A parlare di questi argomenti è intervenuta Muzhada Ahmadi, afghana, che attualmente vive in Germania con la sua famiglia da quasi tre anni. Nel suo Paese, la donna svolgeva la professione di giornalista, un lavoro che ha dovuto abbandonare dopo la presa del potere da parte dei talebani.
Nel suo discorso ha esordito dichiarando di rivolgersi all'uditorio con un profondo sentimento di tristezza nel descrivere la condizione che le donne afghane sono costrette a subire. Da quando i talebani si sono impadroniti del potere, la vita quotidiana di milioni di donne e ragazze è cambiata radicalmente: vivono in uno stato di paura, oppressione, violenza e disperazione.
Ahmadi ha continuato spiegando che alle donne è proibito svolgere qualsiasi attività lavorativa e che ogni spostamento dalla loro abitazione è sottoposto a rigidi controlli e può mettere a repentaglio la loro incolumità. Il divieto di lavorare ha causato serie difficoltà economiche per molte famiglie, con conseguenze particolarmente gravi per i minori, in particolare per le giovani, cui è negato l'accesso all'istruzione.
Per l’oratrice, l'Afghanistan è diventato un paese senza vie d'uscita e con scarse prospettive per il futuro delle donne. L'assistenza che le organizzazioni internazionali possono offrire è molto limitata, mentre i talebani esercitano un controllo totale.
Ha proseguito affermando che né i confini nazionali né le divergenze politiche devono impedire la tutela dei diritti, della vita e della dignità delle donne, sollecitando una cooperazione che superi le divisioni per garantire loro protezione. Evidenziando che ogni donna afghana non è semplicemente una vittima, ma una persona portatrice di diritti, dignità e aspirazioni, ha ripetuto che questi principi non possono essere ignorati.
Ahmadi ha tenuto a precisare che le politiche oppressive dei talebani non trovano fondamento nella fede islamica, che invece riconosce e tutela i diritti delle donne. Al contrario, la repressione attuale affonda le sue radici in atteggiamenti culturali e sociali preislamici, che collocavano le donne in una posizione subordinata agli uomini.
Si è detta grata per l'opportunità offertale di condividere la propria esperienza, evidenziando come questa riunione abbia contribuito considerevolmente al sostegno della sua missione. Al termine della serata le è stato conferito il titolo di Ambasciatrice per la Pace di UPF, un riconoscimento che ha accolto con sincero apprezzamento.
Impegnata in prima linea per sensibilizzare sulla condizione femminile in Afghanistan, l’attivista tiene discorsi pubblici, scrive articoli per diverse testate e utilizza la poesia per denunciare l'oppressione delle donne. Ha inoltre fondato il movimento globale "I Will Not Be Silent" (Non starò zitta), che lavora per promuovere e proteggere i diritti delle donne afghane in tutto il mondo.

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