di Carlo Alberto Tabacchi
Silenzioso e remoto villaggio nella selvaggia regione dello Svaneti, Ushguli rappresenta la località più elevata d' Europa abitata in modo permanente, trovandosi a 2200 m sul livello del mare
Il paesaggio da Mestia, capoluogo dello Svaneti, ad Ushguli è di una bellezza incontaminata, tra boschi impareggiabili e tumultuosi torrenti. Con una spartana Lada Niva russa impiegherò, con un amico romano ed un robusto driver locale, circa 5 ore per raggiungere il paesino, incontrando un imprevisto guado dovuto allo straripamento anche di sassi di un torrente, numerose buche sulla mulattiera ed alcuni precipizi su un profondo canyon.
L' obiettivo di questo avventuroso itinerario è vedere da vicino una ventina di torri- fortezza in pietra che circondano e caratterizzano Ushguli. La Georgia nel corso della sua antichissima storia venne occupata dai romani, greci, persiani, ottomani-turchi e dai sovietici (questi ultimi dal 1801 al 1991, anno dell' indipendenza). Tali costruzioni, oggi disabitate, risalenti al x secolo d.C. servivano alla popolazione per rifugiarsi quando era in pericolo e anche come rifugio durante le faide tribali: gli abitanti si ammassavano in 40-50 su 3-4 livelli. La particolarità è che le torri non hanno una porta o un ingresso, bensì una finestra a 5-6 metri dal suolo, da raggiungere solo con l' ausilio di una scala, prontamente ritirata prima dell' arrivo degli assalitori. Quindi, le torri (in georgiano kioski) con poche feritoie diventavano inespugnabili per diverso tempo.
Abbastanza complicato riuscire a superare con la jeep una piccola valanga di acqua, fango e pietre, dovuta alla precipitazione della notte precedente: esiste il serio rischio che il fuoristrada per la forza dell' acqua possa cappottarsi a valle. Attimi di perplessità ma sicuro e tenace il driver, Valiko, purosangue della zona, con alcuni precisi colpi di sterzo ed accelerate supera indenne l' ostacolo.
Fitti boschi di abeti soprattutto, carpini e querce avvolgono la zona. Alcuni sporadici venditori di miele (tapli in georgiano) vendono lo squisito, profumato e rinomato prodotto: ne approfitto per acquistarne un litro a 15 lari (solo 7 euro!).
Le buche ed avvallamenti sul terreno non danno tregua: la velocità naturalmente rimane sempre piuttosto bassa. Dopo un paio di ore, breve sosta panoramica in un silenzio irreale, magico, incredibile; si sente sotto l' impeto di un torrente grigio- avano che come un serpente scende a valle in una stretta gola rocciosa. Scarsi i
segnali stradali nella mulattiera: vengo a sapere che il georgiano non ha legami con nessuno dei gruppi linguistici conosciuti, aspetto che continua ad affascinare i linguisti; è composto di 33 lettere, con 5 vocali ed è scritto in minuscolo, quindi non esiste il maiuscolo.
Diversi tornanti fanno comparire e scomparire vette innevate: il monte Shkara raggiunge i 5200 m, il più elevato del piccolo paese caucasico. Finalmente, con la schiena "provata" dalla mulattiera ci avviciniamo in questo paesaggio fiabesco, punteggiato da povere e semplici case, sormontate dalle torri-fortezze, sobrie ed eleganti, che "sorvegliano" e rassicurano i pochi abitanti.
Mi riferiscono che con 2 ore di buon cammino si arriva nella regione montuosa della Cabardino-Balcaria (capitale Nalcik), appartenente alla Federazione Russa. Breve passeggiata sotto la pioggia per raggiungere in una strategica posizione su una collina la chiesa Vergine Maria, risalente al dodicesimo secolo e dotata di una torre difensiva. Purtroppo, il monte Shkara resta avvolto da una densa nebbia mentre gruppi di abeti fanno da corollario a questo indimenticabile paesaggio.
Ciotoli bagnati, sterco di mucca e scivoloso terreno ci accompagnano in questo paesino-fantasma, dove ovviamente non esiste la benché minima traccia di lusso: internet, schermo televisivo al plasma, antenna parabolica rimangono appannaggio di altre società. Forse, l' unico segno di modernità rimane il possesso di un fuoristrada, davvero necessario per le condizioni proibitive del manto stradale e per il rigido clima invernale.
P.S. Il breve ma tragico conflitto per l' Ossezia del Sud tra Georgia e Russia avrà durevoli e vaste ripercussioni nei rapporti Stati Uniti-Europa e Federazione Russa: non possiamo come Europa abbandonare Tblisi, ma seguirla con maggiore saggezza, rassicurandola così come tranquillizzare i paesi dell' Est che percepiscono Mosca come un pericolo. La Russia sembra più traballante di quanto non si creda, altrimenti non si sentirebbe minacciata da Georgia e Nato.
4 febbraio 2009
Nel segreto mondo dell'Iran
di Carlo Alberto Tabacchi
A cavallo tra Medio Oriente, subcontinente indiano e Caucaso, ricco di risorse petrolifere, la mullahcrazia iraniana riveste un ruolo strategico di primissimo piano. E l'apparato dei servizi di intelligence rappresenta un ramificato strumento per controllare il paese ed avere influenza su alcune rilevanti aree internazionali.
Ai tempi dello Scià Reza Pahlevi esisteva la temibile Savak (Sazman-i amniyat va ittila't-e keshvar, acronimo per Organizzazione e nazionale di sicurezza ed intelligence). Aveva compiti piuttosto estesi e si occupava anche di gestione delle carceri, istruzione di processi ed emissione di sentenze per i delitti politici .... Nel febbraio 1979, in seguito al celebre ritorno in patria dell'ayatollah Khomeini e all'instaurazione della Repubblica teocratica, la Savak venne sciolta e sostituita da un nuovo organismo, la Savama (Sazamneh ettila'at amniyat-e-mihan) che durò fino al 1993, quando nacque la attuale Vevak (Vezarat-e ettila'at va amniyat-e keshvar, alias Ministry of intelligence and security). Tale struttura impiega 14 mila funzionari, tutti civili, di cui circa 4-5 mila all'estero.
5 direzioni principali costituiscono la Vevak:
- Direzione analisi e strategia (n° 11), incaricata non solo della gestione e dell'analisi delle informazioni per le più alte autorità dello Stato, ma anche delle operazioni di disinformazione,
- Direzione sicurezza interna (n° 12), con il compito della protezione delle istituzioni statali e di centri nevralgici (confini terrestri, aeroporti, porti ....),
- Direzione sicurezza nazionale (n° 13), che sorveglia i movimenti e le organizzazioni di opposizione al regime,
- Direzione controspionaggio (n° 14), a livello di territorio nazionale che estero,
- Direzione intelligence esterna (n° 15), che raggruppa e coordina le missioni di ricerca ed analisi delle informazioni.
Oltre a tali direzioni, esistono altri dipartimenti: esteri, pianificazione, operazioni, formazione/addestramento, servizi finanziari ....
I membri del Vevak non sono tutti islamisti puri e duri, ma piuttosto nazionalisti; vengono sottoposti ad una stretta sorveglianza da parte dei Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione, affinché restino fedeli al regime.
Sotto copertura diplomatica agiscono numerosi agenti: bisogna sapere che il Vevak lavora in forte collaborazione con il Ministero degli esteri; alcuni ambasciatori sono risultati essere membri dei servizi a tutti gli effetti.
E gli agenti clandestini operano sotto varie coperture: ad esempio, come personale della compagnia di bandiera Iran air, come componenti di associazioni culturali o caritatevoli, giornalisti (agenzia di stampa Irna o televisiva Irib), bancari, medici ed infermieri (la Mezza luna rossa iraniana serve spesso come pretesto), studenti ....
Tra le "antenne" più rilevanti all'estero troviamo Amman, baricentro del Medio Oriente. Importanti i rapporti con l'omologo servizio segreto siriano, russo, libico e sudanese. Interesse prioritario rivestono anche Emirati Arabi Uniti, Barhain nonché i paesi dell'Asia Centrale. In Europa viene attribuita particolare attenzione a Berlino, Vienna, Parigi, Ginevra, Istanbul, Ankara, Nicosia e Roma.
Le missioni preminenti del Vevak riguardano la sorveglianza, la manipolazione e talvolta l'eliminazione fisica dei membri dell'opposizione al regime iraniano che vivono all'estero. Ad esempio, suscitò scalpore nel marzo 1993 l'uccisione a Roma del rappresentante in Italia del Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Cnri), Mohammad Hossein Maghi, ad opera di alcuni sicari in motocicletta, sospettati di appartenere al Vevak. Ma anche in altre città europee sono stati "freddati" autorevoli esponenti dell'opposizione.
All'interno del paese preoccupano non poco i servizi di sicurezza sia i curdi a nord-ovest sia gruppi etnici-religiosi nel sud-est, nel Seistan-Balucistan, di confessione sannita.
Se le aree orientali di maggiore interesse e preoccupazione del Vevak sono quelle situate a ridosso del confine con il Pakistan, anche il turbolento Afghanistan non sfugge all'attenzione dei servizi iraniani, dove i suoi agenti sono presenti ed attivi da diversi anni. Si ricorda l'uccisione nel 1998 di 8 "diplomatici" del consolato iraniano di Mazar-e Sharif. Durante il regime talebano, l'Iran ha sostenuto i movimenti armati di opposizione, accogliendo sul proprio territorio il leader pashtun dello Hezb-i-islami (partito islamico), Gulbuddin Hekmatyar, oppure fornendo aiuti logistici ed istruzione paramilitare agli sciiti hazarà dell'Hezb-e-wandat (partito dell'unità) di Abdul Ali Mazari. Nel 2001, Teheran ha condannato l'invasione dell'Afghanistan considerando che la minaccia costituita dalla presenza di forze statunitensi e di altri eserciti nel paese era ben più pericolosa per l'Iran di quella rappresentata dai talebani. Da allora, Teheran sostiene tutti i gruppi armati, tanto sciiti quanto sunniti, che si oppongono alla presenza delle forze della coalizione in
Afghanistan, conducedendo parallelamente anche azioni di promozione e/o propaganda.
Dopo la caduta dei talebani, l'Iran ha protetto per svariati motivi i membri di Al-Qaeda, così come molti suoi responsabili hanno trovato rifugio nel paese. Alcune fonti hanno segnalato anche la presenza sporadica in Iran di Al Zawahiri e di Saad bin Laden, il più attivo dei 3 figli di Osama; nella primavera/estate 2007, i 3 figli di Osama, Saad, Mohammed e Othman avrebbero addirittura soggiornato presso il regime sciita. Per alcuni osservatori, Teheran utilizzerebbe Al-Qaeda e la sua "nebulosa" che vi gravita intorno, per favorire e portare a termine le proprie attività di politica estera in determinate aree ritenute sensibili e di prioritario interesse. L'obiettivo primario di Osama, cioè la destabilizzazione del regime saudita, rimane sicuramente uno dei motivi irrinunciabili per Teheran.
Da tempo è noto il collegamento iraniano con gli Hezbollah (partito di Dio) in Libano ed i miliziani di Hamas e della Jihad islamica nella striscia di Gaza per costituire una sorta di santuario nel sud dello stato ebraico per potere lanciare azioni dirette e/o di disturbo nel cuore del territorio israeliano.
Anche il duro e prolungato contenzioso propagandistico Washington-Teheran su delicate questioni non sembra risolversi a breve-medio termine. Come si può intuire, l'Iran è ora più forte di quando Bush ha iniziato il suo mandato. Gli Stati Uniti hanno eliminato il suo principale rivale al confine occidentale, l'Iraq; in secondo luogo, gli americani sono sembrati poco efficaci nell'utilizzare nella complessa regione le armi della diplomazia e della pressione morale, permettendo a Teheran di conquistare Hamas, disperdere Fatah e rafforzare la propria influenza sugli Hezbollah.
A cavallo tra Medio Oriente, subcontinente indiano e Caucaso, ricco di risorse petrolifere, la mullahcrazia iraniana riveste un ruolo strategico di primissimo piano. E l'apparato dei servizi di intelligence rappresenta un ramificato strumento per controllare il paese ed avere influenza su alcune rilevanti aree internazionali.
Ai tempi dello Scià Reza Pahlevi esisteva la temibile Savak (Sazman-i amniyat va ittila't-e keshvar, acronimo per Organizzazione e nazionale di sicurezza ed intelligence). Aveva compiti piuttosto estesi e si occupava anche di gestione delle carceri, istruzione di processi ed emissione di sentenze per i delitti politici .... Nel febbraio 1979, in seguito al celebre ritorno in patria dell'ayatollah Khomeini e all'instaurazione della Repubblica teocratica, la Savak venne sciolta e sostituita da un nuovo organismo, la Savama (Sazamneh ettila'at amniyat-e-mihan) che durò fino al 1993, quando nacque la attuale Vevak (Vezarat-e ettila'at va amniyat-e keshvar, alias Ministry of intelligence and security). Tale struttura impiega 14 mila funzionari, tutti civili, di cui circa 4-5 mila all'estero.
5 direzioni principali costituiscono la Vevak:
- Direzione analisi e strategia (n° 11), incaricata non solo della gestione e dell'analisi delle informazioni per le più alte autorità dello Stato, ma anche delle operazioni di disinformazione,
- Direzione sicurezza interna (n° 12), con il compito della protezione delle istituzioni statali e di centri nevralgici (confini terrestri, aeroporti, porti ....),
- Direzione sicurezza nazionale (n° 13), che sorveglia i movimenti e le organizzazioni di opposizione al regime,
- Direzione controspionaggio (n° 14), a livello di territorio nazionale che estero,
- Direzione intelligence esterna (n° 15), che raggruppa e coordina le missioni di ricerca ed analisi delle informazioni.
