28 novembre 2009

Vivere la pace, ovvero parlare di pace e agire di pace tutti insieme

INIZIATIVE

Vivere la pace, ovvero parlare di pace e agire di pace tutti insieme

di Riccardo Venturini

La pace è una condizione che si costruisce lentamente nel tempo e gli appuntamenti, come il Summit di Seul, sono delle tappe importanti.

Una nuova visione per la pace nel XXI° secolo: a Seoul, Corea del Sud, dal 29 maggio al 2 giugno 2009 si è svolto il Summit Mondiale sulla Pace alla presenza di oltre seicento delegati in rappresentanza di tutti i paesi del mondo. Il tema affrontato è stato: Costruire un Mondo di Pace Universale: Essere Una Famiglia Sotto Dio. Il bisogno di incontrarsi e dialogare per approfondire insieme temi quali:
• la risoluzione dei conflitti e l’intervento della UPF con iniziative di pace
• la Famiglia come una risorsa sociale di pace nel mondo, il ruolo della UPF nella costruzione di una cultura globale del volontariato
• il rilancio della collaborazione con l’ONU per la diffusione della pace
• l’impegno del Consiglio Globale della Pace (GPC) per la crescita e lo sviluppo di ogni paese secondo la propria identità
era grande, così come la necessità di riconoscere come un elemento prioritario per affrontare la grave situazione di crisi economica e dei valori sia da ritrovare nella persona. Ogni Ambasciatore di Pace, ogni persona che vive l’esperienza della Universal Peace Federation si è resa conto e ha potuto riconoscere il proprio valore che in ognuno dei contesti di riferimento si sarebbe trasformato in pensieri e in azioni per diffondere valori di pace e di rispetto gli uni degli altri. Avere bisogno di una Perché dobbiamo incontrarci in Corea per trovare un senso al tempo che in maniera volontaria dedichiamo alla soluzione di problemi spesso più grandi di noi? Perché pensiamo nel nostro piccolo di potere contare qualcosa per invertire una tendenza alla rialzo dell’interesse individuale contro la collettività? Semplicemente perché crediamo che l’azione, anche piccola, di ognuno di noi possa portare il mondo verso un cambiamento e, proprio attraverso e con l’UPF, ognuno di noi diventi protagonista di pace, possa cioè essere colui che nella direzione di invertire una tendenza contagia e condivide con altri (persone che vivono in ogni angolo del mondo) i valori di pace, di coesione, di disinteresse, di altruismo, di fiducia, di voglia di vivere insieme che, come valori, oggi abbiamo nascosto dalla nostra esistenza. A Seoul abbiamo trovato un senso per la nostra vita che esce dal piccolo quotidiano che ciascuno deve affrontare a Paramaribo o a Vanuatu, a Suva o a Sofia, a Montreal o a Sapporo, ma che sotto uno stesso tetto trova la coesione e il senso di fiducia nella vita e nell’esistenza per affrontare in maniera risolutiva anche conflitti duraturi e profondi tra popolazioni e paesi nei punti caldi del mondo.
Imparare gli uni dagli altri incomincia dal cibo che si condivide e si scopre insieme a pranzo, a colazione e a cena, piatti salati, dolci o piccanti, pietanze semplici o composte, ingredienti conosciuti o meno familiari, ma con la scelta quotidiana per ognuno di potere mettere qualcosa nel piatto e mangiarlo insieme e parlando e conversando di argomenti preziosi e unici che venivano svelati e approfonditi con curiosità e pazienza da chi si trovava attorno a quel tavolo in quella occasione. La pace è una condizione che si costruisce lentamente nel tempo e gli appuntamenti come il Summit di Seoul sono delle importanti tappe in un percorso che a volte è in discesa, a volte è in salita, ma sempre deve essere affrontato insieme e sempre nella direzione di trovare una soluzione ad ogni conflitto attraverso una negoziazione. Siamo protagonisti solo, quando siamo chiamati in prima persona ad esprimere una nostra idea, un nostro pensiero e l’UPF a noi tutti offre quell’identità e quella responsabilità che ci aiuterà a dare quel significato e quel senso che certamente la nostra vita merita per essere vissuta in un interesse che supera l’individuo per ritrovare la collettività.

La persona: Francesco Felice Previte

IL PERSONAGGIO

La persona:
Francesco Felice Previte, nato a La Spezia, ma ha svolto fin dai suoi primi anni la sua vita a Genova, attualmente vive in Sicilia, ha come priorità il motto : Pace e Solidarietà.
Presidente dell’Associazione “Cristiani per servire”, da anni cerca di richiamare l’attenzione dei mass media, dell’opinione pubblica e soprattutto delle Istituzioni su un problema di grandi e vaste dimensioni : la situazione in cui “vivono” i malati mentali, le loro famiglie e la sicurezza di tutti i cittadini esposti quasi giornalmente ad episodi dove protagonisti sono menti psichicamente instabili.
Anteriormente al 1994 scrive a tutti i giornali d’Italia, anche in ambito europeo per sensibilizzare a quel “problema” verso cui le Istituzioni sono indifferenti e silenziose, considerandolo esautorato dopo l’entrata in vigore della legge 180 o legge Basaglia legge che ha “ordinato” la chiusura dei manicomi.
Questo disagio sociale investe non solo la società, ma la coscienza di tutti i cittadini.
Alle Istituzioni, cioè al Senato della Repubblica, alla Camera dei Deputati con Petizioni tutt’ora giacenti presso i Consessi, chiede una maggior comprensione di questo disagio sociale onde esaminare al più presto una legge- quadro di riordino dell’assistenza psichiatrica.
In ambito europeo sullo stessa tematica e primo in Europa, ha presentato la Petizione n.146/99 che nelle conclusioni di risposta del 29 maggio 2000 prot. n. PE 290.531 “la Commissione Europea”, riconosce quanto proposto dal Previte “ considerando impellente la necessità di una promozione della salute mentale nel quadro della strategia comunitaria”.
Ancora oggi , insistono nel Senato della Repubblica e nella Camera dei Deputati Petizioni ai sensi dell’art.50 della Costituzione per una legge-quadro di riforma dell’assistenza psichiatrica , considerando prioritario quale primo approccio :
a.) Fondo Speciale Economico, (Dopodinoi) il cruccio delle famiglie, dove confluire tutti i beni che in eredità andranno al “malato”;
b.) L’attivazione della ricerca scientifico-farmacologica sulle malattie mentali:
c.) Aggiornamento degli assegni di assistenza che con euro 255,13 al mese consentono agli disabili psico-fisici solo la sopravvivenza.
L’Associazione “Cristiani per servire”:
è un movimento d’ispirazione cristiana di solidarietà e carità, non politico, che non ha né chiede contributi a nessuno e di nessun genere, ma ispirandosi alla Dottrina Sociale della Chiesa intende portare il proprio contributo alle attese della gente e del bene comune cercando di scuotere le coscienze di tutti : Amministratori Pubblici, mondo politico, affinché operino per la collettività, specie per le categorie di maggior sofferenza e più esposte alle insensibilità ed all’egoismo.
L’Associazione tiene presente l’Esortazione Apostolica “Cristifidelis Laici” che sollecita le aggregazioni laicali ad una presenza sempre più attiva al servizio della comunità con slancio ed inventiva soprattutto nelle “nuove frontiere”.
Un seme di senapa che si vuole innestare nel male per far germogliare il genere buono.
Il Movimento ha come Presidente Onorario la genovesissima On.le Ines Boffardi già Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri “per la condizione femminile”-oggi Ministero pari opportunità- dove il Previte era direttore collaboratore, capo della Segreteria e direttore di sezione nei due Governi Andreotti 1978.
Terminata la Legislatura e ritiratasi a vita privata l’On.Boffardi, il Previte ne ha preso a cuore l’idea iniziando l’opera di “soccorso” in favore dei malati mentali fin dal 1994 ( vedi SIR n.36 del 13 maggio 1994 pag.6).
L’Associazione, per il disagio sociale costituito dalla malattia mentale chiede: servizi specifici in strutture adeguate.

