1 giugno 2008

Quale futuro per la produzione di cibo nel mondo

di Giorgio Gasperoni

All’incirca una persona ogni otto – più di ottocento milioni di persone – ogni giorno sono affamate. Più di 60 milioni sono bambini. Molti altri sono in una situazione di costante insicurezza per il reperimento del cibo quotidiano. Le immagini di bambini che muoiono di fame nel terzo mondo sono così comuni che spesso hanno un piccolissimo effetto sulla nostra moderna e raffreddata sensibilità. La malnutrizione è così diffusa che raramente fa notizia.
Una fame cronica è la piaga di molte nazioni. Il WFP (il programma per il cibo mondiale) delle N.U. ammette di non essere finanziato a sufficienza per le dimensioni del problema.
Governi generosi ed associazioni umanitarie sembrano impotenti nel fare di più di quello che stanno già facendo per i popoli bisognosi. In tante realtà i problemi, temporaneamente, possono essere mitigati con degli aiuti ma il problema essenziale rimane immutato.
All’inizio del 2008 la crisi globale del cibo è notevolmente peggiorata. Anche i prezzi dei prodotti principali sono cresciuti al di là delle possibilità del potere di acquisto di grandi quantità di gente. Potreste e tumulti sono scoppiati un po’ in tutto il mondo. Molte cause dei problemi sono stati identificati , inclusa l’eccessiva ricollocazione delle aziende produttrici verso i prodotti per l’export piuttosto che per il mercato domestico. Programmi per il Bio-carburante, immagazzinamento di derrate alimentari, l’impatto di speculatori che giocano sul futuro dei prodotti, l’aumento della popolazione, i disastri naturali e il fallimento dei prodotti.
Qualunque siano le cause a breve termine, sta diventando chiaro che la competizione per le risorse mondiali potrebbe raggiungere un punto critico. Devono essere fatti degli sforzi globali concentrandosi principalmente sul miglioramento della produzione e distribuzione. Non è più sufficiente accettare la fame e la miseria come una presenza malevola presso popolazioni meno fortunate. La popolazione mondiale sta crescendo, le richieste non diminuiranno e la scarsità di cibo può influenzare anche le nazioni più sviluppate. La sicurezza del cibo è emersa e forse sarà il primo fra i problemi che preoccuperanno e avranno la nostra attenzione nel 21° secolo.

SAFARI CINESE IN AFRICA

Impetuosa se non inarrestabile l’avanzata della Cina nel continente africano: oro nero ed altro gli obiettivi primari di Pechino.

di Carlo Alberto Tabacchi

Il “Drago cinese” conquista terreno e mercati in Africa, investendo massicciamente attraverso accordi commerciali, dichiarazioni di partnership e di amicizia e sostegno reciproco; nel frattempo, Stati Uniti, Russia ed Europa restano distratti (ma, per quanto tempo ancora?).
Dal 2001 al 2005 il commercio sino-africano è aumentato del 270%; grazie a questa “iniezione asiatica di aiuti”. Nel 2005 l’Africa ha registrato una crescita del Pil complessivo del 5,2%. Alla base del forte interscambio economico-commerciale sono presenti logiche più pragmatiche che non la fratellanza tra popoli oppressi o la lotta contro tutti gli imperialismi, come spesso venivano sbandierati negli anni ’60 dai responsabili politici comunisti. Pechino investe in Africa per poter colmare la propria sete e fame di petrolio e materie prime. A questo scopo, ha adottato una strategia tanto semplice quanto spregiudicata: impegnarsi senza interferire negli affari interni dei propri clienti e difenderli all’occorrenza davanti alle condanne più o meno esplicite della comunità internazionale; Sudan e Zimbabwe rappresentano esempi alquanto evidenti di tale prassi.
Quindi, non importa verificare l’etica delle Leadership alla guida degli esecutivi, non si sottilizza sulla tutela dei diritti umani o sul tasso di corruzione: si guarda praticamente alla convenienza economica, alle concessioni di appalti per progetti infrastrutturali, si mira essenzialmente alle ricchezze minerarie e non. Ad esempio, tra i primi 10 fornitori petroliferi di Pechino, nel 2005 figurano l’Angola (2°), Sudan (7°), Congo Brazzaville (8°), Guinea Equatoriale (9°): tutti paesi che, se non allergici allo stato di diritto, con la democrazia hanno poco a che fare. Come si evince, gli interessi reciproci risultano piuttosto intensi: da un lato un vasto paese assetato di energia e materie prime, dall’altro un continente un po’ dimenticato che custodisce proprio ciò che oggi serve alla Cina: oltre al petrolio, gas, rame, uranio, alluminio, manganese, legname.
Non dimentichiamo che Pechino, vedendo la grave instabilità petrolifera del Medio Oriente, area di influenza e scontro tra Stati Uniti e Russia, ha cominciato dagli anni ’90 ad importare ingenti quantitativi di greggio africano. La diplomazia petrolifera di Pechino ha due targets precisi: nel breve periodo, assicurare rifornimenti per la dinamica crescita interna; nel lungo periodo, posizionarsi come attore globale nei mercati internazionali. Pertanto, la Cina rimane l’acquirente privilegiato ed ideale delle risorse naturali africane: salda subito in contanti e vende ai diversi governi locali tecnologie, know-how industriale ed armi (generalmente leggere).
Altro dossier scottante è che la Cina sostiene pubblicamente 3 candidati – Nigeria in primis, Egitto e Sud Africa – per un seggio permanente presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, pur riconoscendo che la decisione finale resta nelle mani dell’Unione Africana.
Sotto l’aspetto più squisitamente diplomatico, solo 5 nazioni africane mantengono attualmente relazioni ufficiali con Taipei (capitale di Taiwan).
Come accennato prima, non si può trascurare la legittimazione da parte del gigante asiatico, di abusi e violazioni nel settore dei diritti umani, nelle pratiche antidemocratiche e nella vendita di armi ad “amici poco affidabili” come Sudan e Zimbabwe, soggetti ad embargo da parte degli Stati Uniti ed Unione Europea. Per Pechino non esistono espressioni colorite ed ormai famose come “rogue countries” oppure “axes of evil” che possono contraddistinguere alcune nazioni africane.
In conclusione, mentre l’Unione Europea rimane dormiente o pericolosamente assente, l’approccio cinese persegue 3 fattori piuttosto chiari: nuovi mercati ed opportunità di investimento, diplomazia e cooperazione di sviluppo ed una partnership strategica.

