15 febbraio 2026

Media e verità: l’importanza dell'etica nell’esercizio della professione giornalistica

Il 27 gennaio 2026, su iniziativa dell'Associazione Internazionale dei Media per la Pace (IMAP), un 
progetto di Universal Peace Federation, si è tenuto un webinar dal titolo "L'importanza dell'etica dei media nella gestione delle notizie"

All’evento hanno preso parte Cheryl Wetzstein, Consulente Senior del Times Global Media Group; Peter Zoehrer, Cofondatore del Forum for Religious Freedom-Europe (FOREF); e Hans Moyer, coordinatore di IMAP per il Nord America.

L’incontro ha esaminato il ruolo cruciale dell'etica nel giornalismo odierno, mettendo in evidenza la responsabilità morale dei professionisti dell'informazione nel trattare temi sensibili. Gli interventi hanno posto particolare attenzione sull'uso di titoli sensazionalistici e di termini discriminatori, come "setta" o "culto", che alimentano pregiudizi nei confronti delle minoranze religiose in Europa e altrove, aggravando stereotipi ed esclusione sociale.

Una stampa veramente libera, hanno sostenuto i relatori, deve farsi custode dei diritti umani, evitando di trasformarsi in strumento di propaganda statale o di disinformazione. E’ stata ribadita la necessità di un giornalismo responsabile orientato alla ricerca della verità e allo sviluppo della pace, attraverso pratiche consolidate di fact-checking e verifica delle fonti. 

Nel corso del programma il pubblico è stato invitato a interagire attivamente con le redazioni per richiedere maggiore trasparenza e integrità professionale; tali azioni sono state proposte come strumenti pratici per responsabilizzare i media e tutelare le comunità vulnerabili.

Il webinar è stato condotto da Hans Moyer, che nel discorso di benvenuto ha richiamato le parole del dott. Sun Myung Moon, enfatizzando il principio secondo cui la libertà di stampa non è completa se non è esercitata con responsabilità morale. Moyer ha ricordato che i giornalisti, di là dalla loro qualifica professionale, sono esseri umani e pertanto vincolati al rispetto dei principi etici fondamentali quali imparzialità, dignità delle persone e rigore nella verifica.

I lavori sono stati aperti da Peter Zoehrer, attivista per i diritti umani, giornalista e coordinatore globale di IMAP, il quale ha esaminato in profondità il modo in cui i media trattano le minoranze religiose.

Il relatore ha evidenziato i rischi associati alla stigmatizzazione e ha analizzato l'impatto del linguaggio e dei titoli a effetto, definiti come "granate psicologiche". Secondo Zoehrer, tali espressioni possono influenzare in modo duraturo la percezione collettiva, spesso con un'efficacia maggiore rispetto a correzioni o precisazioni successive. 

Ha denunciato l'uso indiscriminato di etichette come "setta" o "culto", prive di una definizione accademica o giuridica univoca, definendole "veleni linguistici", perché delegittimano credenze autentiche e contribuiscono alla disumanizzazione delle comunità colpite. 

Proseguendo, ha illustrato casi concreti di collusione tra Stato e media, citando il caso austriaco, in cui l'emittente pubblica ORF e l’Ufficio Federale per le questioni sulle sette — finanziato dai contribuenti — avrebbero contribuito a diffondere narrative stigmatizzanti nei confronti di gruppi religiosi quali la Chiesa dell'Unificazione o i Testimoni di Geova, senza basarsi su ricerche scientifiche indipendenti, né su un dialogo diretto con le comunità interessate. 

Zoehrer ha inoltre evidenziato il caso emblematico dell'assassinio dell'ex premier giapponese Shinzo Abe. Secondo la sua analisi, emerge un'inversione preoccupante dei principi giuridici fondamentali, dove la presunzione d’innocenza è stata sostituita, nella cosiddetta "corte dell'opinione pubblica", da un pregiudizio di colpevolezza, alimentata dal racconto mediatico. Solo in seguito, attraverso indagini e procedimenti giudiziari, è stato stabilito che la Chiesa dell'Unificazione non aveva responsabilità legali dirette nell'omicidio.

Ha quindi elencato le ripercussioni umane derivanti da tali pratiche giornalistiche, come lo stigma mediatico, che può rovinare la vita delle persone, causare episodi di bullismo scolastico, discriminazione sul lavoro, lacerazioni familiari e, in casi estremi, aggressioni fisiche nei confronti dei membri delle minoranze religiose.

In conclusione, Zoehrer ha proposto una strategia articolata in tre azioni complementari: "Esporre, Allearsi e Potenziare" (Expose, Ally, Empower), ponendo l’accento sull'importanza di documentare sistematicamente le violazioni, di creare alleanze con giornalisti etici e di preparare le comunità coinvolte affinché possano proteggersi tramite l'impiego di comunicati stampa accurati e l'utilizzo costante del diritto di rettifica.

Cheryl Wetzstein, giornalista con quarant’anni di esperienza, di cui trentatré al Washington Times e consulente IMAP, ha analizzato gli standard professionali e le sfide attuali dell’attività giornalistica. 

Ha espresso preoccupazione per la miopia di molti gruppi mediatici che non assumono reporter specializzati in materia religiosa, indispensabili per interpretare correttamente materie complesse, come la separazione tra Stato e Chiesa, che implica sia il divieto per lo Stato di imporre una religione sia l'obbligo di rispettare la libertà di credo dei cittadini.

Wetzstein ha delineato quattro missioni fondamentali del giornalismo: raccogliere e riportare i fatti con rigore, evitando esagerazioni e orientamenti soggettivi tipici di alcuni contenuti amatoriali diffusi sui social; verificare tutte le informazioni attraverso fonti affidabili e confronti incrociati; scrivere articoli chiari che rendano comprensibili al pubblico questioni complesse; condurre inchieste approfondite sui problemi sociali per identificare soluzioni concrete, anziché perseguire unicamente il sensazionalismo e il clickbait. 

Affrontando il ruolo dei direttori e la crisi del modello economico, la relatrice ha evidenziato che il declino dell'editoria cartacea e la scarsità di risorse hanno ridotto il numero dei direttori, figure cruciali per il fact-checking e per garantire l'integrità degli articoli. Questo vuoto professionale è spesso colmato da fonti inaffidabili sul web, con ricadute misurabili sulla fiducia pubblica: negli Stati Uniti l’attendibilità dei media nazionali è diminuita del 31% tra gli adulti e del 26% tra i giovani, secondo i dati citati durante l'intervento.

Nella discussione conclusiva sono state avanzate proposte pratiche per contrastare la parzialità mediatica. Wetzstein ha suggerito di inviare lettere ben argomentate e indirizzate ai direttori dei quotidiani, non solo ai reporter, e di organizzarsi in gruppi per esercitare un'influenza più incisiva. Zoehrer ha illustrato l'efficacia dei comunicati stampa formali per contestare articoli diffamatori, citando recenti casi di successo in Europa nei quali i media hanno dovuto rettificare le notizie errate.

Il messaggio finale, condiviso da entrambi, è stato di non cedere di fronte alle difficoltà poste dai media, ribadendo l'importanza di instaurare relazioni professionali solide con gli operatori dell'informazione e invitando a un impegno individuale e collettivo volto a innalzare gli standard del dibattito pubblico.

 

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