Luci ed ombre della “Convenzione ONU sui diritti delle persone disabili”.

IL PERSONAGGIO

Luci ed ombre della “Convenzione ONU sui diritti delle persone disabili”.
Ma dove sono “coloro” che dicono e non fanno?

di Francesco Felice Previte

Il nostro Paese è costantemente “preso” nella litigiosità con scambi di accuse nel mondo politico, senza minimamente curarsi se emergenze, divergenze od esigenze sono degne di essere chiamate tali o vergognosamente lasciate nell’angolo più buio del “buon senso”, auspicando che si realizzi omogeneità d’intenti mirati a concetti di solidarietà verso le persone disabili.
Approvata dall’ONU nel dicembre 2006 la “Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità” ha elaborato i diritti civili e politici di questi “ diversamente abili” ed alla partecipazione di diritto alla salute, al lavoro ed alla protezione sociale, riconoscendo il cambiamento di atteggiamento della società teso a far raggiungere la piena eguaglianza quali persone con menomazione in un contesto sfavorevole che diventa disabilità, escludendo totalmente i sofferenti di problemi di natura psichica.
Di qui due mie Petizioni al Parlamento Italiano ( col n.5 alla 12° Commissione Igiene e Sanità del Senato della Repubblica e col n.6 alla 3° Commissione Affari Sociali Esteri del Senato della Repubblica ;col n.9 all’esame della 12° Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati) onde :
1.) riconoscere la condizione delle persone con problemi di natura psichica con emendamento ai
sensi dell’art.47 della “Convezione”;
2.) adottare norme migliorative in favore della malattia mentale ai sensi dell’art.4 della “Convenzione”;
3.) apportare emendamenti ai sensi dell’art.47 della “Convenzione” con precise riserve da escludere ogni riferimento all’eutanasia, all’aborto sia come diritto che come modalità e metodo della salute riproduttiva.
Non vi è dubbio che la “Convenzione” ha tanti meriti, fra i quali va certamente inserito quello di affermare che alle persone disabili, in qualunque condizioni si trovano (art. 25 lettera f ) non sia possibile rifiutare assistenza medica, prestazione di cure e servizi sanitari, nonché l’alimentazione e l’idratazione .
Inoltre abbiamo condiviso quanto viene apportato per il riconoscimento di diritti e tutele, ma è necessario stare attenti alla parte in cui si tratta di riproduzione e pianificazione familiare (artt.23 e 25 ), in quanto autorizzando l’accesso ai servizi riproduttivi, favoriscono le limitazione delle nascite, travisano il concetto responsabile dei rapporti sessuali, non promuovono la procreazione responsabile, adottano metodologie di sterilizzazioni, favoriscono l’aborto ed introducono l’eutanasia. Queste “innovazioni” sono in contrasto:
a.) con l’art.10 per “l’inalienabile diritto alla vita “;
b.) con l’art.15 per cui “nessuno dovrà essere sottoposto ad esperimenti medico-scientifici ;
c.) con l’art.16 per cui si è contro a “ogni forma di sfruttamento, violenza od abuso”.
Siamo per la vita, dono del Creatore, per i metodi naturali e non per programmi contraccettivi che distruggono la società civile ed offendono la dignità della persona.
Se una certa metodologia proclamata dalla “Convenzione” venisse applicata, come è stata ratificata con il disegno di legge del Governo n.2121 art. 2°del 20 febbraio 2009, tutti i disabili, specie gli handicappati psichici, corrono il rischio di essere sterilizzati onde frenare la diffusione di handicap genetici, o subire forme di eutanasia per “evitare” la vita senza senso, applicazione dell’aborto selettivo per eliminare figli imperfetti, limitazione delle nascite, “tutte misure” che offendono la dignità della persona e che negano il diritto alla vita.
Inoltre per le sofferenze insopportabili, con la scusa di lenire il dolore la così “detta pietà”, potrebbe essere un possibile strumento che porta all’eliminazione della vita o, ripeto, forme di eutanasia, “considerazioni”, molto pericolose che potrebbero coinvolgere malati di Alzheimer, malati psichici, terminali, anziani non autosufficienti, “metodologie” che richiamano l’eugenismo e le teorie di selezione della razza tristemente note, perché pratica biomedica che spianò la strada alle terribili selezioni della razza e del genere umano avvenute nel secolo passato, per le quali la Chiesa Cattolica, come altre confessioni, si è sempre opposta a questa strategia devastante.
Ci domandiamo e domandiamo dove erano e dove sono coloro che dicono, oggi, di difendere i disabili, siano essi fisici o psichici, in conferenze, giornate, convegni o che si affacciano negli schermi televisivi ad ammannirci di belle parole ? Forse fanno come Penelope, moglie di Ulisse, che resisteva nobilmente alle istanze dei Proci, serbando la fede al marito andato all’assedio di Troia, promettendo che avrebbe sposato uno di loro appena terminata la tela che di giorno tesseva e la notte la disfaceva ?