Era Post-ideologica della Globalizzazione

Esperti a confronto

Prof. Antonio Saccà

Si è tenuto a Roma presso la sede della “Interreligious and International Federation for World Peace”, un convegno sulle prospettive dell’era post-ideologica della globalizzazione. Che vi sia bisogno di fermarci a considerare l’andamento del mondo, per così dire, appare ormai indispensabile, giacché spesso sentiamo di correre all’impazzata, perfino, di precipitare. Una prima riflessione, a riguardo, nel convegno, l’ha svolta Antonio Stango, Segretario Generale dell’Italian Helsinki Commette, impegnato nella difesa dei diritti umani. Per Stango oggi l’uomo tende a uno sviluppo aberrante, intacca anche i fattori primari della vita, l’aria, l’acqua, perfino. C’è un uso aberrante, si diceva, di automobili, di traffico incontrollato, non c’è un’economia abbinata all’ecologia. In quanto alla “risorsa” uomo, ormai vi è il riconoscimento della difesa dei diritti umani. Vi sono degli organismi sovrannazionali che hanno competenze superiori agli stati stessi. Fino a pochi decenni fa c’erano solo i tribunali dei vincitori che giudicavano i vinti. Spesso, tuttavia, i criminali furono risparmiati. Il Segretario Generale dell’Italian Helsinki Commette fa l’esempio dello stalinismo che non fu giudicato solo perché si riteneva che la Russia avesse vinto la Seconda Guerra Mondiale. Il 17 luglio 1998 fu approvato lo Statuto della Corte Penale Internazionale. Crimini contro l’umanità, genocidio e crimini di guerra sono l’oggetto di tale struttura. Stango evidenzia che può raggiungersi la potenza economica senza rispetto dei diritti umani: è il caso della Cina, alla quale non si riesce di contrapporsi per le sue dimensioni economiche, militari. Lo stesso per l’Iran, che Stango giudica il peggiore regime del mondo odierno. Per quel che riguarda l’Italia, considerava problematiche, difettose le condizioni della Giustizia penale e civile, drammatico il sovraffollamento delle carceri e la mancanza di operatori nazionali per la reintegrazione del carcerato, dispendiosa l’ospedalizzazione.
L’intervento del Professor Giovanni Palmerio, docente di economia alla LUMSA(Libera Università Maria Ss. Assunta di Roma), era specificamente rivolto al campo economico. Palmerio iniziava con lo smentire alcuni dati ritenuti scontati, certi. Comunemente si dice che Cina e India tra dieci anni saranno grandi potenze mondiali. I mass media lo sottolineano, indicando che il basso costo del lavoro permette loro di esportare tanto. Ma, proseguiva Palmerio, il Paese che occupa il primo posto al mondo per esportazione è la Germania, prodotti a tecnologia avanzata, dopo viene l’Italia mentre gli USA esportano armi e finanza. Dal 1972 fino ad oggi importano più di quanto esportano. Gli USA non hanno problemi di pagare in quanto stampano e creano i dollari. Ma il debito pubblico americano è enorme. La metà è posseduto da residenti e l’altra, in una larga quota, è posseduta da banche centrali straniere. Il Giappone, che ne detiene maggiormente, compra dollari per evitare la svalutazione, inoltre aiuta i paesi del sud est asiatico (Vietnam, Cambogia…). Molte imprese costruttrici sono giapponesi. Le opere riguardano infrastrutture, ad esempio reti fognarie, in questo campo sono attive ditte tedesche ed italiane. I giapponesi non vogliono ammettere il male fatto a tali paesi, ma li aiutano molto. Il Giappone e la Germania hanno un tenore di vita elevato e Welfare efficiente. Non hanno ambizione geopolitica e militare. Permangono, però, nell’insieme planetario squilibri gravi, aggiungeva Palmerio. Alcune aree restano in grande depressione. In specie, l’Africa. La depressione dipende dal livello culturale e dal bisogno di investimenti pesanti (fogne, reti idriche, reti elettriche…), altri paesi necessitano solo di investimenti leggeri. Ai paesi sviluppati occorrono cereali e petrolio. Quest’ultimo aumenta di costo anche perché cresce l’uso. Detto tutto questo, per superare gli squilibri occorre che i paesi sviluppati investano più risorse per aiutare quelli non sviluppati.
Il Prof. Antonio Saccà nel suo intervento, ha espresso una sua analisi sulla situazione complicata in cui siamo pervenuti e l’inadeguatezza dei rimedi suggeriti per risolvere l’eccesso di importazioni dai paesi che le producono a basso costo, pericolo reale, quand’anche qualche paese sviluppato è capace di esportare. Si è parlato ad esempio alla tassazione dei prodotti cinesi. Ma i cinesi resterebbero a guardare? Non aumenteremo il mercato nero? Non bloccheremmo merci cinesi prodotte con capitali occidentali? Il Prof. Saccà, diceva, che siamo in presenza della contro-globalizzazione. Pensavamo di impossessarci della Cina e della Russia, immettendo i capitali e usando la loro forza lavoro per avere materie prime e forza lavoro a basso costo. La globalizzazione sembrava l’Eldorado, produrre a bassissimi costi in Cina ed esportare in America per avere profitti immensi; ottenere petrolio o gas a poco prezzo in Russia…
Ma è avvenuto l’imprevisto, i paesi che ricevevano capitali, come la Cina, iniziarono a produrre per i “propri” interessi, la Russia impedì ai capitali esteri di neocolonizzarla. E’ questa la contro-
globalizzazione. Delocalizziamo imprese e capitali ma non necessariamente a nostro vantaggio.
Le nostre economie cominciano a diventare irregolari, tentano la via delle attività speculative, con gravi rischi per gli investitori, forzano i consumi e l’indebitamento dei consumatori, precarizzano il lavoro per non pagare ferie, assistenze, licenziamenti, in paesi come gli Stati Uniti si giunge a una politica che sbocca nella guerra, del resto certi armamenti, tipo lo “scudo spaziale” non vengono concepite e realizzate per venderle. A tal punto, se vogliamo evitare la guerra e la lotta sociale, Saccà ritiene indispensabile: la ricerca di energie alternative per ovviare all’accanimento del possesso del petrolio che finisce con il pervenire al conflitto militare; ed è necessario che i lavoratori non continuino a chiedere miglioramenti al capitalista, il quale, con una immane disponibilità di mano d’opera, nazionale e straniera, legale e illegale, e in una situazione di competitività strenua, nulla vuole e, in parte, nulla può concedere. L’estremo pericolo per le nostre economie, concludeva, è la criminalizzazione del profitto, il profitto criminale.
L’intervento conclusivo di Giuseppe Calì, presidente dell’Interreligious and International Federation for World Peace-italia, riportava la problematica economica a quella etica sul fondamento dei principi della Federazione. Calì evidenziava che senza un indirizzo etico l’economia precipita nell’individualismo edonistico. Al dunque, se vogliamo seguire il modello familiare, solidale avremo un certo modello economico, se ci volgiamo all’egoismo avremo un’altra specie di economia. E’ la scelta morale che precede i modelli operativi. Calì considerava opportuno considerare modelli economici partecipativi e solidali. Senza la determinazione alla solidarietà mondiale difficile o impossibile risolvere le crisi. Ovviamente, in forme più riferibili all’UPF, sosteneva Calì, occorrerebbe un rinnovamento della spiritualità e del riconoscimento di costituire ”un’unica famiglia umana di Dio”.
E’ il caso di aggiungere che vi è stata una intensa discussione problematica.