Oltre a tali direzioni, esistono altri dipartimenti: esteri, pianificazione, operazioni, formazione/addestramento, servizi finanziari ....
I membri del Vevak non sono tutti islamisti puri e duri, ma piuttosto nazionalisti; vengono sottoposti ad una stretta sorveglianza da parte dei Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione, affinché restino fedeli al regime.
Sotto copertura diplomatica agiscono numerosi agenti: bisogna sapere che il Vevak lavora in forte collaborazione con il Ministero degli esteri; alcuni ambasciatori sono risultati essere membri dei servizi a tutti gli effetti.
E gli agenti clandestini operano sotto varie coperture: ad esempio, come personale della compagnia di bandiera Iran air, come componenti di associazioni culturali o caritatevoli, giornalisti (agenzia di stampa Irna o televisiva Irib), bancari, medici ed infermieri (la Mezza luna rossa iraniana serve spesso come pretesto), studenti ....
Tra le "antenne" più rilevanti all'estero troviamo Amman, baricentro del Medio Oriente. Importanti i rapporti con l'omologo servizio segreto siriano, russo, libico e sudanese. Interesse prioritario rivestono anche Emirati Arabi Uniti, Barhain nonché i paesi dell'Asia Centrale. In Europa viene attribuita particolare attenzione a Berlino, Vienna, Parigi, Ginevra, Istanbul, Ankara, Nicosia e Roma.
Le missioni preminenti del Vevak riguardano la sorveglianza, la manipolazione e talvolta l'eliminazione fisica dei membri dell'opposizione al regime iraniano che vivono all'estero. Ad esempio, suscitò scalpore nel marzo 1993 l'uccisione a Roma del rappresentante in Italia del Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Cnri), Mohammad Hossein Maghi, ad opera di alcuni sicari in motocicletta, sospettati di appartenere al Vevak. Ma anche in altre città europee sono stati "freddati" autorevoli esponenti dell'opposizione.
All'interno del paese preoccupano non poco i servizi di sicurezza sia i curdi a nord-ovest sia gruppi etnici-religiosi nel sud-est, nel Seistan-Balucistan, di confessione sannita.
Se le aree orientali di maggiore interesse e preoccupazione del Vevak sono quelle situate a ridosso del confine con il Pakistan, anche il turbolento Afghanistan non sfugge all'attenzione dei servizi iraniani, dove i suoi agenti sono presenti ed attivi da diversi anni. Si ricorda l'uccisione nel 1998 di 8 "diplomatici" del consolato iraniano di Mazar-e Sharif. Durante il regime talebano, l'Iran ha sostenuto i movimenti armati di opposizione, accogliendo sul proprio territorio il leader pashtun dello Hezb-i-islami (partito islamico), Gulbuddin Hekmatyar, oppure fornendo aiuti logistici ed istruzione paramilitare agli sciiti hazarà dell'Hezb-e-wandat (partito dell'unità) di Abdul Ali Mazari. Nel 2001, Teheran ha condannato l'invasione dell'Afghanistan considerando che la minaccia costituita dalla presenza di forze statunitensi e di altri eserciti nel paese era ben più pericolosa per l'Iran di quella rappresentata dai talebani. Da allora, Teheran sostiene tutti i gruppi armati, tanto sciiti quanto sunniti, che si oppongono alla presenza delle forze della coalizione in
Afghanistan, conducedendo parallelamente anche azioni di promozione e/o propaganda.
Dopo la caduta dei talebani, l'Iran ha protetto per svariati motivi i membri di Al-Qaeda, così come molti suoi responsabili hanno trovato rifugio nel paese. Alcune fonti hanno segnalato anche la presenza sporadica in Iran di Al Zawahiri e di Saad bin Laden, il più attivo dei 3 figli di Osama; nella primavera/estate 2007, i 3 figli di Osama, Saad, Mohammed e Othman avrebbero addirittura soggiornato presso il regime sciita. Per alcuni osservatori, Teheran utilizzerebbe Al-Qaeda e la sua "nebulosa" che vi gravita intorno, per favorire e portare a termine le proprie attività di politica estera in determinate aree ritenute sensibili e di prioritario interesse. L'obiettivo primario di Osama, cioè la destabilizzazione del regime saudita, rimane sicuramente uno dei motivi irrinunciabili per Teheran.
Da tempo è noto il collegamento iraniano con gli Hezbollah (partito di Dio) in Libano ed i miliziani di Hamas e della Jihad islamica nella striscia di Gaza per costituire una sorta di santuario nel sud dello stato ebraico per potere lanciare azioni dirette e/o di disturbo nel cuore del territorio israeliano.
Anche il duro e prolungato contenzioso propagandistico Washington-Teheran su delicate questioni non sembra risolversi a breve-medio termine. Come si può intuire, l'Iran è ora più forte di quando Bush ha iniziato il suo mandato. Gli Stati Uniti hanno eliminato il suo principale rivale al confine occidentale, l'Iraq; in secondo luogo, gli americani sono sembrati poco efficaci nell'utilizzare nella complessa regione le armi della diplomazia e della pressione morale, permettendo a Teheran di conquistare Hamas, disperdere Fatah e rafforzare la propria influenza sugli Hezbollah.
ECONOMIA E XXI° SECOLO
La visione unificazionista vuole promuovere, in campo economico, gli ideali dell'interdipendenza, della prosperità comune e dei valori universalmente riconosciuti
di Enzo De Concilio
Per presentarvi la visione del Fondatore dell’UPF(Universal Peace Federation), Sun Myung Moon, quella che chiamiamo la visione unificazionista, dell'economia, penso che sia necessario fare una breve premessa. Nel pensiero unificazionista in generale il concetto della famiglia, e delle relazioni che in essa s'intrecciano, ha una posizione assolutamente centrale. Queste relazioni familiari sono fondamentalmente di tre tipi ben differenziati tra loro: quella tra genitori e figli, quella tra i coniugi, quella tra fratelli e sorelle.
Tutte le altre relazioni che intratteniamo nella società e nel mondo, a tutti i livelli sino addirittura a quello macroscopico dei rapporti tra le nazioni, costituiscono in un modo o nell'altro estensioni, specificazioni o applicazioni dell'uno o l'altro dei tre rapporti fondamentali che abbiamo appena menzionato. Deriva, da ciò, che le strutture sociali sono tanto più sane e funzionali, quanto più esse elaborano in modo coerente i contenuti fondamentali dell'una o dell'altra di queste tre relazioni primarie.
Ciò chiarito, possiamo affermare che, in questa prospettiva, i rapporti economici sono caratterizzati dalla logica del rapporto tra fratelli. Così come nell'individuo, attraverso la relazione con i fratelli e le sorelle nella famiglia, si matura la prima fase della crescita della personalità, così anche, nella società, il raggiungimento di determinati obiettivi economici, da parte di un'aggregazione umana, sia essa una famiglia, un'impresa, una nazione, etc., è la premessa necessaria per la crescita della politica, della cultura e della scienza.
I rapporti economici, perciò, si giocano su un piano assolutamente orizzontale e paritario. In essi si esprime quella sana competitività, che è una caratteristica originale e insopprimibile dalla natura umana. Il giusto desiderio di migliorare la qualità materiale della propria vita, dapprima nelle esigenze essenziali di cibo, abbigliamento e abitazione, per poi estendersi a tutto il "di più" (definiamolo pure il "superfluo") che il progresso tecnologico e culturale può mettere a disposizione delle persone, motiva queste ultime a confrontarsi tra loro, mosse da uno spirito di emulazione costruttivo, in cui il successo dell'uno non è ricercato a detrimento di quello dell'altro, ma al contrario si colloca nel quadro più ampio del benessere dell'intera famiglia.
È positivo e normale, perciò, nel rapporto tra fratelli, il desiderio di primeggiare, di contendersi il ruolo del "primus inter pares" giocando la partita con lealtà, nel contesto di regole chiare e condivise. Le distorsioni si verificano, invece, quando si vuole forzare un'innaturale uguaglianza in termini di proprietà e non in termini di opportunità, disincentivando l'impegno e frustrando il merito. Per questo motivo, una politica economica di estesa redistribuzione dei redditi, attuata in modo più o meno palese o occulto attraverso la modulazione della leva fiscale e le modalità di prestazione dei servizi pubblici, non realizza una vera uguaglianza, capace di soddisfare l'anelito di giustizia sociale insito nelle persone, ed è, invece, inumana e deleteria.
Un altro tipo di distorsione si riscontra quando la competizione economica è basata, invece che sull'inventiva e sulla creatività di ognuno, applicate nella ricerca, nell'innovazione e nell'investimento, sull'ostacolo - se non addirittura sulla demolizione - del lavoro degli altri.
Così come, nella famiglia, i genitori vigilano sull'andamento delle relazioni tra i fratelli, così anche nell'economia ci sono degli enti sovraordinati, quali gli stati e i diversi organismi internazionali, che elaborano e fanno rispettare le regole della contesa e prevengono processi distorsivi. E tuttavia è essenziale che questi enti non partecipino essi stessi, avvantaggiandosi della loro posizione, alla competizione economica.
Queste prime osservazioni ci forniscono degli spunti per criticare la teoria economica che maggiormente ha permeato e influenzato, con effetti assolutamente negativi, la società moderna, e cioè quella marxista.
Agli esatti antipodi del pensiero unificazionista, quello di Marx è totalmente ostile all'istituzione familiare, che esso reputa innaturale e artefatta, e ovviamente prescinde dal quadro di relazioni che abbiamo fin qui descritto. Nel comunismo, il carattere umano nei suoi vari aspetti, e tra questi la naturale competitività in ambito economico, è represso e lo stato (ovvero, a seconda dei punti di vista, il partito unico) è l'unico operatore di una finta e sterile economia.
Il collettivismo è basato, inoltre, su una visione deformata della solidarietà. La solidarietà è una caratteristica naturale del rapporto di fratellanza, mentre il pensiero di Marx, ingannevolmente, denuncia le ingiustizie ma, alimentando il senso di sfiducia e disseminando la reciproca ostilità, non fa altro che condurre alla condivisione dell'inerzia e della miseria.
Anche la funzione stessa dello stato, in quel sistema ideologico che pur lo esalta, è priva di punti di riferimento ideali. Nello schema dei rapporti familiari, dal quale abbiamo preso le mosse per questa discussione, i rapporti politici dovrebbero essere ispirati dalla logica del rapporto tra genitori e figli. Il ruolo del governo dovrebbe corrispondere, perciò, a quello dei genitori nella famiglia. La presenza dei genitori assicura la protezione di tutti i figli ed è garanzia dell'osservanza delle regole fondamentali e assolute.
Ma, come abbiamo osservato nella pratica delle società ispirate al socialismo reale, il ruolo e la figura dei genitori sono - semmai - ancor più sviliti di quelli dei fratelli e delle sorelle. In quel modello di società, non c'è spazio per la relazione genitori / figli e l'apparato statalista è, nelle relazioni economiche, al tempo stesso padrone, arbitro e unico giocatore.
Un risultato solo apparentemente contraddittorio di questa impostazione ideologica, che rifiuta la presenza di un'autorità di tipo genitoriale, di mediazione ed equilibrio, nel campo dell'economia, lo vediamo nella politica delle cosiddette "liberalizzazioni", che in questi ultimi tempi sono il cavallo di battaglia, soprattutto, degli economisti impegnati politicamente a sinistra. Le liberalizzazioni, propagandate come misure a favore dei consumatori, in realtà attribuiscono ancor più estesi vantaggi a quelle parti che, proprio negli specifici settori oggetto di tali misure, già in precedenza godevano di ingiustificati privilegi, determinati dagli sbilanciati rapporti di forza contrattuale e dalle asimmetrie informative.
Il gravissimo errore di quella politica sta nel fatto che, affinché e prima che lo stato possa rimuovere determinate, tradizionali regole di comportamento e specifici requisiti per l'accesso, nel campo economico, è necessario che prima si siano consolidate - e vengano applicate in modo generalizzato alle relazioni commerciali - delle etiche condivise.
Fondamentalmente, l'etica condivisa necessaria per assicurare il superamento dei problemi, delle inefficienze e delle sperequazioni che affliggono i rapporti economici è quella basata sul vivere ricercando l'interesse comune generale, interesse comune nel quale, sicuramente, trova la migliore soddisfazione anche l'interesse del singolo individuo.
Per constatare quanto l'interesse generale sia oggi subordinato a quello particolare, e vengano perseguite strategie economiche fondamentalmente distruttive e parassitarie, basta considerare il ruolo quasi egemone che si è assicurata la cosiddetta "finanza". In linea di principio, difetterebbero persino i presupposti per inquadrare, ad esempio, le transazioni di borsa tra le attività economiche. Nei mercati azionari, infatti, non si produce alcunché. L'arricchimento degli operatori che speculano sui cambi è semplicemente la contropartita delle perdite subite da altri soggetti, le cui attività imprenditoriali scompaiono dal mercato e sono divorate da fallimenti che, evidentemente, non sempre corrispondono a comportamenti fraudolenti o a scarsa attitudine commerciale.
Il nostro ideale economico è molto diverso. Per dirla con le parole di un testo unificazionista tra i più noti, "lo scopo supremo delle attività economiche, fino ad oggi, è stato quello di accumulare denaro. Nel mondo originale, invece, chi dovesse trovarsi a vivere un'opulenza solitaria, con gli altri intorno afflitti dalla povertà, non potrebbe non provare una sofferenza insopportabile nel cuore. Chiunque guadagnasse tanto denaro, desidererebbe naturalmente offrirne una parte ai propri prossimi o alla società. In altre parole, le persone s'impegnerebbero a concretizzare l'amore di Dio attraverso le proprie attività economiche. In tutti i campi, non soltanto nell'economia, le persone vorrebbero concretizzare l'amore di Dio: in questo modo si stabilirebbe la cultura del Cuore" (Fondamenti del Pensiero dell'Unificazione, ed. ital., 2003, pagg. 102-103).