FAILED STATES

ETICA E SOCIETA’

FAILED STATES

di Carlo Alberto Tabacchi

Sviluppo ineguale e delegittimazione dello stato rappresentano i principali segnali di un paese prossimo al fallimento. E' necessario che gli Stati riusciti insieme alle organizzazioni regionali si impegnino maggiormente per arginare questo destabilizzante fenomeno.

Dal 1989 i cosiddetti failed states (stati falliti) hanno cominciato ad occupare un posto di rilievo nelle discussioni internazionali e nelle strategie di sicurezza di molti paesi. Ali' indomani dei tragici avvenimenti del settembre 2001 che hanno visto un paese fallito coinvolto negli attentati terroristici, diverse nazioni prendono piena coscienza dell’emergenza e della necessità di doverle affrontare.
Non esiste una definizione universale del termine. Probabilmente i primi a impiegare il concetto furono nel 1993 Gerald Helman (diplomatico statunitense) e Steven Ratner (politico canadese e giornalista e storico), che lo considerarono come " un fastidioso nuovo fenomeno legato a uno stato incapace di auto-sostenersi nell’ambito della comunità internazionale".
Secondo una statistica del 2007 del Fund for Peace il Sudan risulta il paese maggiormente instabile, seguito dalla Somalia; nelle prime IO posizioni sono comprese ben 7 nazioni dell' Africa sub-sahariana. Al contrario, la regione più stabile è quella scandinava.
Uno stato arriva al fallimento per motivi storici, economici e sociali sia interni che esterni.
CAUSE ENDOGENE.
Soprattutto in Africa sistemi politici a partito unico e dittature militari talvolta degenerano in tirannia; l enorme concentrazione di potere politico ed economico può trasformare il paese in stato illegale. Le istituzioni diventano ostaggio di una ristretta cerchia di uomini che si arricchiscono, lasciando il resto della popolazione nella povertà, malnutrizione, vessazione ed, in generale, nella totale assenza di beni che dovrebbero essere garantiti dalle autorità politiche.
Certi conflitti degenerano spesso in vere e proprie guerre interne che portano lo stato al fallimento; l' origine è comunemente legata allo sfruttamento delle risorse concentrate nella zona contesa. Caso emblematico resta il Sudan, sconquassato da movimenti indipendentisti sia nella regione meridionale che nel Darfur dove i pastori stanziali si sono ribellati al governo, egemonizzato da gruppi arabi.
CAUSE ESOGENE.
E' parere di molti analisti che il primo fattore esterno sia stato il colonialismo, durato sufficientemente da distruggere le strutture sociali tradizionali, tua non abbastanza da sostituirle con forme costituzionali democratiche e con una effettiva identità.
Negli anni 90 si e sviluppato il fenomeno della globalizzazione che, per quanto produca evidenti benefici, ha effetti diversi nel vasto panorama internazionale. Naturalmente, gli stati più fragili rimangono esclusi dal commercio, alcune nazioni si isolano, diventando instabili e sempre più povere con perdita progressiva di potere ed evidenti manifestazioni di difficoltà nel controllare i flussi commerciali, movimenti finanziari, comunicazioni e trasferimenti di tecnologia. Ed il tracollo rappresenta anche una malattia contagiosa, quasi un cancro che non si ferma ai confini di uno stato, ma coinvolge paesi limitrofi con un humus favorevole che rende il collasso inevitabile. Le migrazioni di massa per sfuggire dalla miseria di uno stato fallito nascondono anche gruppi di facinorosi tra le fila dei rifugiati. Il Sudan costituisce un efficace esempio avendo " esportato " verso il Ciad e la Repubblica del Centroafrica ribelli che, spesso fomentati e finanziati dallo stesso governo di Khartoum, hanno portato gravi difficoltà negli stati ospitanti.
MINACCIA ALLA SICUREZZA INTERNAZIONALE.
Come ha evidenziato l' ex-presidente Usa Jimmy Carter, i failed states possono diventare rifugio per leaders terroristici e suoi affiliati: terreno fertile per traffico di droga, riciclaggio di denaro, diffusione di malattie infettive, propaganda ideologica, degrado incontrollato dell' ambiente, flusso di masse di rifugiati ed immigrazione clandestina.
Certi gruppi terroristici -Al-Qaeda e movimenti affini- trovano negli stati falliti un involontario complice, sfruttando lo scarso controllo sui territorio per stabilire rifugi, basi operative, connessioni con la criminalità organizzata, traffici illegali, oltre a reclutare adepti tra giovani disperati senza lavoro e con povera educazione, trovando forza e sicurezza all' interno di organinnzioni terroristiche
Il concetto di failed states entra nei concetti strategici elaborati dalle nazioni e dalle organizzazioni internazionali, soprattutto sotto la voce sicurezza. Anche l' Italia fornisce il proprio apporto alle N.U., alla NATO., all' U.E. partecipando ad operazioni di prevenzione e gestione delle crisi per garantire pace, stabilità e legalità internazionali.
Se gli Stati Uniti e I" Europa guardano gli stati falliti come una minaccia per la propria tranquillità, differente è l' atteggiamento di Russia e Cina. La politica estera di Mosca è orientata ad esercitare una certa influenza sui paesi che una volta erano membri dell' Unione Sovietica, assicurando una cintura di sicurezza attorno ai propri confini e quindi nessun impegno per ora nei confronti dei failed states.
Invece, il globo nel suo insieme resta la strategia di Pechino: vede negli stati falliti dei potenziali clienti con cui intrecciare vantaggiosi rapporti soprattutto economici. In forte espansione gli scambi commerciali in Africa: Sudan, Etiopia, Nigeria, Zimbabwe, paesi non proprio paladini dei diritti umani.
CONCLUSIONI.
Quando e come la comunità internazionale dovrebbe intervenire? Ovviamente non esiste una ricetta universale ed ogni situazione merita un' analisi circostanziata ed attenta delle cause, delle forze e degli interessi in gioco. E' necessario intervenire sia per fermare I" emorragia umanitaria e sia per arginare i devastanti fenomeni collaterali che crescono in uno stato non riuscito e che si allargano a macchia d' olio oltre i suoi confini.
Mentre l' Assemblea Generale ed il Consiglio di Sicurezza hanno più volte evidenziato difficoltà interne rallentando il processo decisionale, l' Unione Africana non sembra in grado di assicurare la necessaria stabilità nei paesi dove e intervenuta. Le iniziative dovrebbero partire dalle grandi potenze, Stati Uniti ed Europa in primis. attraverso:
- un supporto alle N.U. come state builder e peacekeeper, con I' invio di personale sotto egida Onu piuttosto che in coalizioni ad hoc;
- una più stretta cooperazione tra organizzazioni regionali, quali NATO., UL., C.A. per evitare inerzia e perdita di tempo prezioso.
Se prima l' attenzione dei Potenti era rivolta a chi accumulava il potere, ora e la sua assenza a preoccupare.

