Famiglia, scuola, associazionismo e comunità religiose: le “officine” del carattere civico che tengono in piedi una società libera.
di Giorgio Gasperoni
C’è un modo in cui la libertà muore senza che nessuno se ne accorga. Non serve la censura in divisa, non servono carri armati o decreti d’emergenza. Basta un logoramento lento, quasi domestico: la perdita di quelle virtù minime che rendono vivibile una società libera. È una corrosione silenziosa: si comincia a considerare l’altro non come un concittadino ma come un nemico; si scambia la forza per autorevolezza; si confonde il diritto di parola con il diritto di umiliare; si invoca la libertà mentre si spezza la fiducia.
L’idea è semplice e per nulla romantica: la libertà non è solo un insieme di diritti garantiti dalla legge. È anche – e soprattutto – un insieme di abitudini morali. Se queste abitudini si indeboliscono, i diritti restano scritti, ma perdono ossigeno. E alla fine accade l’assurdo: una società “formalmente libera” diventa una società in cui si vive peggio, con più sospetto, più aggressività, meno ascolto. La libertà rimane, ma come una casa bella fuori e piena di muffa dentro.
Libertà e virtù: la cornice e il contenuto
Molti dibattiti contemporanei si muovono lungo due strade parallele che non si incontrano quasi mai. Da una parte c’è la lingua dei diritti: sacrosanta, necessaria, irrinunciabile. Dall’altra c’è la lingua della responsabilità: meno alla moda, spesso trattata come moralismo. Eppure, senza responsabilità, i diritti diventano fragili. Non perché siano sbagliati, ma perché – senza un tessuto etico – finiscono per essere usati come armi.
La virtù civica non è un concetto da museo. Non richiede santità. Parliamo di cose molto concrete: veridicità,autocontrollo, giustizia, rispetto, prudenza, capacità di dissentire senza distruggere l’altro, cura del bene comune. Sono “virtù da marciapiede”, non da altare: quelle che impediscono alla vita comune di diventare una rissa permanente.
Quando queste virtù svaniscono, accadono tre cose – e non serve nessuna distopia per vederle:
- Il conflitto diventa identità: non discuto perché cerco la verità, ma perché devo umiliare l’altro.
- Le istituzioni perdono legittimità: ogni regola appare come un complotto; ogni mediazione come un tradimento.
- Si invoca sempre più controllo esterno: più sorveglianza, più censura “per sicurezza”, più punizioni. E così, nel tentativo di proteggerla, la libertà si restringe.
È una dinamica che può avvenire ovunque: in democrazie consolidate e in democrazie giovani, in Occidente e altrove. Non è un problema “americano” o “europeo”: è un problema umano. E proprio perché umano, la risposta non può essere solo tecnica.
Il punto cieco della modernità: la delega totale
Negli ultimi decenni abbiamo fatto una scommessa: che una società potesse reggersi quasi esclusivamente su procedure, regole, tecnologia e benessere economico. Come se bastasse “funzionare” per essere giusta; come se la convivenza fosse solo questione di amministrazione.
Ma una società libera non vive di procedure soltanto. Vive di fiducia. E la fiducia non nasce da un regolamento: nasce da persone che imparano, fin da giovani, che esiste una linea da non superare – anche quando potresti farlo impunemente.
Qui sta la frase che vale più di mille convegni: la libertà non si perde solo perché qualcuno la toglie. Si perde anche perché nessuno la merita più. È dura da dire, ma è un sano shock. E ci riporta alla domanda essenziale: dove si forma il carattere civico?
La via d’uscita: rilanciare le istituzioni formative
Se la libertà si consuma dall’interno, il rimedio è altrettanto interno: ricostruire le “officine” della virtù, cioè le istituzioni che formano persone capaci di libertà. Famiglia, scuola, associazionismo, comunità religiose: non come nostalgie, ma come infrastrutture democratiche.
1) Famiglia: la prima palestra della libertà
In famiglia si impara la cosa più difficile di tutte: che non sei il centro del mondo. Si impara ad aspettare, a condividere, a chiedere scusa, a rispettare un limite. Se questi apprendimenti non avvengono, la società se li ritrova dopo – ma in forma di conflitto, di dipendenza, di rabbia.
Non serve idealizzare: famiglie fragili e ferite esistono, e vanno sostenute. Ma proprio per questo la società dovrebbe trattare la famiglia (in tutte le sue responsabilità concrete) come un bene pubblico, non come un dettaglio privato. Non è “moralismo familiare”: è prevenzione civica.
Proposta concreta: patti di comunità a sostegno della genitorialità (scuola–comune–associazioni), spazi di ascolto per famiglie in difficoltà, mentoring intergenerazionale (nonni/anziani come risorsa educativa, non come “costo sociale”).