I Cinquanta anni del Tibet sotto la Cina

1959 – 2008

di Geshe Gedun Tharchin

I tibetani, per antica tradizione, non penserebbero mai di essere cinesi, né potrebbero mai immaginare che il Tibet sia parte della Cina

Nell’anno 2008 la Cina ospita i giochi olimpici, con la promessa di una maggior tutela dei diritti umani all’interno del paese. Il Tibet è divenuto il problema principale a livello internazionale, in quanto tale nazione è stata occupata integralmente dalla Cina dal 1959. A causa del massiccio e rapido flusso di immigrazione cinese nell’area tibetana, i tibetani stessi sono divenuti una minoranza etnica nello stesso Tibet e si prospetta ora il rischio della perdita della loro cultura e della loro identità nazionale. L’unica possibilità di salvezza per il Tibet è che le olimpiadi del 2008 possano condizionare il governo cinese, spingendolo a garantire maggiore rispetto per la cultura e il popolo tibetani.
Quindi, l’intero mondo sta osservando le autorità cinesi riguardo alla promessa fatta dal governo cinese in cambio della possibilità di ospitare a Pechino i giochi olimpici del 2008. Ma mentre il momento in cui questi si svolgeranno si avvicina, la repressione in Tibet si sta ancora inasprendo, e pertanto molte persone in tutto il mondo hanno cercato di intervenire nella situazione ancora irrisolta tra il Tibet e la Cina. In fine, i tibetani sia all’interno che all’esterno del patria hanno perso la pazienza, manifestando la loro esasperazione il 14 marzo 2008.
La verità è che il Tibet e la Cina sono stati paesi confinanti per secoli. Durante il VII e l’VIII secolo le dinastie tibetane inflissero alla Cina una dura sconfitta. La principessa Wen Chen sposò il sovrano tibetano Song Tsen Gam Po e per sua volontà venne realizzato a Lhasa il tempio Ra Mo Che. Vi è a Lhasa un altro tempio edificato per volontà di una principessa nepalese che sposò anch’ella il medesimo re. In quel periodo sia il dinasta della Cina che quello del Nepal erano orgogliosi che le loro principesse avessero sposato il re del Tibet, anche perché ciò assicurava sicurezza per i loro stati.
Successivamente un’altra principessa cinese sposò un re del Tibet. In queste epoche le relazioni fra i due paesi si basavano sul reciproco rispetto e sulla valutazione delle rispettive potenze militari. Come testimonianza del loro comune accordo, vennero eretti tre pilastri lapidei in tre luoghi differenti: presso la capitale del Tibet, presso la capitale della Cina e lungo il confine tra i due stati. Essi recavano iscritti epigrafi concernenti i sentimenti di reciproca solidarietà tra i due paesi. Un verso molto famoso dei pilastri recita: “rGYA rGYA YUL NA sKYID, BOD BOD YUL NA sKYID”, che significa “I Cinesi sono felici in Cina e i Tibetani sono felici in Tibet”. Sulla base di questo evento storico i tibetani hanno sempre sostenuto di non essere cinesi e possedere la propria identità nazionale, differente da quella cinese.
La prima invasione del Tibet fu compiuta da Genghis Khan nel 1209 e in un secondo momento il Khan mongolo assunse il comando dell’Impero Cinese e i mongoli ereditarono il lignaggio della dinastia cinese. Più tardi, quando i cinesi liberarono dai mongoli il loro impero, riacquisendone il controllo, la Cina iniziò a rivendicare tutti i territori che erano stati sotto il dominio mongolo, affermando che fossero suoi! Questa è l’unica ragione per cui la Cina sostiene tuttora che il Tibet le appartenga.
I tibetani, per antica tradizione, non penserebbero mai di essere cinesi, né potrebbero mai immaginare che il Tibet sia parte della Cina: questo è ciò che prova istintivamente il popolo tibetano. Quindi penso che la lotta per la liberazione del Tibet sia una tendenza naturale della gente tibetana.
La storia ha provato che i tibetani non possono essere felici sotto le autorità cinesi, né i cinesi possono essere felici sotto un governo tibetano. Il conflitto si è protratto nei secoli ed è parte della vicenda storica di entrambe le nazioni. Questa battaglia deve andare fino in fondo, portando ad una vittoria assoluta o ad una sconfitta assoluta: in altre parole, questa battaglia durerà finché vi saranno tibetani. È una questione che sarà portata avanti di generazione in generazione, in quanto parte della storia umana.
Il dialogo può essere la soluzione? Esiste un grande ostacolo tradizionale perché la Cina e il Tibet abbiano un dialogo costruttivo. C’è un detto tibetano che afferma: “la Cina fallisce nei suoi intenti per eccesso di sospetto e il Tibet a causa della troppa aspettativa”. L’attuale dialogo sino-tibetano è iniziato con l’incontro tra Mao Zedong e il Dalai Lama a Pechino nel 1954 ed è proseguito fino al 2007 senza raggiungere gli obiettivi di nessuna delle due parti. Quindi è evidente che il detto era vero. Sembra quindi inutile cercare di risolvere il conflitto sino-tibetano attraverso il dialogo.
Forse una possibilità potrebbe essere che lo sviluppo economico-politico possa provocare un cambiamento radicale nello status sociale delle persone tibetane nel futuro, tuttavia non può modificare la storia passata del Tibet.
Resta un’altra questione importante, concernente le famiglie di rifugiati tibetani che hanno vissuto in India o in Nepal negli ultimi 50 anni sotto l’Amministrazione Centrale Tibetana di Dharamsala: quale sarà il loro futuro? Devono continuare ad aspettare che il Tibet divenga libero rinunciando ai diritti derivanti dal possesso della cittadinanza locale o dovrebbero integrarsi con i cittadini locali?

Perché il Tibet viva

di Piero Verni

Il problema tibetano è molto semplice, pur nella sua drammatica complessità. Il dominio cinese, in oltre sessant’anni di repressioni, non è riuscito a normalizzare il popolo tibetano né all’interno né all’esterno del Tibet