In controtendenza con un'interpretazione divenuta ormai abitudinaria, che vede nell'economia l'ambito di applicazione del mero egoismo, ed è fonte di diffidenza, di contrasto distruttivo, di dispersione di risorse ed energie, occorre ripensare i rapporti economici in un'ottica di tipo familiare, come quella che abbiamo descritto all'inizio. In un'unica, come tale riconosciuta, famiglia umana, la quale riesca a riunire insieme gli "estranei" dell'odierno villaggio globale, è naturale che fratelli e sorelle integrino, gli uni con gli altri, e rendano disponibili, gli uni agli altri, le rispettive abilità, competenze, risorse, disponibilità, conoscenze ed esperienze, con ovvio beneficio per tutti.
In definitiva, il pensiero unificazionista vuole promuovere, in campo economico, gli ideali dell'interdipendenza, della prosperità comune e dei valori universalmente riconosciuti. Con questi ideali come suo fondamento, la struttura economica della società rassomiglierà a quella di un corpo umano in buona salute: "produzione, distribuzione e consumo debbono avere una relazione interdipendente e organica simile a quella che esiste tra apparato digestivo, circolatorio e metabolico. Non dovrebbe esserci competizione distruttiva dovuta ad iperproduzione, né eccessivo accumulo e iperconsumo dovuto a una distribuzione ingiusta, contraria al benessere della collettività. Dovrebbe esserci adeguata produzione di beni necessari e utili, equa distribuzione che assicuri disponibilità sufficienti ai bisogni della gente e ragionevole consumo, in armonia con lo scopo generale" (Esposizione del Principio Divino, 1997, pag. 329).
Per concludere, vorrei fare un breve accenno alla teoria della storia dei rapporti economici, elaborata nel pensiero unificazionista, che è alquanto diversa da quella oggi prevalente. Questa idea prevalente, cui mi riferisco, si fonda su una visione dualista, che individua una contrapposizione conflittuale tra due dottrine economiche divergenti e inconciliabili, l'una capitalista, l'altra comunista.
Questo modo di vedere le cose rigidamente orientato al dualismo è condizionato dalla logica dialettica, d'ispirazione materialistica, che ha fatto la parte del leone nella cultura del ventesimo secolo. Ritenendo questa logica del tutto arbitraria e superata, la nostra analisi storica intende prescinderne e partire da basi nuove e diverse.
Omettendo di considerare le società primitive, in cui è virtualmente assente ogni connotazione economica, lungo quasi tutto il corso della storia i rapporti economici sono stati confinati nell'ambito di minuscole entità autosufficienti, facenti riferimento a territori piccoli e isolati. A seconda dei diversi ambienti, definiamo questa struttura economica come tribale o feudale.
Soltanto in epoche relativamente recenti quel tipo di struttura economica è stata soppiantata. L'affermazione delle grandi monarchie nazionali prima, e le rivoluzioni francese e americana poi, hanno stabilito solidi ed estesi sistemi di sovranità, che hanno prodotto economie forti e dinamiche. Lo sviluppo di queste economie ha portato in breve volgere di tempo all'accumulazione dei capitali e alla centralizzazione dei poteri decisionali.
In questo frangente, con il concorso dell'accelerazione esponenziale, che frattanto è stata impressa agli eventi dallo stupefacente progresso tecnologico e scientifico dell'età contemporanea, gli uomini hanno creduto di poter realizzare il mondo ideale che era stato soltanto agognato dalle generazioni passate. Questa aspirazione a un mondo ideale di benessere e felicità è stata però basata su una concezione errata, materialista ed egoista, dell'uomo, del mondo e della storia.
Da queste premesse sbagliate, sono nate tre correnti economiche, che si sono rapidamente affermate in successione temporale una rispetto all'altra, ma che a tutt'oggi in qualche misura ancora coesistono. Si tratta di tre sistemi che hanno, da una parte, la motivazione comune dello sfruttamento delle masse dei più deboli e dei meno provveduti, da parte di ristrette élites di potenti e, dall'altra parte, il comune vizio di un'inumana, aberrante ingiustizia. I tre sistemi si chiamano, nell'ordine, capitalismo, imperialismo, comunismo.
Nella realtà, i tre sistemi non sono affatto alternativi tra loro, perché costituiscono soltanto tre tentativi, il secondo un po' più elaborato rispetto al primo e il terzo decisamente più raffinato e persuasivo dei due precedenti, di imporre un modello di società radicalmente malvagio. Tutti e tre i sistemi sono portatori d'istanze meramente utilitaristiche, e sono privi di riferimenti etici: quando affermano dei loro valori, questi sono irrimediabilmente falsi. Queste tre teorie economiche considerano l'essere umano intrinsecamente egoista, e per questo motivo non possono creare le condizioni per la sua felicità, neppure in presenza del più abbondante benessere materiale.
In particolare, il terzo sistema, il comunismo, è talmente assurdo, disumano e utopico che, a ben vedere, esso non avrebbe neppure mai potuto diffondersi com'è riuscito a fare, se non avesse avuto come rampa di lancio e come propellente gli sciagurati risultati pratici e la diffusa destabilizzazione delle coscienze, causati dalle altre due forme di devianza ideologica, applicata al campo economico, che l'avevano preceduto.
Ma è tutto così sconfortante nella storia della teoria economica? Non c'è stato davvero nessuno che abbia offerto contributi positivi? Io non credo, e voglio citare, a mo' di esempio, alcune apprezzabili figure storiche. Il primo che viene alla mente è Thomas More: nella società utopica da lui disegnata coesistono la struttura di tipo familiare, con il governo degli anziani, e l'elettività democratica delle massime cariche; le leggi sono poche e chiare a tutti; la gente è pacifica, senza risultare imbelle; l'eguaglianza economica cementa tra le persone una forte unità spirituale e politica, da cui promana e si alimenta una spinta espansiva.
In tempi più recenti troviamo Robert Owen, promotore delle istanze delle riforme sociali e delle garanzie legali nel pieno della rivoluzione industriale, il quale ridusse gli orari di lavoro dei suoi operai, allestì presso la sua fabbrica una cooperativa di consumo e una cassa mutua e vi istituì una scuola per l'istruzione dei ragazzi.
Lo stesso socialismo profondamente umano ha ispirato, in tempi più recenti, la particolare esperienza del Villaggio Crespi, realizzato alla confluenza tra i fiumi Adda e Brembo, in Lombardia.
Un altro personaggio interessante è Charles Kingsley, rappresentante del socialismo cristiano (termine coniato da John Frederick Denison Maurice), chiamato anche "muscular christianity", perché individuava nell'attività fisica e lavorativa il viatico per la crescita spirituale.
Vorrei infine ricordare, nel panorama contemporaneo, l'interessantissima figura di Amartya Kumar Sen. Questo economista indiano, motivato da un forte impegno interdisciplinare, sente molto vivo il senso globale del sapere economico. Nel suo pensiero, l'economia politica si caratterizza come scienza sociale, inscindibilmente connessa con la filosofia morale e la metodologia. Sen ha riflettuto a lungo sulle motivazioni delle scelte sociali (collettive), giungendo alla conclusione che esse, ben lungi dall'essere meramente utilitaristiche, risentono invece delle circostanze storiche, sociali e culturali.
Un punto molto interessante nell'analisi di Sen è quello della giustizia distributiva che - per ragioni sia di logica che di etica - dev'essere concentrata all'inizio e non al termine del processo economico. Infatti, la redistribuzione delle risorse al termine del processo economico risolve solamente in parte il problema dell'equo trattamento dei soggetti meno fortunati, e collateralmente priva quei soggetti del diritto di provvedere, individualmente e personalmente, al proprio sostentamento.
La violazione, a livello sociale e politico, di tale specifico diritto mina la dignità e la libertà dell'essere umano. Così, la riflessione di Sen stimola una più ampia discussione, sulle cause della povertà e sui rimedi da adottare, che deve essere estesa oltre le tradizionali sedi, al di là delle mere problematiche produttive o redistributive.
La visione unificazionista conviene anch'essa sulla stretta interazione tra gli aspetti della libertà e della responsabilità. Gli studi di Sen valorizzano, dei due versanti di questa influenza reciproca, quello che forse è meno intuitivo, ma è altrettanto importante da comprendere dell'altro: è sostenendo in prima persona la più ampia responsabilità della propria vita (e ciò indipendentemente dall'inevitabile condivisione con altri di aspetti anche assai importanti di essa), che l'uomo si rende veramente libero.
A conclusione di questa brevissima analisi storica, possiamo rilevare come il seguito che hanno ottenuto, e la notorietà che conservano, le figure che abbiamo ricordato non è certo paragonabile a quella degli esponenti del socialismo più antagonista, come Proudhon, Marx o Lenin.
Comunque, nonostante la rilevanza mondiale ottenuta in passato, il comunismo ateo, che come abbiamo descritto prima è l'ultimo, e più vigoroso dei tre sistemi economici falsi, è oggi oggetto di ampia sconfessione e deciso superamento.
Rimane però ancora molto da fare, prima che siano completamente rimossi tutti i guasti e la confusione che esso ha portato. Ovviamente, una volta che sarà stato debellato il comunismo, non avrà più alcun senso neanche parlare di capitalismo o di imperialismo e si aprirà un capitolo completamente nuovo nelle relazioni economiche.
D'altra parte, la sconfitta definitiva del comunismo sarà procrastinata fino a quando l'umanità non avrà scelto, in piena consapevolezza e determinazione, di abiurare per sempre l'odio, il risentimento, l'invidia, l'egoismo, e di vedere in ciascun individuo un altro membro dell'unica, grande, comune famiglia umana.
La visione di Sun Myung Moon è ottimista sulla possibilità di stabilire, come risultato di una scelta di questo tipo, che sarà adottata in tempi ragionevolmente brevi, un sistema di rapporti economici equi, funzionali e soddisfacenti per tutti.
di Enzo De Concilio
Per presentarvi la visione del Fondatore dell’UPF(Universal Peace Federation), Sun Myung Moon, quella che chiamiamo la visione unificazionista, dell'economia, penso che sia necessario fare una breve premessa. Nel pensiero unificazionista in generale il concetto della famiglia, e delle relazioni che in essa s'intrecciano, ha una posizione assolutamente centrale. Queste relazioni familiari sono fondamentalmente di tre tipi ben differenziati tra loro: quella tra genitori e figli, quella tra i coniugi, quella tra fratelli e sorelle.
Tutte le altre relazioni che intratteniamo nella società e nel mondo, a tutti i livelli sino addirittura a quello macroscopico dei rapporti tra le nazioni, costituiscono in un modo o nell'altro estensioni, specificazioni o applicazioni dell'uno o l'altro dei tre rapporti fondamentali che abbiamo appena menzionato. Deriva, da ciò, che le strutture sociali sono tanto più sane e funzionali, quanto più esse elaborano in modo coerente i contenuti fondamentali dell'una o dell'altra di queste tre relazioni primarie.
Ciò chiarito, possiamo affermare che, in questa prospettiva, i rapporti economici sono caratterizzati dalla logica del rapporto tra fratelli. Così come nell'individuo, attraverso la relazione con i fratelli e le sorelle nella famiglia, si matura la prima fase della crescita della personalità, così anche, nella società, il raggiungimento di determinati obiettivi economici, da parte di un'aggregazione umana, sia essa una famiglia, un'impresa, una nazione, etc., è la premessa necessaria per la crescita della politica, della cultura e della scienza.
I rapporti economici, perciò, si giocano su un piano assolutamente orizzontale e paritario. In essi si esprime quella sana competitività, che è una caratteristica originale e insopprimibile dalla natura umana. Il giusto desiderio di migliorare la qualità materiale della propria vita, dapprima nelle esigenze essenziali di cibo, abbigliamento e abitazione, per poi estendersi a tutto il "di più" (definiamolo pure il "superfluo") che il progresso tecnologico e culturale può mettere a disposizione delle persone, motiva queste ultime a confrontarsi tra loro, mosse da uno spirito di emulazione costruttivo, in cui il successo dell'uno non è ricercato a detrimento di quello dell'altro, ma al contrario si colloca nel quadro più ampio del benessere dell'intera famiglia.
È positivo e normale, perciò, nel rapporto tra fratelli, il desiderio di primeggiare, di contendersi il ruolo del "primus inter pares" giocando la partita con lealtà, nel contesto di regole chiare e condivise. Le distorsioni si verificano, invece, quando si vuole forzare un'innaturale uguaglianza in termini di proprietà e non in termini di opportunità, disincentivando l'impegno e frustrando il merito. Per questo motivo, una politica economica di estesa redistribuzione dei redditi, attuata in modo più o meno palese o occulto attraverso la modulazione della leva fiscale e le modalità di prestazione dei servizi pubblici, non realizza una vera uguaglianza, capace di soddisfare l'anelito di giustizia sociale insito nelle persone, ed è, invece, inumana e deleteria.
Un altro tipo di distorsione si riscontra quando la competizione economica è basata, invece che sull'inventiva e sulla creatività di ognuno, applicate nella ricerca, nell'innovazione e nell'investimento, sull'ostacolo - se non addirittura sulla demolizione - del lavoro degli altri.
Così come, nella famiglia, i genitori vigilano sull'andamento delle relazioni tra i fratelli, così anche nell'economia ci sono degli enti sovraordinati, quali gli stati e i diversi organismi internazionali, che elaborano e fanno rispettare le regole della contesa e prevengono processi distorsivi. E tuttavia è essenziale che questi enti non partecipino essi stessi, avvantaggiandosi della loro posizione, alla competizione economica.
Queste prime osservazioni ci forniscono degli spunti per criticare la teoria economica che maggiormente ha permeato e influenzato, con effetti assolutamente negativi, la società moderna, e cioè quella marxista.
