Delegazione Israeliana in Italia e San Marino

Incontro con rappresentanti di San Marino
di Giorgio Gasperoni
Un primo passo per la creazione di rapporti di cooperazione tra le amministrazioni locali italiane ed Israele, è stato fatto nella settimana che va dal 12 Marzo al 17 Marzo 2007, La delegazione era composta da: Onorevole Talab El Sana, Presidente del gruppo parlamentare Ra'am-Ta'al; Hod Ben Zvi, Segretario Generale UPF Israele (Universal Peace Federation) e consulente WFWP Israele; Shuki Yariv Ben-Ami, presidente della World Media Association, sezione Israele.

Delegazione Israeliana a Bergamo


BERGAMO (gam) Tre importanti personaggi del mondo politico e culturale hanno fatto tappa, durantequesto “tour”, anche a Bergamo, accolti da alcuni rappresentanti della sezione orobica dell’UPF. Così abbiamo potuto intervistare Shuki Y. Ben Ami, ebreo, insegnante universitario di comunicazione di massa ed educazione civica presso il Mitchell College e di ebreo moderno presso la facoltà di teologia dell’Università di Treviri in Germania. Inoltre insegna teologia cristiana e cristianesimo primitivo presso l’Emil Frank Istitute di Gerusalemme. Nella delegazione poi c’era l’onorevole Talab El Sana, di religione islamica, presidente del gruppo parlamentare di centrosinistra Ram’am-Ta’, al suo quinto mandato è stato anche presidente di varie commissioni parlamentari. Infine Hod Ben Zvi, anche lui ebreo, ricercatore presso l’Istituto per l’innovazione nell’educazione all’Università ebraica di Gerusalemme e segretario generale dell’UPF Israele. Tre personaggi che vivono da vicino la drammatica situazione di Israele e Palestina. Abbiamo iniziato la nostra intervista con El Sana, del gruppo di centrosinistra Ra’ am-Ta’, attualmente all’opposizione nel parlamento israeliano. “Il nostro partito – ci ha spiegato – è una formazione che si batte per la pace e per l’uguaglianza.

CONFLITTO DI EMOZIONI?

di CARLO ALBERTO TABACCHI

La paura in Europa e negli Stati Uniti, l'umiliazione nei paesi arabi e musulmani, la speranza in Cindia (Cina ed India) s’intrecciano sempre di più in una futura convivenza mondiale.


