Presidente di Alleanza Islamica d’Italia, il Dr. Aboulkheir Breigheche, ci descrive in questo suo contributo il concetto di Pace presente nella religione islamica ed esorta tutti ad intensificare le attività che aiutano le diverse culture, popoli e religioni, gruppi e singoli a conoscersi meglio
di Aboulkheir Breigheche
La cultura della pace va rafforzata e diffusa. Va approfondita e vissuta. E coloro che lavorano per questi ideali vanno sostenuti e incoraggiati.
Se poi teniamo presente in quale grave situazione ci troviamo un po’ tutti quanti ( paesi, popoli, famiglie e singoli ) tra guerre, violenze, individualismo, egoismo, ci rendiamo conto di come sia doveroso oltre che necessario intensificare le attività che aiutano le diverse culture, popoli e religioni, gruppi e singoli a conoscersi meglio.
Sono convinto come tanti che “ l’ignoranza e’ il peggior nemico”.
A questo proposito riporto un versetto del sacro Corano che dice:
“ o gente, in verità vi abbiamo creato maschio e femmina e abbiamo fatto di voi popoli vari e tribù affinché vi conosceste a vicenda; il più nobile di voi è colui che ama e teme Dio”.
Con questo modesto contributo e per aiutarci a conoscerci meglio riporto qualche insegnamento islamico che riguarda il concetto di pace nell’Islam:
- Allah, Iddio, ha nell’islam altri 99 nomi che definiscono gli attributi di Dio. Uno dei più noti e conosciuti dai fedeli musulmani è As-salam, la Pace. Molti genitori musulmani scelgono come nome per i loro figli “ Abdussalam”, il servo della Pace, cioè di Dio, la Pace. Sapere che Dio è la pace, ha un profondo significato. Per cui il profeta e messaggero di dio Mohammad* era abituato a cambiare i nomi dei nuovi musulmani quando il loro nome aveva significati cattivi o violenti, con nomi di pace e serenità.
- Il saluto islamico è assalamualaikom, pace sia su di voi e con voi. Da notare che questo saluto viene ripetuto decine di volte al giorno negli incontri, al telefono, per e mail, ecc.. Teniamo presente che pronunciare questo saluto è come fare un patto di pace, atto che è come una preghiera; oltre che pronunciarlo, questo saluto lo si vive tutti i giorni nel quotidiano, perdonando gli errori altrui.
- Tra i pilastri fondamentali della fede islamica c’è la preghiera cinque volte al giorno. Durante questo obbligo religioso il credente ripete la parola pace, tra le formule ed i versetti del Corano recitati, almeno 28 volte al giorno, che raddoppiano quando il credente osserva anche le preghiere facoltative ( sunna). Ogni preghiera si conclude con la frase: “assalamu aleikom wa rahmatu allah”, la pace e la misericordia di Dio sia su di voi, frase che viene pronunciata girando la testa sia a destra che a sinistra, come una promessa di pace per tutta l’umanità’ e tutto l’universo.
- Il paradiso nella terminologia coranica si chiama “ daru salam”, la casa della pace. Come può sperare e pretendere di meritarla ed abitarla una persona che predica e pratica la violenza nelle sue varie forme, nel proprio linguaggio e comportamento?
- Da ricordare che lo stesso saluto degli abitanti del paradiso sarà “ assalamu alaikom” pace sia su di voi, come per affermare che la pace va rafforzata e vissuta sempre e ovunque, in questa vita e nell’aldilà’, come in tutte le situazioni e tutti i luoghi.
Come si vede nell’Islam, la pace è oltre che fede è anche un vissuto quotidiano, è una cultura che si deve imparare tutti i giorni, pace interiore con se stessi, pace con il creatore, pace in famiglia, i genitori, i fratelli, il coniuge, i figli, con il vicino di casa e nel quartiere.
Pace tra i popoli e gli Stati, pace con la natura e l’universo.
Per ogni sfera degli ambiti ricordati sopra, la cultura e la filosofia islamica ha fissato delle regole chiare, precise e pratiche che non ci permettiamo di ricordare per questioni di spazio, affinché regni la pace, contro ogni forma di violenza pubblica o privata.
Assalamu alaikom
Pace sia con voi.
1 novembre 2007
La prospettiva interreligiosa di Gandhi
L'induismo di Gandhi era una religione con una prospettiva universale. Egli si lasciò influenzare da tutte le culture, e rifiutò di ridurre la sua eredità culturale a una visione ristretta della vita e degli eventi
di Lama Geshe Gedun Tharchin
Cercare la verità è una naturale aspirazione umana, un risultato dell'intelligenza e della mente umane: queste qualità rendono gli esseri umani superiori agli animali. Tuttavia, le differenti condizioni umane rappresentano molte diverse esperienze e conoscenze e queste portano con sé varietà di vite e reciproche interazioni tra soggetti ed oggetti; ognuno ha, quindi, molti strumenti per investigare fatti e verità, al meglio delle proprie capacità. Di conseguenza, il riconoscimento delle realtà e del vero modo di ricercare esse sono i principi generali per fondare una religione, una fede o un Dharma.
Effettivamente, Buddha stesso insegnò le Quattro Nobili Verità nel suo primo discorso. I molti fondatori religiosi credevano che la Verità è il solo fenomeno che può soddisfare il naturale umano desiderio. Loro credevano che lo stato ultimo della felicità della mente è realizzabile, e che gli esseri umani hanno il potenziale sufficiente per raggiungerlo tramite le proprie esperienze. Inoltre loro credevano che ogni essere umano è responsabile del piacere degli altri e che il benessere di un essere umano deve considerare come bene gli altri.
Loro credevano anche che lo stato naturale delle cose è basato su una ed ultima realtà. Per esempio Buddha dice che la realtà ultima è la vacuità, giacché tutti i fenomeni sono vuoti di un'esistenza intrinseca in loro stessi. Gesù dice che l'universo è una creazione di un ultimo vero Padre.
Di conseguenza tutti i fondatori religiosi avevano una pura e gentile motivazione e i loro insegnamenti divennero questa grande risorsa per la felicità umana.
Quindi io credo che rispettivamente ogni religione ha il potenziale di dare gli opportuni insegnamenti per guadagnare la pace della mente, se seguita come un'eccezionale sentiero spirituale. Naturalmente ogni essere umano ha il diritto e la possibilità di addestrarsi con tutte le diverse religioni affinché sviluppi una pratica religiosa organica e personale. Io non intendo dire né che tutte le religioni dovrebbero essere unificate, né che tutti gli esseri umani dovrebbero studiare e praticare tutte le religioni. Bensì, io sto sottolineando un importante concetto: le persone non dovrebbero considerare le religioni come contrapposte l'un l'altra o intoccabili.
Le persone devono considerare le religioni come risorse di felicità e non come la distruzione di essa.
Ogni qualvolta il nome di una religione diventa sinonimo di distruzione, ciò non accade per causa della religione o del suo fondatore, ma a causa delle persone che fraintendono il significato e l'uso della religione.
Ma come portare tutte le differenti religioni insieme negli studi e nella pratica di un singolo essere umano? Io vorrei spiegarlo qui parlando di Gandhi e della sua vita. Gandhi nacque in una famiglia Hindu e fu educato sia in Occidente sia in Oriente. Accanto ai suoi studi accademici, egli considerò la pratica religiosa come un grande compito della sua vita e studiò le differenti religioni ogni volta e dovunque ne aveva l'opportunità. Egli praticò religioni diverse appena poteva. Noi consideriamo Gandhi come un mente veramente grande e intelligente, mossa da pura conoscenza umana
Lui credeva che il valore di una religione ha fondamento sulle basilari buone qualità umane. Per valori umani intendo mente compassionevole e senso del perdono. Se qualcuno fallisce in queste qualità umane basilari, lui o lei non otterrà mai alcun beneficio da una fede religiosa.
Perciò coltivare i valori umani fondamentali è il primo dovere di una persona religiosa. Le qualità umane fondamentali sono la porta per iniziare una genuina pratica religiosa.
Allo scopo di raccogliere differenti studi religiosi in una sola vita umana, una persona dovrebbe capire i concetti delle diverse religioni e, per questo, i seguaci delle varie religioni dovrebbero incontrarsi e studiare insieme per il beneficio e la comprensione reciproci.
Questa è la principale ragione per cui promuovere il dialogo e gli incontri interreligiosi è molto importante nel mondo odierno.
Io considero la vita di Gandhi e il suo insegnamento come la migliore via e motivazione per attuare un così importante compito.
A causa dell'assenza di un'apertura e di buon cuore, molte persone del mondo oggi soffrono per sentimenti di insoddisfazione, malinconia e senso di insicurezza. Così, promuovere valori umani più profondi è un insegnamento di cui oggi il mondo ha bisogno.
Inoltre, la promozione di un'armonia tra le diverse religioni è essenziale per sviluppare le umane qualità. Allo scolpo di sviluppare una reale armonia tra le differenti religioni, base di una reciproca comprensione, noi dobbiamo promuovere maggiore comunicazione e interazione tra quelle diverse religioni. Perciò oggi il dialogo interreligioso è un compito e un bisogno essenziale.
I valori umani essenziali stanno a significare che per sua natura, effettivamente ognuno ha lo stesso desiderio di felicità e stesso diritto di realizzarlo. Un'altra verità è che la felicità dipende dall'aiuto degli altri o dal loro supporto, e dalla loro gentilezza. Quindi, giacché noi siamo esseri umani in una società umana, dobbiamo vivere nello sforzo comune del reciproco beneficio
Di conseguenza, noi dobbiamo occuparci o dovremmo pensare al benessere degli altri, avere il cuore aperto e capire la realtà
Gandhi e le religioni del mondo
Consideriamo Gandhi come un uomo universale che aveva una fede costante negli immortali valori umani e denunciava tutti i tipi di barriere: geografica, razziale, culturale ecc.
Riguardo alle diverse religioni nel mondo egli credeva profondamente che: "Tutte le religioni hanno una sorgente e nessun uomo ha il diritto di dire che la sua è la migliore, o che sia la sola vera forma di credo".
L'induismo di Gandhi era una religione con una prospettiva universale. Egli si lasciò influenzare da tutte le culture, e rifiutò di ridurre la sua eredità culturale a una visione ristretta della vita e degli eventi
Gandhi credeva nella grandezza di tutte le religioni. Egli dice: "Io credo la verità fondamentale di tutte le grandi religioni del mondo". Ogni qualvolta Gandhi ne aveva l'opportunità, egli citava le sacre scritture Hindu, Islamiche e cristiane alle riunioni di preghiera. Gandhi provava a capire e adottava ogni cosa che trovava essere di valore nelle altre religioni. Lui credeva in tutti i grandi profeti e santi. Lui proclama: "Il mio induismo non è settario. Esso include tutto ciò che io so essere il meglio nell'Islamismo, nel Cristianesimo, nel Buddismo e Zoroastrismo".
Gandhi non separava mai la sua religione dal resto della sua vita. Egli dice: "Io non conosco alcuna religione a parte l'attività umana".
Gandhi era un uomo politico che regolava la sua vita politica sui dettami dei principi morali e religiosi e in base alla voce della coscienza.
Thomas Matron riconosce un appropriato tributo a Gandhi, quando dice: "Per Gandhi, strano che possa sembrarci, l'azione politica deve essere la sua vera natura di religioso, nel senso che, essa doveva essere permeata dai principi di saggezza religiosa e psicologica. Separare religione e politica era agli occhi di Gandhi "follia", perché per Gandhi, la politica è fondata interamente su una religiosa interpretazione della realtà della vita e della condizione dell'uomo nel mondo".
Nella prospettiva di Gandhi "Dio" e "Verità" hanno la stessa denotazione. Perciò l'asserzione "Dio è Verità" può essere convertita semplicemente senza cadere in errore. Il significato psicologico di questa citazione è rilevante. Dopo "Crossed the Sahara of atheism", Gandhi accettò l'idea di Dio delle religioni del mondo.
Spiritualità di Gandhi
La Verità assoluta è al di là della parola e della ragione. La purezza del cuore è essenziale per la percezione della Verità. Gadhi dice, “solo un uomo che è più umile della polvere può vedere la Verità”. Quindi la purezza di vita è essenziale per l’intuizione della Verità. La chiarezza dell’intuizione si basa sulla purezza del cuore. L’etica e la metafisica sono intimamente collegate. L’una implica e sostiene l’altra. La vita e la forma del pensiero sono una sola cosa. Questa è l’essenza della filosofia di vita e uno deve dimostrarla attraverso la propria vita.
La Verità e l’Amore sono inseparabili e si presuppongono reciprocamente per Gandhi. L’Amore è l’espressione della Verità nel mondo dei fenomeni. La Verità assoluta che è la somma totale di tutte le verità relative è la Realtà Ultima. Essa è una ed è al di là della comprensione umana. Tuttavia non è totalmente inconoscibile. Si rivela nella natura e nell’uomo come la legge dell’amore. Così la legge dell’amore è l’espressione mondana della Legge Suprema, la Verità. L’amore che abbraccia ogni cosa è l’espressione terrena della Realtà Ultima, l’“Unità di tutta la vita”. Amare è vivere la verità. Quindi l’amore possiede uno status metafisico che è uguale a quello della verità.
In breve, la realtà ontologica ultima: la Verità è Dio e rivela se stessa nel mondo fenomenico come la legge dell’Amore, della Pace, che diviene la legge della filosofia di vita. La Pace può essere vissuta solo dal coraggioso e da colui che non ha paura. La Verità si rivela nell’uomo come la “voce interiore”, che deve essere luce al suo cammino e guida alla sua vita. La voce della coscienza è infallibile solo quando è il risultato di una vita pura e disciplinata. Così, la verità metafisica non può essere separata dalla verità morale. Solo un cercatore onesto con un cuore puro può avere la visione della Verità. Per lui o lei Verità è Dio. La Verità è Amore e Coscienza. La Verità è etica e moralità; la Verità è mancanza di paura. La Verità è la Luce e la Vita. La Verità è Dio, Allah, Iswara, Buddha, ecc…
Conclusione
Dalla vita di Gandhi, io sono sicuro che le persone che vogliono trovare la soluzione per l'armonia delle religioni del mondo, possono imparare il modo migliore per studiare, praticare e promuovere la pace del mondo e la Fratellanza Universale.
di Lama Geshe Gedun Tharchin
Cercare la verità è una naturale aspirazione umana, un risultato dell'intelligenza e della mente umane: queste qualità rendono gli esseri umani superiori agli animali. Tuttavia, le differenti condizioni umane rappresentano molte diverse esperienze e conoscenze e queste portano con sé varietà di vite e reciproche interazioni tra soggetti ed oggetti; ognuno ha, quindi, molti strumenti per investigare fatti e verità, al meglio delle proprie capacità. Di conseguenza, il riconoscimento delle realtà e del vero modo di ricercare esse sono i principi generali per fondare una religione, una fede o un Dharma.
Effettivamente, Buddha stesso insegnò le Quattro Nobili Verità nel suo primo discorso. I molti fondatori religiosi credevano che la Verità è il solo fenomeno che può soddisfare il naturale umano desiderio. Loro credevano che lo stato ultimo della felicità della mente è realizzabile, e che gli esseri umani hanno il potenziale sufficiente per raggiungerlo tramite le proprie esperienze. Inoltre loro credevano che ogni essere umano è responsabile del piacere degli altri e che il benessere di un essere umano deve considerare come bene gli altri.
Loro credevano anche che lo stato naturale delle cose è basato su una ed ultima realtà. Per esempio Buddha dice che la realtà ultima è la vacuità, giacché tutti i fenomeni sono vuoti di un'esistenza intrinseca in loro stessi. Gesù dice che l'universo è una creazione di un ultimo vero Padre.