Agli esatti antipodi del pensiero unificazionista, quello di Marx è totalmente ostile all'istituzione familiare, che esso reputa innaturale e artefatta, e ovviamente prescinde dal quadro di relazioni che abbiamo fin qui descritto. Nel comunismo, il carattere umano nei suoi vari aspetti, e tra questi la naturale competitività in ambito economico, è represso e lo stato (ovvero, a seconda dei punti di vista, il partito unico) è l'unico operatore di una finta e sterile economia.
Il collettivismo è basato, inoltre, su una visione deformata della solidarietà. La solidarietà è una caratteristica naturale del rapporto di fratellanza, mentre il pensiero di Marx, ingannevolmente, denuncia le ingiustizie ma, alimentando il senso di sfiducia e disseminando la reciproca ostilità, non fa altro che condurre alla condivisione dell'inerzia e della miseria.
Anche la funzione stessa dello stato, in quel sistema ideologico che pur lo esalta, è priva di punti di riferimento ideali. Nello schema dei rapporti familiari, dal quale abbiamo preso le mosse per questa discussione, i rapporti politici dovrebbero essere ispirati dalla logica del rapporto tra genitori e figli. Il ruolo del governo dovrebbe corrispondere, perciò, a quello dei genitori nella famiglia. La presenza dei genitori assicura la protezione di tutti i figli ed è garanzia dell'osservanza delle regole fondamentali e assolute.
Ma, come abbiamo osservato nella pratica delle società ispirate al socialismo reale, il ruolo e la figura dei genitori sono - semmai - ancor più sviliti di quelli dei fratelli e delle sorelle. In quel modello di società, non c'è spazio per la relazione genitori / figli e l'apparato statalista è, nelle relazioni economiche, al tempo stesso padrone, arbitro e unico giocatore.
Un risultato solo apparentemente contraddittorio di questa impostazione ideologica, che rifiuta la presenza di un'autorità di tipo genitoriale, di mediazione ed equilibrio, nel campo dell'economia, lo vediamo nella politica delle cosiddette "liberalizzazioni", che in questi ultimi tempi sono il cavallo di battaglia, soprattutto, degli economisti impegnati politicamente a sinistra. Le liberalizzazioni, propagandate come misure a favore dei consumatori, in realtà attribuiscono ancor più estesi vantaggi a quelle parti che, proprio negli specifici settori oggetto di tali misure, già in precedenza godevano di ingiustificati privilegi, determinati dagli sbilanciati rapporti di forza contrattuale e dalle asimmetrie informative.
Il gravissimo errore di quella politica sta nel fatto che, affinché e prima che lo stato possa rimuovere determinate, tradizionali regole di comportamento e specifici requisiti per l'accesso, nel campo economico, è necessario che prima si siano consolidate - e vengano applicate in modo generalizzato alle relazioni commerciali - delle etiche condivise.
Fondamentalmente, l'etica condivisa necessaria per assicurare il superamento dei problemi, delle inefficienze e delle sperequazioni che affliggono i rapporti economici è quella basata sul vivere ricercando l'interesse comune generale, interesse comune nel quale, sicuramente, trova la migliore soddisfazione anche l'interesse del singolo individuo.
Per constatare quanto l'interesse generale sia oggi subordinato a quello particolare, e vengano perseguite strategie economiche fondamentalmente distruttive e parassitarie, basta considerare il ruolo quasi egemone che si è assicurata la cosiddetta "finanza". In linea di principio, difetterebbero persino i presupposti per inquadrare, ad esempio, le transazioni di borsa tra le attività economiche. Nei mercati azionari, infatti, non si produce alcunché. L'arricchimento degli operatori che speculano sui cambi è semplicemente la contropartita delle perdite subite da altri soggetti, le cui attività imprenditoriali scompaiono dal mercato e sono divorate da fallimenti che, evidentemente, non sempre corrispondono a comportamenti fraudolenti o a scarsa attitudine commerciale.
Il nostro ideale economico è molto diverso. Per dirla con le parole di un testo unificazionista tra i più noti, "lo scopo supremo delle attività economiche, fino ad oggi, è stato quello di accumulare denaro. Nel mondo originale, invece, chi dovesse trovarsi a vivere un'opulenza solitaria, con gli altri intorno afflitti dalla povertà, non potrebbe non provare una sofferenza insopportabile nel cuore. Chiunque guadagnasse tanto denaro, desidererebbe naturalmente offrirne una parte ai propri prossimi o alla società. In altre parole, le persone s'impegnerebbero a concretizzare l'amore di Dio attraverso le proprie attività economiche. In tutti i campi, non soltanto nell'economia, le persone vorrebbero concretizzare l'amore di Dio: in questo modo si stabilirebbe la cultura del Cuore" (Fondamenti del Pensiero dell'Unificazione, ed. ital., 2003, pagg. 102-103).
In controtendenza con un'interpretazione divenuta ormai abitudinaria, che vede nell'economia l'ambito di applicazione del mero egoismo, ed è fonte di diffidenza, di contrasto distruttivo, di dispersione di risorse ed energie, occorre ripensare i rapporti economici in un'ottica di tipo familiare, come quella che abbiamo descritto all'inizio. In un'unica, come tale riconosciuta, famiglia umana, la quale riesca a riunire insieme gli "estranei" dell'odierno villaggio globale, è naturale che fratelli e sorelle integrino, gli uni con gli altri, e rendano disponibili, gli uni agli altri, le rispettive abilità, competenze, risorse, disponibilità, conoscenze ed esperienze, con ovvio beneficio per tutti.
In definitiva, il pensiero unificazionista vuole promuovere, in campo economico, gli ideali dell'interdipendenza, della prosperità comune e dei valori universalmente riconosciuti. Con questi ideali come suo fondamento, la struttura economica della società rassomiglierà a quella di un corpo umano in buona salute: "produzione, distribuzione e consumo debbono avere una relazione interdipendente e organica simile a quella che esiste tra apparato digestivo, circolatorio e metabolico. Non dovrebbe esserci competizione distruttiva dovuta ad iperproduzione, né eccessivo accumulo e iperconsumo dovuto a una distribuzione ingiusta, contraria al benessere della collettività. Dovrebbe esserci adeguata produzione di beni necessari e utili, equa distribuzione che assicuri disponibilità sufficienti ai bisogni della gente e ragionevole consumo, in armonia con lo scopo generale" (Esposizione del Principio Divino, 1997, pag. 329).
Per concludere, vorrei fare un breve accenno alla teoria della storia dei rapporti economici, elaborata nel pensiero unificazionista, che è alquanto diversa da quella oggi prevalente. Questa idea prevalente, cui mi riferisco, si fonda su una visione dualista, che individua una contrapposizione conflittuale tra due dottrine economiche divergenti e inconciliabili, l'una capitalista, l'altra comunista.
Questo modo di vedere le cose rigidamente orientato al dualismo è condizionato dalla logica dialettica, d'ispirazione materialistica, che ha fatto la parte del leone nella cultura del ventesimo secolo. Ritenendo questa logica del tutto arbitraria e superata, la nostra analisi storica intende prescinderne e partire da basi nuove e diverse.
Omettendo di considerare le società primitive, in cui è virtualmente assente ogni connotazione economica, lungo quasi tutto il corso della storia i rapporti economici sono stati confinati nell'ambito di minuscole entità autosufficienti, facenti riferimento a territori piccoli e isolati. A seconda dei diversi ambienti, definiamo questa struttura economica come tribale o feudale.
Soltanto in epoche relativamente recenti quel tipo di struttura economica è stata soppiantata. L'affermazione delle grandi monarchie nazionali prima, e le rivoluzioni francese e americana poi, hanno stabilito solidi ed estesi sistemi di sovranità, che hanno prodotto economie forti e dinamiche. Lo sviluppo di queste economie ha portato in breve volgere di tempo all'accumulazione dei capitali e alla centralizzazione dei poteri decisionali.
In questo frangente, con il concorso dell'accelerazione esponenziale, che frattanto è stata impressa agli eventi dallo stupefacente progresso tecnologico e scientifico dell'età contemporanea, gli uomini hanno creduto di poter realizzare il mondo ideale che era stato soltanto agognato dalle generazioni passate. Questa aspirazione a un mondo ideale di benessere e felicità è stata però basata su una concezione errata, materialista ed egoista, dell'uomo, del mondo e della storia.
Da queste premesse sbagliate, sono nate tre correnti economiche, che si sono rapidamente affermate in successione temporale una rispetto all'altra, ma che a tutt'oggi in qualche misura ancora coesistono. Si tratta di tre sistemi che hanno, da una parte, la motivazione comune dello sfruttamento delle masse dei più deboli e dei meno provveduti, da parte di ristrette élites di potenti e, dall'altra parte, il comune vizio di un'inumana, aberrante ingiustizia. I tre sistemi si chiamano, nell'ordine, capitalismo, imperialismo, comunismo.
Nella realtà, i tre sistemi non sono affatto alternativi tra loro, perché costituiscono soltanto tre tentativi, il secondo un po' più elaborato rispetto al primo e il terzo decisamente più raffinato e persuasivo dei due precedenti, di imporre un modello di società radicalmente malvagio. Tutti e tre i sistemi sono portatori d'istanze meramente utilitaristiche, e sono privi di riferimenti etici: quando affermano dei loro valori, questi sono irrimediabilmente falsi. Queste tre teorie economiche considerano l'essere umano intrinsecamente egoista, e per questo motivo non possono creare le condizioni per la sua felicità, neppure in presenza del più abbondante benessere materiale.
In particolare, il terzo sistema, il comunismo, è talmente assurdo, disumano e utopico che, a ben vedere, esso non avrebbe neppure mai potuto diffondersi com'è riuscito a fare, se non avesse avuto come rampa di lancio e come propellente gli sciagurati risultati pratici e la diffusa destabilizzazione delle coscienze, causati dalle altre due forme di devianza ideologica, applicata al campo economico, che l'avevano preceduto.
Ma è tutto così sconfortante nella storia della teoria economica? Non c'è stato davvero nessuno che abbia offerto contributi positivi? Io non credo, e voglio citare, a mo' di esempio, alcune apprezzabili figure storiche. Il primo che viene alla mente è Thomas More: nella società utopica da lui disegnata coesistono la struttura di tipo familiare, con il governo degli anziani, e l'elettività democratica delle massime cariche; le leggi sono poche e chiare a tutti; la gente è pacifica, senza risultare imbelle; l'eguaglianza economica cementa tra le persone una forte unità spirituale e politica, da cui promana e si alimenta una spinta espansiva.
In tempi più recenti troviamo Robert Owen, promotore delle istanze delle riforme sociali e delle garanzie legali nel pieno della rivoluzione industriale, il quale ridusse gli orari di lavoro dei suoi operai, allestì presso la sua fabbrica una cooperativa di consumo e una cassa mutua e vi istituì una scuola per l'istruzione dei ragazzi.
Lo stesso socialismo profondamente umano ha ispirato, in tempi più recenti, la particolare esperienza del Villaggio Crespi, realizzato alla confluenza tra i fiumi Adda e Brembo, in Lombardia.
Un altro personaggio interessante è Charles Kingsley, rappresentante del socialismo cristiano (termine coniato da John Frederick Denison Maurice), chiamato anche "muscular christianity", perché individuava nell'attività fisica e lavorativa il viatico per la crescita spirituale.
Vorrei infine ricordare, nel panorama contemporaneo, l'interessantissima figura di Amartya Kumar Sen. Questo economista indiano, motivato da un forte impegno interdisciplinare, sente molto vivo il senso globale del sapere economico. Nel suo pensiero, l'economia politica si caratterizza come scienza sociale, inscindibilmente connessa con la filosofia morale e la metodologia. Sen ha riflettuto a lungo sulle motivazioni delle scelte sociali (collettive), giungendo alla conclusione che esse, ben lungi dall'essere meramente utilitaristiche, risentono invece delle circostanze storiche, sociali e culturali.
Un punto molto interessante nell'analisi di Sen è quello della giustizia distributiva che - per ragioni sia di logica che di etica - dev'essere concentrata all'inizio e non al termine del processo economico. Infatti, la redistribuzione delle risorse al termine del processo economico risolve solamente in parte il problema dell'equo trattamento dei soggetti meno fortunati, e collateralmente priva quei soggetti del diritto di provvedere, individualmente e personalmente, al proprio sostentamento.
La violazione, a livello sociale e politico, di tale specifico diritto mina la dignità e la libertà dell'essere umano. Così, la riflessione di Sen stimola una più ampia discussione, sulle cause della povertà e sui rimedi da adottare, che deve essere estesa oltre le tradizionali sedi, al di là delle mere problematiche produttive o redistributive.
La visione unificazionista conviene anch'essa sulla stretta interazione tra gli aspetti della libertà e della responsabilità. Gli studi di Sen valorizzano, dei due versanti di questa influenza reciproca, quello che forse è meno intuitivo, ma è altrettanto importante da comprendere dell'altro: è sostenendo in prima persona la più ampia responsabilità della propria vita (e ciò indipendentemente dall'inevitabile condivisione con altri di aspetti anche assai importanti di essa), che l'uomo si rende veramente libero.
A conclusione di questa brevissima analisi storica, possiamo rilevare come il seguito che hanno ottenuto, e la notorietà che conservano, le figure che abbiamo ricordato non è certo paragonabile a quella degli esponenti del socialismo più antagonista, come Proudhon, Marx o Lenin.
Comunque, nonostante la rilevanza mondiale ottenuta in passato, il comunismo ateo, che come abbiamo descritto prima è l'ultimo, e più vigoroso dei tre sistemi economici falsi, è oggi oggetto di ampia sconfessione e deciso superamento.
Rimane però ancora molto da fare, prima che siano completamente rimossi tutti i guasti e la confusione che esso ha portato. Ovviamente, una volta che sarà stato debellato il comunismo, non avrà più alcun senso neanche parlare di capitalismo o di imperialismo e si aprirà un capitolo completamente nuovo nelle relazioni economiche.