Un articolo (che divenne poi un "cult") del famoso politologo e storico statunitense Samuel Huntinghton nell'estate del 1993 trattava di un possibile scontro di civiltà ("The clash of civilitazion"); recentemente è apparso a cura di Dominique Moisi, consulente dell'Istituto francese di relazioni internazionali di Parigi, un brillante articolo su una possibile contesa di emozioni tra gruppi di paesi.
Sinteticamente, il mondo occidentale vive in una civiltà di paura, il mondo arabo musulmano è intrappolato in una realtà di umiliazione mentre alcuni grandi paesi dell'Asia in un contesto di speranza.
L'Occidente, Europa e Stati Uniti, risulta più diviso che coeso, la comunità musulmana più unita ma spesso rigurgitante di rabbia, l'unico beneficiario è l'asse Cina India, concentrato a crearsi un futuro migliore. Ovviamente tali filosofie o comportamenti, forse un po' schematici, non sono universali in ogni regione.
Europa e Stati Uniti vivono in una civiltà comune di timore e con gradi diversi: ansia e preoccupazione interessano la mancanza di identità in un pianeta sempre più complesso e variegato.
Esiste in Europa l'inquietudine di essere invasi da torme di immigrati e di poveri, provenienti principalmente dal Sud della terra. Inoltre, dopo le stragi di Madrid
(2004) e di Londra (2005), gli europei hanno compreso che i loro paesi non sono solo targets dei terroristi ma anche possibili basi. Poi, sussiste la paura di essere abbandonati economicamente: per molti europei, la globalizzazione si è identificata con la destabilizzazione di un certo benessere, tagli occupazionali, incertezze future. E sono tormentati dal timore di diventare un grande museo all'aria aperta, dove turisti e pensionati convergono, viaggiano e vivono a scapito di creatività ed innovazione tecnologica. Alla fine si potrebbe arrivare ad un'Europa "governata" da una potenza, anche amica, quale gli Stati Uniti o "governata" da un soggetto senza volto, come la Commissione Europea (anche se più difficile).
Ciò che unisce tutti questi timori è il senso della perdita del controllo del proprio territorio, sicurezza, identità, in poche parole di un unico destino.
Forse, gli Stati Uniti vivono più "spensierati", anche se l'invasione ispanica si espande, il deficit economico cresce prepotentemente e il tragico ricordo dell’11 settembre resta sempre attuale.
Occorre ricordare che mentre l'Europa viveva nel Medio Evo (in una sorta di limbo), l'Islam era nel pieno del suo Rinascimento; quando cominciò il fiorire del Rinascimento occidentale, il mondo musulmano si spegneva inesorabilmente. Una prova di tale decadimento si è avuta con la nascita dello stato d’Israele (1947): il conflitto non risolto tra Gerusalemme ed i suoi vicini si è trasformato da una cultura dell'umiliazione ad una forma di rabbia, di odio, di violenza aperta. Paradossalmente, il contrasto religioso tra musulmani ed ebrei si è acuito tra Islam ed Occidente in senso lato.
La recente guerra in Libano (2006) ed il perdurare del conflitto in Iraq (2003 ... )hanno esacerbato gli animi e le menti, con l'ascesa degli estremisti sciiti e dei loro alleati. II vuoto è in parte dovuto a visioni diverse: mentre le società in Europa stanno diventando secolarizzate, la valenza della religione nella vita quotidiana nella comunità araba sta aumentando.
La crescita di Cina ed India risulta imperiosa anche se non omogenea: in Cina specialmente il sud e la costa hanno tassi di sviluppo formidabile mentre l'India cerca di cooperare diplomaticamente con Washington e di stringere affari con l'Europa. Per superare lo scontro di emozioni, la priorità dell'Occidente è riconoscere la natura della minaccia che il mondo musulmana pone all'Europa stessa e agli Stati Uniti. Negare l'esistenza dell'intimidazione o rispondere in maniera sbagliata sono scelte alquanto pericolose. Così come né la pacificazione né la soluzione militare da sole possono essere sufficienti. Bisogna comprendere come instillare un senso adeguato di speranza e di progresso nelle società musulmane per far sì che lo sconforto e rabbia non si trasformino in armi radicali e violente.

VERSO UN PROGRESSO GLOBALE

Chung Hwan Kwak

L’idea di ‘progresso responsabile’ di cui voglio parlare coinvolge molti fattori cruciali che sono pre-condizioni per una pace duratura. Generalmente quando si parla di progresso, si pensa al miglioramento delle condizioni di vita, ma in realtà esso deve anche coinvolgere la crescita verso la più completa realizzazione della libertà e del potenziale spirituale dell’uomo. Gli esseri umani progrediscono dapprima attraverso l’evoluzione della coscienza morale nel loro processo di crescita verso l’età adulta, successivamente attraverso la creazione di famiglie che permettono lo sviluppo dell’amore e la maturazione del carattere e alla fine attraverso un impegno sociale responsabile.

Storicamente il progresso umano è stato indebolito dalla competizione per le risorse e dallo sfruttamento attuato da alcuni uomini, nei confronti dei propri simili, per un beneficio personale. Il progresso dei colonizzatori europei in America nei secoli 18° e 19°, per esempio, fu portato avanti a spese dei nativi americani che furono cacciati dalle loro terre e decimati dalle malattie portate dal Vecchio Mondo. Il progresso frutto delle nuove tecnologie nel 20° secolo è anch’esso arrivato a spese della degradazione dell’ambiente e dell’emarginazione di tantissimi milioni di persone nel mondo.

Oggi è diventato più chiaro che se il progresso è a beneficio solo di una ristretta cerchia di persone non può essere un obiettivo soddisfacente. La nostra coscienza ci ricorda che a una maggiore abbondanza e a un ulteriore miglioramento del nostro confort e dei nostri vantaggi, non può essere dato il nome di ‘progresso’ quando la povertà, la fame, le discriminazioni, le gravi carenze educative, la mancanza di norme igieniche e di assistenza sanitaria affliggono, come oggi, la vita di milioni di persone.