Di conseguenza tutti i fondatori religiosi avevano una pura e gentile motivazione e i loro insegnamenti divennero questa grande risorsa per la felicità umana.
Quindi io credo che rispettivamente ogni religione ha il potenziale di dare gli opportuni insegnamenti per guadagnare la pace della mente, se seguita come un'eccezionale sentiero spirituale. Naturalmente ogni essere umano ha il diritto e la possibilità di addestrarsi con tutte le diverse religioni affinché sviluppi una pratica religiosa organica e personale. Io non intendo dire né che tutte le religioni dovrebbero essere unificate, né che tutti gli esseri umani dovrebbero studiare e praticare tutte le religioni. Bensì, io sto sottolineando un importante concetto: le persone non dovrebbero considerare le religioni come contrapposte l'un l'altra o intoccabili.
Le persone devono considerare le religioni come risorse di felicità e non come la distruzione di essa.
Ogni qualvolta il nome di una religione diventa sinonimo di distruzione, ciò non accade per causa della religione o del suo fondatore, ma a causa delle persone che fraintendono il significato e l'uso della religione.
Ma come portare tutte le differenti religioni insieme negli studi e nella pratica di un singolo essere umano? Io vorrei spiegarlo qui parlando di Gandhi e della sua vita. Gandhi nacque in una famiglia Hindu e fu educato sia in Occidente sia in Oriente. Accanto ai suoi studi accademici, egli considerò la pratica religiosa come un grande compito della sua vita e studiò le differenti religioni ogni volta e dovunque ne aveva l'opportunità. Egli praticò religioni diverse appena poteva. Noi consideriamo Gandhi come un mente veramente grande e intelligente, mossa da pura conoscenza umana
Lui credeva che il valore di una religione ha fondamento sulle basilari buone qualità umane. Per valori umani intendo mente compassionevole e senso del perdono. Se qualcuno fallisce in queste qualità umane basilari, lui o lei non otterrà mai alcun beneficio da una fede religiosa.
Perciò coltivare i valori umani fondamentali è il primo dovere di una persona religiosa. Le qualità umane fondamentali sono la porta per iniziare una genuina pratica religiosa.
Allo scopo di raccogliere differenti studi religiosi in una sola vita umana, una persona dovrebbe capire i concetti delle diverse religioni e, per questo, i seguaci delle varie religioni dovrebbero incontrarsi e studiare insieme per il beneficio e la comprensione reciproci.
Questa è la principale ragione per cui promuovere il dialogo e gli incontri interreligiosi è molto importante nel mondo odierno.
Io considero la vita di Gandhi e il suo insegnamento come la migliore via e motivazione per attuare un così importante compito.
A causa dell'assenza di un'apertura e di buon cuore, molte persone del mondo oggi soffrono per sentimenti di insoddisfazione, malinconia e senso di insicurezza. Così, promuovere valori umani più profondi è un insegnamento di cui oggi il mondo ha bisogno.
Inoltre, la promozione di un'armonia tra le diverse religioni è essenziale per sviluppare le umane qualità. Allo scolpo di sviluppare una reale armonia tra le differenti religioni, base di una reciproca comprensione, noi dobbiamo promuovere maggiore comunicazione e interazione tra quelle diverse religioni. Perciò oggi il dialogo interreligioso è un compito e un bisogno essenziale.
I valori umani essenziali stanno a significare che per sua natura, effettivamente ognuno ha lo stesso desiderio di felicità e stesso diritto di realizzarlo. Un'altra verità è che la felicità dipende dall'aiuto degli altri o dal loro supporto, e dalla loro gentilezza. Quindi, giacché noi siamo esseri umani in una società umana, dobbiamo vivere nello sforzo comune del reciproco beneficio
Di conseguenza, noi dobbiamo occuparci o dovremmo pensare al benessere degli altri, avere il cuore aperto e capire la realtà
Gandhi e le religioni del mondo
Consideriamo Gandhi come un uomo universale che aveva una fede costante negli immortali valori umani e denunciava tutti i tipi di barriere: geografica, razziale, culturale ecc.
Riguardo alle diverse religioni nel mondo egli credeva profondamente che: "Tutte le religioni hanno una sorgente e nessun uomo ha il diritto di dire che la sua è la migliore, o che sia la sola vera forma di credo".
L'induismo di Gandhi era una religione con una prospettiva universale. Egli si lasciò influenzare da tutte le culture, e rifiutò di ridurre la sua eredità culturale a una visione ristretta della vita e degli eventi
Gandhi credeva nella grandezza di tutte le religioni. Egli dice: "Io credo la verità fondamentale di tutte le grandi religioni del mondo". Ogni qualvolta Gandhi ne aveva l'opportunità, egli citava le sacre scritture Hindu, Islamiche e cristiane alle riunioni di preghiera. Gandhi provava a capire e adottava ogni cosa che trovava essere di valore nelle altre religioni. Lui credeva in tutti i grandi profeti e santi. Lui proclama: "Il mio induismo non è settario. Esso include tutto ciò che io so essere il meglio nell'Islamismo, nel Cristianesimo, nel Buddismo e Zoroastrismo".
Gandhi non separava mai la sua religione dal resto della sua vita. Egli dice: "Io non conosco alcuna religione a parte l'attività umana".
Gandhi era un uomo politico che regolava la sua vita politica sui dettami dei principi morali e religiosi e in base alla voce della coscienza.
Thomas Matron riconosce un appropriato tributo a Gandhi, quando dice: "Per Gandhi, strano che possa sembrarci, l'azione politica deve essere la sua vera natura di religioso, nel senso che, essa doveva essere permeata dai principi di saggezza religiosa e psicologica. Separare religione e politica era agli occhi di Gandhi "follia", perché per Gandhi, la politica è fondata interamente su una religiosa interpretazione della realtà della vita e della condizione dell'uomo nel mondo".
Nella prospettiva di Gandhi "Dio" e "Verità" hanno la stessa denotazione. Perciò l'asserzione "Dio è Verità" può essere convertita semplicemente senza cadere in errore. Il significato psicologico di questa citazione è rilevante. Dopo "Crossed the Sahara of atheism", Gandhi accettò l'idea di Dio delle religioni del mondo.
Spiritualità di Gandhi
La Verità assoluta è al di là della parola e della ragione. La purezza del cuore è essenziale per la percezione della Verità. Gadhi dice, “solo un uomo che è più umile della polvere può vedere la Verità”. Quindi la purezza di vita è essenziale per l’intuizione della Verità. La chiarezza dell’intuizione si basa sulla purezza del cuore. L’etica e la metafisica sono intimamente collegate. L’una implica e sostiene l’altra. La vita e la forma del pensiero sono una sola cosa. Questa è l’essenza della filosofia di vita e uno deve dimostrarla attraverso la propria vita.
La Verità e l’Amore sono inseparabili e si presuppongono reciprocamente per Gandhi. L’Amore è l’espressione della Verità nel mondo dei fenomeni. La Verità assoluta che è la somma totale di tutte le verità relative è la Realtà Ultima. Essa è una ed è al di là della comprensione umana. Tuttavia non è totalmente inconoscibile. Si rivela nella natura e nell’uomo come la legge dell’amore. Così la legge dell’amore è l’espressione mondana della Legge Suprema, la Verità. L’amore che abbraccia ogni cosa è l’espressione terrena della Realtà Ultima, l’“Unità di tutta la vita”. Amare è vivere la verità. Quindi l’amore possiede uno status metafisico che è uguale a quello della verità.
In breve, la realtà ontologica ultima: la Verità è Dio e rivela se stessa nel mondo fenomenico come la legge dell’Amore, della Pace, che diviene la legge della filosofia di vita. La Pace può essere vissuta solo dal coraggioso e da colui che non ha paura. La Verità si rivela nell’uomo come la “voce interiore”, che deve essere luce al suo cammino e guida alla sua vita. La voce della coscienza è infallibile solo quando è il risultato di una vita pura e disciplinata. Così, la verità metafisica non può essere separata dalla verità morale. Solo un cercatore onesto con un cuore puro può avere la visione della Verità. Per lui o lei Verità è Dio. La Verità è Amore e Coscienza. La Verità è etica e moralità; la Verità è mancanza di paura. La Verità è la Luce e la Vita. La Verità è Dio, Allah, Iswara, Buddha, ecc…
Conclusione
Dalla vita di Gandhi, io sono sicuro che le persone che vogliono trovare la soluzione per l'armonia delle religioni del mondo, possono imparare il modo migliore per studiare, praticare e promuovere la pace del mondo e la Fratellanza Universale.
Le Nazioni Unite e gli Stati Membri ad una svolta
Bisogna che iniziamo a pensare globalmente per potere agire localmente in modo più efficace e negli ambiti giusti e l’ONU dovrebbe essere la sede eletta della giustizia e del bene comune.
di Giuseppe Calì
Stiamo vivendo un tempo sicuramente drammatico, cruciale e nello stesso tempo pieno di prospettive nuove. Non è facile raccapezzarsi ed avere un visione chiara su quale futuro ci aspetti. Le previsioni tendono al brutto tempo, alle catastrofi economiche, sociali, politiche, militari ed ecologiche assolute e si assiste al ritorno delle ideologie del passato o perlomeno di un atteggiamento demagogico dei politici nei confronti dei propri cittadini. Non c’è molto da stare allegri. Pur quando non si accetta il pessimismo corrente con il quale veniamo bombardati, spesso ad arte, bisogna riconoscere che una certa preoccupazione sia legittima. Si sente il bisogno di nuovi o rinnovati punti di riferimento e di un nuovo sistema. La democrazia deve essere rinnovata, non tanto forse nei suoi principi di base, quanto nei suoi metodi. E da questo rinnovamento deve nascere un nuovo ordine delle cose.
L’ordine mondiale ha attraversato tante ere storiche di grande impatto globale: l’era degli imperi, l’era dei colonialismi, l’era delle rivoluzioni americana, francese, russa e vissuto conflitti di proporzioni epiche. Ognuno di questi periodi infatti è iniziato è continuato e si è concluso nel sangue. Ogni volta che l’uomo costruisce una egemonia, un predominio, questo sfocia nel bagno di sangue innocente,
Qual è il tempo che stiamo vivendo adesso? Gli Stati Uniti sono rimasti l’unica vera superpotenza e grazie a Dio è una nazione democratica, nata forse dall’unica vera rivoluzione popolare autentica. Nel corso della sua breve storia non ha però sempre rispettato la propria costituzione e lo spirito che ha animato la propria fondazione. Il grande storico De Toqueville disse: “L’america è grande perché è buona. Il momento in cui smetterà di essere buona finirà la sua grandezza.” . Fino a quando allora l’America rimarrà in cima al mondo?
Africa, Cina, India, Tigri asiatiche, mondo islamico, in modi diversi pongono una sfida difficile non solo all’America ma a tutto il cosiddetto primo mondo di cui anche noi facciamo parte.
Il mondo come noi lo abbiamo conosciuto in questi ultimi 50 anni di dopo-guerra, sta per essere stravolto, anzi ha già cominciato ad essere stravolto.
Siamo ad un bivio: se vogliamo evitare scontri drammatici ed un ulteriore bagno di sangue dobbiamo riuscire a stabilire equilibri nuovi senza poli egemonici, in una sorta di fratellanza mondiale. Tradotto in termini politici ciò implica un ruolo nuovo e più pregnante dell’ONU che in questo nuovo ordine dovrebbe ricoprire un ruolo fondamentale.
Scambi commerciali, culturali, dialoghi politici, devono essere animati da un serio e sincero desiderio di armonia e collaborazione e l’ONU deve diventare l’organo di mediazione sovrano.
La UPF vuole costruire questo modello per offrirlo all’ONU ed al mondo intero. È un progetto ambizioso ma qualcuno ha detto che “niente può fermare un’idea il cui tempo sia arrivato”.
IN questo suo impegno la UPF attinge comunque a valori senza tempo e formula una serie di principi chiave indispensabili alla costruzione della Pace:
1. Noi siamo un’unica famiglia mondiale creata da Dio, la realtà ultima.
2. Le qualità spirituali e morali dell’essere umano sono la sua vera essenza
3. La famiglia è la prima scuola di pace e d’amore e l’asse portante della società
4. Vivere per il prossimo è la strada maestra per la riconciliazione e l’armonia
5. La Pace avviene attraverso il superamento delle barriere sociali, etniche, religiose, nazionali.
Certo sono principi espressi in maniera molto semplice e le soluzioni richiedono
sicuramente un’analisi ed un impegno più complessi, ma aderire ad essi è il presupposto affinché soluzioni vere e durature possano poi essere attuate.
D’altra parte la semplificazione, il ritorno alle regole essenziali, è sempre necessaria in momenti di grande caos e stordimento come questi. Trovare almeno una base comune che possa riaprire il dialogo in modo veramente costruttivo e non di forma e ponga le basi per uno sviluppo culturale globale, penso proprio che sia addirittura indispensabile.
Ecco perché credo che l’UPF possa dare un grande contributo in questa fase della storia, proprio perché parte da un ripensamento ed una riproposta delle cose che di più contano nella nostra vita, per poi arrivare a formulare proposte che possano raggiungere le sofferenze, i disagi, i conflitti e le speranze dell’uomo del terzo millennio.
Il nuovo ordine quindi non dovrebbe nascere soltanto da nuovi equilibri geopolitici o sociali. Deve nascere anche da un nuovo ordine “spirituale”. Dopo la fine della divisione del mondo in due blocchi e della guerra fredda, non si può più pensare che possano esistere nel mondo poli egemonici così forti da controllare ed influenzare ogni cosa, apertamente o subdolamente.
Inoltre, non ci può più essere soluzione parziale ai problemi della nostra società. La reazione a catena è già partita e non la si può fermare nemmeno chiudendosi in casa. Le frontiere non bastano più. Bisogna che iniziamo a pensare globalmente per potere agire localmente in modo più efficace e negli ambiti giusti e l’ONU dovrebbe essere la sede eletta della giustizia e del bene comune. Sono gli organismi sopranazionali, specie quelli che si occupano di pace, di problemi umanitari, di formazione e cultura, di risoluzione dei conflitti e così via, che devono giocare un ruolo fondamentale nella formazione del nuovo ordine.
In realtà esiste un solo ostacolo a tutto questo, che si manifesta in molte forme diverse: l’egoismo che oggi si chiama fondamentalismo. La teoria dell’assolutizzazione dell’IO.
Esistono diversi fondamentalismi, che hanno la stessa natura ma agiscono in ambiti diversi. Alcuni li conosciamo più o meno bene, altri spesso non li consideriamo tali: Il fondamentalismo religioso, oggi il più evidente. Quello culturale di cui noi nazioni avanzate ci siamo macchiate in passato e spesso continuiamo a farlo, anche all’interno delle nostre società e che oggi rischia di ritorcersi contro di noi. Prima di quanto possiamo immaginare, per esempio, rischiamo di essere ripagati con la stessa moneta da altre culture al momento emergenti sulla scena internazionale. Quello razziale di triste memoria e non ancora completamente estinto in molte parti del mondo. Quello capitalistico. Tante grandi multinazionali si sono macchiate di questo peccato. Gli interessi del capitale sono importanti tanto quanto quelli della gente. “Tanto quanto” questa è la chiave. La situazione in Nigeria nel delta del Nilo, per esempio, è uno dei casi dove ad enormi ricchezze del territorio non corrisponde un benessere diffuso tra la popolazione. È uno dei tanti casi. Anche questa è una forma di fondamentalismo cioè l’idea che non esista altra via che quella dell’interesse di parte. È il contrario dell’evoluzione, del progresso civile, dell’armonia che muove l’universo intero che ci insegna che non può esistere benessere globale senza benessere individuale e viceversa.