D'altra parte, la sconfitta definitiva del comunismo sarà procrastinata fino a quando l'umanità non avrà scelto, in piena consapevolezza e determinazione, di abiurare per sempre l'odio, il risentimento, l'invidia, l'egoismo, e di vedere in ciascun individuo un altro membro dell'unica, grande, comune famiglia umana.
La visione di Sun Myung Moon è ottimista sulla possibilità di stabilire, come risultato di una scelta di questo tipo, che sarà adottata in tempi ragionevolmente brevi, un sistema di rapporti economici equi, funzionali e soddisfacenti per tutti.
Convegno per la Celebrazione del Sessantesimo Anniversario
Collaborazione Interconfessionale, Protezione dei Diritti Umani e Dignità
Discorso alla Sede Centrale delle Nazioni Unite, New York, USA il 2 Dicembre 2008
del Dr. Hyun Jin Moon
Vostre eccellenze, signori e signore. E’ senza dubbio un privilegio e un grande onore parlare qui oggi alle Nazioni Unite. Vorrei ringraziare le delegazioni della Guinea, del Kenya, dell’Etiopia e del Nepal per il loro sostegno a questa iniziativa disposta in precedenza.
Nell’ultimo mese gli occhi del mondo sono stati puntati su Barack Obama, il neo Presidente eletto degli Stati Uniti, e i suoi preparativi per iniziare il suo mandato. Ogni nuova nomina della squadra del suo consiglio di governo viene esaminata minuziosamente per evidenziare che siamo intenti a testimoniare una nuova era in questo paese con una nuova politica che può portare pace e prosperità per tutti.
“Change, yes we can!” è diventato lo slogan non soltanto di una campagna di successo ma anche un messaggio di speranza in un momento di crisi nazionale e globale. Naturalmente, cambiare per il piacere di cambiare non è abbastanza. L’obiettivo e la direzione di quel cambiamento è ancora più importante.
Questo è soprattutto un buon momento per le Nazioni Unite per riflettere sulle proprie strategie e politiche per creare la pace, e considerare opzioni che aiuteranno le Nazioni Unite a raggiungere il sostegno più grande da tutte le nazioni e le persone nel mondo.
Otto anni fa, mio padre, il Reverendo Dr. Sun Myung Moon, parlò proprio in questa stanza, annunciando che la sfida più grande per la pace nel 21esimo secolo sarebbe venuta dal conflitto tra religioni e i loro seguaci.
Per quella ragione, spinse le Nazioni Unite a creare velocemente un “Consiglio Interreligioso” che avrebbe unito i leaders delle più grandi fedi del mondo.
Ci sono molte ragioni perché questo è così importante. Prima di tutto, le Nazioni Unite hanno certamente bisogno di prestare molta attenzione alle voci delle comunità di fede nel mondo. Più del 90% del mondo è religioso, e le passioni spirituali sono una fonte fondamentale di significato e scopo per la maggior parte delle persone su questo pianeta. Le religioni, nel loro meglio, devono portare la loro saggezza per fronteggiare i grandi problemi che l’umanità deve affrontare.
La seconda ragione, ugualmente importante, è che la creazione di questo Consiglio Interreligioso permetterà alle Nazioni Unite di giocare un ruolo di coordinamento e di mediazione quando sorge il conflitto e la disputa. Inoltre, i leaders religiosi e le comunità religiose che loro rappresentano potrebbero meglio giustificare le loro azioni quando diventano parte dell’organismo ufficiale delle Nazioni Unite.
Quando mio padre fece queste raccomandazioni nel 2000, ci fu un incredibile scetticismo sul fatto che la religione e le questioni religiose avessero veramente quel significato. L’ 11 settembre ha cambiato tutto ciò.
I recenti fatti a Mumbai, in India, provano che aver avuto un motivo sia politico che religioso, serve per sottolineare che la religione è diventata una delle questioni più importanti per la pace nel nostro tempo.
Naturalmente le religioni del mondo non dovrebbero soltanto aspettare che le Nazioni Unite agiscano. Tutti loro devono urgentemente trovare i modi per entrare in buoni rapporti con gli altri. Abbiamo bisogno di focalizzarci sulle vaste aree di interesse comune, piuttosto che ossessionarsi su aree di interesse minore e diverse.
Abbiamo bisogno di una visione di pace nuova e spirituale per il 21esimo secolo che possa portare tutte le persone di fede ad unirsi sotto un unico tetto. Quella visione, credo, è “Una famiglia sotto Dio.”
Le relazioni tra le tradizioni di fede riguardano molto di più che la semplice tolleranza nei confronti delle preghiere e dei riti dell’altro. Una vera esperienza interconfessionale è una celebrazione dei principi più profondi che legano tutte le persone che credono in Dio insieme come un’unica famiglia.
La famiglia è universale. Non importa la razza, l’etnia, la nazionalità e la religione, siamo tutti membri di famiglie. La famiglia rappresenta la più profonda delle relazioni. Quando ci sentiamo vicini a qualcuno, usiamo termini familiari come “quella persona è come mio padre, mia madre, mio fratello, mia sorella.” Nella famiglia siamo destinati ad imparare ad amare l’umanità in tutta la sua diversità e in tutta la sua ricchezza.
Anche se tutte le religioni concordano sul fatto che il matrimonio e la famiglia sono le fondamenta principali di qualsiasi società, la realtà è che gli Stati Uniti e tutte le altre nazioni sono in pericolo nel perdere queste tradizioni ed istituzioni preziose. Il divorzio e la rottura all’interno della famiglia sono sempre in aumento. Anche le malattie a trasmissione sessuale sono in aumento, anche tra gli adolescenti. La violenza e il crimine tra i giovani sono in crescita, e molti dicono che hanno poche probabilità di avere una certezza e un lavoro dignitoso che possa sostenere le loro famiglie in futuro.
Il costo sociale ed economico di questa rottura delle famiglie sta vacillando. La rottura della famiglia contribuisce direttamente alla povertà, alla malattia, alla mortalità infantile ed è possibile che sia l’unico ostacolo più significativo per la realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite. Se dobbiamo realizzare “Una Famiglia Sotto Dio” dobbiamo investire, “una famiglia alla volta.”
Un altro immediato dovere pratico di tutte le religioni è quello di creare una cultura di servizio globale, o per meglio dire “vivere per il bene degli altri.” Immaginate se dei giovani da nazioni nemiche lavorassero fianco a fianco per fare un servizio! Qualsiasi incomprensione ed astio che esistevano sarebbero svaniti poiché loro sudano, piangono, e ridono insieme per uno scopo e una causa comune.
Vorrei vedere le Nazioni Unite incoraggiare ogni partners della comunità e della nazione basata sulla fede unirsi con quelli di altre nazioni per stabilire dei Corpi per la Pace Globale che saranno molto di più di un impegno Americano o Europeo.
In conclusione, voglio dire che il miglior modo di risolvere il problema in corso della violazione dei Diritti Umani è attraverso la creazione di “Una Famiglia Sotto Dio.”
Quando il Global Peace Festival si è tenuto ad Ottawa, in Canada, in Ottobre, ci siamo presi un pò di tempo per partecipare ad una semplice cerimonia per onorare John Humphries, lo statista canadese che fu il principale autore della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Il capo della Commissione dei Diritti Umani in Canada ci ha ricordato che la Dichiarazione dei Diritti Umani, come le stesse Nazioni Unite, non venne mai progettata per essere completamente secolare. Gli autori avevano in mente le affermazioni della Dichiarazione di Indipendenza Americana, che dichiara che tutte le persone hanno “diritti inalienabili, conferiti dal loro Creatore."
Sfortunatamente, la capacità delle Nazioni Unite di onorare questi interessi religiosi e spirituali venne largamente presa in ostaggio dalle tensioni della Guerra Fredda e il desiderio di tenere le nazioni comuniste al tavolo delle negoziazioni.
Il mondo oggi, comunque, è molto diverso. Dobbiamo ritornare all’ideale originale e al sogno dei fondatori delle Nazioni Unite, che è quello di creare una famiglia umana che non conoscerà di nuovo il flagello della guerra.
Per rendere questo possibile, dobbiamo riconoscere la necessità di percorrere nuove strade per stabilire un percorso di pace. Dovrebbe essere radicato in una visione spirituale che può portare le persone di fede ad unirsi come “Una Famiglia Sotto Dio.”
Immaginate il potere di una famiglia umana unita! Può reprimere l’inquietudine del conflitto nel mondo, dalle ostilità alla povertà in Africa, al conflitto nel Medio Oriente, e l’ultimo residuo della Guerra Fredda nella Penisola Coreana.
Come cittadini del mondo, facciamo una solenne promessa di sognare il più grande sogno di tutti, di condurre il mondo alla pace alla fine attraverso la visione di “Una Famiglia Sotto Dio.”
Discorso alla Sede Centrale delle Nazioni Unite, New York, USA il 2 Dicembre 2008
del Dr. Hyun Jin Moon
Vostre eccellenze, signori e signore. E’ senza dubbio un privilegio e un grande onore parlare qui oggi alle Nazioni Unite. Vorrei ringraziare le delegazioni della Guinea, del Kenya, dell’Etiopia e del Nepal per il loro sostegno a questa iniziativa disposta in precedenza.
Nell’ultimo mese gli occhi del mondo sono stati puntati su Barack Obama, il neo Presidente eletto degli Stati Uniti, e i suoi preparativi per iniziare il suo mandato. Ogni nuova nomina della squadra del suo consiglio di governo viene esaminata minuziosamente per evidenziare che siamo intenti a testimoniare una nuova era in questo paese con una nuova politica che può portare pace e prosperità per tutti.
“Change, yes we can!” è diventato lo slogan non soltanto di una campagna di successo ma anche un messaggio di speranza in un momento di crisi nazionale e globale. Naturalmente, cambiare per il piacere di cambiare non è abbastanza. L’obiettivo e la direzione di quel cambiamento è ancora più importante.
Questo è soprattutto un buon momento per le Nazioni Unite per riflettere sulle proprie strategie e politiche per creare la pace, e considerare opzioni che aiuteranno le Nazioni Unite a raggiungere il sostegno più grande da tutte le nazioni e le persone nel mondo.
Otto anni fa, mio padre, il Reverendo Dr. Sun Myung Moon, parlò proprio in questa stanza, annunciando che la sfida più grande per la pace nel 21esimo secolo sarebbe venuta dal conflitto tra religioni e i loro seguaci.
Per quella ragione, spinse le Nazioni Unite a creare velocemente un “Consiglio Interreligioso” che avrebbe unito i leaders delle più grandi fedi del mondo.
Ci sono molte ragioni perché questo è così importante. Prima di tutto, le Nazioni Unite hanno certamente bisogno di prestare molta attenzione alle voci delle comunità di fede nel mondo. Più del 90% del mondo è religioso, e le passioni spirituali sono una fonte fondamentale di significato e scopo per la maggior parte delle persone su questo pianeta. Le religioni, nel loro meglio, devono portare la loro saggezza per fronteggiare i grandi problemi che l’umanità deve affrontare.
La seconda ragione, ugualmente importante, è che la creazione di questo Consiglio Interreligioso permetterà alle Nazioni Unite di giocare un ruolo di coordinamento e di mediazione quando sorge il conflitto e la disputa. Inoltre, i leaders religiosi e le comunità religiose che loro rappresentano potrebbero meglio giustificare le loro azioni quando diventano parte dell’organismo ufficiale delle Nazioni Unite.
Quando mio padre fece queste raccomandazioni nel 2000, ci fu un incredibile scetticismo sul fatto che la religione e le questioni religiose avessero veramente quel significato. L’ 11 settembre ha cambiato tutto ciò.
I recenti fatti a Mumbai, in India, provano che aver avuto un motivo sia politico che religioso, serve per sottolineare che la religione è diventata una delle questioni più importanti per la pace nel nostro tempo.
Naturalmente le religioni del mondo non dovrebbero soltanto aspettare che le Nazioni Unite agiscano. Tutti loro devono urgentemente trovare i modi per entrare in buoni rapporti con gli altri. Abbiamo bisogno di focalizzarci sulle vaste aree di interesse comune, piuttosto che ossessionarsi su aree di interesse minore e diverse.
Abbiamo bisogno di una visione di pace nuova e spirituale per il 21esimo secolo che possa portare tutte le persone di fede ad unirsi sotto un unico tetto. Quella visione, credo, è “Una famiglia sotto Dio.”
Le relazioni tra le tradizioni di fede riguardano molto di più che la semplice tolleranza nei confronti delle preghiere e dei riti dell’altro. Una vera esperienza interconfessionale è una celebrazione dei principi più profondi che legano tutte le persone che credono in Dio insieme come un’unica famiglia.
La famiglia è universale. Non importa la razza, l’etnia, la nazionalità e la religione, siamo tutti membri di famiglie. La famiglia rappresenta la più profonda delle relazioni. Quando ci sentiamo vicini a qualcuno, usiamo termini familiari come “quella persona è come mio padre, mia madre, mio fratello, mia sorella.” Nella famiglia siamo destinati ad imparare ad amare l’umanità in tutta la sua diversità e in tutta la sua ricchezza.
Anche se tutte le religioni concordano sul fatto che il matrimonio e la famiglia sono le fondamenta principali di qualsiasi società, la realtà è che gli Stati Uniti e tutte le altre nazioni sono in pericolo nel perdere queste tradizioni ed istituzioni preziose. Il divorzio e la rottura all’interno della famiglia sono sempre in aumento. Anche le malattie a trasmissione sessuale sono in aumento, anche tra gli adolescenti. La violenza e il crimine tra i giovani sono in crescita, e molti dicono che hanno poche probabilità di avere una certezza e un lavoro dignitoso che possa sostenere le loro famiglie in futuro.