Allo stesso modo il benessere dell’ambiente naturale non può più essere sacrificato nel nome di un presunto progresso. I consumi sproporzionati da parte delle società ricche insieme all’inefficiente programmazione e alle strutture inadeguate di molti paesi in via di sviluppo, stanno causando uno sfruttamento senza precedenti delle terre, dei corsi d’acqua, degli ecosistemi e persino degli oceani. Recentemente, negli Stati Uniti, i presidenti di 39 università evangeliche, leaders cristiani come Richard Cizak e Rick Warren e leaders di gruppi cristiani quali l’Esercito della Salvezza, hanno proclamato che la cura dell’ambiente è una priorità spirituale. Contrariamente all’opinione di molte persone questa non è una presa di posizione recente da parte delle persone di fede, anche se le religioni hanno mancato nel loro compito di tutori della terra.

Dalla prospettiva della Federazione Universale Per La Pace, soddisfare i basilari bisogni umani è un presupposto fondamentale della pace. Tuttavia i basilari bisogni umani non sono solo fisici, sono anche morali e spirituali. I miglioramenti materiali che contrastano con la dignità dell’uomo, che avviliscono la libertà, che destabilizzano la famiglia o falliscono nel rispetto dell’ambiente, sono molto lontani dallo scopo finale.

Le fedi del mondo sono depositarie della coscienza collettiva dell’umanità e debbono avere un ruolo vitale nel guidare la nostra visione di progresso nel 21° secolo. Gli strumenti governativi, così come le innovazioni sviluppate dalla società civile sono importanti motori per l’avanzata del benessere umano. Il vero progresso può essere raggiunto solo quando gli sviluppi politici, economici e tecnologici vengono guidati da una visione capace di abbracciare tutta l’umanità e capace di offrire cura e protezione alle risorse naturali donateci da Dio.

Tristemente molte risorse umane che potrebbero essere mobilitate per sostenere una visione globale di progresso sono ostacolate da barriere religiose, razziali, culturali e nazionalistiche. Con una visione di costruire la pace tramite il vivere per il bene degli altri, al di là di ogni barriera, la UPF e un crescente numero di Ambasciatori di Pace offrono una realistica speranza per acquisire un progresso guidato dalla coscienza.

Progetto “On The Road”

PEER EDUCATION : PREVENZIONE DEGLI INCIDENTI STRADALI CORRELATI ALL’USO DI SOSTANZE PSICOATTIVE

di M.C. Forcella

Dagli studi di epidemiologia risulta che una quota importante di incidenti stradali gravi e mortali, sia correlata ad uso ed abuso di alcol ed è evidente come nella Regione Veneto il fenomeno sia particolarmente rilevante tra i giovani.
Grazie al piano attuativo delle politiche sociali in ambito delle dipendenze la Regione Veneto ha delineato i fini operativi e le priorità di intervento ponendo particolare attenzione sulla prevenzione primaria. Quest’ultima viene sviluppata da tutte quelle parti sociali che mirano ad un’azione comune e che abbiano come oggetto del loro agire la tutela e la promozione della salute nel suo complesso. Si punta, quindi, ad interventi a medio-lungo termine che coinvolgano diverse realtà sociali e figure educative (genitori, insegnanti, educatori, psicologi, operatori socio-sanitari) e che, fin dalla loro pianificazione, investano direttamente i giovani del ruolo di protagonisti attivi.
Il progetto “ On the Road” si è articolato in tre anni e, facendo proprio il concetto di rete, ha individuato ed utilizzato le risorse dell’ambiente sociale già presenti sul territorio per portare a termine gli obiettivi prefissati; esso si è posto in continuità con altri progetti attuati negli anni precedenti quali il progetto Seneca, il progetto H due O, il progetto Friends ed il progetto ragazzi 2000, allineandosi infine ai progetti di “peer education” già implementati dal C.S.A ( ex Provveditorato) di Padova in alcune scuole superiori quali l’Istituto commerciale Calvi, il Liceo Cornaro e l’I.T. Scalcerle.
La creazione e il rafforzamento di una rete necessita di un fattore fondamentale quale è la continuità nell’azione di promozione di educazione alla salute: la prevenzione non può essere efficace se lasciata ad azioni sporadiche.
A questo proposito il progetto “On the Road” è stato sottoscritto da numerosi enti ed altrettanto numerose associazioni vi stanno collaborando: la Prefettura di Padova, le ACLI, il CSA, il CONI, L’Agenzia per le Tossicodipendenze, la Polizia Municipale, la Provincia di Padova, le ASL 17,14,15 ed dalle associazioni di genitori presenti nel territorio.
Le scuole Superiori che hanno aderito al progetto sono: l’ I.P.S.S.C.T. Leonardo da Vinci, l’I.P.S.I.A. T. Pendola-E.U.Ruzza, il liceo C. Marchesi-Fusinato,Maria Ausiliatrice, Euroscuola, Il Severi, il liceo Corsaro, il Valle e le Scarcerle per la città di Padova, il Pertini di Camposampiero, e il Cardano di Piove di Sacco, il Ferrari di Este.
Spostando ora l’attenzione sulle origini dei comportamenti a rischio nei giovani, va sottolineato come spesso si tenda a commettere l’errore di associare il consumo di sostanze psicoattive dei giovani con il più ampio concetto di “disagio giovanile” nel tentativo di attribuire a quest’ultimo una responsabilità causale unica così da dirigere gli interventi nella logica solo della riduzione del danno. E’ invece un dato di fatto come, basandosi sui risultati delle più recenti indagini scientifiche, venga riportato un quadro interpretativo assai diverso e più complesso. Infatti, l’instaurazione di uno stato di dipendenza da sostanze psicoattive dipende da due fattori principali: dall’accessibilità/disponibilità alle sostanze e quindi un mercato, molto attento e preparato rispetto al marketing, ed alla vulnerabilità della persona,determinata da fattori personali, caratteriali familiari e da fattori ambientali.
In quest’ottica il progetto “On The Road” persegue strategie di intervento non “sui giovani” ma “con i giovani” e fa riferimento ai programmi delle Life Skill e di Peer Education secondo le linee dettate