In queste ore nelle strade di Lhasa, pattugliata da oltre 20.000 soldati cinesi e da una cinquantina di blindati dell’Armata Rossa, decine e decine di prigionieri politici tibetani sfilano sui carri dell’esercito di Pechino ammanettati e a testa bassa mentre dagli altoparlanti una voce metallica intima a quanti non sono stati ancora arrestati di consegnarsi prima che sia troppo tardi. E sempre in queste ore sono stati affissi sui muri della cosiddetta Regione Autonoma del Tibet e delle contee e aree tibetane incorporate nelle province del Sichuan e del Gansu, manifesti in cui si avverte la popolazione che ogni assembramento verrà immediatamente sciolto con la forza dalla Polizia Armata che ha l’ordine di sparare sulla folla.
Questo è la situazione del Tibet odierno, governato da quella Cina che si sta gioiosamente preparando a celebrare la sua parata olimpica pronta ad incassare il plauso e la meraviglia del mondo per le sue conquiste e le sue scintillanti vetrine. Quella Cina autorefenrenziale che parla di sé come di una “società armoniosa” che grazie al “socialismo di mercato” è proiettata verso un futuro di superpotenza economica e grazie alla forza dei suoi muscoli (pochi giorni or sono Pechino ha aumentato del 18% il suo già oneroso budget per le spese militari) anche di superpotenza politica.
In un’intervista rilasciata alla giornalista Ursula Gauthier e pubblicata in gennaio dal settimanale francese le Nouvel Observateur, il Dalai Lama affermava che nel corso dell’ultimo incontro che i suoi inviati avevano avuto nel giugno 2007 con alcuni dirigenti cinesi, questi ultimi avevano “puramente e semplicemente negato l’esistenza di un problema tibetano”.
Adesso quei dirigenti dovranno ricredersi. Adesso, che a Lhasa sono esplose incontenibili la rabbia, la frustrazione, il furore delle donne e degli uomini del Tibet esasperati da oltre cinquant’anni di giogo coloniale brutale e inflessibile. Adesso, che a Labrang, Ngaba, Ganja, Machu e in altre località del Tibet storico si susseguono manifestazioni e proteste invariabilmente represse nel sangue. Adesso, che ovunque nel mondo si manifesta la disperazione del popolo tibetano.
L’orrore della carneficina di Lhasa. L’orrore delle fotografie dei cadaveri degli assassinati dalle pallottole cinesi sparate ad altezza d’uomo. L’orrore dei rastrellamenti, delle incarcerazioni indiscriminate, delle torture. Tutto questo dimostra che esiste un problema tibetano. Esiste per Pechino ma esiste anche per la diplomazia internazionale che fatica a rimanere muta, cieca e sorda (come certamente vorrebbe) di fronte alla tragedia che si sta consumando sul Tetto del Mondo.
E il problema tibetano è molto semplice, pur nella sua drammatica complessità. Il dominio cinese, in oltre sessant’anni di repressioni, non è riuscito a normalizzare il popolo tibetano né all’interno né all’esterno del Tibet. Le immagini che in questi giorni stanno circolando sui circuiti televisivi e sulla Rete, ci fanno vedere come la protesta sia portata avanti principalmente da giovani e giovanissimi. Che si tratti di laici o di monaci, si tratta sempre di persone che non erano nemmeno nate nel 1959. Che nonostante tutta la retorica e la disinformazione cinese continuano ad essere fedeli all’identità tibetana e non si piegano al pugno di ferro di Pechino. Che continuano a sperare e a lottare per un Tibet libero. Per rangzen, il termine tibetano che designa l’indipendenza così come quello sanscrito swaraj di gandhiana memoria.
Non a caso “Rise up, resist, return” (Insorgi, Resisti, Ritorna) è lo slogan principale di quella “Marcia Verso il Tibet” che cinque organizzazioni della diaspora tibetana hanno fatto partire da Dharamsala il 10 marzo e che attualmente, dopo un primo stop provocato dalla polizia indiana che il 13 marzo aveva arrestato i primi cento marciatori, è ripresa e proprio oggi ha lasciato lo stato indiano dell’Himachal Pradesh ed è entrata in quello del Punjab puntando verso Nuova Delhi. Oggi il popolo tibetano sente che l’occasione olimpica mette come non mai la Repubblica Popolare Cinese sotto i riflettori dell’opinione pubblica internazionale e questa consapevolezza, insieme alla sempre più forte disperazione, ha acceso una scintilla che a Lhasa come a Dharamsala, come in tanti altri luoghi ha convinto i tibetani ad agire. Credo sia importante sottolineare il peso che proprio la “Marcia Verso il Tibet” intrapresa dagli esuli in India ha avuto e continua ad avere per la situazione tibetana. Anche se sono da escludere le capacità organizzative di cui parlano i cinesi, che accusano la “cricca del Dalai Lama” di essere la responsabile dell’insurrezione di questi giorni, è però molto probabile che le notizie della “Marcia” diffuse in Tibet attraverso un passaparola di telefonate, Sms, Mms, lettere (non Internet perché in Tibet la comunicazione telematica è strettamente controllata dall’apparato poliziesco), ascolti collettivi dei programmi di Radio FreeAsia, siano state per i tibetani una ulteriore spinta a protestare. E infatti tra il 10 e il 13 marzo, mentre in India la “Marcia Verso il Tibet” si snodava lungo le strade dell’Himachal Pradesh, a Lhasa cominciavano a tenersi le prime manifestazioni. Dapprima sparuti gruppi di monaci poi masse sempre più ingenti di laici e religiosi, sono scese nelle strade della capitale tibetana per protestare contro l’occupazione cinese.
Sarà bene ricordarlo. Si è trattato per almeno tre giorni di manifestazioni assolutamente pacifiche dove non è volata nemmeno una pietra ma si sono uditi solo slogan e preghiere. Nonostante questo Pechino ha risposto immediatamente con la solita brutalità e durezza. Manifestanti arrestati e torturati in prigione, asfissianti controlli di polizia, monasteri assediati per impedire ai monaci di uscire. Ed è a questo punto che la collera dei tibetani è esplosa incontenibile contro ogni segno visibile della presenza cinese. I simboli dell’occupante (negozi, edifici, automobili) sono stati presi a sassate, divelti e a volte dati alle fiamme. In qualche sporadico caso a fare le spese della frustrazione tibetana sono stati anche alcuni coloni cinesi. I nodi di decenni di vite vissute come cittadini di terza classe nel proprio Paese, decenni di angherie, umiliazioni, sofferenze, discriminazioni sono infine venuti al pettine.
E’ difficile capire cosa stia passando nella testa della nomenclatura cinese in questo momento. Difficile stabilire se il segnale che sta arrivando loro dalle vie e dalle piazze di Lhasa, dai monasteri e dai villaggi dell’Amdo (luogo natale dell’attuale Dalai Lama) e del Kham, perfino da alcuni insediamenti dei nomadi, li farà recedere dalla posizione di totale chiusura in cui si sono autorinchiusi. Difficile capire se almeno qualcuno nelle stanze dei palazzi del potere di Zhongnanhai stia rimpiangendo di non aver dato ascolto e spazio alla posizione moderata e disponibile del Dalai Lama. Di aver sempre sempre chiuso in faccia la porta alla richiesta di dialogo del Dalai Lama. Di aver detto sprezzantemente ai suoi inviati che “non esiste alcun problema tibetano”.
Di almeno una cosa però adesso, grazie all’eroismo e al sacrificio di centinaia di persone, possiamo essere certi. Hu Jintao, Wen Jiabao e gli altri autocrati di Pechino hanno dovuto prendere atto che esiste un “problema tibetano”. A caldo stanno dando la colpa alla “cricca del Dalai” ma non si deve escludere che possano aver compreso come in realtà stanno le cose. Ed ora si trovano di fronte ad un bivio. Possono illudersi di pensare di risolvere il problema con ancora più repressione, ancora più torture, ancora più condanne a morte, ancora più coloni oppure, realisticamente, comprendere una buona volta l’irriducibilità della questione tibetana. Probabilmente è per loro l’ultima spiaggia. Perché se non ottiene almeno una modesta apertura di credito, la ragionevole politica del Dalai Lama non avrà più alcuna chance agli occhi del suo popolo che già oggi, nonostante l’immensa devozione che lo circonda sul piano religioso, politicamente non convince settori significativi della sua gente.
Nei prossimi giorni vedremo cosa accadrà nel Paese delle Nevi. E’ di pochi istanti fa la notizia che il Dalai Lama, come gesto estremo per porre termine alla carneficina e in risposta alle accuse cinesi di essere il mandante delle manifestazioni, si è dichiarato disponibile a dare le “dimissioni” dalla guida del suo governo. Si tratta probabilmente di una minaccia indirizzata ai dirigenti cinesi affinché gli consentano di poter continuare a chiedere al suo martoriato popolo moderazione. Nei fini e nei mezzi. Dubito che possa essere ascoltato con autentica sincerità da quanti hanno ancora le mani lorde del sangue di centinaia di vittime e non smettono di ricoprire l’Oceano di Saggezza di insulti e contumelie. Comunque vadano le cose però, ritengo che sia indispensabile che continui in India il movimento gandhiano della “Marcia Verso il Tibet” che potrebbe divenire per la questione tibetana, quello che la “Marcia del sale” del Mahatma Gandhi rappresentò per la lotta di liberazione dell’India. E’ fondamentale che la vitalità, l’energia, l’entusiasmo, che la “Marcia Verso il Tibet” sta suscitando tra i tibetani e i loro sostenitori internazionali non si spengano e anzi vengano continuamente alimentati. Solo così infatti le donne e gli uomini del Tibet, dentro e fuori il loro Paese, potranno trovare la forza, l’energia, l’ispirazione per continuare la lotta senza soccombere ai demoni della rabbia cieca, della disperazione e del furore. Solo così la scintilla della battaglia per un Tibet libero potrà rimanere ben viva e visibile a tutti. Anche ai cinesi di buona volontà.
Perché il Tibet viva.