Il costo sociale ed economico di questa rottura delle famiglie sta vacillando. La rottura della famiglia contribuisce direttamente alla povertà, alla malattia, alla mortalità infantile ed è possibile che sia l’unico ostacolo più significativo per la realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite. Se dobbiamo realizzare “Una Famiglia Sotto Dio” dobbiamo investire, “una famiglia alla volta.”
Un altro immediato dovere pratico di tutte le religioni è quello di creare una cultura di servizio globale, o per meglio dire “vivere per il bene degli altri.” Immaginate se dei giovani da nazioni nemiche lavorassero fianco a fianco per fare un servizio! Qualsiasi incomprensione ed astio che esistevano sarebbero svaniti poiché loro sudano, piangono, e ridono insieme per uno scopo e una causa comune.
Vorrei vedere le Nazioni Unite incoraggiare ogni partners della comunità e della nazione basata sulla fede unirsi con quelli di altre nazioni per stabilire dei Corpi per la Pace Globale che saranno molto di più di un impegno Americano o Europeo.
In conclusione, voglio dire che il miglior modo di risolvere il problema in corso della violazione dei Diritti Umani è attraverso la creazione di “Una Famiglia Sotto Dio.”
Quando il Global Peace Festival si è tenuto ad Ottawa, in Canada, in Ottobre, ci siamo presi un pò di tempo per partecipare ad una semplice cerimonia per onorare John Humphries, lo statista canadese che fu il principale autore della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Il capo della Commissione dei Diritti Umani in Canada ci ha ricordato che la Dichiarazione dei Diritti Umani, come le stesse Nazioni Unite, non venne mai progettata per essere completamente secolare. Gli autori avevano in mente le affermazioni della Dichiarazione di Indipendenza Americana, che dichiara che tutte le persone hanno “diritti inalienabili, conferiti dal loro Creatore."
Sfortunatamente, la capacità delle Nazioni Unite di onorare questi interessi religiosi e spirituali venne largamente presa in ostaggio dalle tensioni della Guerra Fredda e il desiderio di tenere le nazioni comuniste al tavolo delle negoziazioni.
Il mondo oggi, comunque, è molto diverso. Dobbiamo ritornare all’ideale originale e al sogno dei fondatori delle Nazioni Unite, che è quello di creare una famiglia umana che non conoscerà di nuovo il flagello della guerra.
Per rendere questo possibile, dobbiamo riconoscere la necessità di percorrere nuove strade per stabilire un percorso di pace. Dovrebbe essere radicato in una visione spirituale che può portare le persone di fede ad unirsi come “Una Famiglia Sotto Dio.”
Immaginate il potere di una famiglia umana unita! Può reprimere l’inquietudine del conflitto nel mondo, dalle ostilità alla povertà in Africa, al conflitto nel Medio Oriente, e l’ultimo residuo della Guerra Fredda nella Penisola Coreana.
Come cittadini del mondo, facciamo una solenne promessa di sognare il più grande sogno di tutti, di condurre il mondo alla pace alla fine attraverso la visione di “Una Famiglia Sotto Dio.”
Come si muove il mondo
Quando le realtà emergenti diventano più influenti di quelle stabilite, l’imprevedibilità domina e si genera un temporaneo caos nel quale tutto diventa possibile
di Giuseppe Calì
Sembra proprio che qualcosa stia cambiando nel mondo. Non c’è dubbio che gli eventi recenti, dalle elezioni di Barak Obama, alla crisi economico-finanziaria, dimostrino che questo in cui viviamo sia un tempo senza precedenti, una transizione di proporzioni macroscopiche destinata a cambiare per sempre l’assetto ed i metodi che, fino ad ora, hanno regolato la società contemporanea. Per quanto i sistemi di governo tendano sempre a resistere a cambiamenti drastici e radicali, cercando di variare il meno possibile le cose in nome della stabilità, sarà la forza stessa degli avvenimenti ad operare una svolta netta. Non credo che ci sia scelta a tale proposito e che quindi, piuttosto che farci sovrastare dallo “tsunami” della globalizzazione, dovremmo iniziare ad identificare principi cardine e strategie possibili per controllare e guidare l’evoluzione delle cose. Dalle nostre scelte odierne dipenderà la qualità del nuovo ordine planetario.
Per prendere ad esempio l’evento che ha suscitato più interesse ultimamente, vorrei dire qualcosa sulle elezione del nuovo presidente americano. Considerazioni politico-sociali, a tal proposito, ne abbiamo sentite molte in questi giorni. Penso comunque che, essendo la maggior parte di esse sensazionalistiche e dettate dall’emozione del momento, alla prova dei fatti saranno smentite o fortemente ridimensionate. Le cose, come sempre, andranno molto diversamente da come previsto, pessimisticamente o ottimisticamente che sia a seconda del consueto gioco delle parti politiche.
Una cosa mi sembra certa: gli americani, che sono stati fino ad ora precursori di fenomeni che avrebbero poi coinvolto gli altri popoli, hanno espresso, più che una volontà politica, una volontà morale. Credo sia possibile intravedere persino un cambiamento nella concezione della politica stessa. O forse più che di cambiamento dovrei parlare di un ritorno alla concezione originale della politica, quella dei filosofi greci, quella di Kant, di Gandhi, di Confucio, nella quale l’azione politica non era mai separata dalle radici etiche dell’esistenza umana.
Cito ad esempio Socrate: “La politica, cioè l'agire pubblico, dovrebbe essere al servizio di valori morali comprovati filosoficamente, sforzandosi giorno per giorno di tradurli in realtà” o anche Kant: “Lo scopo della politica è lo stabilimento della libertà e della felicità del pubblico. Agisci in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine e mai semplicemente come mezzo. L'uomo non è una cosa, quindi non è un oggetto impiegabile semplicemente come mezzo, perché in tutte le sue azioni deve essere sempre considerato come un fine in sé stesso… Tutte le azioni relative al diritto di altri uomini, la cui massima non è compatibile con l'essere pubblico, sono ingiuste“.
Si esce proprio dalla concezione della politica utilitaristica e miope che serve soltanto a risolvere i problemi immediati o a favorire uno sviluppo parziale e limitato ad alcune categorie o paesi, per entrare in una visione più generale basata sul sogno di pace e prosperità comune a cui tutta l’umanità oggi tende.
Unico limite, da sempre, alla realizzazione di questo sogno siamo noi stessi, con i nostri egoismi, la nostra avidità e le nostre miopie politiche che ci fanno cercare vantaggi immediati che finiscono poi per ritorcersi, in tempi sempre più brevi, contro noi stessi. La crisi economico-finanziaria ne è un esempio lampante. Il tipo di economia che aveva prodotto benessere, anche se soltanto in una parte del mondo, poteva in qualche modo funzionare finché era possibile controllare fortemente i mercati ed indirizzare i flussi di denaro e risorse con molta precisione ed equilibrismo, da parte di chi per elezione o per “vocazione” tirava le fila del gioco. Oggi tutto questo non è più possibile a nessuno, stato, ente o potente che sia. Quando le realtà emergenti diventano più influenti di quelle stabilite, l’imprevedibilità domina e si genera un temporaneo caos nel quale tutto diventa possibile. D’altra parte anche l’universo è nato dal caos e questo sembra proprio un modello assoluto che precede la nascita di ogni nuova entità.
È possibile comunque prevedere gli eventi o perlomeno intravedere i possibili percorsi che gli eventi generano, evitando i soliti catastrofismi politico-sociali?
Il rev. Moon nel 1985, in una conferenza tenutasi a Ginevra dal titolo “La fine del comunismo”, proclamò la fine prossima di un sistema di potere che allora molti ancora davano per vincente e destinato a dominare la scena politica mondiale. Da dove trasse questa informazione, in realtà data da lui in un discorso pubblico per la prima volta nel 1976? Nemmeno la CIA americana poteva vantarsi di tale certezza, anche per le evidenti difficoltà nelle quali la guerra fredda l’aveva fatta sprofondare e di numerosi errori di valutazione che oggi ben conosciamo. D’altra parte non fu l’unico tra le figure spirituali a profetizzare l’evento. Ricordo la famosa profezia di Fatima, secondo la quale il comunismo sarebbe caduto il momento in cui il Papa avesse dedicato la Russia alla Madonna, cosa che Giovanni Paolo II ebbe il coraggio di fare, a differenza dei suoi predecessori.
L’argomento delle profezie è complesso, ma non è certamente da sottovalutare o ridicolizzare, come spesso si fa per ignoranza. Cercare di spiegare questo fenomeno in questa sede sarebbe perlomeno azzardato, ma la cosa che si può dire è che deve esistere un filo conduttore del percorso storico a cui alcuni hanno la possibilità ad accedere.
Io credo nel potere dei simboli e delle azioni di forte valore simbolico. Agiscono nell’animo umano e generano onde di energia che muovono la storia. Leggere l’attualità può voler dire quindi identificarne la valenza simbolica e codificarne i termini. Le Cause di qualsiasi fatto, piccolo o grande, personale, sociale o storico sono principalmente invisibili. C’è un Principio che governa la dimensione invisibile della vita e della storia. Il nostro approccio interiore alla vita, che genera le nostre scelte, è il più importante fattore nel nostro destino. Eraclito diceva: “Carattere è Destino!”.
Ritornando a Barak Obama, egli è sicuramente di fronte ad una grande sfida e, nello stesso tempo, ad una grandissima opportunità di cambiamento. Tutti ne sono coscienti, tanto che la frase “we can change”, “noi possiamo cambiare”, è diventata un motto per il mondo intero. Allora perché scegliere collaboratori che lo legano a logiche di partito ed alle solite convenienze politiche? Dove è il nuovo? Se potessi parlare direttamente con lui, questa è la domanda che gli farei, per il suo bene e per il bene del mondo intero.
In definitiva, il rischio è sempre lo stesso. Per quanto le cose possano indirizzarsi in senso positivo soprattutto grazie ad un Genitore benevolo che perdona sempre e crea i presupposti migliori per la nostra felicità, noi uomini siamo comunque responsabili delle conseguenze delle nostre scelte. Cogliere il senso vero degli eventi e delle possibilità, sta a noi e soltanto a noi. Noi possiamo “cogliere l’attimo”, ascoltando la nostra coscienza e seguendo i nostri ideali migliori, o “perdere il treno della storia in un attimo”, seguendo le solite logiche egoistiche che non fanno altro che prolungare le iniquità e le sofferenze della famiglia umana. Ecco perché concludo con Arnold Toybee: “Più grande è il nostro potere materiale, più grande è il nostro bisogno di ispirazione spirituale e di valori”. Credo che sia proprio di questo che i governanti di oggi abbiano bisogno più di ogni altra cosa.
di Giuseppe Calì
Sembra proprio che qualcosa stia cambiando nel mondo. Non c’è dubbio che gli eventi recenti, dalle elezioni di Barak Obama, alla crisi economico-finanziaria, dimostrino che questo in cui viviamo sia un tempo senza precedenti, una transizione di proporzioni macroscopiche destinata a cambiare per sempre l’assetto ed i metodi che, fino ad ora, hanno regolato la società contemporanea. Per quanto i sistemi di governo tendano sempre a resistere a cambiamenti drastici e radicali, cercando di variare il meno possibile le cose in nome della stabilità, sarà la forza stessa degli avvenimenti ad operare una svolta netta. Non credo che ci sia scelta a tale proposito e che quindi, piuttosto che farci sovrastare dallo “tsunami” della globalizzazione, dovremmo iniziare ad identificare principi cardine e strategie possibili per controllare e guidare l’evoluzione delle cose. Dalle nostre scelte odierne dipenderà la qualità del nuovo ordine planetario.
Per prendere ad esempio l’evento che ha suscitato più interesse ultimamente, vorrei dire qualcosa sulle elezione del nuovo presidente americano. Considerazioni politico-sociali, a tal proposito, ne abbiamo sentite molte in questi giorni. Penso comunque che, essendo la maggior parte di esse sensazionalistiche e dettate dall’emozione del momento, alla prova dei fatti saranno smentite o fortemente ridimensionate. Le cose, come sempre, andranno molto diversamente da come previsto, pessimisticamente o ottimisticamente che sia a seconda del consueto gioco delle parti politiche.
Una cosa mi sembra certa: gli americani, che sono stati fino ad ora precursori di fenomeni che avrebbero poi coinvolto gli altri popoli, hanno espresso, più che una volontà politica, una volontà morale. Credo sia possibile intravedere persino un cambiamento nella concezione della politica stessa. O forse più che di cambiamento dovrei parlare di un ritorno alla concezione originale della politica, quella dei filosofi greci, quella di Kant, di Gandhi, di Confucio, nella quale l’azione politica non era mai separata dalle radici etiche dell’esistenza umana.
Cito ad esempio Socrate: “La politica, cioè l'agire pubblico, dovrebbe essere al servizio di valori morali comprovati filosoficamente, sforzandosi giorno per giorno di tradurli in realtà” o anche Kant: “Lo scopo della politica è lo stabilimento della libertà e della felicità del pubblico. Agisci in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine e mai semplicemente come mezzo. L'uomo non è una cosa, quindi non è un oggetto impiegabile semplicemente come mezzo, perché in tutte le sue azioni deve essere sempre considerato come un fine in sé stesso… Tutte le azioni relative al diritto di altri uomini, la cui massima non è compatibile con l'essere pubblico, sono ingiuste“.
Si esce proprio dalla concezione della politica utilitaristica e miope che serve soltanto a risolvere i problemi immediati o a favorire uno sviluppo parziale e limitato ad alcune categorie o paesi, per entrare in una visione più generale basata sul sogno di pace e prosperità comune a cui tutta l’umanità oggi tende.
