7 febbraio 2026

Senza virtù, la libertà si consuma dall’interno

Famiglia, scuola, associazionismo e comunità religiose: le “officine” del carattere civico che tengono in piedi una società libera.

La libertà non si perde solo quando qualcuno la limita dall’esterno: può logorarsi lentamente quando mancano le virtù civiche che la rendono possibile. Da qui una domanda concreta: dove si forma oggi il carattere necessario a una società libera?

di Giorgio Gasperoni

C’è un modo in cui la libertà muore senza che nessuno se ne accorga. Non serve la censura in divisa, non servono carri armati o decreti d’emergenza. Basta un logoramento lento, quasi domestico: la perdita di quelle virtù minime che rendono vivibile una società libera. È una corrosione silenziosa: si comincia a considerare l’altro non come un concittadino ma come un nemico; si scambia la forza per autorevolezza; si confonde il diritto di parola con il diritto di umiliare; si invoca la libertà mentre si spezza la fiducia.

L’idea è semplice e per nulla romantica: la libertà non è solo un insieme di diritti garantiti dalla legge. È anche – e soprattutto – un insieme di abitudini morali. Se queste abitudini si indeboliscono, i diritti restano scritti, ma perdono ossigeno. E alla fine accade l’assurdo: una società “formalmente libera” diventa una società in cui si vive peggio, con più sospetto, più aggressività, meno ascolto. La libertà rimane, ma come una casa bella fuori e piena di muffa dentro.

Libertà e virtù: la cornice e il contenuto

Molti dibattiti contemporanei si muovono lungo due strade parallele che non si incontrano quasi mai. Da una parte c’è la lingua dei diritti: sacrosanta, necessaria, irrinunciabile. Dall’altra c’è la lingua della responsabilità: meno alla moda, spesso trattata come moralismo. Eppure, senza responsabilità, i diritti diventano fragili. Non perché siano sbagliati, ma perché – senza un tessuto etico – finiscono per essere usati come armi.

La virtù civica non è un concetto da museo. Non richiede santità. Parliamo di cose molto concrete: veridicità,autocontrollogiustiziarispettoprudenzacapacità di dissentire senza distruggere l’altrocura del bene comune. Sono “virtù da marciapiede”, non da altare: quelle che impediscono alla vita comune di diventare una rissa permanente.

Quando queste virtù svaniscono, accadono tre cose – e non serve nessuna distopia per vederle:

  1. Il conflitto diventa identità: non discuto perché cerco la verità, ma perché devo umiliare l’altro.
  2. Le istituzioni perdono legittimità: ogni regola appare come un complotto; ogni mediazione come un tradimento.
  3. Si invoca sempre più controllo esterno: più sorveglianza, più censura “per sicurezza”, più punizioni. E così, nel tentativo di proteggerla, la libertà si restringe.

È una dinamica che può avvenire ovunque: in democrazie consolidate e in democrazie giovani, in Occidente e altrove. Non è un problema “americano” o “europeo”: è un problema umano. E proprio perché umano, la risposta non può essere solo tecnica.

Il punto cieco della modernità: la delega totale

Negli ultimi decenni abbiamo fatto una scommessa: che una società potesse reggersi quasi esclusivamente su procedure, regole, tecnologia e benessere economico. Come se bastasse “funzionare” per essere giusta; come se la convivenza fosse solo questione di amministrazione.

Ma una società libera non vive di procedure soltanto. Vive di fiducia. E la fiducia non nasce da un regolamento: nasce da persone che imparano, fin da giovani, che esiste una linea da non superare – anche quando potresti farlo impunemente.

Qui sta la frase che vale più di mille convegni: la libertà non si perde solo perché qualcuno la toglie. Si perde anche perché nessuno la merita più. È dura da dire, ma è un sano shock. E ci riporta alla domanda essenziale: dove si forma il carattere civico?

La via d’uscita: rilanciare le istituzioni formative

Se la libertà si consuma dall’interno, il rimedio è altrettanto interno: ricostruire le “officine” della virtù, cioè le istituzioni che formano persone capaci di libertà. Famiglia, scuola, associazionismo, comunità religiose: non come nostalgie, ma come infrastrutture democratiche.

1) Famiglia: la prima palestra della libertà

In famiglia si impara la cosa più difficile di tutte: che non sei il centro del mondo. Si impara ad aspettare, a condividere, a chiedere scusa, a rispettare un limite. Se questi apprendimenti non avvengono, la società se li ritrova dopo – ma in forma di conflitto, di dipendenza, di rabbia.

Non serve idealizzare: famiglie fragili e ferite esistono, e vanno sostenute. Ma proprio per questo la società dovrebbe trattare la famiglia (in tutte le sue responsabilità concrete) come un bene pubblico, non come un dettaglio privato. Non è “moralismo familiare”: è prevenzione civica.

Proposta concreta: patti di comunità a sostegno della genitorialità (scuola–comune–associazioni), spazi di ascolto per famiglie in difficoltà, mentoring intergenerazionale (nonni/anziani come risorsa educativa, non come “costo sociale”).

2) Scuola: educare la mente senza dimenticare la coscienza

La scuola è il luogo dove una società decide che tipo di futuro vuole. Se la scuola forma solo competenze, ma non forma la coscienza, avremo tecnici bravissimi e cittadini fragili. E cittadini fragili diventano prede facili: della propaganda, del cinismo, della polarizzazione.