2) Scuola: educare la mente senza dimenticare la coscienza
La scuola è il luogo dove una società decide che tipo di futuro vuole. Se la scuola forma solo competenze, ma non forma la coscienza, avremo tecnici bravissimi e cittadini fragili. E cittadini fragili diventano prede facili: della propaganda, del cinismo, della polarizzazione.
Educare alla libertà significa educare al discernimento: come riconosco un argomento falso? come gestisco un conflitto? come ascolto davvero chi la pensa diversamente? come distinguo la critica dalla demolizione? È educazione civica nel senso pieno: non una materia di contorno, ma un’arte della convivenza.
Proposta concreta: laboratori di dialogo strutturato (dibattito + ascolto attivo), educazione ai media (non solo “fake news”, ma etica della parola), servizio di comunità integrato nel percorso formativo (ore certificate di volontariato con riflessione guidata).
3) Associazionismo: trasformare individui in cittadini
L’associazionismo – sportivo, culturale, solidale, civico – è il grande “ponte” tra la sfera privata e quella pubblica. È lì che impari che il bene comune non è un concetto astratto: è la palestra che pulisci, il quartiere che sistemi, la persona fragile che accompagni, il progetto che porti avanti senza guadagnarci nulla.
Quando queste reti si indeboliscono, le persone restano sole. E la solitudine, in politica, produce due esiti opposti ma gemelli: apatia (“tanto non cambia nulla”) o rabbia (“bruciamo tutto”). Entrambe consumano la libertà.
Proposta concreta: incentivi locali alle associazioni “ponte” (intergenerazionali e interculturali), micro-finanziamenti trasparenti per progetti di comunità, spazi pubblici gratuiti per attività civiche, “banche del tempo” e volontariato di competenza.
4) Comunità religiose: coscienza, riconciliazione, servizio
In una società pluralista, la religione può essere una risorsa o un pretesto. Quando è sana, diventa una scuola potente di virtù: responsabilità, perdono, sobrietà, cura, dignità dell’altro. Offre ciò che la politica non può imporre: motivazioni interiori.
Proposta concreta: tavoli interreligiosi stabili nelle città (non solo eventi), progetti comuni di servizio (migranti, poveri, ambiente), formazione congiunta su libertà religiosa e dignità umana, protocolli locali contro linguaggio d’odio e discriminazioni.
Una nota decisiva: virtù non significa uniformità
Rilanciare le istituzioni formative non significa imporre una visione unica della vita. Significa riconoscere che, per convivere, abbiamo bisogno di minimi morali condivisi. Chiamali come vuoi: dignità, rispetto, responsabilità, verità, solidarietà. Senza questi minimi, il pluralismo si trasforma in frammentazione e la libertà in conflitto permanente.
Il punto, in fondo, è questo: la democrazia non è solo un sistema di voto. È un esercizio quotidiano di umanità. E l’umanità non si improvvisa.
Conclusione: la libertà ha bisogno di “custodi”
Senza virtù, la libertà si consuma dall’interno perché perde i suoi custodi: persone capaci di limite, di parola responsabile, di rispetto dell’altro, di servizio. Non è un invito al moralismo. È un invito alla lucidità.
Se vogliamo società più pacifiche, più inclusive e più robuste, dobbiamo investire non solo in infrastrutture materiali, ma in infrastrutture morali: famiglia, scuola, associazionismo, comunità religiose. Non come “fiori all’occhiello”, ma come fondamenta.
E forse, in questa prospettiva, la pace smette di essere un ideale lontano e torna a essere ciò che è sempre stata: un lavoro quotidiano di formazione dell’umano.
Cosa possiamo fare subito
- In famiglia: coltivare le virtù “minime” (rispetto, limite, parola mantenuta, cura), perché la convivenza nasce lì.
- A scuola: unire competenze e coscienza: educazione civica vera, alfabetizzazione mediatica, gestione non violenta dei conflitti.
- Nelle comunità: sostenere associazioni e volontariato che ricostruiscono fiducia tra persone diverse.
- Nel linguaggio pubblico: abbassare il tono senza abbassare le idee: dissentire senza disumanizzare.
- Sulla libertà religiosa: difendere la coscienza come presidio democratico; nessuna “maggioranza” (statale o religiosa) dovrebbe marchiare l’altro come eretico o illegittimo se non viola il bene comune.
- Nel dialogo interreligioso: passare dagli eventi ai percorsi stabili: incontri regolari, progetti comuni di servizio, alleanze educative.
La libertà non si conserva solo con le leggi: si conserva formando persone capaci di verità, responsabilità e rispetto.

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