EMPOWERMENT E LIFE SKILLS

Il progetto on the Road si avvale dalla considerazione che i gruppi di pari si sviluppano spontaneamente, senza strutture fisse, senza impegni precisi e con un numero di componenti fluttuante. Dalla pubertà in poi il gruppo di pari ricoprirà un’importanza sempre in crescendo diventando, sopratutto nei casi di margimnalità sociale a volte, il solo e unico punto di riferimento per la crescita psico-sociale degli adolescenti.
L’opportunità educativa inserita all’interno di questo naturale fenomeno di aggregazione sociale giovanile offre diversi vantaggi, primo fra tutti la possibilità di operare all’interno di ambienti fisici e psicologici potenzialmente ricchi e fruttuosi, il secondo vantaggio è costituito dalla possibilità di incoraggiare e rivalutare abilità di vita fondamentali per affrontare le difficoltà della vita.
Trasversalmente ai punti sopra delineati si inserisce il concetto di sviluppo di abilità sociali e personali, consigliato dall’OMS (life skills) che risultano fondamentali per difendere le proprie posizioni di fronte a forti pressioni sociali negative. Queste sono abilità o competenze psico-sociali che, nella maggior parte degli studi, vengono individuate come centrali per la promozione della salute e del benessere dei giovani. Tra queste rientrano anche: la capacità di prendere decisioni e di risolvere i problemi, sviluppare un pensiero critico e creativo, comunicare efficacemente, sviluppare autoconsapevolezza, avere capacità empatica e di gestione delle emozioni e dello stress e la capacità di rafforzare l’autostima.