Anche la nostra democrazia ed il nostro capitalismo “moderato” corrono questo rischio quando non cercano nuove strade e invece si arroccano in convinzioni inadeguate e ristrette, che non considerano il bene comune di tutti e a disposizione di tutti. Ma questo è un altro argomento, che tratteremo prossimamente.
di Giuseppe Calì
Stiamo vivendo un tempo sicuramente drammatico, cruciale e nello stesso tempo pieno di prospettive nuove. Non è facile raccapezzarsi ed avere un visione chiara su quale futuro ci aspetti. Le previsioni tendono al brutto tempo, alle catastrofi economiche, sociali, politiche, militari ed ecologiche assolute e si assiste al ritorno delle ideologie del passato o perlomeno di un atteggiamento demagogico dei politici nei confronti dei propri cittadini. Non c’è molto da stare allegri. Pur quando non si accetta il pessimismo corrente con il quale veniamo bombardati, spesso ad arte, bisogna riconoscere che una certa preoccupazione sia legittima. Si sente il bisogno di nuovi o rinnovati punti di riferimento e di un nuovo sistema. La democrazia deve essere rinnovata, non tanto forse nei suoi principi di base, quanto nei suoi metodi. E da questo rinnovamento deve nascere un nuovo ordine delle cose.
L’ordine mondiale ha attraversato tante ere storiche di grande impatto globale: l’era degli imperi, l’era dei colonialismi, l’era delle rivoluzioni americana, francese, russa e vissuto conflitti di proporzioni epiche. Ognuno di questi periodi infatti è iniziato è continuato e si è concluso nel sangue. Ogni volta che l’uomo costruisce una egemonia, un predominio, questo sfocia nel bagno di sangue innocente,
Qual è il tempo che stiamo vivendo adesso? Gli Stati Uniti sono rimasti l’unica vera superpotenza e grazie a Dio è una nazione democratica, nata forse dall’unica vera rivoluzione popolare autentica. Nel corso della sua breve storia non ha però sempre rispettato la propria costituzione e lo spirito che ha animato la propria fondazione. Il grande storico De Toqueville disse: “L’america è grande perché è buona. Il momento in cui smetterà di essere buona finirà la sua grandezza.” . Fino a quando allora l’America rimarrà in cima al mondo?
Africa, Cina, India, Tigri asiatiche, mondo islamico, in modi diversi pongono una sfida difficile non solo all’America ma a tutto il cosiddetto primo mondo di cui anche noi facciamo parte.
Il mondo come noi lo abbiamo conosciuto in questi ultimi 50 anni di dopo-guerra, sta per essere stravolto, anzi ha già cominciato ad essere stravolto.
Siamo ad un bivio: se vogliamo evitare scontri drammatici ed un ulteriore bagno di sangue dobbiamo riuscire a stabilire equilibri nuovi senza poli egemonici, in una sorta di fratellanza mondiale. Tradotto in termini politici ciò implica un ruolo nuovo e più pregnante dell’ONU che in questo nuovo ordine dovrebbe ricoprire un ruolo fondamentale.
Scambi commerciali, culturali, dialoghi politici, devono essere animati da un serio e sincero desiderio di armonia e collaborazione e l’ONU deve diventare l’organo di mediazione sovrano.
La UPF vuole costruire questo modello per offrirlo all’ONU ed al mondo intero. È un progetto ambizioso ma qualcuno ha detto che “niente può fermare un’idea il cui tempo sia arrivato”.
IN questo suo impegno la UPF attinge comunque a valori senza tempo e formula una serie di principi chiave indispensabili alla costruzione della Pace:
1. Noi siamo un’unica famiglia mondiale creata da Dio, la realtà ultima.
2. Le qualità spirituali e morali dell’essere umano sono la sua vera essenza
3. La famiglia è la prima scuola di pace e d’amore e l’asse portante della società
4. Vivere per il prossimo è la strada maestra per la riconciliazione e l’armonia
5. La Pace avviene attraverso il superamento delle barriere sociali, etniche, religiose, nazionali.
Certo sono principi espressi in maniera molto semplice e le soluzioni richiedono
sicuramente un’analisi ed un impegno più complessi, ma aderire ad essi è il presupposto affinché soluzioni vere e durature possano poi essere attuate.
D’altra parte la semplificazione, il ritorno alle regole essenziali, è sempre necessaria in momenti di grande caos e stordimento come questi. Trovare almeno una base comune che possa riaprire il dialogo in modo veramente costruttivo e non di forma e ponga le basi per uno sviluppo culturale globale, penso proprio che sia addirittura indispensabile.
Ecco perché credo che l’UPF possa dare un grande contributo in questa fase della storia, proprio perché parte da un ripensamento ed una riproposta delle cose che di più contano nella nostra vita, per poi arrivare a formulare proposte che possano raggiungere le sofferenze, i disagi, i conflitti e le speranze dell’uomo del terzo millennio.
Il nuovo ordine quindi non dovrebbe nascere soltanto da nuovi equilibri geopolitici o sociali. Deve nascere anche da un nuovo ordine “spirituale”. Dopo la fine della divisione del mondo in due blocchi e della guerra fredda, non si può più pensare che possano esistere nel mondo poli egemonici così forti da controllare ed influenzare ogni cosa, apertamente o subdolamente.
Inoltre, non ci può più essere soluzione parziale ai problemi della nostra società. La reazione a catena è già partita e non la si può fermare nemmeno chiudendosi in casa. Le frontiere non bastano più. Bisogna che iniziamo a pensare globalmente per potere agire localmente in modo più efficace e negli ambiti giusti e l’ONU dovrebbe essere la sede eletta della giustizia e del bene comune. Sono gli organismi sopranazionali, specie quelli che si occupano di pace, di problemi umanitari, di formazione e cultura, di risoluzione dei conflitti e così via, che devono giocare un ruolo fondamentale nella formazione del nuovo ordine.
In realtà esiste un solo ostacolo a tutto questo, che si manifesta in molte forme diverse: l’egoismo che oggi si chiama fondamentalismo. La teoria dell’assolutizzazione dell’IO.
Esistono diversi fondamentalismi, che hanno la stessa natura ma agiscono in ambiti diversi. Alcuni li conosciamo più o meno bene, altri spesso non li consideriamo tali: Il fondamentalismo religioso, oggi il più evidente. Quello culturale di cui noi nazioni avanzate ci siamo macchiate in passato e spesso continuiamo a farlo, anche all’interno delle nostre società e che oggi rischia di ritorcersi contro di noi. Prima di quanto possiamo immaginare, per esempio, rischiamo di essere ripagati con la stessa moneta da altre culture al momento emergenti sulla scena internazionale. Quello razziale di triste memoria e non ancora completamente estinto in molte parti del mondo. Quello capitalistico. Tante grandi multinazionali si sono macchiate di questo peccato. Gli interessi del capitale sono importanti tanto quanto quelli della gente. “Tanto quanto” questa è la chiave. La situazione in Nigeria nel delta del Nilo, per esempio, è uno dei casi dove ad enormi ricchezze del territorio non corrisponde un benessere diffuso tra la popolazione. È uno dei tanti casi. Anche questa è una forma di fondamentalismo cioè l’idea che non esista altra via che quella dell’interesse di parte. È il contrario dell’evoluzione, del progresso civile, dell’armonia che muove l’universo intero che ci insegna che non può esistere benessere globale senza benessere individuale e viceversa.
Anche la nostra democrazia ed il nostro capitalismo “moderato” corrono questo rischio quando non cercano nuove strade e invece si arroccano in convinzioni inadeguate e ristrette, che non considerano il bene comune di tutti e a disposizione di tutti. Ma questo è un altro argomento, che tratteremo prossimamente.
1 luglio 2007
La Famiglia, vecchio soggetto, nuovo problema
di Giuseppe Calì
Civiltà che fino a pochi decenni fa si sviluppavano quasi indipendentemente con i propri valori, usanze e tradizioni, oggi, nella cosiddetta era della globalizzazione, vengono a coesistere sugli stessi territori geografici, economici e culturali. La storia ci insegna che nel confronto tra civiltà diverse, spesso è la paura (con tutto ciò che ne consegue) a prevalere sullo spirito di integrazione, di collaborazione civile, di dialogo vero e costruttivo. I temi sono tanti: l’economia emergente dell’oriente, le spinte fondamentaliste e nazionalistiche, la crisi culturale e valoriale del blocco occidentale, fino ad arrivare all’Africa con tutta la sua drammaticità e nello stesso tempo il suo desiderio di emergere sulla scena mondiale con una nuova dignità.
A questi temi internazionali si aggiungono quelli che riguardano in particolare l’Italia dove lo scontro, dai temi ideologici, economici e politici si sta spostando oramai sul terreno dei valori più fondamentali dell’esistenza. Prima tra tutti la tematica della famiglia.
Da una parte, a farci quasi ripudiare e addirittura odiare l’istituzione familiare classica, la spinta verso modelli diversi, alternativi persino ai valori antropologici più essenziali e la cronaca che ci inorridisce quotidianamente con episodi di violenza che fino a poco tempo fa avevano riguardato le guerre peggiori e le faide tribali più arretrate, ma che ora coinvolge famiglie cosiddette normali.
Dall’altra il desiderio potente di essere famiglia, non solo con i propri cari, ma anche con i vicini di casa, i colleghi, di estendere il raggio dei propri legami affettivi a comunità intere. Questo per me è stato il senso della manifestazione di Roma a favore della famiglia. Mi hanno fatto riflettere le parole dei giocatori del Milan che, dopo la vittoria nella Coppa dei Campioni, quasi in coro affermavano che il segreto di questa squadra era stato “l’essere una famiglia”. Vero o no, perlomeno questo è il desiderio irremovibile che alberga da sempre nell’animo umano e, in un certo senso, il segreto che sta dietro lo sviluppo delle civiltà.
E la famiglia non è l’unico tema importante. La sicurezza, la convivenza di civiltà e fedi, il futuro dei giovani, l’eutanasia, la pena di morte, per citarne solo alcune. Tutte queste tematiche entrano nelle nostre case con una forza mediatica dirompente, che ci coinvolge e ci lascia spesso senza fiato. C’è bisogno di una riflessione profonda che ci aiuti a trovare il bandolo della matassa ed una nuova speranza. Non basta “resistere”, non si può solo proporre vecchi metodi: è necessario trovare nuove vie, seppure all’interno dei valori fondamentali che restituiscono all’uomo e alla donna la giusta dignità.
Emerge con forza la problematica legata all’identità ed al senso di appartenenza. Quale è la nostra identità oggi? A chi apparteniamo? È sempre più difficile rispondere ed in questa difficoltà intravedo le cause dello squilibrio in cui viviamo. Dovremmo chiederci se ultimamente non abbiamo messo troppa enfasi sull’individuo, le sue libertà, i suoi diritti, i suoi desideri a prescindere dalla direzione in cui lo portano a lungo termine. Se ciò è vero, allora capisco perché ci siamo dimenticati del significato vero di parole come famiglia, comunità, umanità, solidarietà, carità. Ne abbiamo fatto questioni politiche, economiche, conflittuali, privandole della loro magia e direi anche dissacrandole, posto che facevano parte del progetto divino per l’uomo. L’individualismo ha sommerso tutto il resto. Il mio timore è che, quando la società avrà concluso questo processo di “modernizzazione” o “laicizzazione” come vengono, secondo me erroneamente definiti i processi sociali attuali, ciò che rimarrà sarà un insieme di persone che non sapranno come convivere e non avranno più motivazioni autentiche per farlo. Le leggi prima o poi non basteranno più e si arriverà alla guerra.
Io, che credo fortemente in Dio e nell’Uomo – Suo Figlio, sono sicuro che ci fermeremo prima, che presto arriveremo a riflettere più profondamente sul senso della nostra esistenza e sapremo costruire nuove basi. È questa speranza che alimenta il mio ideale di pace e che mi da la forza di lottare per ciò in cui credo.
Quali soluzioni dunque? Cosa possiamo fare? Si possono ipotizzare interventi in tutti i campi, ma io credo che la chiave più efficace sia da individuare nell’educazione dei giovani. È lì la vera linea del fronte, perché è lì dove tutto ha cominciato a rovinarsi ed è lì che la nostra civiltà potrà rinascere. Certo, essendo testimoni della morte per droga di giovani con ancora tante potenzialità da esprimere, professori che scambiano spinelli con i loro studenti e cose anche ben peggiori, come ci è successo ultimamente non è facile sperare in un cambiamento positivo radicale come quello che ci vorrebbe.
Riflettendo sul declino morale della nostra cultura, siamo particolarmente preoccupati da come la mancanza di etica affligga i nostri figli. Abbiamo sperato che le scuole potessero sostenere quella guida morale che le famiglie e le chiese hanno sperato di dare, ma le scuole pubbliche sono oggi ripulite da tutti quegli insegnamenti che derivano dalla tradizione religiosa. Ci sono alcuni insegnanti che cercano personalmente di sopperire a questa mancanza, ma in genere, la scuola, con i suoi amministratori, insegnanti e testi si guardano bene dall’enfatizzare temi religiosi e morali. Alle scuole pubbliche si chiede di fare magie alla Houdini: con la mani legate recuperare un tesoro sommerso da una vasca di acqua torbida. La tendenza oggi è quella di mantenere le istituzioni lontane dalla religione, vista come un ostacolo alla società pluralistica e laica. Questo timore è stato ultimamente al centro del dibattito pubblico, ma mentre noi dibattiamo è come se cercassimo di spegnere un fuocherello davanti a noi, mentre un incendio divampa alle nostre spalle bruciando il futuro dei nostri giovani e della società. Bisogna andare alla radice del problema.
Oggi la droga, la sessualità senza controllo, il consumismo esasperato hanno fatto si che i genitori perdessero quasi completamente l’autorità sui figli. Oggi i ragazzi sono influenzati molto di più dalla televisione, dagli amici, dai fenomeni di massa quali la moda, che dalla propria famiglia.
Possiamo comunque definire in modo preciso la meta dell’educazione: è di guidare l’uomo nella sua dinamica evolutiva attraverso cui egli forma se stesso come “persona”, armata di conoscenza, capacità di giudizio e virtù morali, mentre allo stesso tempo gli trasmette l’eredità spirituale della nazione e della civiltà in cui è coinvolto, preservando così le realizzazioni millenarie delle generazioni. La definizione di Maritain degli scopi dell’educazione, include conoscenza, virtù morali e la trasmissione di valori essenziali per la civiltà.
Considerare le mete dell’educazione ci porta a definire il tipo di persona e la natura della società che vogliamo costruire. Presumibilmente abbiamo bisogno di persone di buon carattere che possano aiutare a costruire un società sana e virtuosa.
Un ideale significativo è necessario per estrarre il meglio della profonda natura morale ed un potenziale mondo di grandi valori. Man mano che la cultura si discosta dalle radici classiche e religiose, tutte le istituzioni, non solo la scuola, si dimenticano dello scopo profondo del creare persone sane ed una società virtuosa. I Dieci Comandamenti diventano così “dieci suggerimenti”.
Il professore Huston Smith, autorità religiosa negli Stati Uniti scrive (“World Religions” 1991): “Dopo migliaia di anni di storia, cosa abbiamo imparato come esseri umani? Le grandi tradizioni ci offrono una quantità di saggezza che abbiamo bisogno di imparare se vogliamo vivere bene. Quali sono le caratteristiche di questa saggezza? Nella dimensione etica il Decalogo riassume la storia di tutte le culture. Dobbiamo evitare l’omicidio, il furto, la menzogna e l’adulterio. Queste sono minime linee guida, ma non sono trascurabili, se ci rendiamo conto di quanto il mondo sarebbe migliore se fossero universalmente rispettate”.