L'INTEGRAZIONE DEL POPOLO SERBO IN ITALIA

ETICA E SOCIETA’

L'INTEGRAZIONE DEL POPOLO SERBO IN ITALIA

di Rada Ristic, Ambasciatrice di Pace

L'integrazione è una dinamica sociale molto complessa che dura nel tempo, un processo a cui non possiamo sfuggire e nemmeno sottrarci.

La nostra è una società in movimento, popoli che si spostano, emigrano da un paese all'altro, da un continente all'altro; questo processo avviatosi alcuni decenni fa sembra che sia arrivato al suo apice, ed è giusto che sia così, perché non possono esistere più i paesi monoetnici, essi stanno diventando multietnici; anche il trattato di Maastricht all'articolo 126 dice che il futuro della Comunità europea sarà multiculturale, multilingue e multireligioso; noi dobbiamo volenti o nolenti contribuire a questa trasformazione, non possiamo subire questo processo di cambiamenti passivamente e senza prendere la parte dei protagonisti, niente deve coglierci di sorpresa: “ adeguarsi ai tempi” è il nostro moto e dovrebbe essere anche, usando una metafora, il nostro specchio; come dice un proverbio cinese: “ I figli sono lo specchio dei genitori”, così anche noi dobbiamo essere specchio di questa società multietnica, basata e costruita sul rispetto e sulla solidarietà tra i popoli e uso spesso anche la metafora del ponte che ha la funzione di unire due sponde.
Chi vi parla è una straniera, considerata un'emigrata per il suo paese ed immigrata per questo paese in cui vive e lavora attualmente; un paese momentaneamente ferito da un feroce terremoto, un paese che sento mio, perché qui che ho costituito la mia famiglia, qui dove ho trascorso i vent'anni della mia vita, gli anni più belli e più fertili e non posso non provare un forte dolore al petto per la gente rimasta senza nulla in un attimo di una sola notte, ma lì è la natura che si ribella, vendica, punisce oppure esiste un altro verbo per definire quello che è successo, niente dipende dall'essere umano. Noi che proveniamo dalla ex-Jugoslavia sappiamo bene cosa vuol dire sofferenza e dolore, perdere tutto, restare senza niente e continuare a vivere, ad andare avanti senza elemosinare le lacrime e la pietà degli altri, andare avanti nonostante tutto, andare avanti comunque e qualunque cosa fosse successa, per questo capiamo bene gli abruzzesi e condividiamo con loro il loro destino e il loro strazio.
Il dolore è il compagno fedele dell'essere umano, una cosa ereditata, una cosa a cui cerchiamo di sopravvivere in ogni situazione e in ogni momento.
Parlo da straniera che ha conosciuto tutte le tristezze della lontananza dalla propria casa e della propria famiglia; da persona che ha lottato per trovare un posto “sotto il sole” e sono contenta e soddisfatta, non solo per me stessa ma anche per i miei connazionali perché sono riusciti ad integrarsi bene nel paese che li ospita. L'integrazione è una dinamica sociale molto complessa che dura nel tempo, un processo a cui non possiamo sfuggire e nemmeno sottrarci, ma è anche un fenomeno che viaggia su due binari e per niente unilaterale.
I primi serbi arrivarono in Italia all'inizio degli anni settanta; furono i primi muratori che trovarono l'occupazione in questo paese; seguì una seconda ondata alla fine degli anni ottanta e poi un vero e proprio esodo negli anni novanta mentre nella Jugoslavia di allora infuriava la guerra civile, la guerra fratricida, la più terribile e più sporca che quel territorio abbia mai subito.
Il popolo serbo qui ha trovato un'altra patria, perché sta bene. I serbi hanno trovato lavoro, lavorano sodo e vivono onestamente senza creare dei problemi, la stragrande maggioranza ha comprato la casa e i loro figli vanno a scuola, molti di questi ragazzi sono nati qui, invece alcuni sono stati portati in Italia con i ricongiungimenti familiari.
Lavorano soprattutto nel settore della concia, nell'edilizia, nelle acciaierie e nelle fabbriche metalmeccaniche. Sono fiera del mio popolo, perché è un popolo molto laborioso che sa fare i sacrifici e sa essere grato di quello che riceve; i serbi sono un popolo che ha sofferto tanto, ma con dignità e fierezza. Ultimamente tante persone chiedono la cittadinanza italiana, per il semplice fatto, che qui hanno trovato la loro seconda patria e intendono stabilirsi in questo paese; questo dimostra che sono arrivati all'ultimo gradino della scalinata dell'integrazione, quell'integrazione che viaggia su due binari, in cui si confonde il ricevere e il dare.

Un popolo dimenticato ed in fuga

ETICA E SOCIETA’

Un popolo dimenticato ed in fuga

di Carlo Alberto Tabacchi

Nell'impenetrabile Birmania (o Myanmar) la minoranza etnica Karen è dal lontano 1948 in lotta contro il governo militare. Un lento e silenzioso genocidio sta decimando questo popolo.