Educare alla libertà significa educare al discernimento: come riconosco un argomento falso? come gestisco un conflitto? come ascolto davvero chi la pensa diversamente? come distinguo la critica dalla demolizione? È educazione civica nel senso pieno: non una materia di contorno, ma un’arte della convivenza.

Proposta concreta: laboratori di dialogo strutturato (dibattito + ascolto attivo), educazione ai media (non solo “fake news”, ma etica della parola), servizio di comunità integrato nel percorso formativo (ore certificate di volontariato con riflessione guidata).

3) Associazionismo: trasformare individui in cittadini

L’associazionismo – sportivo, culturale, solidale, civico – è il grande “ponte” tra la sfera privata e quella pubblica. È lì che impari che il bene comune non è un concetto astratto: è la palestra che pulisci, il quartiere che sistemi, la persona fragile che accompagni, il progetto che porti avanti senza guadagnarci nulla.

Quando queste reti si indeboliscono, le persone restano sole. E la solitudine, in politica, produce due esiti opposti ma gemelli: apatia (“tanto non cambia nulla”) o rabbia (“bruciamo tutto”). Entrambe consumano la libertà.

Proposta concreta: incentivi locali alle associazioni “ponte” (intergenerazionali e interculturali), micro-finanziamenti trasparenti per progetti di comunità, spazi pubblici gratuiti per attività civiche, “banche del tempo” e volontariato di competenza.

4) Comunità religiose: coscienza, riconciliazione, servizio

In una società pluralista, la religione può essere una risorsa o un pretesto. Quando è sana, diventa una scuola potente di virtù: responsabilità, perdono, sobrietà, cura, dignità dell’altro. Offre ciò che la politica non può imporre: motivazioni interiori.

In più, le comunità di fede possiedono una competenza spesso sottovalutata: la riconciliazione. La libertà religiosa, infatti, non è un diritto “di settore”: è una pietra d’angolo. È il diritto di cercare la verità, di aderirvi secondo coscienza e di praticarla senza paura. Per questo molti la considerano il primo dei diritti fondamentali, perché protegge la sorgente interiore da cui discendono responsabilità, parola, associazione, educazione, dissenso. Quando uno Stato – o una religione maggioritaria – pretende di stabilire chi è “legittimo” e chi è “eretico”, la convivenza entra in una zona pericolosa: non si tutela il bene comune, si costruisce un monopolio morale. In una società pluralista, invece, la bussola deve restare chiara: finché non si lede il bene comune e la dignità altrui, la coscienza è il luogo che guida la vita. Qui il dialogo interreligioso diventa un atto pubblico di libertà e responsabilità: mostra che differenze profonde possono convivere senza demonizzarsi.

Proposta concreta: tavoli interreligiosi stabili nelle città (non solo eventi), progetti comuni di servizio (migranti, poveri, ambiente), formazione congiunta su libertà religiosa e dignità umana, protocolli locali contro linguaggio d’odio e discriminazioni.

Una nota decisiva: virtù non significa uniformità

Rilanciare le istituzioni formative non significa imporre una visione unica della vita. Significa riconoscere che, per convivere, abbiamo bisogno di minimi morali condivisi. Chiamali come vuoi: dignità, rispetto, responsabilità, verità, solidarietà. Senza questi minimi, il pluralismo si trasforma in frammentazione e la libertà in conflitto permanente.

Il punto, in fondo, è questo: la democrazia non è solo un sistema di voto. È un esercizio quotidiano di umanità. E l’umanità non si improvvisa.

Conclusione: la libertà ha bisogno di “custodi”

Senza virtù, la libertà si consuma dall’interno perché perde i suoi custodi: persone capaci di limite, di parola responsabile, di rispetto dell’altro, di servizio. Non è un invito al moralismo. È un invito alla lucidità.

Se vogliamo società più pacifiche, più inclusive e più robuste, dobbiamo investire non solo in infrastrutture materiali, ma in infrastrutture morali: famiglia, scuola, associazionismo, comunità religiose. Non come “fiori all’occhiello”, ma come fondamenta.

E forse, in questa prospettiva, la pace smette di essere un ideale lontano e torna a essere ciò che è sempre stata: un lavoro quotidiano di formazione dell’umano.

Cosa possiamo fare subito

  • In famiglia: coltivare le virtù “minime” (rispetto, limite, parola mantenuta, cura), perché la convivenza nasce lì.
  • A scuola: unire competenze e coscienza: educazione civica vera, alfabetizzazione mediatica, gestione non violenta dei conflitti.
  • Nelle comunità: sostenere associazioni e volontariato che ricostruiscono fiducia tra persone diverse.
  • Nel linguaggio pubblico: abbassare il tono senza abbassare le idee: dissentire senza disumanizzare.
  • Sulla libertà religiosa: difendere la coscienza come presidio democratico; nessuna “maggioranza” (statale o religiosa) dovrebbe marchiare l’altro come eretico o illegittimo se non viola il bene comune.
  • Nel dialogo interreligioso: passare dagli eventi ai percorsi stabili: incontri regolari, progetti comuni di servizio, alleanze educative.

La libertà non si conserva solo con le leggi: si conserva formando persone capaci di verità, responsabilità e rispetto.

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