Se la cultura quindi mostra caratteristiche di decadenza morale, la scuola può essere concepita allo scopo di promuovere salute morale. Questo comporta che ognuno ed ogni cosa connessa con gli studenti debba contribuire allo sviluppo di un carattere sano: genitori, insegnanti, studenti stessi, programmi, libri di testo, e tutti gli elementi che possono avere un impatto sulla crescita morale. La meta è che ogni studente, lasciando la scuola, abbia sviluppato un acuto senso delle responsabilità personali e civili. La nostra cultura invece ha fallito nello sfidare gli studenti con ideali di eccellenza accademica e morale. Abbiamo lasciato i nostri figli a rotolarsi nelle sabbie mobili dell’egocentrismo e li abbiamo così “demoralizzati”.
La moderna enfasi sui diritti e la libertà, sull’utilità della felicità ed il suo perseguimento, hanno generato un grande progresso. La modernità fornisce il terreno intellettuale attraverso cui possiamo criticare le società tradizionali che erano repressive, aristocratiche, ostili ai diritti umani condivisi, e troppo indifferenti alla sofferenza umana. Ma questa modernità porta con sé un costo molto alto, perché sminuisce i valori tradizionali e religiosi, quali il senso del dovere, il sacrificio, l’amore e la vita in comunità che sono senza dubbio essenziali al nostro benessere interiore e morale.
L’istituto per i valori educativi della contea di Baltimora, negli Stati Uniti, ha individuato i valori contenuti nella Costituzione Americana che possono servire quale base per una educazione del carattere: Compassione, Gentilezza, Capacità critica, Giusto processo, Pari Opportunità, Libertà di pensiero ed azione, Onestà, Dignità, Integrità, Giustizia, Conoscenza, Lealtà, Obiettività, Ordine, Patriottismo, Consenso razionale, Discussione ragionevole, Rispetto per i diritti altrui, Responsabilità, Responsabilità civile, Sovranità della legge, Auto rispetto, Tolleranza, Verità.
Questi sono valori tramite i quali possiamo valutare l’azione delle nostre istituzioni, che in realtà da questi valori sono nate. Se la nostra civiltà vorrà fare meglio, dobbiamo diventare tutti guardiani del buon carattere che conosce il valore della vita e come proteggere e migliorare le istituzioni create per il bene comune.
Anthony Bryk, Valerie Lee e Peter Holland spiegano che: “La visione convogliata nelle scuole pubbliche è quella di uomo economico: un uomo ed una donna razionali che perseguono i propri interessi, cercando il piacere materiale, guidati verso il successo individuale. In contrasto dovremmo promuovere una visione basata sulla dignità di ogni essere umano e nella responsabilità di ognuno nel costruire la pace, la giustizia ed il benessere comune. Educare deve essere formare la coscienza degli studenti al bene comune e condiviso”. (Catholic schools and the common good 1993)
L’educazione parte da valori largamente condivisi ed in realtà noi li avremmo. L’idea comune è che la scuola sia necessaria per realizzare le mete che la società auspica: preparare le giovani generazioni ad essere cittadini di coscienza, rendere capace ogni persona di apprezzare e contribuire alla cultura, affinare le sensibilità intellettuale ed estetica, rendere pronti per le scelte professionali con cui ci si dovrà confrontare, instillare un senso di responsabilità per gli altri e l’integrità, insegnare come seguire e come guidare gli altri, fornire ai giovani i migliori modelli in ogni campo, incoraggiandoli a dare sempre il meglio di sé.
Le grandi tradizioni religiose, i grandi filosofi, i genitori e gli insegnanti sanno che la consapevolezza e l’autocontrollo sono le basi per le virtù. Il rifiuto dell’insegnamento morale è sintomatico di ciò che non funziona nel nostro sistema educativo. La religione è diventata qualcosa da evitare come un film a luci rosse, mentre i nostri figli assistono a scene di violenza e di sesso nelle case, nei cinema e nelle scuole. Paul Tillich spiega che “ La religione coinvolge le nostre convinzioni più elevate circa la natura della realtà ed è la base sulle quale una cultura si costruisce. La cultura è un’espressione della nostra fede”.
I fondatori della democrazia hanno compreso e sostenuto che i popoli devono governarsi da sé, ma anche che potevano farlo soltanto essendo virtuosi. Se la democrazia economica, la libera impresa, deve essere così centrale nella nostra vita, è necessario che una cornice morale fatta di onestà, fiducia, integrità e tutte le virtù conseguenti, siano la vera guida verso il suo successo.
Cosa richiede la democrazia? Un comportamento responsabile, compassionevole, giusto, onorevole, così che possiamo godere della libertà per tutti. Soltanto così possiamo realizzare una società equilibrata tra diritti dell’individuo e bene comune.
Se consideriamo per esempio anche soltanto uno di questi valori, il rispetto, quale principio più di questo rafforza il sistema politico, economico e sociale e quindi la democrazia in sé? Eppure è un valore che deriva dalla comprensione che ogni uomo è creato ad immagine di Dio ed ha un unico ed infinito valore. Non esiste nessun altro sistema ideologico che possa rafforzare la democrazia più di quello religioso. Sturzo disse: “La democrazia o è cristiana o non lo è”.
Penso, concludendo, che sia arrivato il momento di guardare più seriamente a ciò in cui crediamo e promuoviamo e come questo possa nutrire o debilitare i nostri giovani e così il futuro della nostra cultura democratica. Nelle nostre vite personali, così come nelle pubbliche istituzioni, abbiamo la possibilità di realizzare qualcosa di degno se abbiamo una visione degna a cui dedicarci. Ogni società deve essere basata sull’ideale che gli esseri umani sono legati da uno standard interiore, stabilito nel loro animo e dalla legge del bene supremo che lega l’uomo all’intero universo.
Civiltà che fino a pochi decenni fa si sviluppavano quasi indipendentemente con i propri valori, usanze e tradizioni, oggi, nella cosiddetta era della globalizzazione, vengono a coesistere sugli stessi territori geografici, economici e culturali. La storia ci insegna che nel confronto tra civiltà diverse, spesso è la paura (con tutto ciò che ne consegue) a prevalere sullo spirito di integrazione, di collaborazione civile, di dialogo vero e costruttivo. I temi sono tanti: l’economia emergente dell’oriente, le spinte fondamentaliste e nazionalistiche, la crisi culturale e valoriale del blocco occidentale, fino ad arrivare all’Africa con tutta la sua drammaticità e nello stesso tempo il suo desiderio di emergere sulla scena mondiale con una nuova dignità.
A questi temi internazionali si aggiungono quelli che riguardano in particolare l’Italia dove lo scontro, dai temi ideologici, economici e politici si sta spostando oramai sul terreno dei valori più fondamentali dell’esistenza. Prima tra tutti la tematica della famiglia.
Da una parte, a farci quasi ripudiare e addirittura odiare l’istituzione familiare classica, la spinta verso modelli diversi, alternativi persino ai valori antropologici più essenziali e la cronaca che ci inorridisce quotidianamente con episodi di violenza che fino a poco tempo fa avevano riguardato le guerre peggiori e le faide tribali più arretrate, ma che ora coinvolge famiglie cosiddette normali.
Dall’altra il desiderio potente di essere famiglia, non solo con i propri cari, ma anche con i vicini di casa, i colleghi, di estendere il raggio dei propri legami affettivi a comunità intere. Questo per me è stato il senso della manifestazione di Roma a favore della famiglia. Mi hanno fatto riflettere le parole dei giocatori del Milan che, dopo la vittoria nella Coppa dei Campioni, quasi in coro affermavano che il segreto di questa squadra era stato “l’essere una famiglia”. Vero o no, perlomeno questo è il desiderio irremovibile che alberga da sempre nell’animo umano e, in un certo senso, il segreto che sta dietro lo sviluppo delle civiltà.
E la famiglia non è l’unico tema importante. La sicurezza, la convivenza di civiltà e fedi, il futuro dei giovani, l’eutanasia, la pena di morte, per citarne solo alcune. Tutte queste tematiche entrano nelle nostre case con una forza mediatica dirompente, che ci coinvolge e ci lascia spesso senza fiato. C’è bisogno di una riflessione profonda che ci aiuti a trovare il bandolo della matassa ed una nuova speranza. Non basta “resistere”, non si può solo proporre vecchi metodi: è necessario trovare nuove vie, seppure all’interno dei valori fondamentali che restituiscono all’uomo e alla donna la giusta dignità.
Emerge con forza la problematica legata all’identità ed al senso di appartenenza. Quale è la nostra identità oggi? A chi apparteniamo? È sempre più difficile rispondere ed in questa difficoltà intravedo le cause dello squilibrio in cui viviamo. Dovremmo chiederci se ultimamente non abbiamo messo troppa enfasi sull’individuo, le sue libertà, i suoi diritti, i suoi desideri a prescindere dalla direzione in cui lo portano a lungo termine. Se ciò è vero, allora capisco perché ci siamo dimenticati del significato vero di parole come famiglia, comunità, umanità, solidarietà, carità. Ne abbiamo fatto questioni politiche, economiche, conflittuali, privandole della loro magia e direi anche dissacrandole, posto che facevano parte del progetto divino per l’uomo. L’individualismo ha sommerso tutto il resto. Il mio timore è che, quando la società avrà concluso questo processo di “modernizzazione” o “laicizzazione” come vengono, secondo me erroneamente definiti i processi sociali attuali, ciò che rimarrà sarà un insieme di persone che non sapranno come convivere e non avranno più motivazioni autentiche per farlo. Le leggi prima o poi non basteranno più e si arriverà alla guerra.
Io, che credo fortemente in Dio e nell’Uomo – Suo Figlio, sono sicuro che ci fermeremo prima, che presto arriveremo a riflettere più profondamente sul senso della nostra esistenza e sapremo costruire nuove basi. È questa speranza che alimenta il mio ideale di pace e che mi da la forza di lottare per ciò in cui credo.
Quali soluzioni dunque? Cosa possiamo fare? Si possono ipotizzare interventi in tutti i campi, ma io credo che la chiave più efficace sia da individuare nell’educazione dei giovani. È lì la vera linea del fronte, perché è lì dove tutto ha cominciato a rovinarsi ed è lì che la nostra civiltà potrà rinascere. Certo, essendo testimoni della morte per droga di giovani con ancora tante potenzialità da esprimere, professori che scambiano spinelli con i loro studenti e cose anche ben peggiori, come ci è successo ultimamente non è facile sperare in un cambiamento positivo radicale come quello che ci vorrebbe.
Riflettendo sul declino morale della nostra cultura, siamo particolarmente preoccupati da come la mancanza di etica affligga i nostri figli. Abbiamo sperato che le scuole potessero sostenere quella guida morale che le famiglie e le chiese hanno sperato di dare, ma le scuole pubbliche sono oggi ripulite da tutti quegli insegnamenti che derivano dalla tradizione religiosa. Ci sono alcuni insegnanti che cercano personalmente di sopperire a questa mancanza, ma in genere, la scuola, con i suoi amministratori, insegnanti e testi si guardano bene dall’enfatizzare temi religiosi e morali. Alle scuole pubbliche si chiede di fare magie alla Houdini: con la mani legate recuperare un tesoro sommerso da una vasca di acqua torbida. La tendenza oggi è quella di mantenere le istituzioni lontane dalla religione, vista come un ostacolo alla società pluralistica e laica. Questo timore è stato ultimamente al centro del dibattito pubblico, ma mentre noi dibattiamo è come se cercassimo di spegnere un fuocherello davanti a noi, mentre un incendio divampa alle nostre spalle bruciando il futuro dei nostri giovani e della società. Bisogna andare alla radice del problema.
Oggi la droga, la sessualità senza controllo, il consumismo esasperato hanno fatto si che i genitori perdessero quasi completamente l’autorità sui figli. Oggi i ragazzi sono influenzati molto di più dalla televisione, dagli amici, dai fenomeni di massa quali la moda, che dalla propria famiglia.
Possiamo comunque definire in modo preciso la meta dell’educazione: è di guidare l’uomo nella sua dinamica evolutiva attraverso cui egli forma se stesso come “persona”, armata di conoscenza, capacità di giudizio e virtù morali, mentre allo stesso tempo gli trasmette l’eredità spirituale della nazione e della civiltà in cui è coinvolto, preservando così le realizzazioni millenarie delle generazioni. La definizione di Maritain degli scopi dell’educazione, include conoscenza, virtù morali e la trasmissione di valori essenziali per la civiltà.
Considerare le mete dell’educazione ci porta a definire il tipo di persona e la natura della società che vogliamo costruire. Presumibilmente abbiamo bisogno di persone di buon carattere che possano aiutare a costruire un società sana e virtuosa.
Un ideale significativo è necessario per estrarre il meglio della profonda natura morale ed un potenziale mondo di grandi valori. Man mano che la cultura si discosta dalle radici classiche e religiose, tutte le istituzioni, non solo la scuola, si dimenticano dello scopo profondo del creare persone sane ed una società virtuosa. I Dieci Comandamenti diventano così “dieci suggerimenti”.
Il professore Huston Smith, autorità religiosa negli Stati Uniti scrive (“World Religions” 1991): “Dopo migliaia di anni di storia, cosa abbiamo imparato come esseri umani? Le grandi tradizioni ci offrono una quantità di saggezza che abbiamo bisogno di imparare se vogliamo vivere bene. Quali sono le caratteristiche di questa saggezza? Nella dimensione etica il Decalogo riassume la storia di tutte le culture. Dobbiamo evitare l’omicidio, il furto, la menzogna e l’adulterio. Queste sono minime linee guida, ma non sono trascurabili, se ci rendiamo conto di quanto il mondo sarebbe migliore se fossero universalmente rispettate”.
Se la cultura quindi mostra caratteristiche di decadenza morale, la scuola può essere concepita allo scopo di promuovere salute morale. Questo comporta che ognuno ed ogni cosa connessa con gli studenti debba contribuire allo sviluppo di un carattere sano: genitori, insegnanti, studenti stessi, programmi, libri di testo, e tutti gli elementi che possono avere un impatto sulla crescita morale. La meta è che ogni studente, lasciando la scuola, abbia sviluppato un acuto senso delle responsabilità personali e civili. La nostra cultura invece ha fallito nello sfidare gli studenti con ideali di eccellenza accademica e morale. Abbiamo lasciato i nostri figli a rotolarsi nelle sabbie mobili dell’egocentrismo e li abbiamo così “demoralizzati”.
La moderna enfasi sui diritti e la libertà, sull’utilità della felicità ed il suo perseguimento, hanno generato un grande progresso. La modernità fornisce il terreno intellettuale attraverso cui possiamo criticare le società tradizionali che erano repressive, aristocratiche, ostili ai diritti umani condivisi, e troppo indifferenti alla sofferenza umana. Ma questa modernità porta con sé un costo molto alto, perché sminuisce i valori tradizionali e religiosi, quali il senso del dovere, il sacrificio, l’amore e la vita in comunità che sono senza dubbio essenziali al nostro benessere interiore e morale.
L’istituto per i valori educativi della contea di Baltimora, negli Stati Uniti, ha individuato i valori contenuti nella Costituzione Americana che possono servire quale base per una educazione del carattere: Compassione, Gentilezza, Capacità critica, Giusto processo, Pari Opportunità, Libertà di pensiero ed azione, Onestà, Dignità, Integrità, Giustizia, Conoscenza, Lealtà, Obiettività, Ordine, Patriottismo, Consenso razionale, Discussione ragionevole, Rispetto per i diritti altrui, Responsabilità, Responsabilità civile, Sovranità della legge, Auto rispetto, Tolleranza, Verità.
Questi sono valori tramite i quali possiamo valutare l’azione delle nostre istituzioni, che in realtà da questi valori sono nate. Se la nostra civiltà vorrà fare meglio, dobbiamo diventare tutti guardiani del buon carattere che conosce il valore della vita e come proteggere e migliorare le istituzioni create per il bene comune.
