28 novembre 2009

Lo Stato sociale è veramente al servizio della famiglia?

Lo Stato sociale è veramente al servizio della famiglia?

di Felice Previte

In senso riduttivo Welfare State è sinonimo di assistenza, interventi, aiuti di vario genere da parte dello Stato o dell’Ente Pubblico, “politiche”, oggi, che sono più che mai in crisi nel nostro Paese.
Alla legge finanziaria 2010 il Governo non può vantare di aver realizzato un “qualche cosa” in aiuto alla fragilità dell’uomo d’oggi, il quale soffre di disagio psichico.
Non facciamo politica e non siamo contro qualsiasi Governo! Solo evidenziamo emergenze.!
Continuano i periodi bui dettati dal completo disinteressamento verso questa “problematica sociale”, per il mancato ricorso a risorse tese e rese disponibili per il loro indirizzo alle necessità emergenti.
Fin dall’ultima Finanziaria 2009 indetta al traguardo del risanamento dei conti pubblici non era presumibile aspettarsi periodi buoni in favore della situazione in cui “vivono” i malati colpiti nella psiche, il disagio nelle loro famiglie e le evidenti ripercussioni nella società, perché altri capitoli di spesa incombono nel basculante Bilancio dello Stato.
L’amaro in bocca pervade, peraltro, date le misere provvidenze economiche per i disabili.
E così invece di porre in essere quei mezzi finanziari atti a provvedere strutture alternative di accoglienza di questi malati, pensare al fatidico “dopodinoi” , considerare le necessità economiche delle famiglie dove insiste un sofferente psico-fisico che “sopravvive” con 253,13 euro mensili, ci si preoccupa, per esempio, di esaminare se aumentare i patetici 274.000 euro annuali ai manager dello Stato od altro!
Ma non è vergognoso tutto questo.?
Tante, troppe volte le famiglie di questi sofferenti si sono chieste quali siano le ragioni della mancata visione delle conseguenze che apporta questa patologia anche nella società.
Nessuno si è fatto carico di promuovere iniziative in favore dei “malati”.
Nessuna voce si è alzata davanti a scelte sbagliate.
Nessuno di fronte alla destituzionalizzazione del “manicomio” ha proposto un approccio al problema della tutela dei pazienti e dei loro familiari con scelte appropriate.
Solo parole, parole, parole!
La prima scelta che si doveva operare è di valore antropologico che fa riferimento ai valori dell’umanesimo cristiano e dell’etica civile.
La seconda scelta riguarda la programmazione della salute mentale.
La terza fa riferimento al contesto socio-legislativo per neutralizzare i disagi che gli utenti e le loro famiglie incontrano nel quotidiano vivere.
Queste scelte fanno riferimento ad ambiti della salute fisica, del benessere psicologico e relazionale, della vita sociale chiamando in causa specifiche competenze quali psicologi, sessuologi, legislatori.
Molto poco è successo !
La famiglia, specie quella che ha sofferenti psico-fisici, in questo contesto storico ed in questa Finanziaria 2010 invece di essere “difesa” solo con “pannicelli”, ha il grave problema, fra altri, in evidente emergenza quella della ormai “seconda settimana” ed è letteralmente aggredita a livello culturale da una visione astratta, materialistica e consumistica. Questi sono i veri poveri!
L’esperienza quotidiana presenta un periodo, speriamo temporaneo, arduo e precario, una emergenza, una grande difficoltà in una società che fa del relativismo il proprio credo, quel relativismo che è diventato una sorta di dogma che non riconosce le necessità dell’uomo e si indirizza, piuttosto, verso una cultura di delirio verso gli animali domestici, verso i quali nutriamo un rigoroso rispetto, ma che non costituisce una moralità che supera anche il centralismo dell’uomo!
Una “storia” che dura da ben 31 anni, a tratti ironica a tratti drammatica, ma che manifesta l’urgenza del “problema.”

“Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità” dell’ONU

Disegno di legge n.1279 e n.2121 che hanno consentito la ratifica ed esecuzione della “Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità” dell’ONU.
Il Disegno di legge n.1279 di autorizzazione alla ratifica della “Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità” delle Nazioni Unite che il Governo ha inteso presentare il 16 dicembre 2008 al Senato della Repubblica in sede referente ( che è stato approvato), ripresentato col n.2121 il 20 febbraio ed approvato dall’Aula di Montecitorio, ci induce ad un modesto, ma deciso commento e tale verso quanti lasciano “marcire” la sofferenza fisica con il perdurare delle barriere sociali, sopratutto quella psicologica che affonda le radici nei drammi delle famiglie colpite dalle conseguenze della malattia mentale.
La forza con cui la Chiesa, i Vescovi ed il S. Padre affrontano questa situazione con chiare parole, forse un po’ lontane dall’atteggiamento che ci si può attendere, ma sono molto esplicite in difesa delle tante famiglie vittime di questo “male”che colpisce nel corpo e nell’anima da troppo tempo.
La “Convenzione”, giustamente, ha riconosciuto il cambiamento radicale di atteggiamento della società verso queste persone per raggiungere la piena eguaglianza considerandoli “individui” con menomazioni in un contesto sfavorevole che diventa disabilità.
La “Convenzione” ha tanti meriti, fra i quali è inserita ed è affermata la normativa che alle persone disabili, “in qualunque condizione esse si trovino, non sia possibile rifiutare l’alimentazione e l’idratazione” principio che doveva essere applicato al caso Englaro ( comma f art.25 ).
Ma la disabilità è ridotta ad una semplice enunciazione di principio all’art.17 (Protezione dell’integrità della persona) per la differenza con l’art.1 che “riconosce uguali diritti umani”e con l’assenza quasi totale in riferimento all’handicappato mentale, che abbisogna in diritto di cure alla salute e non proposizioni lavorative od altro come attesta l’art.27, che resta pur sempre, giustamente, “un diritto al lavoro delle persone con disabilità”, sempre in persone che non richiedono coesione di intelletto e responsabilità.
Ancora una volta insistiamo nel chiarire che disabile è colui che è privato di una forza fisica, handicappato è colui che ha avuto o conseguito uno svantaggio in partenza, una inferiorità interna più psichica che fisica.
Nel Preambolo si richiamano i principi proclamati dalle Nazioni Unite, comprensivi di quanto ha affermato la “Dichiarazione dei diritti dell’handicappato mentale” del 20 dicembre 1971 dove si sostiene che “l’handicappato mentale deve godere in tutta la misura possibile degli stessi diritti degli altri esseri umani”.
Quella evidente “inferiorità psichica” può portare a gravi conseguenze per la famiglie e per la società se non si danno misure sociali e legislative specifiche per ridurre “ i rischi dell’esclusione sociale senza discriminazione” come anela giustamente la “Convenzione” stessa agli artt. 3 e 5, “riconoscendo la disabilità un concetto in evoluzione” nel Preambolo lettera e) “riconoscendo inoltre la diversità” nel Preambolo lettera i), “ nel rispetto per la differenza” nell’ art 3 lettera d).
E’ necessario, quindi, un pieno riconoscimento dell’handicappato mentale nella sua veste specifica, apportando quelle “appropriate misure legislative” come sancisce l’art. 4 della “Convenzione”.
Prima di fare una valutazione giuridico-progetto di vita, quei Disegni di legge del Governo Berlusconi, senza apportare quelle modifiche dell’art.4 sopra citate, hanno immediatamente istituito un “Osservatorio Nazionale sulla condizione delle persone con disabilità” ( ennesimo oneroso trapezio burocratico), stabilendo oneri finanziari dal 2009 al 2014 in euro 500.000 per 40 persone, suddivise :
1.) spese missioni per 10 componenti per 30 riunioni annue ( 6 plenarie e 24 bisettimanali) per 350 euro al giorno così suddivise :
a.) per spese di viaggio euro 149,00
b.) per spese pasti euro 61,00
c.) albergo euro 140,00
totale euro 105.000
2.) per spese ausili e documenti Braille euro 95.000,00;
3.) per spese studi,ricerche, pubblicazioni euro 300,000,00
totale euro 500.000,00