PEER EDUCATION

Il progetto “On The Road” focalizza quindi l’attenzione su fattori psico-sociali volti a favorire l’acquisizione di abilità sociali e personali orientate ad incrementare risorse quali: l’autostima, la capacità di reggere alle pressioni del gruppo, la capacità di comunicare, l’assertività, tutte caratteristiche che, al momento di scegliere se assumere o meno una sostanza psicoattiva possono portare l’individuo ad una maggiore responsabilità e consapevolezza del proprio agire .Ma tramite la peer education ci poniamo anche questi altri obiettivi:a)modificazione delle abitudini e degli atteggiamenti nei confronti delle sostanze psicoattive b)incrementare un atteggiamento prudente verso l’uso delle sostanze c)incrementare la responsabilità verso l’uso dei mezzi di trasporto, sopratuTto se correlati all’uso di sostanze d) favorire lo sviluppo di una gestione positiva dell’emotività ed incrementare la gestione del benessere.
A questo proposito la “Peer Education” costituisce un sistema educativo grazie al quale individui della stessa età, status e con esperienze simili, qualora adeguatamente formati, possono organizzare attività con i propri coetanei.
In sostanza la Peer education significa che persone con un interesse comune vengono istruite a sviluppare conoscenze e specializzazioni appropriate e a condividere queste conoscenze in modo da informare e preparare i propri coetanei e diffondere competenze a abilità simili all’interno dello stesso gruppo di interesse. Uno dei punti di forza del progetto è stato il FORMARE I FORMATORI quindi sono stati organizzati corsi di aggiornamento per gli insegnati e numerosi incontri di formazione e informazione per i genitori coinvolgendo direttamente le associazioni dei genitori. Nello specifico l’associazione Nuova Realtà, l’associazione amici del progetto Don Bosco, e La Federazione delle famiglie per l’unità e la pace nel mondo. Infatti per coinvolgere maggiormente i giovani è fondamentale la collaborazione dei docenti e delle famiglie creando una vera rete tra i tre poli fondamentali della scuola .giovani, docenti e famiglie. Questa modalità di intervento ha contribuito a rafforzare il dialogo tra gli adulti responsabili ed i giovani, ricco non solo di informazioni tecniche sulle droghe e i loro pericolo rispetto alla guida, ma anche ricco di spunti etici rispetto ai mercanti della morte. Con i giovani è stato infatti discusso molto il problema del narcotraffico e quindi la responsabilità individuale che tocca ogni consumatore di sostanze il quale si fa complice del mercato della morte. Infatti ricordiamo che i proventi delle droghe servono a finanziare molte delle guerre oggi presenti nel mondo, alimentando il commercio di armi. I giovani si sono dimostrati particolarmente sensibili a queste tematiche e si sono fatti portatori di una nuova etica in questo campo con i loro compagni , sia nelle classi che in numerose manifestazioni pubbliche organizzate tramite il progetto ON THE ROAD nella città di Padova.

ORGANIGRAMMA DEL PROGETTO

Formazione e supervisione scientifica di
progetto

Fase Descrizione Modalità / Tempi
I° Incontri con il Preside e gli insegnanti
1 per ogni scuola.
II° Incontri con gli studenti 2 interventi con l’intera classe;
7-10 ore di formazione con i Peer educator.
III° Corso di Aggiornamento
Articolato in tre giornate con operatori socio-sanitari, operatori del Privato Sociale, Enti Locali, Polizia Municipale di Padova e docenti.
IV° Incontro coi genitori Con associazioni dei genitori, rappresentanti di classe e rappresentanti d’Istituto.
V° INTERVENTO DEI GIOVANI a
CIVITAS Presenti la Ulss 14-15-16-17, gli Enti Locali, Presidi, associazioni del Privato Sociale e la Provincia di Padova.
VI° Happening e dibattito all’EXPO SCUOLA Si è tenuto alla Fiera di Padova
VII° Convegno finale al Liceo Cornaro Per una valutazione dei risultati del progetto.

Obiettivi generali del progetto On The Road

1 Modificare le abitudini e gli atteggiamenti nei confronti delle droghe.
2 Favorire lo sviluppo di una gestione positiva dell’emotività ed incrementare il benessere.
3 Incrementare un atteggiamento prudente verso l’uso di sostanze.
4 Incrementare il senso di responsabilità verso l’uso dei mezzi di trasporto in particolare se correlato all’uso di sostanze.

News UPF

La UPF nepalese lancia il giornale “Universal Times”

La Universal Peace Federation nepalese ha lanciato il bisettimanale bilingue (inglese e nepalese) Universal Times, in Kathmandu. Il primo numero, a colori, è comparso il 15 gennaio.
Il direttore, Bindu Raj Adhikari, ha affermato che il giornale sosterrà il processo di pace in corso nel turbolento regno himalayano. “Lo Universal Times desidera contribuire alla creazione di un Nepal pacifico”, ha detto il direttore Adhikari. “Il nostro giornale è indipendente; vogliamo ascoltare la gente, e formare una leadership, che guidi la nostra nazione come dei genitori guidano dei figli”.
La Universal Peace Federation assegna, a persone che si sono particolarmente distinte, il diploma di Ambasciatore di Pace; questo nelle oltre 180 nazioni in cui è presente, e chiede a tali persone di contribuire alla realizzazione della pace sulla base delle loro capacità. Attualmente nei 75 distretti del Nepal vi sono oltre 2.100 Ambasciatori di Pace.