Provenienti dal deserto del Gobi, i Karen arrivano nello Yunnam (sud della Cia) insediandosi intorno al 740 a.C. Nell'attuale Birmania, lungo la frontiera occidentale thailandese. A partire dal1826 si convertono al cristianesimo, predicato dai missionari battisti britannici.
Nel gennaio 1948, conquistata l'indipendenza dagli inglesi, ai Karen viene promesso il diritto all'autodeterminazione da parte del padre della patria, il generale Aung San, nonché genitore della celebre Aung San Suu Kyi: ma in seguito alla morte del militare dopo un attentato politico, i nuovi leaders birmani si rimangiano la parola.
Dapprima è costituito un movimento politico, la Karen National Union ( KNU) che fonda dopo alcuni anni un'ala militare, conosciuta come Karen National Liberation Army (KNLA), che da allora tiene testa all'agguerrito esercito birmano, armato ed addestrato dai cinesi.
La popolazione dell'intera Birmania si aggira sui 50 milioni (oltre 2 volte l'Italia l'estensione territoriale) ed è formata da ben 136 diverse etnie (Mon, Shan, Chi, Rohyngia, Naga ....), ognuna con la propria lingua e cultura, ricca di storia e di tradizioni.
I Karen abitano nello stato Kayin ( a est di Yangoon) e la loro “capitale” è il villaggio di Hpa-an, a 130 Km dal confine con la Thailandia. La religione è animista, buddista e cristiana. Stime precise non circolano sul numero della minoranza: si aggirerebbero tra i 6 e gli 8 milioni.
Il duro regime asiatico reputa i Karen tutti terroristi e sovversivi e non fa differenze tra civili e guerriglieri. Molti civili vengono ridotti in schiavitù dall'esercito e costretti a lavorare per i soldati, scavando trincee, costruendo ponti, disboscando tratti di giungla; chi si rifiuta di lavorare viene ucciso a bastonate, chi tenta la fuga viene ucciso senza pietà. La grande maggioranza vive in enormi campi profughi, vicino al confine thailandese e dentro il territorio occidentale thailandese, mentre i guerriglieri si nascondono nella inospitale ed impervia giungla, infestata di mine antiuomo. Attualmente il KNLA, il braccio armato della minoranza, conta 5-6000 uomini e all'interno del partito esistono divisioni che favoriscono la nascita di piccoli gruppi estremisti, indebolendo di fatto il gruppo.
Più in generale, l'inflessibile regime militare si accanisce, dalle poche notizie trapelate, anche contro gli studenti, monaci buddisti, partiti politici democratici; come si sa, il premio Nobel per la pace Suu Kyi è agli arresti domiciliari da quasi 2 decenni. Ultimamente si sono aggiunte le persecuzioni contro le chiese cristiane e la comunità mussulmana. Fiorente, anzi fiorentissimo il traffico di droga e di Pietre preziose gestito dai generali.
Purtroppo l'ONU ed i paesi occidentali assistono agli efferati e silenziosi crimini senza far nulla: ogni tanto per togliersi un peso dalla coscienza viene stilato un generico documento o scritta una protesta ufficiale, poi tutto torna nell'oblio. Se proprio va male, i militari sono costretti a ricevere ed ascoltare le lamentele di qualche funzionario ONU e di qualche politico occidentale in disarmo. Troppi gli interessi economici, politici, strategici su tale meraviglioso ed infelice paese, stretto come un sandwich tra 2 potenze nucleari, India e Cina, che proteggono la casta militare e bocciano ogni tentativo di riforme e di aperture nel paese.

“GLOBAL PEACE TOUR” - San Marino

Religioni e Culture per la Pace

Repubblica di San Marino
“GLOBAL PEACE TOUR”
9 Maggio 2009
Hotel SAN GIUSEPPE


Un nuovo approccio alla costruzione della pace. Una conferenza che ha riunito un gruppo straordinario di ascoltatori e di relatori. Fra i tanti, leader politici, rappresentanti europei dei diritti umani e religiosi da San Marino, dall'Italia, dall'Africa e Medio Oriente, oltre a tante associazioni. Alla discussione - promossa dalla Universal peace federation del Titano, in occasione della chiusura delle tavole rotonde internazionali sulla pace globale - ha preso parte, per la gioia degli organizzatori, anche il Segretario agli Affari Esteri Antonella Mularoni.


Tavola Rotonda – SALA DELLE CONFERENZE

Inizio dei lavori:- Rev. DONALD ORUAFE originario del Benin, ha aperto l’incontro con una preghiera con il coinvolgimento di tutti i presenti.

La sessione è stata condotta dal Dr. Riccardo Venturini. Il Dr. Venturini è il delegato dell’UPF di San Marino al Global Peace Council (Consiglio di Pace Globale) dell’UPF International.
Dopo il saluto all’assemblea ed un breve preambolo di apertura dei lavori il Dr. Venturini ha dato la parola al Dr. Tabacchi esperto, di problemi politici e non, del continente Africano.
Il Dr. Tabacchi ha presentato una accurata relazione sulle situazioni dipendenti da storici retaggi e ha ampiamente illustrato le insostenibili attuali difficoltà in cui versano quei popoli.
Ha relazionato anche sul come si stanno attivando vari associazioni ONG e gruppi di operatori sociali del volontariato appartenenti alle varie credenze religiose, ma anche gruppi di estrazione laica, che tutti insieme stanno cooperando per elevare quei popoli dalle loro difficoltà contingenti che sono causa di guerriglie che fomentano tante incomprensioni e costano tantissime vittime innocenti.
A seguire il Dr. Venturini ha chiamato al podio il Dr. Theophile Nsabimana dandogli la parola.
Il Dr. Theophile Nsabimana, originario dello stato del Ruanda, da anni residente in Italia legalmente, dove ha conseguito il dottorato alla Università degli Studi di Bologna.
Ha basato il suo intervento mettendo enfasi sulle ragioni che spingono molti suoi conterranei a lasciare il proprio paese e venire in Italia o in altri paesi Europei.
Molti, ha spiegato, per cercare di poter vivere una vita di lavoro ma in paesi di Pace, altri lasciano le loro terre a causa di governi dittatoriali e quindi arrivano con la richiesta di essere accolti in asilo politico che consenta loro, soprattutto, di salvare la propria vita.
Presenti in sala, tra gli altri, erano vari emigranti in Italia provenienti da vari paesi dell’Africa, ed hanno animato le esposizioni dei relatori con le loro molte domande.
David Gasperoni, studente universitario e operatore del Service for Peace, ha aperto, quindi, la seconda Tavola Rotonda che riguardava il “Medio Oriente” e più segnatamente i territori dei paesi di Israele e di Palestina, e avvalendosi della presenza di Hod Ben Zvi, responsabile del Jerusalem Center of Peace e UPF di Israele e di due giovani e valide rappresentanti dei due Stati confinanti ma in conflitto, ha dato la parola a Hod Ben Zvi il quale ha dato un‘introduzione al lavoro già svolto in quella terra e il contributo che San Marino e l’Italia hanno dato a molti progetti. Il Dr. Hod Ben Zvi ha poi introdotto Daniela Gasperoni, Presidente Service for Peace Italia per spiegare alcuni di quei progetti. Poi sono intervenute le due giovani rappresentanti Mediorientali: per prima è stata data la parola a Hiba Hamzah della città di Hebron in Palestina perché esponesse sinceramente le sue approfondite osservazioni.
Hiba Hamzah, ha descritto il quadro delle difficoltà per quel popolo per non poter vivere una vita di serenità e Pace a causa dell’irrisolto conflitto.
La sincerità con cui ha saputo esporre con chiarezza la situazione, spogliandosi di ogni partigianeria e fanatismo, ma facendo pervenire agli ascoltatori con le sue parole, il desiderio di quel popolo di addivenire ad una pacificazione con Israele che ha descritto come popolo fratello e non certo nemico, e con il dire ciò, ha colpito i presenti emozionandoli.
Le sue esposizioni sono state colme di voglia di vivere che, invece il conflitto, non consente e contestualmente, il desiderio di progresso, il desiderio di programmare una famiglia, il desiderio di sorridere, il desiderio che cessino tutti i rumori terribili della guerra.
David Gasperoni ha poi dato la parola a Marina Smolyanov, Israeliana.
Marina Smolyanov, ha esposto con profonde argomentazioni, come e quanto la gioventù Israeliana sia desiderosa di Pace con i vicini Palestinesi e che si possa instaurare e riconoscere il diritto di entrambi i popoli ad una Patria e ad una proficua, per entrambi, cooperazione fra i due Stati pacificati finalmente.
Ma ecco come secondo la sua convinzione filosofica appresa da un piccolo stato come il Bhutan, che asserisce che il successo della pacificazione di un popolo con altri popoli, può verificarsi e realizzarsi quando, anziché cercare una forma di progresso teso al solo scopo della preminenza dell’economia, si deve invece cercare un progresso che sia umanitario e che si prefigga lo scopo di realizzare il crescere nel concetto della ricerca della felicità per tutti ed equa per ognuno.
David Gasperoni, dopo aver commentato positivamente gli interventi delle due rappresentanti Mediorientali ha chiuso la seconda parte.