Ci chiediamo e domandiamo : come può una persona handicappato mentale, in sede giuridica compiere
a.) “proprie scelte” art.3 lettera a), che richiedono coesione di intelletto o responsabilità ;
b.) “capacità giuridica” art.12/2;
c.) controllare i propri affari finanziari ed avere uguale accesso a prestiti bancari, mutui ipotecari” art.12/5 d.)”veste di testimoni” art.13/1;
e.) “vivere in maniera indipendente” art.19 ;
f.) “ di sposarsi” art.23/a, quando necessitano per legge condizioni di valutazione del concetto giuridico di consenso e volontà ?;
g)“piena capacità mentale” art. 26/1;
h) “diritto a mantenersi attraverso il lavoro comprensivo ed accessibile” art.27, quando la “Convenzione” non pone alcuna distinzione sulla natura delle minorazioni o menomazioni consentendo di godere della “capacità giuridica” art.12/2 non valutando l’incapacità di agire delle persone che non possono rappresentarsi da sole;
Ci chiediamo e domandiamo in sede etica il progetto di vita :
a.) se con euro 255.13 ( salvo maggior handicap) un “disabile fisico o un handicappato psichico può vivere ?
b.) perché, come sosteniamo da anni, non attuare il “Dopodi noi” ( sfiorato ma non regolamentato dall’art.12/5 della “Convenzione”) cioè l’assenza della sicurezza economica del vivere quotidiano dopo la morte dei genitori o parenti del disabile fisico o dell’handicappato psichico;
Ma è condivisibile, inoltre, con i citati Disegni di Legge del Governo all’art. 2 punto 1. dare “piena ed intera esecuzione alla “Convenzione” e al Protocollo Opzionale”, quando si “mette in moto” l’aborto e l’eutanasia sia nei confronti ed a danno dei disabili fisici e degli handicappati psichici ?
Ma questo è o non è licenza di uccidere!
Se queste metodologie venissero applicate è tragico che una imperfezione del feto possa essere una condizione per praticare l’aborto, o la possibilità che tutti i disabili, specie quelli psichici, potrebbero correre il rischio di essere sterilizzati o subire forme di eutanasia, applicazione dell’aborto selettivo,limitazione delle nascite, “misure”, ritenute per evitare complicazioni onde prevenire la diffusione di handicap genetici, che offendono la dignità della persona e che negano il diritto alla vita.
Inoltre in contrasto con l’art.10 per “l’inalienabile diritto alla vita”, con l’art.15 “nessuno dovrà essere sottoposto ad esperimenti medico-scientifici, e con l’art.16 contro “ogni forma di sfruttamento, violenza od abuso”.
Siamo per la vita!
Non vorrei trovarmi nei panni di quel medico che quand’anche fosse autorizzato a staccare la “spina” od “altro”in base ad ipotetico provvedimento guardando le sue mani direbbe sempre con angoscia :
siete state voi a spegnere una vita.
Chiediamo che l’Italia assuma leggi appropriate, come sancisce l’art.4/1 della “Convenzione”, nella rideterminazione delle leggi 180/1978 e 833/1978 in una legge-quadro, riconoscendo i diritti e le necessità degli handicappati mentali per la tutela al diritto della loro salute, per le loro famiglie e per la sicurezza di tutti i cittadini.
Con quei Disegni di Legge :
a.) non si è inciso su leggi e regolamenti vigenti né comunitari ;
b.) non sono state introdotte nuove definizioni normative
c.) non si è abrogata esplicitamente né implicitamente nessuna norma:
Ma ci chiediamo e chiediamo con l’opinione pubblica, ma quali sono i benefici della “Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità” e cosa otterranno i destinatari diretti (le persone con handicap psico-fisico ) e quelli indiretti ( la società ) e quando verranno risolti i veri problemi inerenti i disabili fisici e gli handicappati psichici?

L’etica morale ed il bene comune.

L’etica morale ed il bene comune.