Gli Ambasciatori di Pace dell’Honduras per i bambini senza casa

Gli A.d.P. dell’Honduras hanno dedicato una giornata ai bambini che vivono nel quartiere povero della capitale, conosciuto come la “Città della discarica”. I volontari hanno fornito cure mediche, cibo, ed una festa a sorpresa per quei bambini sfortunati. L’Honduras ha il tasso più elevato di tutto il Sud America di bambini che lavorano nelle discariche: circa 2.000 su una popolazione di soli 7 milioni di abitanti (dati UNICEF). Nella giornata di servizio gli A.d.P. hanno ricevuto la visita di Jorge Mahomar, una persona conosciuta come il “buon samaritano dei senzatetto”. Il governo honduregno ha recentemente assegnato a Mahomar il Primo Premio per il Volontariato. Toccato dalle difficili condizioni di quella comunità, egli sta lavorando per costruire un centro di assistenza per questi bambini che sarà pronto entro il 2007.

Il Presidente indiano Kalam invita i giovani a lavorare per la pace

Parlando al Festival Nazionale della Gioventù, il Presidente Kalam ha detto che l’incredibile forza dei giovani deve essere incanalata verso il lavoro per la pace globale, oggi che la comunità internazionale è dilaniata dal terrorismo e dai conflitti armati.
“Nel ventunesimo secolo, dovremmo conoscere lo scopo della vita”, ha detto il Presidente. “L’umanità sta vivendo un conflitto profondo al proprio interno; nell’ultimo secolo abbiamo avuto due guerre mondiali, terrorismo, conflitti a bassa intensità. Oggi, la metà della popolazione mondiale è formata da giovani, e questa è una forza che deve lavorare per l’avanzamento della pace”.
Egli ha poi stabilito gli obiettivi che la nazione asiatica deve porsi: raggiungere la trasparenza nell’amministrazione politica, la piena alfabetizzazione, la sostenibilità energetica. Ha anche riferito che il 54% della popolazione indiana vive al di sotto della soglia di povertà, e che queste persone possono uscirne se il volano della crescita – le infrastrutture, l’istruzione, l’acqua, l’energia, la creazione di posti di lavoro – subiscono una accelerazione.
“Ogni indiano deve giungere ad avere un titolo di studi universitari o comunque una qualifica accettabile a livello lavorativo”, ha detto, aggiungendo: “Il sistema del venture capital e la formazione all’imprenditoria devono mirare a creare più imprese, in modo tale che possa essere generata un’occupazione sempre maggiore e che ci siano più offerte che richieste di lavoro”.
Gli studenti hanno letto ad alta voce gli obiettivi del suo piano “Vision 2020”, ed hanno giurato di “stabilire delle mete, di raggiungerle e di essere felici del successo degli altri; di mantenere pulito il loro ambiente, di contribuire alla pace nel mondo, di vivere onestamente senza mai farsi corrompere; di accendere la lampada della conoscenza e fare del loro meglio per contribuire alla visione dell’India”.

QUALI LE RAGIONI?

Dove si trovano le cose che contano?