Alla riapertura dei lavori, il Moderatore di quest’ultima sessione Franco Pasqualini, chiamava al podio, dando la parola, il Signor Giorgio Gasperoni , Presidente della Sezione dell’U.P.F. della Repubblica di San Marino, organizzatore dell’evento, perché introducesse il successivo importantissimo personaggio e cioè il Segretario di Stato agli Affari Esteri di San Marino, la Dott.ssa Antonella Mularoni.
Senza ombra di dubbio, l’intervento dell’Illustre Segretario agli Esteri Dott.ssa Antonella Mularoni, ha rivestito un ruolo di primaria importanza, quando ha aperto il suo intervento dichiarando la sua approvazione per l’evento del “GLOBAL PEACE TOUR” che l’U.P.F., ha saputo organizzare in Repubblica che è notoriamente considerata “La Terra della Libertà”.
Ed ha aggiunto:-“ Quale potrebbe mai essere una “Libertà” se non avesse a connubio “La Pace”?.
Ed ha proseguito dichiarando il suo apprezzamento per l’intervento delle rappresentanti di Israele e Palestina, alle quali, non ha risparmiato i complimenti con l’augurio che presto, anzi molto presto, i Leaders dei loro Paesi, trovino la pacificazione per dare ai loro popoli una Pace proficua di progresso che solo la Pace può garantire.
Poi ha dovuto lasciare l’assemblea chiamata all’Alto suo Ufficio, non senza dichiarare che per nulla al mondo avrebbe voluto mancare di dare il suo benvenuto ai partecipanti con l’augurio di buon lavoro, perché parlando di Pace con, e fra le genti, La Pace possa realizzarsi alfine.
Al tavolo dei relatori erano presenti personalità di alto grado quali Leaders Religiosi di varie confessioni, così come anche esperti di varie filosofie partitiche e di varie estrazioni.
Quindi il Dr. Pasqualini chiamava al podio, il Dr. Antonio Stango, che è impegnato a rappresentare l’Italia, nei lavori del Comitato Europeo dei Diritti dell’Uomo.
Egli, nel suo intervento, ha esposto concetti ispirati ed illuminanti il grande riconosciuto alto contributo offerto al mondo, dall’Universal Peace Federation, per l’avvento di un miglior futuro purché si possa in fine realizzare la Pace fra tutti i popoli di buona volontà.
A seguire il Dr. TABACCI e il Dr. Venturini, hanno enfatizzato il loro intervento a completamento di quanto esposto nei loro precedenti interventi, chiarendo l’importanza che ricopre l’Universal Peace Federation con l’opera dei suoi Ambasciatori di Pace.
A seguire il Dr Pasqualinii ha chiamato al Podio il Signor Giuseppe Calì, Presidente per la Sezione Italiana dell’U.P.F., che ha dato lettura di un edificante scritto del Dr. HYUN JIN PRESTON MOON, Presidente Internazionale dell’U.P.F., che ha voluto indirizzare il suo saluto e i suoi complimenti per la manifestazione, e ne ha dettato i principi condivisibili per tutti i Leaders del mondo.
A seguire è stato chiamato al Podio il Cav. Uff. Renato Piccioni, Presidente dell’Accademia Culturale Sammarinese “Le Tre Castella” e Senior Ambasciatore di Pace, che ha dato lettura di una lettera indirizzata all’Assemblea dal Sen. a/v Presidente Emerito della Repubblica Italiana CARLO AZEGLIO CIAMPI, con cui si scusava di non aver potuto accettare l’invito a partecipare all’evento, perché già impegnato in pregresse confermate attività, e non mancava di complimentarsi ed augurare “un buono e proficuo lavoro dell’incontro di cui condivide i sani principi fondanti”.
A seguire dava lettura di una lettera inviata da Sua Eccellenza Reverendissima il Vescovo della Diocesi di San Marino/Montefeltro, Monsignor LUIGI NEGRI, che ringraziava per essere stato invitato all’evento, ma che non poteva presenziare perché già impegnato contemporaneamente nell’espletamento del Suo Alto Ufficio, e augurava successo al “Global Peace Tour” nella condivisione del desiderio di Pace che l’U.P.F. propugna in tutto il mondo.
Il Dr. Pasqualini, al termine dell’intervento del Presidente Piccioni, ha chiamato a turno i vari leaders delle varie Professioni Religiose presenti, perché portassero il loro contributo alle tematiche che l’incontro consentiva in completa piena libertà di esprimere se stessi, con i loro punti di vista.
Si sono avvicendati al podio:-
L’Imam ELZIE EZZEDIN – di Religione Islamica, Il Venerabile UPALI – Monaco Buddista, Il Rabbino BEN ZVI – di Religione Ebraica, Il Padre NATALE BRESCIANINI – Cattolico
Il Dr. Pasualini, a chiusura della Sessione, dopo aver espresso il suo personale vivo compiacimento per il successo della manifestazione, complimentandosi sia con gli oratori che con il pubblico partecipante, ha passato la parola al Presidente dell’U.P.F. della Sezione di San Marino Signor Giorgio Gasperoni.
“Non siamo venuti quindi per promuovere una religione o l'altra, ma per abbracciarle tutte per il raggiungimento dello stesso obiettivo. Questo sta a significare un cambiamento nel modo di promuovere la pace fra le diverse culture. Ogni partecipante della platea così come ogni relatore si è ascoltato l'un l'altro
con grande rispetto e in armonia, confrontandosi amichevolmente sui vari temi trattati. Piuttosto che portare ognuno le proprie ragioni, insieme hanno portato la pace. Vogliamo ringraziare tutti – ha concluso Giorgio Gasperoni - per la loro partecipazione e il loro personale contributo, ed ha nominato per l’occasione 11 nuovi Ambasciatori di Pace, concludendo la manifestazione del GLOBAL PEACE TOUR 2009 a San Marino.