di Francesco Felice Previte,

Questi due principi si trovano là dove sono difesi e tutelati i diritti della persona umana, specialmente di quelli che sono portatori di handicap psico-fisici.
Vi è gente distratta e frettolosa, giovani nervosi e scontenti, anziani incompresi ed abbandonati, neonati lasciati sulle strade o nei cassonetti della spazzatura, nuclei familiari alla ricerca di qualche cosa, famiglie con tenitrici di ansia, frustrazioni, stress, dove brulicano depressione ed altri problemi.
Questo è il mondo che in parte riscontriamo, mentre “fuori” impera il consumismo, l’edonismo il materialismo, l’erotismo più sfrenato e via dicendo,”qualità” che corrono e concorrono verso un superficialissimo effimero. Ma siamo in un’epoca democratica !.
Questa svolge le sue funzioni quando vengono eliminate quelle reali disparità che rendono efficiente il diritto positivo,”fuori” da quelle esteriorità di quel “mondo”.
Ogni volta che si sente criticare il sistema democratico perché lento, inconcludente disordinato, bisogna replicare che questi “difetti”, a volte inevitabili, possono essere sollevati perché siamo in un sistema democratico e libero
In libertà e non in libertinaggio!.
Sotto altri” regimi” si dovrebbe tacere, ubbidire, rinunciare ad ogni critica, ad ogni volontà di riforma alla libertà di esprimere un proprio parere. Ciò non significa, comunque, che non si possa o non si debba criticare il sistema, perché per quante lacune possa avere, esso resta il migliore tra i “regimi” che la storia moderna abbia prodotto col consenso del popolo..
La nostra Costituzione, fin’oggi, poggia su tre principi fondamentali : uguaglianza,libertà e fratellanza. Proprio su quest’ultima, cioè il principio della solidarietà sociale, vogliamo porre la nostra attenzione la cui applicazione è a volte carente, anche da parte dello Stato Sociale.
Quante sopraffazioni, quante truffe, quante beffe, quante furbizie legali sono in atto ed in netto contrasto con questo principio.
La solidarietà sociale che la nostra Costituzione, fin’oggi, pone in linea generale nell’art.2 là dove afferma che “la Repubblica…richiede l’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà…” è dovuta all’influsso di idee filosofiche e dottrine di uguaglianza e libertà, ma soprattutto a quella immensa “rivoluzione” storica che è stato il cristianesimo perché si diffonda nel mondo l’idea di una fraternità universale, di una comune appartenenza alla famiglia dei figli di Dio.
Nella predicazione del Salvatore troviamo i presupposti per una nuova visione della convivenza tra gli uomini fondata sull’amore e sulla pace ribadita poi, a più di duemila anni di distanza dalle Nazioni Unite.
Solidarietà sociale, principio altamente etico, che ogni uomo deve compiere verso i più sfortunati della vita, verso i più bisognosi e più diseredati, è un concetto che induce ad essere non solo difensore di diritti, ma anche di doveri verso la società.
E trova conferma, anche giuridica, nei diritti di uguaglianza e di pari dignità sociale più volte richiamati dalla Costituzione. Innanzi a queste aride nozioni, ma di altissimo significato che ci richiamano al diritto costituzionale e che ci hanno sempre esaltato, nel contemplare il panorama nel quale oggi si muove la società, notiamo con l’etica morale, che essa società non è in simbiosi con la necessità di operare in favore delle categorie più deboli e se compie qualche “cosa” lo fa in esteriorità ampliata.
Sui temi più scottanti della nostra epoca dalle varie forme di handicap ed a quanto attenta il vivere civile, malgrado confortanti e lodevoli iniziative solidaristiche, non si riesce ad organizzare l’utilizzo del nostro tempo per la “gestione” dei rapporti con gli “altri” favorendo la tendenza a rinchiuderci nei nostri privilegi piuttosto ché in una armonica intesa verso il bene comune.
Quante parole inutili, quante tante poche realizzazioni!.
La guida sociale dei valori della giustizia della solidarietà, della equità, delle pari opportunità è stata travisata nell’autorizzazione all’abuso minando alle fondamenta la progettualità su cui, lo ripetiamo, confortanti private iniziative solidaristiche costruiscono scelte e principi di giustizia, di valori morali e di solidarietà.
Viviamo un periodo d’instabilità, di smarrimento, d’incredulità.
Le Pubbliche Amministrazioni, le Istituzioni sono “distratte”, in generale ci proteggono poco, siamo nelle mani del fato, non ci consentono di gioire della vita, quale dono di Dio. Non ci inducono alla fiducia nella sfiducia. Ci fanno vivere e respirare (salvo un tassa futura) un’aria greve e carica di veleni, irradiando un deserto di solitudine.
L’anonimato urbano, il vivere “soli” accanto a centinaia di migliaia di persone è l’espressione sintomatica dell’uomo moderno.
Ecco allora che è necessario, al di là del sentimento personalistico, spezzare queste catene, questi vincoli, questi incantesimi, spalancare le porte al Divino Messaggio (come sempre proviene dalla Soglia Apostolica di S. Pietro ) ed essere osservanti delle leggi dello Stato, ma nel contempo “ribellarci” comunicando, ispirando, gridando solidarietà e pace!.
Bisogna saper” morire” al proprio egoismo per rinascere alla vita dell’amore solidale.
L’efficacia d’irradiamento di questa cultura va oltre i confini dei valori etico-sociali.
Essa coinvolge le coscienze dei cristiani prima e degli uomini attenti al rapporto bisogno-sensibilità dell’uomo moderno, dopo.
Non vogliamo apparire censori, moralizzatori, untori di manzoniana memoria, siamo come tanti molto realisti e presenti alla quotidianità.
Innanzi al grave attentato,l’egoismo,contro l’uomo d’oggi,tutti, nessuno escluso, abbiamo la responsabilità di un severo esame di coscienza.!

