di Giorgio Gasperoni
Molti grandi scienziati del passato non hanno vissuto la fede come un ostacolo alla ricerca, ma semmai come uno sfondo di intelligibilità del reale. Galileo non pensava che credere in Dio rendesse inutile studiare il cosmo; al contrario, vedeva nella natura un ordine degno di essere indagato con rigore. Newton, da parte sua, non separava in modo netto il suo lavoro scientifico dalla sua visione religiosa: cercare le leggi dell’universo significava, anche, riconoscere che il mondo non era un caos privo di senso.
In fondo, il punto decisivo è distinguere bene i piani. La scienza si domanda come funziona il mondo: quali leggi lo regolano, quali processi lo strutturano, quali cause osservabili ne spiegano i fenomeni. La fede, o più in generale la riflessione filosofica e teologica, si interroga invece sul perché: perché esiste qualcosa invece del nulla, perché l’universo è intelligibile, perché l’essere umano non si limita a conoscere ma cerca anche significato, verità, bene. Confondere queste due domande porta facilmente a falsi conflitti.
Dire che la fede toglie senso alla ricerca significa supporre che chi crede si accontenti di una risposta prefissata e smetta di interrogarsi. Ma non è necessariamente così. Per molti, credere non significa rinunciare alla ricerca, bensì abitarla con un orizzonte più ampio. Anzi, si potrebbe sostenere il contrario: proprio perché il reale non è considerato assurdo o opaco, esso appare degno di essere studiato, esplorato, compreso.
Naturalmente, esistono anche credenti che leggono male la fede e la trasformano in chiusura mentale, così come esistono non credenti che fanno della scienza una nuova forma di dogma. Il problema, allora, non è semplicemente credere o non credere, ma il modo in cui si tiene insieme il desiderio di verità con l’umiltà della ricerca.
Per questo mi sembra più giusto dire che fede e scienza non sono automaticamente rivali. Possono diventarlo, certo, quando una invade impropriamente il campo dell’altra. Ma possono anche restare distinte e dialoganti: la scienza come indagine rigorosa dei processi del mondo, la fede come apertura al loro significato ultimo. In mezzo, resta l’uomo, con la sua mente e la sua coscienza, chiamato non a scegliere tra ricerca e senso, ma a non rinunciare né all’una né all’altro.

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