Relazione del Cav. Uff. RENATO PICCIONI
Presidente dell’Accademia Culturale Sammarinese “Le Tre Castella”

Global Peace Tour - Italia; Antonio Stango

Intervento di Antonio Stango

Grazie Presidente per l’onore di avermi chiamato ad essere qui, e grazie anche agli altri rappresentanti della Universal Peace Federation.
Io ho avuto il piacere di fare parte di numerosi eventi organizzati anche da altre organizzazioni che sono nello stesso solco ideale della UPF: fin dal 1998 a Washington. Era allora una conferenza sulla libertà di religione.
L’amico Giuseppe ha detto che da molti anni mi sono dedicato ai Diritti Umani.
I Diritti Umani intanto sono universali, così come è universale la Federazione per la Pace che voi avete fondato e della quale alcuni di noi hanno avuto l’onore di essere chiamati Ambasciatori.
Ma i Diritti Umani sono e devono essere universali, così come sono e devono essere assolutamente indivisibili.
Uno dei temi del nostro tempo e con drammatica evidenza negli ultimi anni è quello che, in alcune parti del mondo, soprattutto ad opera di regimi totalitari, dittatoriali, spesso crudeli, si tende a dire che esistono delle visioni regionali dei Diritti Umani che portano ad assumere comportamenti diversi, ovvero a violare le libertà fondamentali, i diritti dell’individuo.
Io credo invece che questo non debba essere accettato innanzitutto dalla nostra coscienza, prima ancora che dagli Stati e dalle organizzazioni internazionali.
Ovunque nel mondo i diritti fondamentali devono essere rispettati senza alcun pretesto di regionalizzazione, a mio parere, così come è scritto nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
In questo ambito, fra i tanti diritti, il diritto alla libertà di coscienza, alla libertà di espressione, alla libertà piena di religione è quello a cui molti fra i presenti hanno dedicato tanta parte della loro vita.
Libertà di religione va intesa nel modo più pieno, nel senso di professare qualsiasi religione, di cambiare la propria religione, quello che alcuni regimi non consentono, di non professare alcuna religione, nel pieno rispetto ciascuno per le idee degli altri.
Questo rispetto deve essere garantito a tutti i livelli.
Ed è soltanto su questa base, su questo rispetto che il dialogo è possibile, che è possibile quella costruzione della pace alla quale la Universal Peace Federation dedica tante delle sue energie.
E’ per questo che vi ringrazio ancora una volta, e sono certo che da questo momento, forse il primo di così grande rilevanza che si tiene in Italia per la UPF, possono nascere ancora molti importanti passi in avanti. Grazie.

On. Lucio Marengo
Io vi devo ringraziare, e devo ringraziare Giuseppe Calì per questo invito a partecipare a questo incontro romano.
Ho sentito i messaggi della politica. Permettetemi, non voglio iniziare una polemica o una critica, ma qualche volta l’indifferenza della politica ci lascia perplessi. La Federazione Universale della Pace mi ha avvicinato da circa un anno.
Credetemi, quando si parla di pace significa parlare di solidarietà, significa parlare di giustizia, significa parlare di libertà, di prosperità per tutti, in un mondo dove questi sentimenti sono ritenuti di poco conto rispetto a chi invece impiega la vita per gli altri.
Visitare un ospedale, per esempio, può sembrare una sciocchezza; toccare con mano la sofferenza della gente, vedere nel nostro paese, e parlo di un paese civile, una sanità derelitta in molte regioni d’Italia, vedere la gente che non riesce a curarsi, questa è anche lotta per la pace. Perché come si fa a conseguire la pace se non c’è la serenità?
Quindi l’UPF qualcosa deve e può fare per il futuro, per un prossimo futuro, cominciando ad entrare nelle scuole, a spiegare alle giovani generazioni cosa è la pace perché qui tutti la pronunciano, ma pochi sanno o vogliono sapere quale significato abbia.
La pace è un fatto nobile, è un sentimento nobile, ma quanti la praticano?
Prima è venuto il Senatore Amoruso che questa mattina ha presentato una interrogazione al Senato per l’abolizione della pena di morte in quei paesi dove la pena di morte viene ancora praticata.
Il Senatore Amoruso ha partecipato ad una commissione interparlamentare “l’Assemblea del Mediterraneo”, costituita da tutti i paesi che si affacciano nel Mediterraneo, dove si parla di pace.
Quindi parliamo di pace, parliamo di sentimenti, parliamo di amicizia, parliamo di solidarietà, ma mettiamo in pratica le cose che pensiamo che debbano fare gli altri, facciamole noi. Cominciamo a fare noi quello che possiamo fare e allora, caro Presidente, quando riterrai opportuno dovremo incontrarci in maniera pragmatica, mettere a punto piccole semplici iniziative per portare il nostro messaggio di pace, di serenità, soprattutto laddove è necessario; perché i valori che noi abbiamo ricevuto come insegnamento dai nostri genitori, forse non siamo stati capaci di trasmetterli ai nostri figli, e allora siamo ancora in tempo per correre ai ripari, per fare in modo che le nuove generazioni comprendano cosa significa fratellanza, cosa significa la solidarietà, aiutarsi, aiutare chi soffre, ma aiutare veramente anche con piccoli gesti, con piccole attenzioni, con piccola disponibilità. Però è opportuno che qualcosa si faccia, altrimenti rimane un incontro, bello, piacevole, ma poi, dopo l’incontro non resterà niente. E noi non vogliamo che questo accada! Grazie.