Anthony Bryk, Valerie Lee e Peter Holland spiegano che: “La visione convogliata nelle scuole pubbliche è quella di uomo economico: un uomo ed una donna razionali che perseguono i propri interessi, cercando il piacere materiale, guidati verso il successo individuale. In contrasto dovremmo promuovere una visione basata sulla dignità di ogni essere umano e nella responsabilità di ognuno nel costruire la pace, la giustizia ed il benessere comune. Educare deve essere formare la coscienza degli studenti al bene comune e condiviso”. (Catholic schools and the common good 1993)
L’educazione parte da valori largamente condivisi ed in realtà noi li avremmo. L’idea comune è che la scuola sia necessaria per realizzare le mete che la società auspica: preparare le giovani generazioni ad essere cittadini di coscienza, rendere capace ogni persona di apprezzare e contribuire alla cultura, affinare le sensibilità intellettuale ed estetica, rendere pronti per le scelte professionali con cui ci si dovrà confrontare, instillare un senso di responsabilità per gli altri e l’integrità, insegnare come seguire e come guidare gli altri, fornire ai giovani i migliori modelli in ogni campo, incoraggiandoli a dare sempre il meglio di sé.
Le grandi tradizioni religiose, i grandi filosofi, i genitori e gli insegnanti sanno che la consapevolezza e l’autocontrollo sono le basi per le virtù. Il rifiuto dell’insegnamento morale è sintomatico di ciò che non funziona nel nostro sistema educativo. La religione è diventata qualcosa da evitare come un film a luci rosse, mentre i nostri figli assistono a scene di violenza e di sesso nelle case, nei cinema e nelle scuole. Paul Tillich spiega che “ La religione coinvolge le nostre convinzioni più elevate circa la natura della realtà ed è la base sulle quale una cultura si costruisce. La cultura è un’espressione della nostra fede”.
I fondatori della democrazia hanno compreso e sostenuto che i popoli devono governarsi da sé, ma anche che potevano farlo soltanto essendo virtuosi. Se la democrazia economica, la libera impresa, deve essere così centrale nella nostra vita, è necessario che una cornice morale fatta di onestà, fiducia, integrità e tutte le virtù conseguenti, siano la vera guida verso il suo successo.
Cosa richiede la democrazia? Un comportamento responsabile, compassionevole, giusto, onorevole, così che possiamo godere della libertà per tutti. Soltanto così possiamo realizzare una società equilibrata tra diritti dell’individuo e bene comune.
Se consideriamo per esempio anche soltanto uno di questi valori, il rispetto, quale principio più di questo rafforza il sistema politico, economico e sociale e quindi la democrazia in sé? Eppure è un valore che deriva dalla comprensione che ogni uomo è creato ad immagine di Dio ed ha un unico ed infinito valore. Non esiste nessun altro sistema ideologico che possa rafforzare la democrazia più di quello religioso. Sturzo disse: “La democrazia o è cristiana o non lo è”.
Penso, concludendo, che sia arrivato il momento di guardare più seriamente a ciò in cui crediamo e promuoviamo e come questo possa nutrire o debilitare i nostri giovani e così il futuro della nostra cultura democratica. Nelle nostre vite personali, così come nelle pubbliche istituzioni, abbiamo la possibilità di realizzare qualcosa di degno se abbiamo una visione degna a cui dedicarci. Ogni società deve essere basata sull’ideale che gli esseri umani sono legati da uno standard interiore, stabilito nel loro animo e dalla legge del bene supremo che lega l’uomo all’intero universo.
Una Teologia di Pace
Fede alla ricerca della comprensione
di Clinton Bennet
Innanzi tutto, cosa intendiamo dire quando parliamo di teologia di pace? La teologia può essere definita come “fede alla ricerca della comprensione”. Essa ha origine dalla fede in Dio o da una realtà prima, sovraumana, che creò l’universo e che continua a sostenere la vita. Dio può anche essere descritto come un “essere non contingente”, vale a dire che mentre ogni cosa nell’universo dipende da Dio per la sua esistenza, l’esistenza di Dio è totalmente auto-sostenuta. Gli indù guardano all’universo come un’emanazione dell’Assoluto piuttosto che una realtà distinta creata nel tempo, e che l’universo dipenda quindi ancora dall’Assoluto per la sua esistenza. Letteralmente la teologia è conoscenza (logos) su Dio (theos). Perciò una domanda fondamentale è da dove arriva questa conoscenza e come può essere valutata la sua veridicità.
La teologia ha tradizionalmente riconosciuto due sorgenti di conoscenza. Per prima cosa riconosce le Scritture che Dio rivela o comunica all’umanità. Secondo riconosce la presenza di Dio all’interno della creazione, che si esprime attraverso la natura così come attraverso gli uomini e le donne di grande interiorità e realizzazione spirituale. Se la prima sorgente è identificata con la rivelazione, la seconda è spesso identificata con la ragione. La rivelazione può essere compresa come l’aprire il sipario su Dio. Tuttavia è Dio, non l’uomo, che apre il sipario permettendoci di vedere abbastanza della sua realtà per comprenderne la natura ma non per vederlo nella sua pienezza. La mente umana non è in grado di afferrare la totale realtà di chi è Dio.
Il dibattito sulla relazione fra rivelazione e ragione, e chi ha la priorità, ha impegnato pensatori di molte tradizioni religiose. Quasi tutti i pensieri teologici fra le religioni mondiali danno la priorità alla rivelazione. La teologia è considerata generalmente come una disciplina confessionale, vale a dire che essa ritiene che qualcosa chiamata “fede” esiste, che c’è un Dio, e che il ruolo della teologia è portare più luce sullo scopo di Dio per l’umanità. In questo senso essa non proclama un neutralità nei confronti della religione, a differenza dei sociologi e degli psicologi della religione che non sostengono nessun particolare punto di vista riguardo a se ci sia o no una realtà divina dietro la religione o se la religione contenga o meno delle verità. Essi studiano semplicemente come la religione funziona nella società o all’interno della psiche umana. I teologi possono offrire argomentazioni a sostegno della razionalità della fede in Dio, ma sono soprattutto interessati a aiutare coloro che già hanno una fede religiosa nello sviluppo della loro comprensione di quella fede e nel discernere gli scopi di Dio per la loro vita e per l’intera umanità.
Teologia pratica
Può sembrare che la teologia abbia poco a che fare con la realtà , con le sfide, le gioie, le delusioni, il dolore, le speranze e le paure della vita reale, può sembrare che si ponga domande per le quali nessuno sta cercando risposte. Tuttavia, ciò che noi chiamiamo teologia pratica o alle volte teologia applicata, cerca di trattare questioni e domande con cui si confrontano le persone di fede nel mondo reale. Il primo tipo di teologia coinvolge studiosi che parlano ad altri studiosi; il secondo tipo riguarda il superamento della divisione fra il pensiero accademico e i credenti che si inginocchiano nei banchi di una chiesa o pregano nelle moschee e nei templi.
Una teologia di pace potrebbe essere astratta, idealistica ed accademica o potrebbe essere pratica, applicata e realistica. Dal mio punto di vista una teologia di pace ha bisogno di essere pratica se deve rivolgersi alle sfide e alle problematiche reali a cui vanno incontro i portatori di pace.
Una teologia di pace, se dev’essere di una qualche utilità, non può permettersi di essere troppo pia, affermando senza prove, ad esempio, l’utilità della religione nel processo di pace. Le persone di fede che ignorano l’accusa secondo cui la religione è una delle principali cause di guerra rischiano che la loro voce sia a sua volta ignorata se non sanno rispondere a questa accusa. Avendo analizzato i conflitti in cui la religione ha un ovvia presenza – specialmente Irlanda de Nord, Bosnia e Israele-Palestina, io ritengo che la religione non ha causato nessuno di questi conflitti, ma è stata chiamata in causa per continuare a fomentare le ostilità. Tutti questi tre casi hanno alle loro radici rivalità nazionalistiche e ingiustizie. Tuttavia, anche se la religione non è una delle cause principali o dirette del conflitto, deve comunque rispondere a qualcosa se è così facilmente chiamata in causa per alimentare odio e violenza.
Parlando di religione qui mi riferisco non a una singola religione, quale la mia stessa religione cristiana, ma piuttosto alle aspirazioni religiose della società. C’è una richiesta crescente di estendere la teologia oltre gli stretti confini di una religione per andare verso un coinvolgimento dell’eredità religiosa di tutti gli uomini. Se la pace mondiale comporta il riconoscimento del valore e della dignità e del diritto alla libertà e giustizia di tutti, una teologia di pace deve indirizzarsi a tutta l’umanità. Solo una teologia che includa tutte le fedi che alimentano la vita degli uomini può attendersi un’attenzione universale.
Il problema delle storie di violenza
I miei fratelli cristiani sono spesso colpevoli di ipocrisia sull’argomento della violenza quando puntano il dito contro altre religioni non riconoscendo che anche noi abbiamo una storia violenta. I cristiani furono un gruppo illegale e perseguitato fino alla conversione di Costantino I (288-337) che sostenne e rafforzò la chiesa. Prima di Costantino, molti se non tutti i cristiani erano pacifisti, seguaci di un maestro che aveva chiamato beati i portatori di pace. (Matt. 5-9). Essi rifiutavano di combattere. Dopo Costantino fu avanzata la richiesta di un unico credo per la chiesa di modo che potesse servire come unica religione per l’impero sotto la guida dell’imperatore. In breve coloro che non erano d’accordo con la dottrina ufficiale, si trovarono esiliati, privati delle loro cariche o persino condannati a morte. La chiesa sviluppò presto la teoria della guerra giusta che rese la guerra accettabile come strumento dello stato verso il quale la chiesa era non solo alleata, ma servile. La teoria della giusta guerra emerge negli scritti di Ambrogio (340-397) e Agostino (354-430). Ambrogio era stato un ufficiale romano. In seguito, durante le crociate, la chiesa si spinse oltre e benedì la guerra come un fatto positivo, gli infedeli vennero trucidati e i loro beni requisiti dalla chiesa stessa. Fu stabilito l’ordine militare.
L’evangelizzazione cristiana è stata generalmente pacifica in tutta la storia. Tuttavia i cristiani hanno usato anche violenza per imporre la fede. In numerose occasioni gli ebrei si trovarono di fronte alla scelta fra conversione o morte. Molti scelsero la morte, procurandosela spesso con le proprie mani (per esempio in Spagna nel 1391). Re Olaf di Norvegia usò “ogni arma: adulazione, inganno, persuasione e, quando tutte queste fallivano, pura sopraffazione” per convertire il suo popolo. “In molti casi” dice Neill, quando le persone “comprendevano che il re era pronto a conficcare la sua religione giù nelle loro gole con la punta della sua spada, vedevano la ragione”. Dopo tutto Gesù aveva detto a Pietro di riporre la spada, non di buttarla via ed egli disse anche “Non son venuto a portare la pace, ma la spada” (Lc. 12:51). Il pacifico Gesù divenne anche violento quando rovesciò i tavoli dei mercanti nel tempio.
Scritture violente
Il problema delle scritture è così serio che una teologia di pace che fallisse nel confrontarsi al riguardo sarebbe fondamentalmente inadeguata. Lo storico delle religioni Jack Nelson Pallmeyer pensa che la soluzione al problema delle scritture violente è guardare alle scritture come scritti umani. Perciò uomini violenti, facendo Dio a loro immagine, hanno convenzionalmente dipinto Dio come un Essere che approva la violenza contro i loro nemici. Il problema è che milioni di hindù, ebrei, cristiani e musulmani non credono che le loro scritture sono frutto dell’uomo, ma sono rivelazioni divine. Un altro problema a questo riguardo è che esso lascia aperta la possibilità che tutto ciò che diciamo riguardo a Dio è concepito umanamente, che tutta la teologia è un discorso umano. La rivelazione, da una prospettiva teologica, ci fornisce una verità divina riguardo a Dio che ci può guidare nel determinare se quello che deduciamo riguardo a Dio, fondandoci sulla ragione e sulla natura, è vero o falso.
Spesso i cristiani proclamano che il Cristianesimo è una religione di pace, e lo confrontano con l’Islam, visto come una religione della spada. Tuttavia i cristiani hanno una storia di guerre religiose le cui radici possono già rintracciarsi al tempo dell’imperatore Costantino (288-337). Durante le crociate la chiesa andò oltre e benedì la guerra contro gli infedeli come un fatto positivo e in numerose occasioni costrinse alla conversione sotto la minaccia di morte. Da parte loro i musulmani non negano che la guerra fu usata per espandere il territorio islamico. Giusto o sbagliato, si credette che la guerra era necessaria a far progredire la volontà di Dio. I musulmani negano comunque che le persone siano state convertite con la forza, facendo una distinzione fra l’espansione territoriale e lo sviluppo dell’Islam come fede. Naturalmente i re e i dominatori cristiani hanno anch’essi acquisito degli imperi a volte con la benedizione papale.
Recentemente, tuttavia, l’Islam è stato associato così tanto con la guerra e con il terrorismo che per molti osservatori il terrorismo ha assunto una faccia islamica. Tuttavia atti di terrorismo sono portati avanti anche dai cristiani nell’Irlanda del Nord e in Spagna e dagli hindu nello Sri Lanka. Perciò i musulmani non sono le sole persone religiose ad essere coinvolte nel terrorismo. Guardando a questi attacchi forse una differenza significativa è che alcuni terroristi musulmani giustificano i loro atti citando le scritture. Almeno due versi coranici, 9:5 e 9:29 sono ampiamente citati per giustificare la violenza intenzionale e indiscriminata. Sfortunatamente molti altri versi, quali 2:217 e 22:39-40, che non si possono interpretare in questo modo, sono menzionati raramente.
La violenza, che sia stata perpetrata dai cristiani, dai musulmani, dagli ebrei, dagli hindu, dai buddisti o comunque anche da chi non professi nessuna fede, ha rappresentato una piaga sull’esistenza umana. Che le persone religiose siano state colpevoli di violenza e inumanità sottolinea semplicemente l’universale fallibilità umana e non discredita gli ideali religiosi di pace, porta solo testimonianza dei limiti umani nel confrontarsi con questi ideali.
Il principio della pace
La mia percezione è che la Bibbia, il Corano e in effetti tutte le Scritture contengono un principio più elevato, il principio della pace. E questa è la preoccupazione finale di queste Scritture. Nessun passaggio descrive lo scopo finale di Dio come un mondo di guerra, di conflitto e di ingiustizia. Quando parlano del futuro che Dio desidera per il mondo, le Scritture esaltano la pace. La descrizione della fine dei tempi nella Bibbia ebraica contiene le famose parole che affermano che le spade saranno trasformate in aratri e le lance in falci (Is. 11:6-9; Mic. 4:3), mentre il Corano descrive l’Islam come il “mattone della pace” e i musulmani come coloro che fanno ciò che è giusto e si astengono da ciò che è sbagliato (10:25; 3:110). Poiché l’umanità abbraccia la pace e la riconciliazione di tutte le cose di Dio, la creazione sarà restaurata alla sua originale perfezione.
Il più alto principio di pace che è senza dubbio la meta finale dello scopo di Dio presentato dalle Scritture corrisponde a ciò che molte persone credono sia la condizione ideale per la vita dell’uomo. Anche la religione cinese vede la stabilità e l’unità come l’ideale più elevato. Nel Confucianesimo: “alla fine la vittoria senza spargimento di sangue è l’abilità più grande” (Thompson, 124). Le nostre coscienze, che hanno collettivamente ispirato documenti quali la Carta delle Nazioni Unite, attestano che la pace è il principio più alto.