Unico limite, da sempre, alla realizzazione di questo sogno siamo noi stessi, con i nostri egoismi, la nostra avidità e le nostre miopie politiche che ci fanno cercare vantaggi immediati che finiscono poi per ritorcersi, in tempi sempre più brevi, contro noi stessi. La crisi economico-finanziaria ne è un esempio lampante. Il tipo di economia che aveva prodotto benessere, anche se soltanto in una parte del mondo, poteva in qualche modo funzionare finché era possibile controllare fortemente i mercati ed indirizzare i flussi di denaro e risorse con molta precisione ed equilibrismo, da parte di chi per elezione o per “vocazione” tirava le fila del gioco. Oggi tutto questo non è più possibile a nessuno, stato, ente o potente che sia. Quando le realtà emergenti diventano più influenti di quelle stabilite, l’imprevedibilità domina e si genera un temporaneo caos nel quale tutto diventa possibile. D’altra parte anche l’universo è nato dal caos e questo sembra proprio un modello assoluto che precede la nascita di ogni nuova entità.
È possibile comunque prevedere gli eventi o perlomeno intravedere i possibili percorsi che gli eventi generano, evitando i soliti catastrofismi politico-sociali?
Il rev. Moon nel 1985, in una conferenza tenutasi a Ginevra dal titolo “La fine del comunismo”, proclamò la fine prossima di un sistema di potere che allora molti ancora davano per vincente e destinato a dominare la scena politica mondiale. Da dove trasse questa informazione, in realtà data da lui in un discorso pubblico per la prima volta nel 1976? Nemmeno la CIA americana poteva vantarsi di tale certezza, anche per le evidenti difficoltà nelle quali la guerra fredda l’aveva fatta sprofondare e di numerosi errori di valutazione che oggi ben conosciamo. D’altra parte non fu l’unico tra le figure spirituali a profetizzare l’evento. Ricordo la famosa profezia di Fatima, secondo la quale il comunismo sarebbe caduto il momento in cui il Papa avesse dedicato la Russia alla Madonna, cosa che Giovanni Paolo II ebbe il coraggio di fare, a differenza dei suoi predecessori.
L’argomento delle profezie è complesso, ma non è certamente da sottovalutare o ridicolizzare, come spesso si fa per ignoranza. Cercare di spiegare questo fenomeno in questa sede sarebbe perlomeno azzardato, ma la cosa che si può dire è che deve esistere un filo conduttore del percorso storico a cui alcuni hanno la possibilità ad accedere.
Io credo nel potere dei simboli e delle azioni di forte valore simbolico. Agiscono nell’animo umano e generano onde di energia che muovono la storia. Leggere l’attualità può voler dire quindi identificarne la valenza simbolica e codificarne i termini. Le Cause di qualsiasi fatto, piccolo o grande, personale, sociale o storico sono principalmente invisibili. C’è un Principio che governa la dimensione invisibile della vita e della storia. Il nostro approccio interiore alla vita, che genera le nostre scelte, è il più importante fattore nel nostro destino. Eraclito diceva: “Carattere è Destino!”.
Ritornando a Barak Obama, egli è sicuramente di fronte ad una grande sfida e, nello stesso tempo, ad una grandissima opportunità di cambiamento. Tutti ne sono coscienti, tanto che la frase “we can change”, “noi possiamo cambiare”, è diventata un motto per il mondo intero. Allora perché scegliere collaboratori che lo legano a logiche di partito ed alle solite convenienze politiche? Dove è il nuovo? Se potessi parlare direttamente con lui, questa è la domanda che gli farei, per il suo bene e per il bene del mondo intero.
In definitiva, il rischio è sempre lo stesso. Per quanto le cose possano indirizzarsi in senso positivo soprattutto grazie ad un Genitore benevolo che perdona sempre e crea i presupposti migliori per la nostra felicità, noi uomini siamo comunque responsabili delle conseguenze delle nostre scelte. Cogliere il senso vero degli eventi e delle possibilità, sta a noi e soltanto a noi. Noi possiamo “cogliere l’attimo”, ascoltando la nostra coscienza e seguendo i nostri ideali migliori, o “perdere il treno della storia in un attimo”, seguendo le solite logiche egoistiche che non fanno altro che prolungare le iniquità e le sofferenze della famiglia umana. Ecco perché concludo con Arnold Toybee: “Più grande è il nostro potere materiale, più grande è il nostro bisogno di ispirazione spirituale e di valori”. Credo che sia proprio di questo che i governanti di oggi abbiano bisogno più di ogni altra cosa.
E’ solo xenofobia e razzismo a Nettuno verso un immigrato indiano ?
L’immigrato indiano aggredito e bruciato da 3 ragazzi a Nettuno ha indignato e costernato tutta l’opinione pubblica.
Ma più che parlare di xenofobia e razzismo si potrebbe anche dire, senza indugio, che solo menti psichicamente dissociate possono produrre episodi che la società civile non deve tollerare, ancor più, da notizie dei mass media, che il tutto è avvenuto per gioco o per noia.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità recentemente ha riconosciuto che quattro delle maggiori cause di disabilità sono riconducibili proprio a problemi di salute mentale, quali la depressione,schizofrenia, disturbi bipolari ed abuso di alcool e di droga, quest’ultime sembrano essere state la causa scatenante di questa pietosa vicenda.
E’ fuor di dubbio che queste tragedie causate da mancanza di valori oltre che da follie succedono nel n/s Paese quasi ogni giorno ed il cittadino si chiede e domanda: perché davanti a queste, disastrose vicissitudini, non si prendono i dovuti provvedimenti?
La legge italiana in “materia” dice che nessuno può essere sottoposto ad un trattamento sanitario contro la propria volontà ed il Trattamento Sanitario Obbligatorio /TSO) è possibile solo in alcuni casi previsti e disciplinati dalla legge.
Legge a n/s avviso molto carente, tutta da rettificare non solo nell’interesse del “malato”, ma anche nell’interesse pubblico.
Bisogna constatare che il mondo politico, costantemente preso nella litigiosità, si cura solamente a parole di questi “misfatti” come quello avvenuta a Nettuno e parla di emergenze nell’immediato per riparlare con le stesse parole alla prossima occasione che certamente, in base alle esperienze passate non si farà attendere a lungo.
Previte
http://digilander.libero.it/cristianiperservire
Ma più che parlare di xenofobia e razzismo si potrebbe anche dire, senza indugio, che solo menti psichicamente dissociate possono produrre episodi che la società civile non deve tollerare, ancor più, da notizie dei mass media, che il tutto è avvenuto per gioco o per noia.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità recentemente ha riconosciuto che quattro delle maggiori cause di disabilità sono riconducibili proprio a problemi di salute mentale, quali la depressione,schizofrenia, disturbi bipolari ed abuso di alcool e di droga, quest’ultime sembrano essere state la causa scatenante di questa pietosa vicenda.
E’ fuor di dubbio che queste tragedie causate da mancanza di valori oltre che da follie succedono nel n/s Paese quasi ogni giorno ed il cittadino si chiede e domanda: perché davanti a queste, disastrose vicissitudini, non si prendono i dovuti provvedimenti?
La legge italiana in “materia” dice che nessuno può essere sottoposto ad un trattamento sanitario contro la propria volontà ed il Trattamento Sanitario Obbligatorio /TSO) è possibile solo in alcuni casi previsti e disciplinati dalla legge.
Legge a n/s avviso molto carente, tutta da rettificare non solo nell’interesse del “malato”, ma anche nell’interesse pubblico.
Bisogna constatare che il mondo politico, costantemente preso nella litigiosità, si cura solamente a parole di questi “misfatti” come quello avvenuta a Nettuno e parla di emergenze nell’immediato per riparlare con le stesse parole alla prossima occasione che certamente, in base alle esperienze passate non si farà attendere a lungo.
Previte
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Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità
Il Disegno di legge n.1279 sulla ratifica della “Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità” non
distingue le minorazioni fisiche da quelle psichiche!
Bisogna sottolineare una carenza contenuta nella “Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità” dell’ONU (Sixty-first Session Distr. General 6 dicembre 2006 A/61/611), perché non sono emerse attenzioni specifiche verso i malati mentali, non tenendo conto della loro situazione diversa e del tutto particolare.
Quindi non è condivisibile:
a.) il volere accomunare la persona con minorazioni fisiche a quelle con menomazioni mentali, senza riconoscere la “diversità” (Preambolo lettera ì);
b.) riguardo, poi, alla salute sessuale e riproduttiva ( artt. 23 e 25). riteniamo essere ”misure” che offendono la dignità della persona.
Ancora una volta dobbiamo chiarire che :
1.) disabile è colui privato di una forza fisica ;
2.) handicappato è colui che ha avuto o conseguito uno svantaggio, una inferiorità più psichica che fisica.
Per i due “ aspetti”:
mentre per il primo (disabile fisico) sussistono possibilità d’inserimento sociale e lavorativo,
per il secondo (handicappato mentale) si possono, in diritto, attuare cure specifiche, ma non si possono prevedere né tempi di recupero, né proposizioni di intendimenti lavorativi che richiedono coesione d’intelletto e responsabilità frammisti dalla “Convenzione” (art.27).
Resta necessario il riconoscimento dell’handicappato mentale ai sensi dell’art.47 della “Convenzione”.
Ma come si può condividere “piena ed intera esecuzione alla Convenzione”(art.2) del Disegno di Legge n.1279, di autorizzazione alla ratifica presentato dal Governo ed approvato il 28 gennaio dal Senato???.
Cerchiamo di esaminare in breve, ma con molta umiltà chiarito il primo, il secondo “aspetto”, perché la defezione e la inadeguatezza della “Convenzione” con la coesione o commistione della “figura” disabile/handicappato, non considera situazioni di vissuto, meritevoli di grande attenzione sul piano non solo sociale, ma anche morale e legislativo.
Affettività, matrimonio e sessualità ( artt.23 e 25 della “Convenzione” sono condizioni molto delicate.
Il problema è vasto e la sua intrinseca sostanza sacramentale, la lasciamo alla teologia, ricordando che nella Dottrina Cattolica il matrimonio viene considerato come “comunione di tutta la vita ordinata al bene dei coniugi ed alla procreazione ed educazione della prole”.
Da ciò ne consegue l’unità e l’indissolubilità del matrimonio che lo pone in essere il consenso e la volontà in cui l’uomo e la donna si danno e si accettano reciprocamente con un patto irrevocabile.
Viene da porsi una domanda, che vale anche per il matrimonio civile ( consenso e volontà):l’handicappato mentale può essere in condizioni di valutare questo “atto”di livello intellettivo e volitivo consapevole e responsabile al consenso?
L’eventuale prole non ricade poi sulla famiglia e sulla società?
Inoltre sia per l’uomo handicappato mentale e nel caso in cui la donna viene violentata, è lecito usare metodologie di sterilizzazioni per frenare la diffusione di handicap genetici?
Questo metodo contraccettivo è stato dichiarato nel 1994 dal Parlamento Europeo che “ferite irreversibili non devono essere apportate alle capacità riproduttive degli individui sofferenti di turbe mentali”, concetto ribadito dall’art.3 della “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”.
La sterilizzazione e l’aborto non sono forse una precisa menomazione ed una coercizione della persona, della sua libertà, della sua dignità, senza che l’handicappato psichico possa esprimere la sua volontà?
Certamente non si risolve il problema della sessualità di un portatore di handicap psichico con la sterilizzazione, l’aborto o l’eutanasia, ma educando,( là dove è possibile), il “soggetto” nella sfera della sessualità e nelle manifestazioni degli affetti, da parte dei Consultori Familiari , meglio se di ispirazione cristiana.
Inoltre la pianificazione familiare, come contemplata dalla “Convenzione”, è in netto contrasto con l’art.10 dove “viene garantito il diritto inalienabile alla vita”; con l’art.15 “dove nessuno dovrà essere sottoposto ad esperimenti medici, scientifici” e con l’art. 16 dove “si protegge ogni forma di sfruttamento, violenza od abuso”.
Se una certa metodologia “proclamata” dalla “Convenzione” venisse applicata potrebbero correre il rischio tutti i disabili, specie quelli psichici, di essere sterilizzati o subire forme di eutanasia, applicazione dell’aborto selettivo, limitazione delle nascite, l’irresponsabilità nei rapporti sessuali, ripeto,” misure” che offendono la dignità della persona e che negano il diritto alla vita.!
Ora come può un “soggetto handicappato mentale”, non differenziato dal disabile fisico dalla “Convenzione” compiere od avere :
a.) “proprie scelte” art. 3/a che , ripeto, richiedono coesione dì intelletto o responsabilità;
b.) “capacità giuridica” art.12/2 ;
c.) “controllare i propri affari finanziari ed avere uguale accesso a prestiti bancari, mutui ipotecari”(art.12/5);
d.) “la veste di testimonio” art.13/1;
e.) “vivere in maniera indipendente” art.19 ;
f.) “la piena capacità mentale” art.26/1;
g.) “il diritto a mantenersi attraverso il lavoro comprensivo ed accessibile” art.27;
od “altro”.
In sintesi, se per questi due diversi “soggetti” ( disabile fisico e handicappato mentale) non si fa la debita distinzione nulla cambia, sia per quanto riguarda la“Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità”, sia per la auspicabile riforma dell’assistenza psichiatrica che l’opinione pubblica in Italia attende da ben 30 anni!
Ma non è un evidentissimo paradosso?
Cosa dire al Governo nella disanima del disegno di legge n. 1279 ?
Di ricercare un meccanismo internazionale che solleciti un punto d’incontro su cui equilibrare le diverse normative, soprattutto, le evidentissime anomalie sopra citate.
Intanto il n/s appello al Governo in carica ed al Parlamento per rendere operante:
1) ratifica come consenso vincolante ai sensi dell’art. 42 e nel rispetto della dignità umana, precise riserve ai sensi dell’art.47 e tali da escludere ogni possibile riferimento all’aborto, ad ogni metodo o modalità della salute riproduttiva ;
2) emendamento per riconoscere il termine giuridico di handicappato mentale in base all’art.47 e come recita l’art.4 della “Convenzione” ad adottare norme migliorative e nella rideterminazione delle leggi 180 e 833 del 1978, riforma attesa da ben 30 anni, in una legge-quadro riconoscendo i diritti e le necessità degli handicappati mentali per la tutela della loro salute, per le loro famiglie e per la sicurezza di tutti i cittadini;
3) richiesta all’ONU di indizione di una “Giornata Mondiale sulla salute mentale”.