Dott. Antonio Imeneo

Grazie a tutti voi, grazie al dott. Calì per le belle parole, grazie alla dirigenza e ai presidenti internazionali della UPF.
Come diceva l’onorevole, non bastano le parole: passiamo ai fatti. Con vivo piacere oggi presentiamo la nascita del primo UPF Medical Center Italia oggi, qui, realizzato nel Lazio vicino ad Aprilia.
L’UPF Medical Centre Italia è una realtà. Debbo dire con molto rammarico, con molto dispiacere, abbiamo trovato molti ostacoli e molta indifferenza da parte delle istituzioni locali: ci hanno osteggiato, non hanno compreso il messaggio di pace che noi volevamo portare e diffondere. Non c’entra nulla la UPF: la solidarietà, la pace, la famiglia sotto un unico Dio è universale! Ed io mi rivolgo quindi oggi a voi, ringraziando il dott. Calì, la dott.ssa Gabriella Mieli, la UPF Italia perché ha creduto in me, nelle nostre iniziative: Ma mi rivolgo alle Ambasciate, alle comunità religiose, alle associazioni tutte, affinché le comunità rappresentate dagli Ambasciatori, i membri, gli associati, i presidenti delle associazioni e delle comunità presenti qui, possano in qualche modo trovare un punto di riferimento in ambito sanitario, non solo per loro, in quanto la UPF non si rivolge solo a loro, ma a tutti i cittadini, in questo caso del Lazio, e d’Italia. Vorrei quindi manifestare il piacere e la gioia di avere aperto oggi e presentato l’UPF Medical Center: abbiamo accettato questa scommessa e la rigiriamo a voi affinché l’UPF Medical Center Italia possa essere sempre più grande. Trovate nelle cartelline il coupon da compilare per poter essere contattati e inseriti nel programma sanitario della UPF Medical Center. Grazie.

Prof. Franco Bucarelli

Grazie Presidente per avermi concesso questo onore che paradossalmente anche per chi è abituato a parlare in pubblico non mi giustifica una nota di piccola commozione. Perché? Intanto buonasera a tutti.
Io desidero portare, riassumendo per essere brevi, la mia esperienza di giornalista, anzi se volete di inviato speciale.
Sono stato per molti anni una delle voci del Giornale Radio Rai. Alla mia veneranda età di 77 anni ancora giro i 4 angoli del mondo raccogliendo testimonianze.
Ho cominciato con la tragedia del Vietnam, e l’ho conclusa e spero di continuare questa mia opera di ricognizione, ma anche di sensibilizzazione di certi problemi, del dramma ultimo della striscia di Gaza.
Allora attraversando questi cinque continenti, guardando le sofferenze, le miserie, il dolore, le angosce, le aspettative di tante popolazioni, io potrei dire che c’è un riassunto corale, in una sola parola, un’invocazione che sale, a volte violenta, a volte sopita, ma la parola è unica: pace, pace, pace!
Ma è possibile dare la pace oggi? E’ possibile rispondere a questa ansia e a questo dolore dei cinque continenti? Perché forse vi sfugge, ma se guardate la carta geografica, in questo momento ci sono decine e decine di conflitti. Noi seguiamo quello dell’Afghanistan, quello dell’Iraq, ma ci sono tante piccole guerre, rivoluzioni, lotte tribali: l’umanità è sofferente, è un corpo vivente che vive lo strazio, il dolore della mancanza di pace!
E allora è possibile dare la pace? Sì, sì! Ma bisogna cominciare dalle fondamenta. L’umanità è malata, è un corpo ammalato. Ma qual è il fondamento di un corpo? La cellula.
Immaginiamo l’umanità come soltanto un singolo corpo umano composto di cellule. Le cellule sono vitali, essenziali, e quando sono malate portano il tumore dell’insoddisfazione, della malattia, dell’infelicità, del dolore, della non pace. E allora cominciamo da questa piccola cellula Presidente: una cellula che si chiama Famiglia. La pace è possibile se cominciamo a lavorare in questa piccola cellula del corpo umano che si chiama famiglia, laddove in un secolo di violenza ogni giorno i telegiornali ci bombardano di violenze giovanili, senili: l’umanità è impazzita e allora bisogna piano piano aggiustare la cellula. Una piccola operazione genetica di buona volontà che possa consentirci di arrivare a costruire la pace: perché si può costruire la pace! E come? Cominciando dalla famiglia. Con la comprensione, con il rispetto, con l’educazione, con la tolleranza anche verso le idee dei giovani che possono sembrare originali, anormali, rivoluzionarie; ma i giovani hanno questo fermento prezioso, questo lievito che noi magari nella senescenza abbiamo un po’ perduto, smarrito per strada, oppure diluito con l’acqua della convenienza. E allora cominciamo da questa piccola cellula, la famiglia. La famiglia, primo mattone per costruire l’edificio della pace. Che cosa significa? Che una volta costruita questa nuova cellula, questa operazione genetica di comportamento nella famiglia, piano piano questa cellula si moltiplica. E’ una cellula benigna, non è maligna, ma è una cellula benigna che si trasforma piano piano in un flusso di umanità: diventano famiglie più famiglie, poi popoli, poi interi continenti e allora si arriva piano piano a costituire un fiume umano. Un fiume umano che deve e legittimamente e quasi spontaneamente superare le differenze ideologiche: anche le religioni. Scusatemi, io ho un concetto particolare. Le religioni sono un fondamento di pace, ma molto spesso si contrappongono tra loro perché hanno la sciocca vanità di presumere che loro hanno la verità assoluta. Quindi questa presunzione di avere la verità assoluta pone termini di comparazione con altre religioni e ad un certo momento si crea una specie di squilibrio o perlomeno di atteggiamento guardingo prudente verso l’altro, laddove invece le barriere dovrebbero essere aperte.
E questa cellula nasce, cresce. E chi la coltiva, quale laboratorio? La scuola. Presidente, ogni giorno si sentono omicidi nelle scuole in America, in Europa. Nei posti più impensati dove le popolazioni apparivano pacifiche, improvvisamente la gioventù impazzisce. E perché? Perché manca la cellula della famiglia: La cellula della famiglia è una cellula tumorale, infetta, che porta automaticamente a una società corrotta e violenta. E la violenza è la nemica numero uno della pace.
Allora è possibile fare questo fondamento. E’ possibile edificare cominciando dalla famiglia, cominciando dalla scuola, con grande buona volontà.
Io devo ringraziare il presidente Calì e anche i membri del board internazionale della Federazione per la Pace, perché la mia esperienza a Londra con loro è stata molto interessante. E certo è possibile, è possibile fare la pace, se questa umanità piano piano dalla famiglia, dalla scuola comincia, passo dopo passo, step by step, questa espressione inglese bellissima che quasi non si può tradurre, verso la pace.
E quale pace? Una pace per chi? Per una sola famiglia! Una sola famiglia che al di là delle religioni, al di là delle filosofie, delle ideologie riconosca una sola verità assoluta: Dio. Una grande famiglia sotto un solo Dio. Grazie.