Ecco caro don Antonio ciò che doveva dire : bene comune significa solidarietà e pace !!!

La curiosità nella diversità, base del successo del Trofeo della Pace

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La curiosità nella diversità, base del successo del Trofeo della Pace

di Alessandro Barretti

“Ogni volta che l’uomo incontra l’altro gli si presentano tre possibilità: fargli guerra, ritirarsi dietro un muro, aprire un dialogo”. In poche parole Ryszard Kapuscinski, giornalista e scrittore polacco venuto a mancare nel gennaio del 2007, condensa il ventaglio di alternative che si manifestano nel momento in cui ci imbattiamo nell’altro. Un altro con il suo bagaglio di esperienze, credenze religiose, norme di comportamento; in una parola, l’altro con la sua cultura.

La via scelta da chi ha ideato e quindi dato vita al Trofeo della Pace è evidentemente la terza, cioè quella del dialogo, del confronto, della comprensione reciproca. Perché forse il vero obiettivo, più ancora che l’integrazione, è la consapevolezza dell’altro, la definizione di un’eterogeneità culturale da proteggere e stimolare. Insomma, evviva la diversità, se quando si incrociano due strade a prevalere è la curiosità. Quello stato d’animo che stimola l’andare verso ed è nemico del ritrarsi. Un esempio in tal senso viene proprio dal torneo arrivato quest’anno alla quarta edizione. Al termine di Egitto-Tibet i giocatori dello stato che stato non è per unilaterale volontà del governo cinese - e che dai nordafricani ne beccano tanti a pochi -, si fermano sul campo di pallone e continuano, sotto la pioggia, a correre e rincorrersi e ridere con l’entusiasmo dei puri d’animo. Succede che gli egiziani vengono rapiti dalla scena, si fermano a bordo campo e quando gli avversari escono iniziano a chiedere loro notizie sulla questione tibetana. Pare che tra gli egiziani molti manco sapessero localizzare il Tibet sulla cartina geografica ma questo poco importa. Ciò che conta, ciò che “fa cultura”, è lo stimolo a interessarsi all’altro.

Eppoi l’altro si può manifestare sotto varie forme, pure gastronomiche. E così capita che la signora Angel, capitano non giocatore della Costa d’Avorio, inizi a cuocere dolcetti per i suoi giocatori e finisca per infornare chili e chili di biscotti perché i suddetti piacciono a tutti, e tutti i presenti al campo, ivoriani o meno che siano, aspettano il momento in cui l’angelo del forno scopre il vassoio con le sue delizie.

Comprendo e vengo incontro. I giocatori della Romania hanno chiesto all’organizzazione del torneo di spostare una partita che cade nel giorno della Pasqua ortodossa. Cos’è capitato al Trofeo della Pace? Romeni accontentati e chiamati a parlare dei significati della Pasqua ortodossa. Succede poi che la reciproca intesa non sia sufficiente, ma che per sopravvivere sia necessario unirsi. E’ il caso dell’Italia-Birmania, squadra nata per accogliere tre giovani profughi birmani che da soli non avrebbero potuto partecipare alla manifestazione.