La comunicazione attraverso il silenzio

di Geshe Gedun Tharchin

Vorrei dire qualcosa sul tema della comunicazione attraverso il silenzio basandomi sul pensiero buddhista, che costituisce il mio retroterra culturale.

… Il silenzio è una forma di meditazione, ma che non è stata insegnata da nessuno. È un dono proprio della natura umana, che serve per il benessere del genere umano, per una riflessione profonda, accompagnata da un ritmo di respiro lento e dal rilassamento del sistema nervoso. È una medicina innata e naturale per lo spirito umano ed un mezzo per arricchire le qualità umane. La sola cosa che dovremmo fare è realizzarne il grande valore ed esserne coscienti, preservandolo con comprensione.
Il silenzio è un mezzo per dare benessere al cuore umano ed è fonte di conoscenza e di profonda riflessione. È una meditazione umana, che dovrebbe essere eseguita durante tutta la vita, in quanto valore spirituale fondamentale per tutti gli stati di crescita spirituale, dal livello ordinario di valori morali fino alla piena illuminazione.
Ho affrontato il tema basandomi sulla mia cultura, ma questo non significa che altre culture non includano questo messaggio. Ho imparato che tutte le culture del mondo sono portatrici degli stessi messaggi, insegnati dalle loro genti. Oggi, secolo di scambi culturali e di società multietnica, dobbiamo rispettare e comprendere le altre culture e il loro valori per il beneficio dell’umanità. Dovremmo guardare la cultura mondiale come prodotto di tutta l’umanità, come un intangibile patrimonio umano, che deve essere preservato e trasmesso anche alle generazioni del futuro.

Quando il Vangelo incontra il dharma

di Mark T. King

I concetti e le pratiche di meditazione del buddhismo possono dare un grande contributo alla fede cristiana chiarendo alcuni concetti chiave, quali l’incarnazione e la Trinità, ed insegnando un nuovo modo di interagire profondamente con le Scritture

Gli anni della mia giovinezza sono stati marcati dai profondi dubbi esistenziali derivanti da una mia profonda crisi di fede nei confronti della religione nella quale ero nato. Ho lottato con le immagini ed i presupposti, che definirei premoderni, sui quali era stata incentrata la mia formazione religiosa e che erano sempre meno compatibili con le mie esperienze moderne e postmoderne.
Ad un certo punto della mia vita ho letto “The World of Zen: An East-West Anthology”, a cura di Nancy W. Ross; quel libro mi ha mostrato un percorso verso l’illuminazione e la comprensione di sé. Per me fu una vera rivelazione. Le voci di quegli antichi e scomparsi maestri Zen sembravano vive in quel preciso momento. Ognuno sembrava parlare un linguaggio nuovo e fresco, che generava in me sia meraviglia che nuove domande relative alla mia fede cristiana, domande alle quali sto ancora cercando di rispondere. Parlavano della non dualità dell’esistenza, dell’interrelazione tra tutte le cose, e dei limiti che hanno le parole, i concetti e la mente razionale nel raggiungere la più profonda saggezza.
A quel tempo non potevo immaginare che queste idee, ad un tempo familiari ed estranee, avrebbero spianato la via alla rivitalizzazione della mia identità cristiana e cattolica in un senso più autenticamente universale. Nello Zen, una forma di buddhismo, ho scoperto insegnamenti e presupposti che riecheggiano l’antica tradizione mistica cristiana, anzi, sono ad essa paralleli.
Riportando le mie scoperte personali nel più ampio contesto cristiano, sono convinto che la riscoperta ed il rimodellamento della saggezza mistica cristiana, che in gran parte è andata persa, possa fornire dei validi indizi sul modo in cui i cristiani possano più efficacemente rispondere alle sfide poste dal pluralismo religioso e dalla post-modernità. Queste due sfide al cristianesimo contemporaneo si incentrano da una parte sulla necessità di rimanere radicati nella fede cristiana senza diventare settari dogmatici, e dall’altra sul bisogno di essere aperti a visioni religiose alternative senza però divenire vittime del caso e della relatività.
Gli insegnamenti paralleli del buddhismo possono costituire un grande aiuto nel rimodellare una coscienza mistica cristiana che sostenga gli sforzi che i fedeli fanno per essere cristiani ancora più veri, meglio in grado di dialogare con i non cristiani, e meglio preparati per lavorare per l’armonia e la pace con le varie religioni ed i vari popoli.

L’osmosi tra cristianesimo e buddhismo

In tempi di aggravamento del settarismo religioso, dell’estremismo e della violenza, gran parte delle persone di coscienza è d’accordo sul fatto che abbiamo bisogno con urgenza di nuove strade che ci conducano verso la pace. Sebbene le fedi e le pratiche religiose abbiano dato un forte contributo alla violenza ed alla divisione settarie, queste stesse tradizioni contengono in sé la potenzialità di essere forze di pace e di unità.
Una delle sfide del dialogo interreligioso consiste nel mantenere l’integrità e l’autenticità di ciascuna delle tradizioni religiose lavorando nel contempo per rafforzare i rapporti interreligiosi e coordinare gli sforzi di realizzazione della pace. La semplice tolleranza reciproca non è più sufficiente. Se i cristiani devono raccogliere la sfida del rimanere radicati nella loro tradizione, e dell’essere nel contempo aperti alle verità affermate dai non cristiani, devono prendere in seria considerazione i benefici dati dallo sviluppo di una coscienza mistica e di una spiritualità cristiana che sia più autenticamente radicata nel mondo di tutti i giorni. Il buddhismo può costituire un grande aiuto in questa ricerca.

In “Letters to Friends: Meditations in Daily Life” (2003), William Johnston descrive l’incontro tra cristianesimo e buddhismo, e la conseguente osmosi tra i pensieri, le fedi e le pratiche di entrambi quale nuova forma di preghiera meditativa e di contemplazione che cerca una maggiore accettazione all’interno del cristianesimo. Questo movimento contemplativo emergente promuove la valorizzazione di concetti quali ad esempio l’immagine non dualistica di Dio e di Cristo, la realtà dell’incarnazione e dello Spirito Santo nel momento presente, ed il mistero divino, sia interiore che esteriore.
Il dualismo occidentale e l’abbandono della tradizione mistica
Il misticismo cristiano si occupa fondamentalmente della preparazione interiore e della realizzazione di un incontro diretto e trasformatore con Dio. Questa dimensione può essere descritta come un rapporto non dualistico, nel quale Dio non è conosciuto come nel più familiare rapporto “io-tu”, ma come una “fusione”, nella quale la propria coscienza non è distinta da quella di Dio. I mistici cristiani ricercano un’unione con Dio che è paradossale, in quanto mirano, tramite essa, ad essere uno con Dio e contemporaneamente separati da Lui nella loro identità.
Quest’obiettivo della mistica cristiana è diverso da quello del buddhismo Zen, il satori, nel quale colui che lo pratica raggiunge alla fine la natura del Buddha, sperimenta l’inerente vuoto del proprio sé e l’inerente unità con tutto ciò che è, la base dell’esistenza che è condivisa dal Tutto. Vi è una differenza significativa tra il meditare finché esiste solo Dio ed il meditare fino a quando esiste solo il sé, o, più precisamente, il non-sé; questa differenza non deve però negare la potenzialità di una più profonda comprensione della propria fede tramite un mutuo scambio sulle diverse esperienze mistiche.