Tuttavia ci sono voluti molti secoli per arrivare alla nostra comprensione contemporanea della pace. Anche nei tempi antichi esistevano nozioni di pace, tuttavia la pace era acquisita da un gruppo che dominava gli altri. La Pax Romana e persino la più recente Pax Britannica fu imposta con la forza. A differenza della pace come intesa nella Carta delle Nazioni Unite, la loro “pace” non includeva il sostegno ai fondamentali diritti umani, la dignità e il valore di ogni persona, la parità dei diritti fra uomini e donne o la promozione del progresso sociale, e migliori standard di “vita in una libertà più grande.” Tali libertà non esistevano e molte persone si sentivano oppresse.
Recenti affermazioni sul significato della pace globale come il ‘Commitment to Global Peace firmato da leaders spirituali e religiosi di tutto il mondo al Summit del millennio patrocinato dalle Nazioni Unite nell’Agosto del 2000, ha esteso il concetto di pace per abbracciare l’ambiente naturale, chiamando i governi e tutte le persone di buona volontà a collaborare nel prendersi cura “del sistema ecologico della terra e di tutte le forme di vita.” La pace nel suo senso più pieno coinvolge la riscoperta della dimensione spirituale della vita umana e planetaria. Pace significa che l’umanità lavora insieme - e non contro - la Terra e il Creatore della Terra per sostenere e nutrire e non per danneggiare e distruggere. La pace comporta la scoperta dell’unità essenziale dell’umanità.
La verità più grande, che non siamo separati, ma siamo parte della Terra è stata per lungo tempo l’insegnamento delle religioni tradizionali, ma è stata molto ignorata a causa dell’avidità degli uomini e delle donne. Troppo spesso i cristiani hanno considerato la Terra come una risorsa limitata perché alla fine sarà distrutta. Il principio più elevato afferma che la terra, una volta restaurata,continuerà a fiorire.
La Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite afferma che lo sradicamento della povertà è una condizione della vera pace. La comprensione olistica di pace è in sintonia con la meta delle Scritture ma non si può dire che sia stata messa molto in atto nel corso della storia umana, che ha piuttosto visto la pace come un’assenza di guerra conquistata da un dominio militare o da un potere politico. Questa visione più grande di pace è contenuta nelle Scritture, ma ci sono voluti secoli prima che l’umanità comprendesse la visione biblica e coranica.
La Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sono, a mio parere, fra i più nobili documenti finora scritti dalla mano dell’uomo. L’idea che qualcosa, che possiamo definire coscienza umana collettiva, si sia evoluta, è derivata, naturalmente, da G.W. F. Hegel (1770-1831) così com’è nel concetto di Francis Fukuyama della “fine della storia”. Fukuyama fa rilevare che sfortunatamente il pregiudizio contro Hegel causato dalla stretta associazione fra Hegel e il Marxismo (altri aggiungono il totalitarismo del 20° secolo) non fa vedere alle persone l’importanza del suo pensiero. Fukuyama sostiene che la democrazia liberale rappresenta il vertice della conquista umana nella sfera politica e alla fine trionferà. Questo trionfo, egli crede, può darsi che non porti la fine di tutti i conflitti; tuttavia è verosimile la loro diminuzione e le relazioni internazionali si occuperanno di: “risolvere problemi tecnici, preoccupazioni ambientali e soddisfare specialistiche richieste dei consumatori”.
Il principio più elevato testimoniato dalle Scritture corrisponde pertanto ad aspetti del pensiero contemporaneo. Gli sviluppi nel mondo materiale, in questa visione, sono portati da un precedente sviluppo nel regno della consapevolezza e delle idee. In questo contesto la democrazia liberale non dovrebbe essere confusa con il lassismo morale o la permissività prevalente nella società occidentale; piuttosto essa si riferisce a quelle società che permettono il governo del popolo da parte del popolo e per il popolo; che permettono il libero scambio e la collaborazione con altre democrazie per un comune beneficio.
Il rispetto di Dio per la sua creazione
Lavorando con materiale umano e rispettando la libertà umana, Dio sceglie di lavorare con l’umanità per quello che l’umanità è realmente. Dio entra nella storia intervenendo nella vita di coloro che sceglie. In un mondo di violenza, Dio deve trattare con la violenza. Fino a che l’umanità non era pronta ad accettare la verità di un principio più elevato, un principio inferiore, quello di guerra come un bene condizionato, era necessario. Anche se accettiamo di non poter comprendere pienamente gli scopi imperscrutabili di Dio, potremmo accettare che se Dio ha approvato le guerre, queste erano necessarie come parte del piano di Dio, che crediamo sia il bene definitivo.
La guerra non potrà mai essere il bene più grande. I cristiani e i musulmani e gli ebrei, gli hindu e gli altri che hanno cercato di giustificare la violenza in termini religiosi si sono, molto semplicemente, sbagliati. Come dice Thompson, persino dei capi buddisti sono stati sanguinari quanto i loro vicini hindu e diversi gruppi buddisti “si sono conquistati e trucidati fra loro.” Un’umanità matura bandirà la guerra mettendola nel museo degli errori umani e abbraccerà la non violenza come l’unico mezzo per riconciliare le differenze. La guerra porta vincitori e vinti e i vinti inevitabilmente vivono con risentimento la loro sconfitta e attendono l’opportunità di vendicarla. La violenza richiama sempre maggior violenza. Quando la non-violenza diventerà la norma della strategia per la risoluzione dei conflitti, l’umanità comincerà ad assumersi la responsabilità di restaurare il mondo alla sua perfezione originale che è la meta della storia.
Come potrebbe essere il futuro
Questa teologia è pratica perché il mondo che immagina può essere raggiunto e potrebbe essere prefigurato politicamente dalle democrazie liberali di Fukuyama. Le democrazie liberali praticano il libero commercio con le altre democrazie liberali; quando fornitori e consumatori si fideranno gli uni degli altri, proteggeranno gli interessi reciproci. Ciò che desidero per me diventerà ciò che desidero per il mio fornitore o il mio compratore: una casa dignitosa, un lavoro significativo, del cibo da mangiare, la possibilità di accedere all’istruzione e alle cure mediche. Anche una devoluzione del governo verso il basso fino alle comunità locali, per confrontarsi con le questioni dello standard di vita e verso l’alto fino a federazione mondiale che tratti questioni globali come l’ambiente e il mantenimento della pace, cambierebbe il modo in cui il mondo lavora. Le comunità locali autonome avrebbero molti vantaggi: consisterebbero di persone che si conoscono fra di loro e potrebbero stabilire alleanze con comunità simili andando oltre le tradizionali barriere nazionali. Inoltre, con la devoluzione del potere, gli interessi egoistici giocherebbero un ruolo meno significativo di quanto non avvenga nelle politiche nazionali.
Società più localizzate diventeranno più coscienti della realtà dell’interdipendenza umana, della verità che se viviamo più semplicemente, consumando meno, altri potrebbero essere in grado semplicemente di vivere. Come disse Ghandi: “In questo mondo c’è a sufficienza per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità di tutti.” Le persone comprenderanno che non hanno bisogno di tutti gli oggetti materiali che la propaganda commerciale offre loro, che mangiare meno è più salutare, che la vita umana non è solo esistenza fisica, ma ha anche una dimensione spirituale. E’ qui che le percezioni religiose possono guadagnare un nuovo ascolto.
La cultura materiale che attualmente domina e divide il mondo è anche una cultura individualistica. Essa mette “me” e “i miei desideri” al centro a spese degli altri. Il potere di grandi corporazioni che pongono il profitto al di sopra della moralità verrà dissipato quando le comunità locali sceglieranno di assumere una posizione morale contro il materialismo rampante e i valori permissivi che denigrano l’impegno e il rispetto per se stessi.
La centralità delle unità familiari, onorate dalla grande maggioranza, se non da tutte le religioni, potrebbe essere riaffermata quando le persone comprenderanno il vantaggio di vivere in comunità dove esistono condivisione e cura reciproca piuttosto che in realtà isolate che accumulano sempre più oggetti per un uso egoistico personale. La consapevolezza spirituale può incoraggiare le persone a rivolgersi alle religioni come posti in cui c’è tradizionalmente la saggezza spirituale. Salendo su un più alto livello di esistenza possiamo anche diventare ricettivi alle nuove verità riguardanti l’umanità e alla relazione dell’uomo con Dio. Specialmente la religione cinese vede il bene comune come una preoccupazione centrale e considera la famiglia come un microcosmo della società.
Il libero flusso di capitali metterebbe in grado chiunque di comprare i servizi di cui ha bisogno e le grandi differenze economiche fra le nazioni si auto-regolerebbero verso una più equa distribuzione del capitale. Un tale ordine mondiale potrebbe ridurre il ruolo dominante della nazione-stato; anche la religione, avendo portato unità fra l’uomo e Dio, vedrebbe ridotta la sua influenza. Questo è ciò che intendono alcune religioni quando affermano che Dio, in futuro, dimorerà con noi. Se Dio dimora con noi, il ruolo della religione come mediatore fra noi e Dio diventa superfluo. Coloro che pensano che dovremo passare attraverso terribili battaglie prima che questo tipo di mondo diventi realtà tendono a credere che “il nuovo cielo e la nuova terra” saranno una creazione diversa, spirituale e probabilmente non materiale. Solo l’intervento divino può creare questa realtà.
La descrizione del mondo come una confederazione di molte comunità locali in cui persone di razze e fedi differenti collaborano in unità autonome assicurando così l’appagamento di tutti i bisogni basilari e dove vi sia anche una reale opportunità per le persone di fiorire intellettualmente, spiritualmente e culturalmente, io credo che possa essere costruita dalle mani dell’uomo. La Bibbia raramente, se non mai, predice eventi reali. Il nostro futuro non segue un piano inevitabile, ma dipende dall’andamento della collaborazione Dio-uomo; perciò vi sono diverse possibilità, non una sola. Il futuro potrebbe essere violento, se questo è ciò che scegliamo, ma può essere pacifico se accettiamo la nostra collaborazione con Dio che si aspetta che noi ci assumiamo le nostre responsabilità. La perfezione di Dio, come quella dell’universo, dipende da quanto noi permettiamo a Dio di realizzare il suo pieno potenziale. Nel crearci Dio prese il rischio che noi potessimo ribellarci a Lui. La perfezione di Dio che svuota se stesso è il potere divino, non la realtà divina; la completa realizzazione della realtà divina dipende dalla nostra collaborazione. Fino ad oggi la creazione geme in travaglio (Rom. 8:22).
2. Jack Nelson-Pallmeyer, Is Religion Killing Us: Violence in the Bible and the Quran (New York: Continuum,2003).
3. Mi avvicino qui a quanto scritto da Benjamin Barber originariamente nell’articolo “Jidah vs McWorld” pubblicato sull’ Atlantic Monthly (marzo 1992) e successivamente in un libro. Barber parla di “un’unione confederale di comunità parzialmente autonome più piccole degli stati-nazione, legate insieme da associazioni e mercati più grandi degli stati-nazione, partecipative e autonome alla base in questioni locali e rappresentative e affidabili a livello più elevato.”
Clinton Bennet è attualmente professore associato all’ Unification Theological Seminary di Barrytown, New York. Quale ministro della Chiesa Battista è stato missionario in Bangladesh, cappellano universitario, pastore associato di una congregazione multirazziale, membro di comitati consultivi del governo e consulente del Consiglio Mondiale delle Chiese con una specializzazione per le relazioni cristiano-musulmane. Autore di sei libri, è anche membro del Consiglio Mondiale dell’UPF ed è un Ambasciatore di Pace. E’ sposato con Rekha, un’operatrice sociale originaria del Bangladesh.
di Clinton Bennet
Innanzi tutto, cosa intendiamo dire quando parliamo di teologia di pace? La teologia può essere definita come “fede alla ricerca della comprensione”. Essa ha origine dalla fede in Dio o da una realtà prima, sovraumana, che creò l’universo e che continua a sostenere la vita. Dio può anche essere descritto come un “essere non contingente”, vale a dire che mentre ogni cosa nell’universo dipende da Dio per la sua esistenza, l’esistenza di Dio è totalmente auto-sostenuta. Gli indù guardano all’universo come un’emanazione dell’Assoluto piuttosto che una realtà distinta creata nel tempo, e che l’universo dipenda quindi ancora dall’Assoluto per la sua esistenza. Letteralmente la teologia è conoscenza (logos) su Dio (theos). Perciò una domanda fondamentale è da dove arriva questa conoscenza e come può essere valutata la sua veridicità.
La teologia ha tradizionalmente riconosciuto due sorgenti di conoscenza. Per prima cosa riconosce le Scritture che Dio rivela o comunica all’umanità. Secondo riconosce la presenza di Dio all’interno della creazione, che si esprime attraverso la natura così come attraverso gli uomini e le donne di grande interiorità e realizzazione spirituale. Se la prima sorgente è identificata con la rivelazione, la seconda è spesso identificata con la ragione. La rivelazione può essere compresa come l’aprire il sipario su Dio. Tuttavia è Dio, non l’uomo, che apre il sipario permettendoci di vedere abbastanza della sua realtà per comprenderne la natura ma non per vederlo nella sua pienezza. La mente umana non è in grado di afferrare la totale realtà di chi è Dio.
Il dibattito sulla relazione fra rivelazione e ragione, e chi ha la priorità, ha impegnato pensatori di molte tradizioni religiose. Quasi tutti i pensieri teologici fra le religioni mondiali danno la priorità alla rivelazione. La teologia è considerata generalmente come una disciplina confessionale, vale a dire che essa ritiene che qualcosa chiamata “fede” esiste, che c’è un Dio, e che il ruolo della teologia è portare più luce sullo scopo di Dio per l’umanità. In questo senso essa non proclama un neutralità nei confronti della religione, a differenza dei sociologi e degli psicologi della religione che non sostengono nessun particolare punto di vista riguardo a se ci sia o no una realtà divina dietro la religione o se la religione contenga o meno delle verità. Essi studiano semplicemente come la religione funziona nella società o all’interno della psiche umana. I teologi possono offrire argomentazioni a sostegno della razionalità della fede in Dio, ma sono soprattutto interessati a aiutare coloro che già hanno una fede religiosa nello sviluppo della loro comprensione di quella fede e nel discernere gli scopi di Dio per la loro vita e per l’intera umanità.
Teologia pratica
Può sembrare che la teologia abbia poco a che fare con la realtà , con le sfide, le gioie, le delusioni, il dolore, le speranze e le paure della vita reale, può sembrare che si ponga domande per le quali nessuno sta cercando risposte. Tuttavia, ciò che noi chiamiamo teologia pratica o alle volte teologia applicata, cerca di trattare questioni e domande con cui si confrontano le persone di fede nel mondo reale. Il primo tipo di teologia coinvolge studiosi che parlano ad altri studiosi; il secondo tipo riguarda il superamento della divisione fra il pensiero accademico e i credenti che si inginocchiano nei banchi di una chiesa o pregano nelle moschee e nei templi.
Una teologia di pace potrebbe essere astratta, idealistica ed accademica o potrebbe essere pratica, applicata e realistica. Dal mio punto di vista una teologia di pace ha bisogno di essere pratica se deve rivolgersi alle sfide e alle problematiche reali a cui vanno incontro i portatori di pace.
Una teologia di pace, se dev’essere di una qualche utilità, non può permettersi di essere troppo pia, affermando senza prove, ad esempio, l’utilità della religione nel processo di pace. Le persone di fede che ignorano l’accusa secondo cui la religione è una delle principali cause di guerra rischiano che la loro voce sia a sua volta ignorata se non sanno rispondere a questa accusa. Avendo analizzato i conflitti in cui la religione ha un ovvia presenza – specialmente Irlanda de Nord, Bosnia e Israele-Palestina, io ritengo che la religione non ha causato nessuno di questi conflitti, ma è stata chiamata in causa per continuare a fomentare le ostilità. Tutti questi tre casi hanno alle loro radici rivalità nazionalistiche e ingiustizie. Tuttavia, anche se la religione non è una delle cause principali o dirette del conflitto, deve comunque rispondere a qualcosa se è così facilmente chiamata in causa per alimentare odio e violenza.