Già, si è pure giocato a calcio. Beh, il torneo sette contro sette si è concluso domenica 24 maggio a Monza. Ha vinto l’Egitto Nord Africa, proprio come lo scorso anno, superando dopo i calci di rigore l’Egitto 1 (7-5 il risultato finale). Terzo classificato il Marocco, che nella “finalina” ha battuto 6-5 la Costa d’Avorio. Non resta che rinnovare l’appuntamento per la prossima edizione, consapevoli del fatto che al Trofeo della Pace la scelta, fatta da tempo, si chiama dialogo.

TROFEO DELLA PACE 2009

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TROFEO DELLA PACE 2009

Torneo interetnico di calcio a 7 – quarta edizione

di Carlo Chierico

Promosso e organizzato dalla sezione di Monza Brianza della UPF Universal Peace Federation, il Trofeo della Pace ha avuto l’adesione e il patrocinio della Provincia di Milano e dei Comuni di Monza, Agrate Brianza, Brugherio, Cologno Monzese e Villasanta.

Il Trofeo della Pace è iniziato il 22 marzo con la “festa del sorteggio” mentre il calcio d'inizio è stato dato domenica 29 marzo con la partita inaugurale tra la squadra campione in carica dell’Egitto Nord Africa e il Senegal.

Poi per molte domeniche, nei campi da gioco dei vari Comuni aderenti, fino al 24 maggio, giornata conclusiva con la finalissima, le premiazioni e il rinfresco finale, questo torneo ha visto protagonisti insieme circa 200 giocatori con 16 squadre: Bangladesh - Bolivia - Colombia - Costa D’Avorio - Ecuador - Egitto 1 - Egitto N. A. - Italia Birmania - Italia Diritti Umani - Italia Maunazzi - Marocco - Perù - Romania – Senegal – The African Football e Tibet.

Sempre nello spirito di integrazione, coesione sociale, amicizia e rispetto dei popoli, che costituiste "l'anima fondante" del Trofeo. Credendo fermamente nei grandi valori che lo sport è in grado di esprimere: lo sport è passione, lo sport è condivisione, lo sport è pace, lo sport è vita. E cercando di fare in modo che questi non siano slogan vuoti ma libera espressione dei tanti giovani, di tutte le etnie, nazionalità e fede religiosa, che vi hanno partecipato.

Come l’anno scorso, anche per l’edizione 2009 sono stati utilizzati i palloni della campagna “diritti in gioco”, fabbricati in Pakistan senza lo sfruttamento del lavoro minorile e distribuiti in Italia da Commercio Alternativo, mentre tra i vari sponsor tecnici citiamo la società del Monza Calcio e il Centro Sportivo Ambrosini di Monza dove sono state giocate molte partite.

Per ulteriori informazioni ed eventuali proposte di collaborazione ed adesione alla prossima edizione si può scrivere all’indirizzo mail monza@iifwp.it oppure visitare il sito dedicato www.trofeodellapace.org

Seminario sul tema: "progetti educativi per il futuro"