L’antica tradizione mistica cristiana tuttavia, resta confinata in una forma monastica, che rinnega il mondo, poco compresa dalla massa dei cristiani. Gran parte del suo linguaggio rimane premoderno e quindi estraneo ad orecchie moderne. Il percorso mistico di purificazione di base ad esempio (purificazione, illuminazione ed unione contemplativa), e l’accurata distinzione tra grazia acquisita ed infusa, possono indurre alla diffidenza e possono sembrare confusi. Gran parte di questa complessità è superata nel buddismo Zen grazie all’importanza che quest’ultimo dà alla posizione ed al respiro corretti, ed al profondo rapporto tra mente e corpo.
Anche se nei vari aspetti del cristianesimo sono stati presenti vari elementi di misticismo, questi non hanno mai avuto un’importanza centrale, poiché si è sempre pensato che i cristiani non avessero bisogno di una esperienza di trasformazione mistica per vivere la vita cristiana. Purtroppo questa convinzione è limitativa, proprio perché è nel silenzio contemplativo dell’esperienza mistica che si può realizzare l’incontro più proficuo tra buddhismo e cristianesimo. Questa omissione è anche non in linea con un numero non trascurabile di riferimenti nelle scritture cristiane e negli scritti dei Padri della Chiesa ad immagini non dualistiche di Dio, ed al chiaro riconoscimento dei limiti delle parole e dei concetti nell’esprimere la verità di Dio.
Gli scritti di Paolo ed il Vangelo di Giovanni testimoniano entrambi della dimora dell’immanenza del Cristo tra i credenti. Forse il passo più conosciuto è quello in Galati 2:20, nella quale San Paolo osserva che nel più profondo di sé non c’è lui ma il Cristo (“Sono stato crocifisso con Cristo, e non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in me…”). Giovanni 10:30 impiega un linguaggio non dualistico dello stesso tipo, quando Gesù proclama che il Padre è in Lui e Lui nel Padre. Gesù più avanti prega che, proprio come il Padre è in Lui, spera che possa essere in loro, i credenti.
Una delle ragioni più importanti della generale riluttanza ad approfondire questa antica tradizione cristiana è profondamente radicata nel dualismo occidentale, che deriva sia dalla filosofia greca che dalla tradizione giudeo-cristiana, e che è stata ulteriormente rinvigorita dalla scienza moderna. Combinate insieme, queste forti influenze hanno generato un modo di pensare che porta automaticamente a cercare ed a trovare dei modi per dividere il mondo e l’esperienza in categorie dualistiche separate e presumibilmente opposte.
Questo modo limitato di percepire e di pensare è stato a volte applicato in modo indiscriminato a coppie quali Dio e la creazione, spirito e materia, bene e male, vita e morte, uno e molti, ragione e sentimento, uomo e donna. Un’ulteriore comune “corruzione” di questo modo di pensare dualistico contempla l’elevare uno di questi opposti ad una posizione superiore, ed il relegare l’altro in una posizione inferiore. In termini di religione e di spiritualità, una delle applicazioni più devastanti di questa visione è stata la dicotomia tra mondo fisico naturale “di per sé caduto” ed il Regno dei Cieli spirituale, il regno divino, situato in un diverso e trascendente mondo spirituale.

La comparsa del modernismo, e la crescente accettazione della scienza e della filosofia quali legittimi strumenti per spiegare il mondo naturale, ha inevitabilmente messo al bando il pensiero e la pratica religiosi dal mondo naturale per relegarli nel mondo sovrannaturale. Influenzati anche dalla crescente popolarità della scienza e della filosofia, sia i protestanti che i cattolici mettono sempre più enfasi sulla accettazione razionale e cognitiva della chiesa e della dottrina biblica quali strumenti essenziali per la salvezza. In questo clima culturale, la passione “oscura”, intuitiva, ed i misteri delle antiche tradizioni contemplative, sono stati liquidati quali superstizioni primitive.

Il Vangelo ed il dharma

La corretta comprensione delle dottrine cristiane dell’incarnazione e della Trinità riflettono una comprensione fondamentalmente non dualistica della natura sia di Dio che degli esseri umani. Purtroppo troppi cristiani oggi, impastoiati nel loro amore per le parole ed i concetti, e nella forte tendenza a dividere le cose in opposti, sono inconsapevoli della profonda e meravigliosa saggezza della loro propria tradizione.
Lo sviluppo di una spiritualità incentrata sull’incarnazione e sulla Trinità attraverso la preghiera contemplativa e la meditazione fatte con regolarità, dovrebbe permettere a molti cristiani disincantati di radicarsi nella propria identità cristiana ed allo stesso tempo di essere realmente aperti alla voce ed alla musica delle altre religioni. Il problema è che il messaggio cristiano, ed i suoi vari credi e dottrine, sono ancora veicolati tramite immagini e concetti premoderni, che si oppongono a questo tipo di interpretazioni non dualistiche del proprio rapporto con Dio.
Una visuale buddhista delle dottrine cristiane fondamentali della Trinità e dell’incarnazione può aiutare i cristiani a riscoprire questa saggezza pressoché perduta. I pensieri e le pratiche buddhiste possono essere degli strumenti utili, che possono fornire nuove prospettive della Scrittura, degli insegnamenti tradizionali della chiesa, e della loro applicazione alla vita quotidiana del cristiano.
A prima vista, gran parte del pensiero buddhista appare incompatibile con quello cristiano. Ma una più approfondita lettura delle due tradizioni, tuttavia, rivela aspetti sorprendentemente simili, che possono aiutare i cristiani a comprendere il modo in cui la loro fede può essere più importante e significativa alla loro esperienza contemporanea e più aperta alle altre religioni.