Don Antonio Mazzi

I fatti della vita ci obbligano di tanto in tanto a frenare sui nostri pensieri.
Troppo facile premere sul pedale della tragedia, o invocare l’aiuto dello psichiatra o, peggio ancora, fare dell’umorismo in attesa di giorni migliori.
In questi tempi, sembrano stravolgersi certezze e speranze, fino a ieri radicate profondamente nella storia della gente.
Istinti selvatici e mostruosi piombano sulle nostre case come cicloni e terremoti apocalittici, seppellendo in pochi secondi tenerezze, emozioni, ragionamenti, amicizie, amori, sicurezze.
Mentre stavamo ricostruendo con grande impegno le nostre città devastate dalla guerra e in preda alla povertà, non ci siamo accorti che il vecchio equivoco, nato attorno alla biblica torre di Babele, si riproponeva con accento ancora più tragico.
Allora furono le lingue a non essere comprese, oggi sono le politiche, gli egoismi, le sopraffazioni, le aggressività, le solitudini, ad alzare mura altissime tra uomo e uomo.
Evitiamo atteggiamenti teatrali e letture solo patologiche dei fatti! Recuperiamo il timone perché la tempesta si palpa e l’uragano si fiuta. Gli errori più gravi li abbiamo fatti travisando la quotidianità
Abbiamo seminato nel vento, e stiamo raccogliendo nella tempesta.
Fino all’altro ieri, la vita, da sola, era più che sufficiente per dare gusto alle vicende umane, perché era: semplicità, affetti famigliari, parsimonia, fatica domestica, lavoro agricolo, sacrificio, fede, patria.
Pensavamo d’aver scacciato dai nostri cuori le ombre malefiche dei caini, affascinati dalla voglia di pace e giustizia. Invece nella baraonda della nuova Babele l’aggressività e la morte sono tornate a turbare i nostri sogni, a cavalcare i nostri relitti.
Battersi il petto oggi serve a poco. Abbiamo sbagliato ma il tempo c’è per riparare e per rinascere.
È nel terminale di noi adulti il virus mortale. La vita è ricerca di liberazioni, di risposte nascoste dietro il sudore di fatiche subito credute inutili e sconfitte lancinanti secondo noi ingiuste. Non è emissione di banconote, inseguimento dissennato ai piaceri, bellezza a qualsiasi costo, come abbiamo fatto intendere a noi stessi.
Dobbiamo tornare a rimettere la solitudine, il dolore, le regole, l’ascetica prima nella nostra vita, per essere credibili quando le proporremo dentro la vita dei nostri figli.
Scambiare la famiglia come il luogo dove si depositano i panni sporchi e le giornate come coloratissime sequenze televisive, è l’altro grande errore che ha disorientato i nostri giovani.
Il dramma non è solo l’elaborazione paranoica delle morti dei padri, ma la certosina e macerante autoeliminazione di ogni brandello di serenità che i nostri figli vanno progettando, tra il silenzio attonito della società distratta.
Una paraboletta ebrea, narra:
“C’era una volta uno stolto così insensato che era chiamato Golem (stupido). Quando si alzava al mattino gli riusciva così difficile ritrovare gli abiti che alla sera, al solo pensiero, spesso aveva paura di andare a dormire.
Finalmente una sera si fece coraggio, impugnò una matita e un foglietto, e spogliandosi, annotò dove posava ogni capo di vestiario.
Il mattino seguente, si alzò tutto contento e prese la sua lista. Il berretto: là, e se lo mise in testa. I pantaloni: lì, e se li infilò; e così via fino a che ebbe indossato tutto. Finita la fatica, sentì all’improvviso salire dentro di se una domanda: Si, ma io dove sono rimasto?”.
Noi adulti abbiamo insegnato ai nostri figli tantissime cose, li abbiamo ricoperti di indumenti bellissimi. Abbiamo insegnato loro dove si trovano: le scarpe, i telefonini, i motorini, i titoli di studio, le pizzerie, i luoghi di villeggiatura, gli amori stagionali, l’informatica, i bancomat.
Purtroppo non abbiamo insegnato loro le cose più faticose, importanti, necessarie: dove sta il dolore, la pazienza, la gioia, la fede, la serenità.
Abbiamo insegnato loro ad attingere l’acqua ai pozzi artificiali, e non a quei pozzi profondi scavati nella roccia, dentro ai quali si trovano le sole acque che dissetano l’anima.