INIZIATIVE

Seminario sul tema: "progetti educativi per il futuro" e posa della targa per commemorare "l'Albero della Pace" a Sesto San Giovanni (MI). Sabato 16 maggio 2009.
La giornata è iniziata all'aperto, presso il parco del Centro Civico Demo Costa Zaccarelli dove il Comune, rappresentato dall'Assessore Giovanni Urro, insieme ad alcuni esponenti della UPF/Universal Peace Federation, rappresentanti di comunità religiose e della società civile, ha voluto porre una targa celebrativa a ricordo dell'Albero della Pace, un acero piantato il 21 settembre 2007 come segno permanente nella città di Sesto San Giovanni.
Dopo una breve presentazione della Universal Peace Federation da parte di Carlo Chierico, che accennava al valore fondamentale della pace per tutti, ben espresso dal motto della UPF inciso sulla targa: "la speranza di ogni generazione è un mondo di pace e unità", prendevano la parola alcuni rappresentanti delle comunità religiose, tra cui il venerabile monaco buddista Rev. Upali, il maestro sufi Mohsen Mouelhi ed il signor Hocine Bouchemal, responsabile del locale Centro Islamico. Alla fine, i presenti toglievano insieme il telo che copriva la targa commemorativa e si univano nel "brindisi della pace".
Poi nella sala grande della bella e funzionale struttura dello stesso Centro Civico, iniziava il convegno, con la seconda tappa del seminario, la prima era stata tenuta a Monza, sul tema: "progetti educativi per il futuro", dedicato ad insegnanti ed operatori nella formazione.
Si partiva con la relazione introduttiva del prof. Giovanni Cominelli, esperto di sistemi educativi, che verteva sulla grande crisi vissuta attualmente la scuola, di ogni ordine e grado, con la conseguente preoccupazione per i giovani di oggi, apparentemente disinteressati a determinati valori etici e morali e davvero poco motivati verso i percorsi scolastici. Quindi Mauro Sarasso, segretario nazionale della UPF, presentava un approccio innovativo per l’educazione dei giovani, basato sull’Educazione del Carattere della Universal Peace Federation, che veniva ripreso e approfondito con l’esperienza pratica del docente Valerio Morello in una scuola media piemontese, con ragazzi di età intorno agli 11/12 anni, dove veniva letto e applicato direttamente dagli stessi ragazzi, con il supporto costante dell’insegnante, il libro sull’Educazione al Carattere dell’UPF, con risultati davvero positivi per i giovani studenti.
Dopo le 3 relazioni principali veniva lasciato spazio ai presenti per contributi, esperienze e domande fino al termine del seminario durato oltre 2 ore; la conclusione di Mauro Sarasso era incentrata sull’idea che da questo gruppo di lavoro possa nascere qualcosa di significativo per il futuro, visto il carattere itinerante del seminario, con il prossimo appuntamento previsto in autunno a Bergamo.

L’Iniziativa sull’Educazione del Carattere

INIZIATIVE

L’Iniziativa sull’Educazione del Carattere

di Giorgio Gasperoni

Il programma sull’Educazione del Carattere della Universal Peace Federation è stato sviluppato per far fronte alla mancanza di una comprensibile educazione morale per i bambini. Il programma è composto di 12 testi più il manuale per gli insegnanti, sono facili e riportano storie che pongono delle sfide morali. Uno studente del Gambia ha commentato: “Ho letto la storia sulla natura del conflitto e come confrontarmi con esso. L’ho riletto tante volte, e sto cercando di applicare quella lezione alla mia vita giornaliera”.

L’esperienza ci mostra che l’Educazione del Carattere è più efficace quando c’è un sforzo comune fra la famiglia, la scuola e il territorio. Il carattere è influenzato e influenza tutti questi livelli dell’esistenza umana. Dei bravi individui formano e si formano in buone famiglie, famiglie solide fanno si che la comunità sia stabile ed armonica, famiglie armoniche formano delle buone nazioni, e delle buone nazioni portano la pace nel mondo. In realtà, l’Educazione del Carattere è molto di più di una semplice preoccupazione individuale. È la chiave alla pace mondiale.
L’iniziativa all’Educazione del Carattere della UPF ha un approccio a vari livelli che includono programmi e curriculum scolastico, programmi educativi per la famiglia e il territorio, e come imparare la cultura del servizio per le persone di tutte le età. Questa visione d’insieme è unica nella Educazione del Carattere, che mette enfasi principalmente sull’impatto che ha la scuola sul carattere. L’iniziativa dell’Educazione del Carattere è stata ideata per guidare e sostenere i giovani a realizzare i tre scopi di vita, precisamente:
1. Crescere e diventare una persona con un carattere maturo, 2. Realizzare buone relazioni e una famiglia di amore, 3. Dare un contributo di valore e duraturo alla società
Inoltre, mentre la maggior parte dei programmi sull’Educazione del Carattere mettono in rilievo lo sviluppo delle virtù individuali, l’iniziativa dell’Educazione del Carattere della UPF racchiude tutte le virtù sotto il suo motto: “Vivere per il bene degli altri” o “Amore altruistico”.
Ogni aspetto del programma è sviluppato con questo motto alla sua radice. I valori chiave che vengono enfatizzati all’inizio del corso sono rispetto, responsabilità, onestà, fiducia, compassione, integrità, gratitudine, perseveranza ed impegno – tutti questi valori sono componenti ed espressione dell’amore altruistico.
La nostra speranza è che questi libri possano beneficiare i giovani in tutto il mondo nell’aiutarli a sviluppare il loro carattere e che possano assisterli nel fare le scelte giuste in relazione a loro stessi, alle loro famiglie, al territorio intorno a loro, alle loro nazioni e a questo mondo condiviso.