La co-originazione interdipendente e l’Incarnazione

Il concetto buddhista della co-originazione interdipendente, che in pratica diventa “consapevolezza”, implica per analogia la possibilità per i cristiani di essere in grado di comprendere l’Incarnazione come qualcosa che non è avvenuta solo una volta, tanto tempo fa, ma che continua nel presente, in particolare quando stabiliamo e manteniamo rapporti corretti ed amorevoli e quando lavoriamo per la pace.
Il cristiano può continuare a considerare Gesù come l’espressione più piena e perfetta del Divino in forma umana, contemporaneamente riconoscendo delle manifestazioni della presenza divina nel proprio tempo. In questo modo seguirebbe l’esempio dell’apostolo Paolo o dei numerosi mistici cristiani che hanno visto la Parola vivente che si manifestava in modo continuo, in modo particolare nei poveri e negli appartenenti alle altre religioni.
L’insegnamento fondamentale del Buddha, della co-originazione interdipendente, che afferma che tutte le cose devono la loro esistenza a qualcos’altro, porta a comprendere meglio questa universalizzazione dell’incarnazione. Attraverso la meditazione, Buddha divenne profondamente consapevole della propria co-originazione interdipendente. Egli sentì che la sua stessa esistenza era una combinazione di sensazioni in continuo mutamento che provenivano sia dall’interno che dall’esterno di sé. Per Buddha, così come per chiunque, la chiave per raggiungere questa illuminazione, o nirvana, consisteva nel praticare la “pienezza della mente” o “consapevolezza” in tutto ciò che si fa.
Secondo il maestro buddhista contemporaneo Thich Nhat Hanh, il concetto della co-originazione interdipendente rende più facile per i buddhisti accettare l’Eucaristia cattolica quale vero e reale corpo di Cristo. Se viene consumata consapevolmente, questo fondamentale sacramento cattolico diviene un richiamo della presenza di Dio sia nell’individuo che nella comunità dei credenti. Richiama anche l’attenzione dei cattolici nei confronti dei milioni di poveri e di affamati che non hanno abbastanza da mangiare. In qualità di fedele cattolico e cristiano, devo regolarmente riconoscere che il Cristo vivente risiede non solo nel pane e nel vino, e nemmeno solo nei fedeli della mia chiesa o della mia comunità, ma specialmente tra i poveri e gli emarginati. Gesù ha alluso a questa realtà con la sua solita semplicità poetica: “Ero affamato e mi avete dato da mangiare; ero assetato e mi avete dato da bere” (Matt. 25:35).
Come mostra questo ben conosciuto passo delle scritture, i cristiani devono riconoscere la presenza del Cristo nei non cristiani. Ciò si riflette nella tradizione cattolica nella quale è assolutamente ortodosso affermare che noi, la famiglia umana come insieme, siamo il corpo di Cristo. Uno dei tragici fallimenti dei missionari cristiani che per primi si recarono nel Nuovo Mondo fu il negare la natura di Cristo tra i popoli nativi. È necessario ricordare ai cristiani che la parola di Dio non è semplicemente diventata carne e poi si è allontanata: è diventata carne e resta con noi oggi. Dall’Incarnazione di possono ricavare degli spunti di riflessione simili. Al cuore della storia cristiana vi è la persona di Gesù di Nazaret ed il suo ruolo unico di redentore universale dell’umanità.
Questo è un punto di fede sul quale i cristiani non possono scendere a compromessi, ed ha costituito una barriera difficile da superare per molti di loro che hanno cercato di stabilire un sincero dialogo con i non cristiani. Anche se vi sono delle sottili differenze tra gli stessi cristiani, il concetto dell’Incarnazione in genere implica che il Figlio di Dio, al quale il vangelo di Giovanni fa riferimento come alla “parola di Dio”, si è incarnato. Il catechismo cattolico descrive tale evento storico come “l’unico e singolare evento dell’incarnazione del Figlio di Dio” (N° 464 della Chiesa Cattolica).
La realtà è che molti cristiani non sembrano apprezzare pienamente il profondo significato che l’Incarnazione ha per le loro vite, per i loro rapporti interpersonali e per le loro responsabilità nei confronti degli altri. Ronald Rolheiser, sacerdote cattolico ed autore, afferma che questa comprensione limitata dell’Incarnazione, benché non sia falsa, non è sufficiente di per sé. Se questa dottrina centrale deve costituire una guida significativa, vibrante, morale, nella vita di tutti i giorni, è necessario che i cristiani coltivino una visione ed una spiritualità dell’incarnazione ben radicata nel mondo quotidiano. Il significato più ampio degli sforzi di realizzazione della pace che questa spiritualità implica sono evidenti. Questa fondamentale dottrina cristiana deve essere compresa come una continua rinascita della presenza viva di Dio, che continua a manifestarsi ovunque si stabiliscano rapporti basati sull’amore e sulla correttezza con gli altri e con il proprio ambiente.
La sfida consiste nello sviluppare una comunità vibrante, ripiena di spirito, che sia inclusiva ed interreligiosa, e che sia rilevante nella vita quotidiana di ciascuno. Alla fine, sia l’Incarnazione che la co-originazione interdipendente possono risvegliare tutti alla più profonda realtà che condividiamo un profondo rapporto (con gli altri e con il Divino) che diviene reale quando i nostri pensieri ed azioni quotidiani sono consapevolmente focalizzati sulla pace e sull’armonia con tutto ciò che ci circonda.
Mark T. King, Ph.D., è assistente alla cattedra di educazione religiosa presso il Seminario Teologico dell’Unificazione in Barrytown, New York. Il suo primo libro, “Roman Catholic Identity in a Pluralistic Age”, verrà pubblicato nel corso dell’anno da University Press.

POLITICA E SPIRITO DEL TEMPO

Quando un popolo ha trovato unità di intenti e condivisione di responsabilità
ha sempre prosperato, ma quando si è perso in conflittualità sterili,
si è avviato sulla strada della rovina

di Giuseppe Calì

“Le forze della democrazia sono immense. Dio, la Sua legge educatrice, le aspirazioni dei pensatori, gli istinti ed i bisogni delle moltitudini, le colpe e gli errori dei suoi nemici, combattono a gara per essa. …La vita dell’umanità appartiene d’ora innanzi alla fede che dice: libertà, associazione, progresso di tutti per opera di tutti. …crediamo in un ordinamento sociale che avrà Dio e la sua legge al vertice, il popolo e l’universalità dei cittadini liberi ed eguali, alla base, il progresso a norma, l’associazione a mezzo, il sacrificio a battesimo, il genio e la virtù a consiglieri nella via da corrersi” Giuseppe Mazzini ( Manifesto del comitato centrale 1850)