Signor Presidente del Consiglio dei Ministri, ci ascolti ed apra un Tavolo Tecnico prima che la Camera dei Deputati esamini il disegno di legge di ratifica della “Convenzione”!
Dott. Previte
Presidente Cristiani per Servire
http://digilander.libero.it/cristianiperservire
distingue le minorazioni fisiche da quelle psichiche!
Bisogna sottolineare una carenza contenuta nella “Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità” dell’ONU (Sixty-first Session Distr. General 6 dicembre 2006 A/61/611), perché non sono emerse attenzioni specifiche verso i malati mentali, non tenendo conto della loro situazione diversa e del tutto particolare.
Quindi non è condivisibile:
a.) il volere accomunare la persona con minorazioni fisiche a quelle con menomazioni mentali, senza riconoscere la “diversità” (Preambolo lettera ì);
b.) riguardo, poi, alla salute sessuale e riproduttiva ( artt. 23 e 25). riteniamo essere ”misure” che offendono la dignità della persona.
Ancora una volta dobbiamo chiarire che :
1.) disabile è colui privato di una forza fisica ;
2.) handicappato è colui che ha avuto o conseguito uno svantaggio, una inferiorità più psichica che fisica.
Per i due “ aspetti”:
mentre per il primo (disabile fisico) sussistono possibilità d’inserimento sociale e lavorativo,
per il secondo (handicappato mentale) si possono, in diritto, attuare cure specifiche, ma non si possono prevedere né tempi di recupero, né proposizioni di intendimenti lavorativi che richiedono coesione d’intelletto e responsabilità frammisti dalla “Convenzione” (art.27).
Resta necessario il riconoscimento dell’handicappato mentale ai sensi dell’art.47 della “Convenzione”.
Ma come si può condividere “piena ed intera esecuzione alla Convenzione”(art.2) del Disegno di Legge n.1279, di autorizzazione alla ratifica presentato dal Governo ed approvato il 28 gennaio dal Senato???.
Cerchiamo di esaminare in breve, ma con molta umiltà chiarito il primo, il secondo “aspetto”, perché la defezione e la inadeguatezza della “Convenzione” con la coesione o commistione della “figura” disabile/handicappato, non considera situazioni di vissuto, meritevoli di grande attenzione sul piano non solo sociale, ma anche morale e legislativo.
Affettività, matrimonio e sessualità ( artt.23 e 25 della “Convenzione” sono condizioni molto delicate.
Il problema è vasto e la sua intrinseca sostanza sacramentale, la lasciamo alla teologia, ricordando che nella Dottrina Cattolica il matrimonio viene considerato come “comunione di tutta la vita ordinata al bene dei coniugi ed alla procreazione ed educazione della prole”.
Da ciò ne consegue l’unità e l’indissolubilità del matrimonio che lo pone in essere il consenso e la volontà in cui l’uomo e la donna si danno e si accettano reciprocamente con un patto irrevocabile.
Viene da porsi una domanda, che vale anche per il matrimonio civile ( consenso e volontà):l’handicappato mentale può essere in condizioni di valutare questo “atto”di livello intellettivo e volitivo consapevole e responsabile al consenso?
L’eventuale prole non ricade poi sulla famiglia e sulla società?
Inoltre sia per l’uomo handicappato mentale e nel caso in cui la donna viene violentata, è lecito usare metodologie di sterilizzazioni per frenare la diffusione di handicap genetici?
Questo metodo contraccettivo è stato dichiarato nel 1994 dal Parlamento Europeo che “ferite irreversibili non devono essere apportate alle capacità riproduttive degli individui sofferenti di turbe mentali”, concetto ribadito dall’art.3 della “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”.
La sterilizzazione e l’aborto non sono forse una precisa menomazione ed una coercizione della persona, della sua libertà, della sua dignità, senza che l’handicappato psichico possa esprimere la sua volontà?
Certamente non si risolve il problema della sessualità di un portatore di handicap psichico con la sterilizzazione, l’aborto o l’eutanasia, ma educando,( là dove è possibile), il “soggetto” nella sfera della sessualità e nelle manifestazioni degli affetti, da parte dei Consultori Familiari , meglio se di ispirazione cristiana.
Inoltre la pianificazione familiare, come contemplata dalla “Convenzione”, è in netto contrasto con l’art.10 dove “viene garantito il diritto inalienabile alla vita”; con l’art.15 “dove nessuno dovrà essere sottoposto ad esperimenti medici, scientifici” e con l’art. 16 dove “si protegge ogni forma di sfruttamento, violenza od abuso”.
Se una certa metodologia “proclamata” dalla “Convenzione” venisse applicata potrebbero correre il rischio tutti i disabili, specie quelli psichici, di essere sterilizzati o subire forme di eutanasia, applicazione dell’aborto selettivo, limitazione delle nascite, l’irresponsabilità nei rapporti sessuali, ripeto,” misure” che offendono la dignità della persona e che negano il diritto alla vita.!
Ora come può un “soggetto handicappato mentale”, non differenziato dal disabile fisico dalla “Convenzione” compiere od avere :
a.) “proprie scelte” art. 3/a che , ripeto, richiedono coesione dì intelletto o responsabilità;
b.) “capacità giuridica” art.12/2 ;
c.) “controllare i propri affari finanziari ed avere uguale accesso a prestiti bancari, mutui ipotecari”(art.12/5);
d.) “la veste di testimonio” art.13/1;
e.) “vivere in maniera indipendente” art.19 ;
f.) “la piena capacità mentale” art.26/1;
g.) “il diritto a mantenersi attraverso il lavoro comprensivo ed accessibile” art.27;
od “altro”.
In sintesi, se per questi due diversi “soggetti” ( disabile fisico e handicappato mentale) non si fa la debita distinzione nulla cambia, sia per quanto riguarda la“Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità”, sia per la auspicabile riforma dell’assistenza psichiatrica che l’opinione pubblica in Italia attende da ben 30 anni!
Ma non è un evidentissimo paradosso?
Cosa dire al Governo nella disanima del disegno di legge n. 1279 ?
Di ricercare un meccanismo internazionale che solleciti un punto d’incontro su cui equilibrare le diverse normative, soprattutto, le evidentissime anomalie sopra citate.
Intanto il n/s appello al Governo in carica ed al Parlamento per rendere operante:
1) ratifica come consenso vincolante ai sensi dell’art. 42 e nel rispetto della dignità umana, precise riserve ai sensi dell’art.47 e tali da escludere ogni possibile riferimento all’aborto, ad ogni metodo o modalità della salute riproduttiva ;
2) emendamento per riconoscere il termine giuridico di handicappato mentale in base all’art.47 e come recita l’art.4 della “Convenzione” ad adottare norme migliorative e nella rideterminazione delle leggi 180 e 833 del 1978, riforma attesa da ben 30 anni, in una legge-quadro riconoscendo i diritti e le necessità degli handicappati mentali per la tutela della loro salute, per le loro famiglie e per la sicurezza di tutti i cittadini;
3) richiesta all’ONU di indizione di una “Giornata Mondiale sulla salute mentale”.
Signor Presidente del Consiglio dei Ministri, ci ascolti ed apra un Tavolo Tecnico prima che la Camera dei Deputati esamini il disegno di legge di ratifica della “Convenzione”!
Dott. Previte
Presidente Cristiani per Servire
http://digilander.libero.it/cristianiperservire
2 febbraio 2009
Mostra artistica “I figli di Gerusalemme”
di Elena Chirulli
È rimasta aperta al pubblico per tutto il mese di novembre 2008 la mostra “I figli di Gerusalemme” della pittrice Hadassa Shimon, e ha riaperto il 22 Dicembre 2008 fino al 4 Gennaio 2009.
La realizzazione dell’evento è stata sponsorizzata dalla Giunta di Castello di Borgo Maggiore con il patrocino della Segreteria di Stato agli Istituti Culturali. La mostra ha finalità benefica a favore dei bambini che vivono nel Medio Oriente. L’inaugurazione è avvenuta il primo novembre presso la sala del Castello di Borgo Maggiore che l’ospiterà fino alla fine del mese. In apertura, Giorgio Gasperoni, promotore della mostra e Presidente nazionale dell’Universal Peace Federation per San Marino, ha tracciato un breve profilo dell’artista. Ottima la collaborazione tra la pittrice e l’ UPF per la realizzazione di questo progetto culturale che mira a valorizzare e a far conoscere al pubblico vite diverse, come quelle che mussulmani ed ebrei affrontano ogni giorno in Medio Oriente. In seguito, la pittrice ha cercato di farsi portavoce della difficile situazione in cui vivono i suoi connazionali, presentando al pubblico una breve relazione. All’interno di essa, sono stati messi in luce i disagi del suo popolo a causa delle continue azioni terroristiche correlati da stralci di notizie autobiografiche della pittrice. Hadassa Shimon è rimasta ferita in una azione terroristica nel 1983 e a seguito di questo è stata costretta a cambiare lavoro. La drammatica esperienza ha però creato in lei il bisogno di capire e ricercare il dialogo, per approfondire la conoscenza sia del popolo palestinese che israeliano. Negli anni è stata insegnante d’arte per i bambini palestinesi ed israeliani presso il centro Variety di Gerusalemme dove però nel 1998, è stata testimone di una seconda azione terroristica. Quella tragedia ha spinto la pittrice ad essere un canale di comunicazione sulla reale situazione in Medio Oriente La paura impressa negli occhi dei bambini ha scatenato l’istinto creativo di Hadassa portandola a realizzare una serie di dipinti finalizzati ad un possibile dialogo fra palestinesi e israeliani.
La mostra vuole proporre, attraverso immagini e testimonianze un futuro ricco di speranza. Sono “spaccati” che rappresentano situazioni che tuttora coinvolgono famiglie intere, come quella di Dalit, uno dei suoi primi soggetti: una bambina ebrea la cui casa è stata bombardata. La panoramica proposta dai dipinti però assume svariate sfumature, mettendo in risalto anche primi piani di personaggi celebri come Madre Teresa di Calcutta, Gandhi, il Dalai Lama, Padre Pio. Si tratta di persone che, per il loro coraggio, il loro carisma e la loro volontà si sono impegnate per favorire la pacifica convivenza tra i popoli sacrificando la propria vita per il bene degli altri. L’ intervenuto di Renato Piccioni, ambasciatore di pace dell’ Upf nonché Presidente dell’Accademia Culturale “ Le Tre Castella” ha concluso l’interessante percorso pittorico.
È rimasta aperta al pubblico per tutto il mese di novembre 2008 la mostra “I figli di Gerusalemme” della pittrice Hadassa Shimon, e ha riaperto il 22 Dicembre 2008 fino al 4 Gennaio 2009.

La realizzazione dell’evento è stata sponsorizzata dalla Giunta di Castello di Borgo Maggiore con il patrocino della Segreteria di Stato agli Istituti Culturali. La mostra ha finalità benefica a favore dei bambini che vivono nel Medio Oriente. L’inaugurazione è avvenuta il primo novembre presso la sala del Castello di Borgo Maggiore che l’ospiterà fino alla fine del mese. In apertura, Giorgio Gasperoni, promotore della mostra e Presidente nazionale dell’Universal Peace Federation per San Marino, ha tracciato un breve profilo dell’artista. Ottima la collaborazione tra la pittrice e l’ UPF per la realizzazione di questo progetto culturale che mira a valorizzare e a far conoscere al pubblico vite diverse, come quelle che mussulmani ed ebrei affrontano ogni giorno in Medio Oriente. In seguito, la pittrice ha cercato di farsi portavoce della difficile situazione in cui vivono i suoi connazionali, presentando al pubblico una breve relazione. All’interno di essa, sono stati messi in luce i disagi del suo popolo a causa delle continue azioni terroristiche correlati da stralci di notizie autobiografiche della pittrice. Hadassa Shimon è rimasta ferita in una azione terroristica nel 1983 e a seguito di questo è stata costretta a cambiare lavoro. La drammatica esperienza ha però creato in lei il bisogno di capire e ricercare il dialogo, per approfondire la conoscenza sia del popolo palestinese che israeliano. Negli anni è stata insegnante d’arte per i bambini palestinesi ed israeliani presso il centro Variety di Gerusalemme dove però nel 1998, è stata testimone di una seconda azione terroristica. Quella tragedia ha spinto la pittrice ad essere un canale di comunicazione sulla reale situazione in Medio Oriente La paura impressa negli occhi dei bambini ha scatenato l’istinto creativo di Hadassa portandola a realizzare una serie di dipinti finalizzati ad un possibile dialogo fra palestinesi e israeliani.
La mostra vuole proporre, attraverso immagini e testimonianze un futuro ricco di speranza. Sono “spaccati” che rappresentano situazioni che tuttora coinvolgono famiglie intere, come quella di Dalit, uno dei suoi primi soggetti: una bambina ebrea la cui casa è stata bombardata. La panoramica proposta dai dipinti però assume svariate sfumature, mettendo in risalto anche primi piani di personaggi celebri come Madre Teresa di Calcutta, Gandhi, il Dalai Lama, Padre Pio. Si tratta di persone che, per il loro coraggio, il loro carisma e la loro volontà si sono impegnate per favorire la pacifica convivenza tra i popoli sacrificando la propria vita per il bene degli altri. L’ intervenuto di Renato Piccioni, ambasciatore di pace dell’ Upf nonché Presidente dell’Accademia Culturale “ Le Tre Castella” ha concluso l’interessante percorso pittorico.
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