Vivere la pace, ovvero parlare di pace e agire di pace tutti insieme

INIZIATIVE

Vivere la pace, ovvero parlare di pace e agire di pace tutti insieme

di Riccardo Venturini

La pace è una condizione che si costruisce lentamente nel tempo e gli appuntamenti, come il Summit di Seul, sono delle tappe importanti.

Una nuova visione per la pace nel XXI° secolo: a Seoul, Corea del Sud, dal 29 maggio al 2 giugno 2009 si è svolto il Summit Mondiale sulla Pace alla presenza di oltre seicento delegati in rappresentanza di tutti i paesi del mondo. Il tema affrontato è stato: Costruire un Mondo di Pace Universale: Essere Una Famiglia Sotto Dio. Il bisogno di incontrarsi e dialogare per approfondire insieme temi quali:
• la risoluzione dei conflitti e l’intervento della UPF con iniziative di pace
• la Famiglia come una risorsa sociale di pace nel mondo, il ruolo della UPF nella costruzione di una cultura globale del volontariato
• il rilancio della collaborazione con l’ONU per la diffusione della pace
• l’impegno del Consiglio Globale della Pace (GPC) per la crescita e lo sviluppo di ogni paese secondo la propria identità
era grande, così come la necessità di riconoscere come un elemento prioritario per affrontare la grave situazione di crisi economica e dei valori sia da ritrovare nella persona. Ogni Ambasciatore di Pace, ogni persona che vive l’esperienza della Universal Peace Federation si è resa conto e ha potuto riconoscere il proprio valore che in ognuno dei contesti di riferimento si sarebbe trasformato in pensieri e in azioni per diffondere valori di pace e di rispetto gli uni degli altri. Avere bisogno di una Perché dobbiamo incontrarci in Corea per trovare un senso al tempo che in maniera volontaria dedichiamo alla soluzione di problemi spesso più grandi di noi? Perché pensiamo nel nostro piccolo di potere contare qualcosa per invertire una tendenza alla rialzo dell’interesse individuale contro la collettività? Semplicemente perché crediamo che l’azione, anche piccola, di ognuno di noi possa portare il mondo verso un cambiamento e, proprio attraverso e con l’UPF, ognuno di noi diventi protagonista di pace, possa cioè essere colui che nella direzione di invertire una tendenza contagia e condivide con altri (persone che vivono in ogni angolo del mondo) i valori di pace, di coesione, di disinteresse, di altruismo, di fiducia, di voglia di vivere insieme che, come valori, oggi abbiamo nascosto dalla nostra esistenza. A Seoul abbiamo trovato un senso per la nostra vita che esce dal piccolo quotidiano che ciascuno deve affrontare a Paramaribo o a Vanuatu, a Suva o a Sofia, a Montreal o a Sapporo, ma che sotto uno stesso tetto trova la coesione e il senso di fiducia nella vita e nell’esistenza per affrontare in maniera risolutiva anche conflitti duraturi e profondi tra popolazioni e paesi nei punti caldi del mondo.
Imparare gli uni dagli altri incomincia dal cibo che si condivide e si scopre insieme a pranzo, a colazione e a cena, piatti salati, dolci o piccanti, pietanze semplici o composte, ingredienti conosciuti o meno familiari, ma con la scelta quotidiana per ognuno di potere mettere qualcosa nel piatto e mangiarlo insieme e parlando e conversando di argomenti preziosi e unici che venivano svelati e approfonditi con curiosità e pazienza da chi si trovava attorno a quel tavolo in quella occasione. La pace è una condizione che si costruisce lentamente nel tempo e gli appuntamenti come il Summit di Seoul sono delle importanti tappe in un percorso che a volte è in discesa, a volte è in salita, ma sempre deve essere affrontato insieme e sempre nella direzione di trovare una soluzione ad ogni conflitto attraverso una negoziazione. Siamo protagonisti solo, quando siamo chiamati in prima persona ad esprimere una nostra idea, un nostro pensiero e l’UPF a noi tutti offre quell’identità e quella responsabilità che ci aiuterà a dare quel significato e quel senso che certamente la nostra vita merita per essere vissuta in un interesse che supera l’individuo per ritrovare la collettività.