Parlando di religione qui mi riferisco non a una singola religione, quale la mia stessa religione cristiana, ma piuttosto alle aspirazioni religiose della società. C’è una richiesta crescente di estendere la teologia oltre gli stretti confini di una religione per andare verso un coinvolgimento dell’eredità religiosa di tutti gli uomini. Se la pace mondiale comporta il riconoscimento del valore e della dignità e del diritto alla libertà e giustizia di tutti, una teologia di pace deve indirizzarsi a tutta l’umanità. Solo una teologia che includa tutte le fedi che alimentano la vita degli uomini può attendersi un’attenzione universale.
Il problema delle storie di violenza
I miei fratelli cristiani sono spesso colpevoli di ipocrisia sull’argomento della violenza quando puntano il dito contro altre religioni non riconoscendo che anche noi abbiamo una storia violenta. I cristiani furono un gruppo illegale e perseguitato fino alla conversione di Costantino I (288-337) che sostenne e rafforzò la chiesa. Prima di Costantino, molti se non tutti i cristiani erano pacifisti, seguaci di un maestro che aveva chiamato beati i portatori di pace. (Matt. 5-9). Essi rifiutavano di combattere. Dopo Costantino fu avanzata la richiesta di un unico credo per la chiesa di modo che potesse servire come unica religione per l’impero sotto la guida dell’imperatore. In breve coloro che non erano d’accordo con la dottrina ufficiale, si trovarono esiliati, privati delle loro cariche o persino condannati a morte. La chiesa sviluppò presto la teoria della guerra giusta che rese la guerra accettabile come strumento dello stato verso il quale la chiesa era non solo alleata, ma servile. La teoria della giusta guerra emerge negli scritti di Ambrogio (340-397) e Agostino (354-430). Ambrogio era stato un ufficiale romano. In seguito, durante le crociate, la chiesa si spinse oltre e benedì la guerra come un fatto positivo, gli infedeli vennero trucidati e i loro beni requisiti dalla chiesa stessa. Fu stabilito l’ordine militare.
L’evangelizzazione cristiana è stata generalmente pacifica in tutta la storia. Tuttavia i cristiani hanno usato anche violenza per imporre la fede. In numerose occasioni gli ebrei si trovarono di fronte alla scelta fra conversione o morte. Molti scelsero la morte, procurandosela spesso con le proprie mani (per esempio in Spagna nel 1391). Re Olaf di Norvegia usò “ogni arma: adulazione, inganno, persuasione e, quando tutte queste fallivano, pura sopraffazione” per convertire il suo popolo. “In molti casi” dice Neill, quando le persone “comprendevano che il re era pronto a conficcare la sua religione giù nelle loro gole con la punta della sua spada, vedevano la ragione”. Dopo tutto Gesù aveva detto a Pietro di riporre la spada, non di buttarla via ed egli disse anche “Non son venuto a portare la pace, ma la spada” (Lc. 12:51). Il pacifico Gesù divenne anche violento quando rovesciò i tavoli dei mercanti nel tempio.
Scritture violente
Il problema delle scritture è così serio che una teologia di pace che fallisse nel confrontarsi al riguardo sarebbe fondamentalmente inadeguata. Lo storico delle religioni Jack Nelson Pallmeyer pensa che la soluzione al problema delle scritture violente è guardare alle scritture come scritti umani. Perciò uomini violenti, facendo Dio a loro immagine, hanno convenzionalmente dipinto Dio come un Essere che approva la violenza contro i loro nemici. Il problema è che milioni di hindù, ebrei, cristiani e musulmani non credono che le loro scritture sono frutto dell’uomo, ma sono rivelazioni divine. Un altro problema a questo riguardo è che esso lascia aperta la possibilità che tutto ciò che diciamo riguardo a Dio è concepito umanamente, che tutta la teologia è un discorso umano. La rivelazione, da una prospettiva teologica, ci fornisce una verità divina riguardo a Dio che ci può guidare nel determinare se quello che deduciamo riguardo a Dio, fondandoci sulla ragione e sulla natura, è vero o falso.
Spesso i cristiani proclamano che il Cristianesimo è una religione di pace, e lo confrontano con l’Islam, visto come una religione della spada. Tuttavia i cristiani hanno una storia di guerre religiose le cui radici possono già rintracciarsi al tempo dell’imperatore Costantino (288-337). Durante le crociate la chiesa andò oltre e benedì la guerra contro gli infedeli come un fatto positivo e in numerose occasioni costrinse alla conversione sotto la minaccia di morte. Da parte loro i musulmani non negano che la guerra fu usata per espandere il territorio islamico. Giusto o sbagliato, si credette che la guerra era necessaria a far progredire la volontà di Dio. I musulmani negano comunque che le persone siano state convertite con la forza, facendo una distinzione fra l’espansione territoriale e lo sviluppo dell’Islam come fede. Naturalmente i re e i dominatori cristiani hanno anch’essi acquisito degli imperi a volte con la benedizione papale.
Recentemente, tuttavia, l’Islam è stato associato così tanto con la guerra e con il terrorismo che per molti osservatori il terrorismo ha assunto una faccia islamica. Tuttavia atti di terrorismo sono portati avanti anche dai cristiani nell’Irlanda del Nord e in Spagna e dagli hindu nello Sri Lanka. Perciò i musulmani non sono le sole persone religiose ad essere coinvolte nel terrorismo. Guardando a questi attacchi forse una differenza significativa è che alcuni terroristi musulmani giustificano i loro atti citando le scritture. Almeno due versi coranici, 9:5 e 9:29 sono ampiamente citati per giustificare la violenza intenzionale e indiscriminata. Sfortunatamente molti altri versi, quali 2:217 e 22:39-40, che non si possono interpretare in questo modo, sono menzionati raramente.
La violenza, che sia stata perpetrata dai cristiani, dai musulmani, dagli ebrei, dagli hindu, dai buddisti o comunque anche da chi non professi nessuna fede, ha rappresentato una piaga sull’esistenza umana. Che le persone religiose siano state colpevoli di violenza e inumanità sottolinea semplicemente l’universale fallibilità umana e non discredita gli ideali religiosi di pace, porta solo testimonianza dei limiti umani nel confrontarsi con questi ideali.
Il principio della pace
La mia percezione è che la Bibbia, il Corano e in effetti tutte le Scritture contengono un principio più elevato, il principio della pace. E questa è la preoccupazione finale di queste Scritture. Nessun passaggio descrive lo scopo finale di Dio come un mondo di guerra, di conflitto e di ingiustizia. Quando parlano del futuro che Dio desidera per il mondo, le Scritture esaltano la pace. La descrizione della fine dei tempi nella Bibbia ebraica contiene le famose parole che affermano che le spade saranno trasformate in aratri e le lance in falci (Is. 11:6-9; Mic. 4:3), mentre il Corano descrive l’Islam come il “mattone della pace” e i musulmani come coloro che fanno ciò che è giusto e si astengono da ciò che è sbagliato (10:25; 3:110). Poiché l’umanità abbraccia la pace e la riconciliazione di tutte le cose di Dio, la creazione sarà restaurata alla sua originale perfezione.
Il più alto principio di pace che è senza dubbio la meta finale dello scopo di Dio presentato dalle Scritture corrisponde a ciò che molte persone credono sia la condizione ideale per la vita dell’uomo. Anche la religione cinese vede la stabilità e l’unità come l’ideale più elevato. Nel Confucianesimo: “alla fine la vittoria senza spargimento di sangue è l’abilità più grande” (Thompson, 124). Le nostre coscienze, che hanno collettivamente ispirato documenti quali la Carta delle Nazioni Unite, attestano che la pace è il principio più alto.
Tuttavia ci sono voluti molti secoli per arrivare alla nostra comprensione contemporanea della pace. Anche nei tempi antichi esistevano nozioni di pace, tuttavia la pace era acquisita da un gruppo che dominava gli altri. La Pax Romana e persino la più recente Pax Britannica fu imposta con la forza. A differenza della pace come intesa nella Carta delle Nazioni Unite, la loro “pace” non includeva il sostegno ai fondamentali diritti umani, la dignità e il valore di ogni persona, la parità dei diritti fra uomini e donne o la promozione del progresso sociale, e migliori standard di “vita in una libertà più grande.” Tali libertà non esistevano e molte persone si sentivano oppresse.
Recenti affermazioni sul significato della pace globale come il ‘Commitment to Global Peace firmato da leaders spirituali e religiosi di tutto il mondo al Summit del millennio patrocinato dalle Nazioni Unite nell’Agosto del 2000, ha esteso il concetto di pace per abbracciare l’ambiente naturale, chiamando i governi e tutte le persone di buona volontà a collaborare nel prendersi cura “del sistema ecologico della terra e di tutte le forme di vita.” La pace nel suo senso più pieno coinvolge la riscoperta della dimensione spirituale della vita umana e planetaria. Pace significa che l’umanità lavora insieme - e non contro - la Terra e il Creatore della Terra per sostenere e nutrire e non per danneggiare e distruggere. La pace comporta la scoperta dell’unità essenziale dell’umanità.
La verità più grande, che non siamo separati, ma siamo parte della Terra è stata per lungo tempo l’insegnamento delle religioni tradizionali, ma è stata molto ignorata a causa dell’avidità degli uomini e delle donne. Troppo spesso i cristiani hanno considerato la Terra come una risorsa limitata perché alla fine sarà distrutta. Il principio più elevato afferma che la terra, una volta restaurata,continuerà a fiorire.
La Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite afferma che lo sradicamento della povertà è una condizione della vera pace. La comprensione olistica di pace è in sintonia con la meta delle Scritture ma non si può dire che sia stata messa molto in atto nel corso della storia umana, che ha piuttosto visto la pace come un’assenza di guerra conquistata da un dominio militare o da un potere politico. Questa visione più grande di pace è contenuta nelle Scritture, ma ci sono voluti secoli prima che l’umanità comprendesse la visione biblica e coranica.
La Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sono, a mio parere, fra i più nobili documenti finora scritti dalla mano dell’uomo. L’idea che qualcosa, che possiamo definire coscienza umana collettiva, si sia evoluta, è derivata, naturalmente, da G.W. F. Hegel (1770-1831) così com’è nel concetto di Francis Fukuyama della “fine della storia”. Fukuyama fa rilevare che sfortunatamente il pregiudizio contro Hegel causato dalla stretta associazione fra Hegel e il Marxismo (altri aggiungono il totalitarismo del 20° secolo) non fa vedere alle persone l’importanza del suo pensiero. Fukuyama sostiene che la democrazia liberale rappresenta il vertice della conquista umana nella sfera politica e alla fine trionferà. Questo trionfo, egli crede, può darsi che non porti la fine di tutti i conflitti; tuttavia è verosimile la loro diminuzione e le relazioni internazionali si occuperanno di: “risolvere problemi tecnici, preoccupazioni ambientali e soddisfare specialistiche richieste dei consumatori”.
Il principio più elevato testimoniato dalle Scritture corrisponde pertanto ad aspetti del pensiero contemporaneo. Gli sviluppi nel mondo materiale, in questa visione, sono portati da un precedente sviluppo nel regno della consapevolezza e delle idee. In questo contesto la democrazia liberale non dovrebbe essere confusa con il lassismo morale o la permissività prevalente nella società occidentale; piuttosto essa si riferisce a quelle società che permettono il governo del popolo da parte del popolo e per il popolo; che permettono il libero scambio e la collaborazione con altre democrazie per un comune beneficio.
Il rispetto di Dio per la sua creazione
Lavorando con materiale umano e rispettando la libertà umana, Dio sceglie di lavorare con l’umanità per quello che l’umanità è realmente. Dio entra nella storia intervenendo nella vita di coloro che sceglie. In un mondo di violenza, Dio deve trattare con la violenza. Fino a che l’umanità non era pronta ad accettare la verità di un principio più elevato, un principio inferiore, quello di guerra come un bene condizionato, era necessario. Anche se accettiamo di non poter comprendere pienamente gli scopi imperscrutabili di Dio, potremmo accettare che se Dio ha approvato le guerre, queste erano necessarie come parte del piano di Dio, che crediamo sia il bene definitivo.
La guerra non potrà mai essere il bene più grande. I cristiani e i musulmani e gli ebrei, gli hindu e gli altri che hanno cercato di giustificare la violenza in termini religiosi si sono, molto semplicemente, sbagliati. Come dice Thompson, persino dei capi buddisti sono stati sanguinari quanto i loro vicini hindu e diversi gruppi buddisti “si sono conquistati e trucidati fra loro.” Un’umanità matura bandirà la guerra mettendola nel museo degli errori umani e abbraccerà la non violenza come l’unico mezzo per riconciliare le differenze. La guerra porta vincitori e vinti e i vinti inevitabilmente vivono con risentimento la loro sconfitta e attendono l’opportunità di vendicarla. La violenza richiama sempre maggior violenza. Quando la non-violenza diventerà la norma della strategia per la risoluzione dei conflitti, l’umanità comincerà ad assumersi la responsabilità di restaurare il mondo alla sua perfezione originale che è la meta della storia.
Come potrebbe essere il futuro
Questa teologia è pratica perché il mondo che immagina può essere raggiunto e potrebbe essere prefigurato politicamente dalle democrazie liberali di Fukuyama. Le democrazie liberali praticano il libero commercio con le altre democrazie liberali; quando fornitori e consumatori si fideranno gli uni degli altri, proteggeranno gli interessi reciproci. Ciò che desidero per me diventerà ciò che desidero per il mio fornitore o il mio compratore: una casa dignitosa, un lavoro significativo, del cibo da mangiare, la possibilità di accedere all’istruzione e alle cure mediche. Anche una devoluzione del governo verso il basso fino alle comunità locali, per confrontarsi con le questioni dello standard di vita e verso l’alto fino a federazione mondiale che tratti questioni globali come l’ambiente e il mantenimento della pace, cambierebbe il modo in cui il mondo lavora. Le comunità locali autonome avrebbero molti vantaggi: consisterebbero di persone che si conoscono fra di loro e potrebbero stabilire alleanze con comunità simili andando oltre le tradizionali barriere nazionali. Inoltre, con la devoluzione del potere, gli interessi egoistici giocherebbero un ruolo meno significativo di quanto non avvenga nelle politiche nazionali.
Società più localizzate diventeranno più coscienti della realtà dell’interdipendenza umana, della verità che se viviamo più semplicemente, consumando meno, altri potrebbero essere in grado semplicemente di vivere. Come disse Ghandi: “In questo mondo c’è a sufficienza per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità di tutti.” Le persone comprenderanno che non hanno bisogno di tutti gli oggetti materiali che la propaganda commerciale offre loro, che mangiare meno è più salutare, che la vita umana non è solo esistenza fisica, ma ha anche una dimensione spirituale. E’ qui che le percezioni religiose possono guadagnare un nuovo ascolto.
La cultura materiale che attualmente domina e divide il mondo è anche una cultura individualistica. Essa mette “me” e “i miei desideri” al centro a spese degli altri. Il potere di grandi corporazioni che pongono il profitto al di sopra della moralità verrà dissipato quando le comunità locali sceglieranno di assumere una posizione morale contro il materialismo rampante e i valori permissivi che denigrano l’impegno e il rispetto per se stessi.
La centralità delle unità familiari, onorate dalla grande maggioranza, se non da tutte le religioni, potrebbe essere riaffermata quando le persone comprenderanno il vantaggio di vivere in comunità dove esistono condivisione e cura reciproca piuttosto che in realtà isolate che accumulano sempre più oggetti per un uso egoistico personale. La consapevolezza spirituale può incoraggiare le persone a rivolgersi alle religioni come posti in cui c’è tradizionalmente la saggezza spirituale. Salendo su un più alto livello di esistenza possiamo anche diventare ricettivi alle nuove verità riguardanti l’umanità e alla relazione dell’uomo con Dio. Specialmente la religione cinese vede il bene comune come una preoccupazione centrale e considera la famiglia come un microcosmo della società.