Creare una cultura dell’inclusione

Eva Adela Latham
Ambasciatrice di Pace

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e la Carta delle Nazioni Unite hanno entrambe lo stesso fine: la realizzazione della pace. Il senso fondamentale della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani consiste nella esaltazione della dignità di ogni essere umano, ed in quanto tale dei suoi diritti morali. Essa incarna il principio dell’uguaglianza, che è riconosciuto dalla legge naturale. L’Articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite afferma che uno degli scopi dell’ONU consiste nel realizzare la cooperazione internazionale volta a “promuovere ed incoraggiare il rispetto per i Diritti Umani e per le libertà fondamentali per tutti, senza distinzione alcuna”. Il pensiero fondamentale dietro la Carta è che la pace e la stabilità tra le nazioni possono essere raggiunte nel modo migliore percorrendo questa strada.
Quale esperta nel campo dei diritti umani, riconosciuta dall’UNESCO, cerco con tutte le mie forze, e con i miei metodi, di applicare la nozione di dignità umana per tutti. So quanto sia stato difficile nel corso della storia – e quanto ancora lo sia – trasporre l’essenza del messaggio dei diritti umani dalla teoria alla pratica, che tutte le persone sono create eguali per quanto riguarda la loro dignità, e che tutti sono membri dell’unica famiglia umana, indipendentemente dalla loro cultura, religione, nazionalità, genere e lingua, così come affermato nell’Articolo 2.1 della Dichiarazione Universale.
Tuttavia, troppe persone hanno elaborato delle false giustificazioni per escludere gli altri dalla dignità umana. Vedo ogni giorno il modo in cui la gente si autolimita nella propria visione nazionalista, nei propri circoli religiosi, nelle proprie norme e nei propri valori culturali, nei concetti di superiorità di genere o di colore, o di origine sociale, con il vergognoso risultato di escludere gli altri.

Questa “filosofia” dell’esclusione è la base di problemi minimi e massimi in luoghi grandi e piccoli in tutto il mondo. Questo pensiero è ciò che ha dato forma al nostro mondo, e che ancora continua a dargli forma. Esempi contemporanei del risultato di questi comportamento sono il Ruanda, la ex Iugoslavia, la Repubblica Democratica del Congo, l’Afghanistan, l’Irak, il Sudan, e le continue atrocità che avvengono nel Medio Oriente. Ma anche nelle “società senza guerra” si può osservare l’abuso delle differenze religiose e culturali, e l’astuto sfruttamento delle stesse, a fini di vantaggio personale o al fine di raggiungere o mantenere il potere politico.

A fronte di così tanti esempi della predominanza della filosofia dell’esclusione, è straordinario venire a conoscenza del “controesempio” fornito dalla UPF, fondata dal Rev. Dr. Sun Myung Moon. In pochi anni la UPF è cresciuta fino a diventare un movimento che opera in tutto il mondo e che con grande successo mobilita la gente perché realizzi una pace duratura sulla base del pensiero dell’inclusione.
La UPF sta mettendo in pratica una visione, e la sta applicando ad un percorso sostanziale, riuscendo a riunire leader non solo religiosi ma anche politici, e persone comuni che operano in mille settori diversi della società. Attraverso la UPF queste persone hanno trovato l’ispirazione per superare i propri limiti nazionali, religiosi, etnici e sociali, e per dichiararsi incondizionatamente membri dell’unica famiglia umana. Questa è la migliore applicazione pratica del pensiero dell’inclusione. E’ l’idea di base della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che diviene realtà.
Ciò che mi colpisce è che tutte queste attività si sviluppano senza alcuna burocrazia, e senza un elevato grado di istituzionalizzazione formale, ed anche al di fuori dei modelli tradizionali delle filosofie orientate alla pace. I risultati positivi di tutto ciò può essere visto da tutti, e merita davvero rispetto.

La missione della UPF è oggi più necessaria che mai, perché in questo mondo che va verso la globalizzazione sulla base della tecnologia, gli esseri umani sono più consapevoli l’uno dell’altro. Ciò ci fornisce grandi vantaggi rispetto al passato, ma allo stesso tempo ci rende più vulnerabili se non cambiamo la nostra mentalità in modo tale da riuscire a vedere ciò che ci unisce piuttosto che ciò che ci divide.
Per far sì che il mondo passi al prossimo stadio di civiltà, che consiste nella liberazione degli uomini dal timore reciproco, c’è bisogno di persone impegnate, coraggiose e credibili. Il Dr. Moon, e coloro che operano con la UPF, sono proprio questo tipo di persone. Con i principi della UPF, “Vivere per il bene degli altri”, e “Vivere senza frontiere”, la UPF sta mettendo in pratica lo spirito autentico del Preambolo e dell’Articolo 2.1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani in modo assolutamente originale e, soprattutto, credibile.
________________________________________
La D.ssa Eva Adela Latham è presidente di Human Rights Teaching International in Olanda. Ha ricevuto il premio UNESCO per l’insegnamento dei diritti umani nel 1990, assieme a Václav Havel, presidente della Repubblica Ceca.