In occasione delle recenti elezioni, si è parlato molto di questioni economiche, di sicurezza e della eventuale nuova organizzazione dello Stato. In attesa di vedere quali saranno le conseguenze concrete di questo voto, rimane comunque aperta una questione di principio. Credo sia utile e necessaria una riflessione sulle forze che animano la nostra storia e sulla direzione che tali forze le hanno impresso.
Bisogna anzitutto trovare dei punti di riferimento più elevati dai quali riuscire a guardare con maggiore obiettività sia al passato che al futuro, al fine di orientarsi e riuscire ad interpretare correttamente i fenomeni che la società manifesta in continuazione. Un pensiero alla nostra storia, in questo caso, ci aiuta ad inquadrare meglio la situazione.
Gli ideali della democrazia, che hanno ispirato i nostri padri, hanno portato in tutto il mondo il vento potente della nuova era e forgiato il modello dell’uomo nuovo, libero e consapevole. Ma la storia è sempre una cosa molto complicata, mai veramente lineare ed ogni progresso costa sempre sacrifici e sofferenze pesanti. Tra un picco e l’altro, l’uomo attraversa spesso vallate di penombra che di volta in volta assumono nomi diversi: guerra, ingiustizia, oppressione, miseria, malattia. Fu così che l’Italia, mossa dai grandi ideali di libertà del risorgimento, mentre stava nascendo come nazione unita e le promesse di uno stato razionale, moderno ed efficiente sembravano concretizzarsi, dovette affrontare il secolo più drammatico della storia, quello con il numero di vittime di guerra più elevato. Grazie a Dio, anche le guerre finiscono ed è importante comprendere il carattere del tempo susseguente e le possibilità e le sfide che esso porta con sé. Si è detto da più parti, dopo le ultime elezioni, che siamo finalmente usciti dal dopoguerra. Un commento felice che condivido appieno perché abbiamo bisogno di evolverci culturalmente ed approdare a concezioni nuove e più libere. Riflettiamo però un momento su cosa sia stato per noi italiani, questo ultimo dopo guerra.
Nel 1946 in Italia avevamo due popoli, due fazioni che uscivano dal disastro della guerra, nemiche tra loro, costrette a vivere da separate in casa; ognuna cercando di conquistare la propria parte di dominio, in attesa di tempi migliori in cui appropriarsi del tutto. Il clima era di tregua più che di pace. Attraversavamo così il periodo della guerra fredda che stava condizionando il mondo intero. I grandi statisti nostrani di allora, De Gasperi e Togliatti, si destreggiavano con abilità tra delicati equilibri, riuscendo a non far sfociare il confronto in conflitto. Avevamo già rischiato parecchio con il contestato referendum tra monarchia e repubblica e solo grazie alla rinuncia ad ulteriori insistenze di Re Umberto II, che pure aveva il sostegno delle forze armate, l’Italia era uscita indenne da questo drammatico e contestato passaggio.
Esisteva tra l’altro, anche un’altra spaccatura in Italia: quella tra nord e sud. L’Italia era stata riunificata sotto la monarchia Sabauda da appena 85 anni, iniziando un processo di unificazione che aveva la meta di superare la divisione politica e culturale che aveva ereditato da tempi ben più lontani. La linea gotica aveva però diviso nuovamente l’Italia in due, con la conseguenza che a differenza del Nord, tra le altre cose, il Sud non aveva quasi conosciuto la resistenza. L’approccio al dopo guerra è quindi sostanzialmente diverso. Tra Bologna, Modena e Reggio, il tristemente noto “triangolo della morte”, per esempio, nei mesi successivi alla liberazione vengono uccise migliaia di persone, tra agricoltori, piccoli industriali, benestanti, sacerdoti e partigiani dissidenti. Il numero è ancora imprecisato ma secondo le stime di Ferruccio Parri le vittime di questa “pulizia politica” sono state ben trentamila.
Molte le ferite e le spaccature quindi, ideologiche, territoriali, culturali. Il paese è devastato, lo Stato in pezzi e la ricostruzione è condizionata pesantemente dalla situazione internazionale, soprattutto da Stati Uniti e Gran Bretagna, che dettano le loro condizioni. In questa situazione De Gasperi è l’uomo della fiducia, colui che è chiamato a ricollegare ogni cosa: interno ed estero, nord e sud, destra e sinistra. Miracolosamente, questo grande statista, che oggi rimpiangiamo, riesce a far quadrare il cerchio e dare all’Italia una base solida su cui impostare un futuro prospero nel rispetto dei valori fondanti della nostra cultura, quelli cristiani. Riesce, inoltre, senza colpo ferire, a tenere l’Italia nell’orbita atlantica. Restituisce così al nostro popolo dignità e immagine, anche nei confronti delle potenze straniere che riacquistano fiducia ed iniziano ad investire nel nostro Paese, anche se principalmente soltanto in una parte del nostro Paese.
La valutazione degli esperti di allora era che sarebbero occorsi almeno dieci anni per ricostruire l’Italia e riportarla a condizioni di vita accettabili. In realtà, i tempi della ripresa furono molto più rapidi e si raggiunse questo traguardo in soli cinque anni. Merito soprattutto degli italiani che vissero quel periodo di rinascita con lo spirito giusto, una gran voglia di lavorare ed una capacità di iniziativa che sorprese il mondo intero.
In questi pochi decenni, da allora, la società italiana è cresciuta in un relativo benessere, come una delle maggiori potenze economiche mondiali, ha imparato ad essere libera e si è maggiormente unita nello stile di vita. È un processo che ha avuto fasi alterne, ma siamo divenuti una democrazia compiuta. Il rovescio della medaglia, l’ostacolo maggiore, è stato la corruzione e la proliferazione di poteri criminali ed occulti, che spesso intrecciandosi con la politica, ha portato al degrado delle istituzioni. Il problema è ancora attuale e se vorremo costruire un sistema che possa funzionare adeguatamente non potremo prescindere da un risanamento morale ed istituzionale.
La storia del dopoguerra può essere vista dunque come un esempio di impegno per risanare le divisioni ed uscire dalla conflittualità dualistica che ha contraddistinto tutto il secondo millennio. Una lotta che coinvolge gli uomini da sempre come individui e come popoli, sia verticalmente, che orizzontalmente e direi in modo anche trasversale. Esiste un conflitto atavico radicato nel cuore dell’uomo e che condiziona le sue capacità sociali: quello che la Bibbia riconduce a Caino ed Abele e che la storia ha visto ripetere senza fine. Il nostro dopoguerra non sfugge a questo modello, ma ne è anzi una rappresentazione emblematica. Così come non sfugge ad esso la situazione attuale. Caino ed Abele, alias governo ed opposizione, sono sempre due fratelli che devono abbracciarsi e fare insieme l’offerta. È l’unico modo in cui Dio può accettarla da entrambi. L’ingiustizia apparente, per cui c’è sempre un vinto ed un vincitore, deriva dalla disunità. In realtà potremmo e dovremmo vincere tutti, evitando così che si arrivi inevitabilmente al fallimento del progetto complessivo a cui tutti aspiriamo: la costruzione di una società di pace in cui siano possibili prosperità condivisa e giustizia sociale ed in definitiva un po’ più di felicità, quella che Kant auspicava fosse la meta della politica.
Nella Bibbia è scritta una frase che Dio rivolge a Caino, prima che gli eventi diventino irreparabili e la logica del “mors tua vita mea”, ancora anima della nostra vecchia politica machiavellica, prenda il sopravvento:

“Perché sei tu irritato? E perché hai il volto abbattuto? Se fai bene non rialzerai tu il volto? Ma se fai male, il peccato sta spiandoti alla porta e i suoi desideri sono volti a te; ma tu lo devi dominare!” Gen. 4: 6-7

Come trasporre questo avvertimento antico nella storia moderna? Di quale peccato si tratta? Caino avrebbe dovuto accettare suo fratello e riconoscere la benedizione che Dio aveva dato a lui ed Abele avrebbe dovuto abbracciare e confortare suo fratello, chiamandolo a partecipare della Grazia che Dio gli aveva concesso.

“Quando cerco nei diversi tempi, presso i diversi popoli qual è stata la causa che ha portato alla rovina le classi di governo, vedo sì il tal evento, il tal uomo, la tale causa accidentale o superficiale, ma, credetemi, la causa reale, la causa vera che fa perdere agli uomini il potere è che sono divenuti indegni di esercitarlo”. Alexis De Toqueville (1805-1859)

Ciò che in realtà non ci rende degni, è l’eccessiva conflittualità che ci porta ad usare la gente per vincere le nostre battaglie, a non valutare attentamente le esigenze e le richieste legittime della controparte che ci fa dimenticare infine del motivo per cui abbiamo il potere, che non è fine a sé stesso, ma funzione di un servizio che abbiamo il dovere di compiere. Per cui infine ci troviamo con tanti Caino, che sacrificano gli altri e nessun Abele, cioè qualcuno capace di sacrificare se stesso per il bene comune. Quando un popolo ha trovato unità di intenti e condivisione di responsabilità ha sempre prosperato, ma quando si è perso in conflittualità sterili, si è avviato sulla strada della rovina.
È importante, ora che le elezioni sono finite, che si trovi un po’ di pace politica e spirito di popolo, simili a quelle che noi italiani siamo stati capaci di trovare nel primo dopoguerra, permettendoci così di ricostruire la nazione. Perché di questo si tratta, di una nazione da ricostruire e di una identità da ritrovare.