Il libero flusso di capitali metterebbe in grado chiunque di comprare i servizi di cui ha bisogno e le grandi differenze economiche fra le nazioni si auto-regolerebbero verso una più equa distribuzione del capitale. Un tale ordine mondiale potrebbe ridurre il ruolo dominante della nazione-stato; anche la religione, avendo portato unità fra l’uomo e Dio, vedrebbe ridotta la sua influenza. Questo è ciò che intendono alcune religioni quando affermano che Dio, in futuro, dimorerà con noi. Se Dio dimora con noi, il ruolo della religione come mediatore fra noi e Dio diventa superfluo. Coloro che pensano che dovremo passare attraverso terribili battaglie prima che questo tipo di mondo diventi realtà tendono a credere che “il nuovo cielo e la nuova terra” saranno una creazione diversa, spirituale e probabilmente non materiale. Solo l’intervento divino può creare questa realtà.
La descrizione del mondo come una confederazione di molte comunità locali in cui persone di razze e fedi differenti collaborano in unità autonome assicurando così l’appagamento di tutti i bisogni basilari e dove vi sia anche una reale opportunità per le persone di fiorire intellettualmente, spiritualmente e culturalmente, io credo che possa essere costruita dalle mani dell’uomo. La Bibbia raramente, se non mai, predice eventi reali. Il nostro futuro non segue un piano inevitabile, ma dipende dall’andamento della collaborazione Dio-uomo; perciò vi sono diverse possibilità, non una sola. Il futuro potrebbe essere violento, se questo è ciò che scegliamo, ma può essere pacifico se accettiamo la nostra collaborazione con Dio che si aspetta che noi ci assumiamo le nostre responsabilità. La perfezione di Dio, come quella dell’universo, dipende da quanto noi permettiamo a Dio di realizzare il suo pieno potenziale. Nel crearci Dio prese il rischio che noi potessimo ribellarci a Lui. La perfezione di Dio che svuota se stesso è il potere divino, non la realtà divina; la completa realizzazione della realtà divina dipende dalla nostra collaborazione. Fino ad oggi la creazione geme in travaglio (Rom. 8:22).
2. Jack Nelson-Pallmeyer, Is Religion Killing Us: Violence in the Bible and the Quran (New York: Continuum,2003).
3. Mi avvicino qui a quanto scritto da Benjamin Barber originariamente nell’articolo “Jidah vs McWorld” pubblicato sull’ Atlantic Monthly (marzo 1992) e successivamente in un libro. Barber parla di “un’unione confederale di comunità parzialmente autonome più piccole degli stati-nazione, legate insieme da associazioni e mercati più grandi degli stati-nazione, partecipative e autonome alla base in questioni locali e rappresentative e affidabili a livello più elevato.”
Clinton Bennet è attualmente professore associato all’ Unification Theological Seminary di Barrytown, New York. Quale ministro della Chiesa Battista è stato missionario in Bangladesh, cappellano universitario, pastore associato di una congregazione multirazziale, membro di comitati consultivi del governo e consulente del Consiglio Mondiale delle Chiese con una specializzazione per le relazioni cristiano-musulmane. Autore di sei libri, è anche membro del Consiglio Mondiale dell’UPF ed è un Ambasciatore di Pace. E’ sposato con Rekha, un’operatrice sociale originaria del Bangladesh.
The Paradox of our Time
The paradox of our time in history is that we have taller buildings, but
shorter tempers; wider freeways but narrower viewpoints.
We spend more, but have less; we buy more, but enjoy it less.
We have bigger houses and smaller families; more conveniences but less
time.
We have multiplied our possessions, but reduced our values.
We talk too much, love too seldom and hate too often. We’ve learned how to
make a living, but not a life; we’ve added years to life, not life to years.
We’ve been all the way to the moon and back, but have trouble crossing the
street to meet the new neighbor.
We have more degrees, but less sense; more knowledge, but less judgment;
more experts, but more problems; more medicine, but less health.
We drink too much, smoke too much, spend too recklessly, laugh too little,
drive too fast, get too angry, too quickly, stay up too late, get up too tired,
read too seldom, watch TV too much and pray too seldom.
We have conquered outer space, but not inner space. We’ve done larger
things, but not better things.
These are times of fast food and slow digestion; tall men and short character;
steep profits and shallow relationships.
These are the times of world peace, but domestic warfare; more leisure, but
less fun.
These are days of two incomes, but more divorce; of fancier houses, but
broken homes. These are days of quick hips, disposable diapers, throw away
morality, one-night stands, overweight bodies and pills that do everything
from cheer to quiet, to kill.
We’ve cleaned the air, but polluted the soul. We’ve split the atom, but not
our prejudice. We write more, but learn less. We plan more, but accomplish
less. We’ve learned to rush, but not to wait. We build more computers to
hold more information to produce more copies than ever, but have less
communication.
shorter tempers; wider freeways but narrower viewpoints.
We spend more, but have less; we buy more, but enjoy it less.
We have bigger houses and smaller families; more conveniences but less
time.
We have multiplied our possessions, but reduced our values.
We talk too much, love too seldom and hate too often. We’ve learned how to
make a living, but not a life; we’ve added years to life, not life to years.
We’ve been all the way to the moon and back, but have trouble crossing the
street to meet the new neighbor.
We have more degrees, but less sense; more knowledge, but less judgment;
more experts, but more problems; more medicine, but less health.
We drink too much, smoke too much, spend too recklessly, laugh too little,
drive too fast, get too angry, too quickly, stay up too late, get up too tired,
read too seldom, watch TV too much and pray too seldom.
We have conquered outer space, but not inner space. We’ve done larger
things, but not better things.
These are times of fast food and slow digestion; tall men and short character;
steep profits and shallow relationships.
These are the times of world peace, but domestic warfare; more leisure, but
less fun.
These are days of two incomes, but more divorce; of fancier houses, but
broken homes. These are days of quick hips, disposable diapers, throw away
morality, one-night stands, overweight bodies and pills that do everything
from cheer to quiet, to kill.
We’ve cleaned the air, but polluted the soul. We’ve split the atom, but not
our prejudice. We write more, but learn less. We plan more, but accomplish
less. We’ve learned to rush, but not to wait. We build more computers to
hold more information to produce more copies than ever, but have less
communication.
Le libertà fondamentali
di Giorgio Gasperoni
La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la Carta delle Nazioni Unite hanno lo stesso fine: la realizzazione della Pace e della formazione di cittadini del mondo. Tuttavia, come afferma la Dott.ssa Eva Adela Latham, Presidente di Human Rights Teaching International in Olanda, troppe persone hanno elaborato delle false giustificazioni per escludere gli altri dalla dignità umana.
I problemi del mondo hanno una radice spirituale ed etica come afferma il preambolo della Carta di Fondazione dell’Unesco “poiché le guerre hanno inizio nelle menti degli uomini, è nelle menti degli uomini che devono essere costruite le difese della pace”.
I Diritti Umani riconoscono che tutte le persone sono create uguali ed hanno pari opportunità e dignità: Dag Hammarskjöld, il secondo Segretario Generale delle Nazioni Unite, il 22 Dicembre 1953 dichiarava “…Il nostro lavoro per la Pace deve iniziare all’interno della sfera privata di ognuno di noi. Per costruire un mondo senza paura, dobbiamo essere senza paura. Per costruire un mondo di giustizia, dobbiamo essere giusti. E come possiamo lottare per la libertà se non siamo liberi nella nostra propria mente? Come possiamo chiedere agli altri di sacrificarsi se non siamo disposti a fare lo stesso?”
Guardando indietro nella storia, la società feudale del Medio Evo ha dato vita a pensatori che hanno ispirato gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità per questo mondo, incentrati sull’Umanesimo. Se il Cristianesimo medioevale avesse capito il concetto completo di libera volontà, le parole Rivoluzione e Riforma non sarebbero state necessarie. Non avendo fatto questo, il movimento del cambiamento è venuto dal mondo esterno alla religione. Quel nuovo movimento lo conosciamo con il nome di Rinascimento.
Insistendo, però, solo sulla libertà secolare invece di conquistare l’ideale della completa libertà, si è venuti a perdere gradualmente le libertà autentiche. I popoli hanno ripetutamente perso la completa libertà, anche se gli individui, le famiglie, la società e le nazioni hanno asserito il loro diritto alla libertà. Ciò che le persone insistono nel sostenere, oggi, non è quella libertà stabile e duratura. Ad esempio, tutti coloro che sono andati verso un individualismo esasperato si sono sempre più isolati. Questo è un dato di fatto innegabile.
Se non si entra in armonia con le leggi della natura, anche se le persone cercano la libertà, andranno sempre più verso il culmine della mancanza di libertà. Più si insiste in quella direzione, più si creano delle categorie limitate di libertà.
I contenuti delle relazioni in questa sezione ci aiutano a riflettere sulla situazione attuale del nostro mondo. Vorrei evidenziare che il messaggio che ne scaturisce è che è necessaria una grande rivoluzione se vogliamo unire il mondo e renderlo libero, ma deve essere prioritariamente una grande rivoluzione del carattere umano. Conoscenza, soldi o potere non possono portare questa contro-rivoluzione del carattere. La Libertà non viene dall’avere diverse possibilità di scelta ma dall’imparare a fare le scelte giuste.
La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la Carta delle Nazioni Unite hanno lo stesso fine: la realizzazione della Pace e della formazione di cittadini del mondo. Tuttavia, come afferma la Dott.ssa Eva Adela Latham, Presidente di Human Rights Teaching International in Olanda, troppe persone hanno elaborato delle false giustificazioni per escludere gli altri dalla dignità umana.
I problemi del mondo hanno una radice spirituale ed etica come afferma il preambolo della Carta di Fondazione dell’Unesco “poiché le guerre hanno inizio nelle menti degli uomini, è nelle menti degli uomini che devono essere costruite le difese della pace”.
I Diritti Umani riconoscono che tutte le persone sono create uguali ed hanno pari opportunità e dignità: Dag Hammarskjöld, il secondo Segretario Generale delle Nazioni Unite, il 22 Dicembre 1953 dichiarava “…Il nostro lavoro per la Pace deve iniziare all’interno della sfera privata di ognuno di noi. Per costruire un mondo senza paura, dobbiamo essere senza paura. Per costruire un mondo di giustizia, dobbiamo essere giusti. E come possiamo lottare per la libertà se non siamo liberi nella nostra propria mente? Come possiamo chiedere agli altri di sacrificarsi se non siamo disposti a fare lo stesso?”
Guardando indietro nella storia, la società feudale del Medio Evo ha dato vita a pensatori che hanno ispirato gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità per questo mondo, incentrati sull’Umanesimo. Se il Cristianesimo medioevale avesse capito il concetto completo di libera volontà, le parole Rivoluzione e Riforma non sarebbero state necessarie. Non avendo fatto questo, il movimento del cambiamento è venuto dal mondo esterno alla religione. Quel nuovo movimento lo conosciamo con il nome di Rinascimento.
Insistendo, però, solo sulla libertà secolare invece di conquistare l’ideale della completa libertà, si è venuti a perdere gradualmente le libertà autentiche. I popoli hanno ripetutamente perso la completa libertà, anche se gli individui, le famiglie, la società e le nazioni hanno asserito il loro diritto alla libertà. Ciò che le persone insistono nel sostenere, oggi, non è quella libertà stabile e duratura. Ad esempio, tutti coloro che sono andati verso un individualismo esasperato si sono sempre più isolati. Questo è un dato di fatto innegabile.
Se non si entra in armonia con le leggi della natura, anche se le persone cercano la libertà, andranno sempre più verso il culmine della mancanza di libertà. Più si insiste in quella direzione, più si creano delle categorie limitate di libertà.
I contenuti delle relazioni in questa sezione ci aiutano a riflettere sulla situazione attuale del nostro mondo. Vorrei evidenziare che il messaggio che ne scaturisce è che è necessaria una grande rivoluzione se vogliamo unire il mondo e renderlo libero, ma deve essere prioritariamente una grande rivoluzione del carattere umano. Conoscenza, soldi o potere non possono portare questa contro-rivoluzione del carattere. La Libertà non viene dall’avere diverse possibilità di scelta ma dall’imparare a fare le scelte giuste.
Progresso e Responsabilità Umana
di Giorgio Gasperoni
Progresso è un termine che è stato ed è usato molto spesso da tutti. Ma la domanda che viene da porci altrettanto spesso, è: Quale progresso?
Chung Hwan Kwak, presidente internazionale dell’UPF (Federazione Universale per la Pace) ci ricorda nel suo articolo che l’idea di Progresso Responsabile coinvolge molti fattori cruciali e che deve necessariamente passare per la più completa realizzazione della libertà e del potenziale umano. Per poter essere liberi di agire è necessario che ci sia una libera volontà la quale è un’espressione della mente. Poiché la mente di una persona in armonia con le leggi della natura non può agire al di fuori di esse, ci potrà essere altresì una vera libertà d’azione solo in presenza di una reale consapevolezza della persona.
Un altro aspetto importante da considerare è la responsabilità che deve sempre accompagnare una persona veramente libera. Gli esseri umani possono perfezionarsi soltanto, quando potranno realizzare la propria responsabilità basata sulla libera volontà. Inoltre, non potrà esistere responsabilità senza il raggiungimento di qualche risultato concreto. Quando gli esseri umani esercitano la loro libertà e applicano la propria capacità di agire, cercheranno sempre di perseguire dei risultati concreti quali obiettivi di vita.
La responsabilità ci permette di perfezionare il carattere. Questo ci permette di entrare in risonanza con la saggezza della natura e in un rapporto empatico con il resto del genere umano.
In quest’ottica, acquista molta importanza l’articolo della Professoressa Forcella sulla prevenzione degli incidenti stradali correlati all’uso di sostanze Psicoattive denominato “Progetto on the Road”. Quando le persone realizzano consapevolmente le proprie responsabilità, tutte le libertà vengono a realizzarsi.
Progresso è un termine che è stato ed è usato molto spesso da tutti. Ma la domanda che viene da porci altrettanto spesso, è: Quale progresso?
Chung Hwan Kwak, presidente internazionale dell’UPF (Federazione Universale per la Pace) ci ricorda nel suo articolo che l’idea di Progresso Responsabile coinvolge molti fattori cruciali e che deve necessariamente passare per la più completa realizzazione della libertà e del potenziale umano. Per poter essere liberi di agire è necessario che ci sia una libera volontà la quale è un’espressione della mente. Poiché la mente di una persona in armonia con le leggi della natura non può agire al di fuori di esse, ci potrà essere altresì una vera libertà d’azione solo in presenza di una reale consapevolezza della persona.
Un altro aspetto importante da considerare è la responsabilità che deve sempre accompagnare una persona veramente libera. Gli esseri umani possono perfezionarsi soltanto, quando potranno realizzare la propria responsabilità basata sulla libera volontà. Inoltre, non potrà esistere responsabilità senza il raggiungimento di qualche risultato concreto. Quando gli esseri umani esercitano la loro libertà e applicano la propria capacità di agire, cercheranno sempre di perseguire dei risultati concreti quali obiettivi di vita.
La responsabilità ci permette di perfezionare il carattere. Questo ci permette di entrare in risonanza con la saggezza della natura e in un rapporto empatico con il resto del genere umano.
In quest’ottica, acquista molta importanza l’articolo della Professoressa Forcella sulla prevenzione degli incidenti stradali correlati all’uso di sostanze Psicoattive denominato “Progetto on the Road”. Quando le persone realizzano consapevolmente le proprie responsabilità, tutte le libertà vengono a realizzarsi.
Iscriviti a:
Post (Atom)