7 luglio 2014

SCENARI DI CONFLITTO E FATTORI D’INSTABILITÀ DAL CAUCASO ALL’ASIA CENTRALE


In questo vasto e complesso spazio geopolitico, in cui sono in gioco molteplici interessi strategici ed economici, varie situazioni di crisi si aggiungono a gravi disastri ambientali, che rischiano di compromettere il futuro di questa regione

di Emilio Asti

Per lungo tempo vittime della colonizzazione russa e di quella sovietica poi, Caucaso ed Asia Centrale rappresentano un’ampia fascia di instabilità, che si estende dal Mar Nero al Turkestan Orientale, la cui complessità spesso sfugge ai parametri interpretativi occidentali. Più di 20 anni sono trascorsi dal crollo dell’URSS, ma queste zone, tuttora le più insicure di tutto lo spazio postsovietico, raramente hanno conosciuto momenti di tranquillità.
Ancora numerose sono le questioni irrisolte e i conflitti pronti ad esplodere, che rischiano di compromettere gli equilibri geopolitici internazionali. Le molte diversità etniche e culturali fanno di questa regione una sorta di polveriera da quando i vecchi confini, tracciati in epoca sovietica senza tener conto delle componenti etniche e dei fattori storici, sono stati messi in discussione.
Lunghi anni di regime comunista hanno lasciato una pesante eredità. Il potere sovietico aveva imposto un’unità fittizia cercando di cancellare l’identità dei popoli caucasici e centro-asiatici, la cui struttura sociale venne profondamente sconvolta. La tensione tra le varie etnie, le cui velleità d’indipendenza venivano sistematicamente represse da Mosca, è sempre stata forte. Deportazioni e carestie, causate dalle scelte politiche, provocarono milioni di vittime; pesa tuttora il tragico ricordo della deportazione di intere popolazioni ad opera di Stalin. Sotto il dominio sovietico, che aveva imposto l’ateismo con la forza, i musulmani del Caucaso e dell’Asia Centrale, privati della libertà religiosa, vennero tagliati fuori dal resto del mondo islamico. Molti esponenti del clero islamico furono mandati nei campi di lavoro e parecchie moschee furono chiuse. Solo grazie all’impegno delle confraternite Sufi, che hanno qui una lunga tradizione, l’Islam è riuscito a sopravvivere.
Sovente mal compresi nella loro identità etnica e culturale i popoli caucasici, che abitano quest’area da tempi immemorabili, con alle spalle lunghe tradizioni di lotta per la libertà, hanno conservato tratti sociali arcaici, caratterizzati da un fiero spirito d’indipendenza. La loro storia è ricca di figure di combattenti eroici, entrati nel folclore popolare e profondamente radicati nella memoria di queste genti, la cui lotta contro la dominazione russa è divenuta quasi un tratto della loro identità collettiva.
Zona di confine tra il mondo cristiano e quello islamico il Caucaso, situato all’incrocio tra Europa, Russia e Medio Oriente, abitato da molti gruppi etnici spesso divisi tra loro da profondi dissidi, è interessato da una ventata di aspirazioni indipendentistiche e di rivendicazioni che lo rendono una delle regioni più esplosive del mondo. In tutta questa regione domina un’atmosfera di allarme, fattasi sentire anche durante i giochi olimpici invernali di Soci, fortunatamente svoltisi senza incidenti.
Un’attenzione particolare merita la situazione della Cecenia, piccola regione a maggioranza islamica del Caucaso settentrionale, che dopo aver proclamato l’indipendenza nel 1993, subì l’occupazione russa. Le truppe russe si sono rese responsabili di saccheggi ed uccisioni indiscriminate di civili, la cui unica colpa era quella di essere ceceni; sono state scoperte fosse comuni piene di cadaveri che recano i segni di brutali torture. Le operazioni militari in Cecenia, spacciate dalla Russia come un capitolo della guerra al fondamentalismo islamico, di cui la Cecenia viene considerata una roccaforte, hanno causato oltre 50 mila vittime. Grozny, la capitale di questa martoriata regione, è stata la città più bombardata dopo la seconda guerra mondiale. Impressionante il numero di coloro che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case, senza tener conto dei feriti e degli invalidi. La Cecenia, che occupa una zona strategica per il controllo delle rotte del petrolio, rappresenta per Mosca una pedina importante per mantenere la propria egemonia sulla regione caucasica.
I guerriglieri ceceni che in passato erano riusciti a tener testa alle forze russe, hanno rivendicato alcuni attentati, tra i quali l’attacco di una scuola a Beslan, nell’Ossezia del Nord, realizzato nel 2004 e conclusosi con alcune centinaia di vittime. Il governo russo cerca di strumentalizzare questi fatti nel tentativo di far dimenticare i moltissimi crimini commessi contro la popolazione civile.
Una cortina di disinformazione avvolge questa tragedia, della quale ormai si parla di rado. La pace apparente che regna ora a Grozny nasconde un ordine fondato sull’oppressione e sull’ingiustizia.
Il governo di Mosca, che definisce il conflitto in Cecenia un “Affare interno”, non permette la presenza di testimoni in questa zona. La giornalista russa Anna Politkovskaya, nota anche all’estero per i suoi reportage nei quali denunciava la brutalità delle forze russe in Cecenia, venne barbaramente assassinata nel 2006. Anche il Daghestan, regione confinante con la Cecenia, è rimasto coinvolto in questo conflitto. Questa regione, la piú grande del Caucaso settentrionale, ora repubblica autonoma all’interno della Federazione Russa. Il Daghestan, con una popolazione a maggioranza islamica, è stato spesso terreno di scontri tra militanti islamici e forze russe; venti giorni prima dell’inizio delle Olimpiadi invernali di Soci, a Makhachkala, capitale della regione, ci fu un attentato, attribuito dalle autorità a combattenti islamici.
Tra il Caucaso settentrionale, ancora parte della Federazione russa, e quello meridionale, attualmente diviso in tre stati indipendenti: Georgia, Armenia ed Azerbaijian, si è venuta a consolidare una frattura, favorita anche dalle discordie interne e dalle rivendicazioni di vari gruppi etnici, che si trovano divisi da confini politici. Mosca, la cui politica appare spesso caratterizzata da una componente di odio razziale nei confronti dei popoli caucasici, sui quali continua ad esercitare forti pressioni, si arroga il diritto di stabilire quali siano le politiche accettabili e quali no. Usando il pretesto della presunta infiltrazione di combattenti ceceni in territorio georgiano Mosca cerca di destabilizzare la Georgia, sul cui territorio aveva effettuato bombardamenti, lanciando anche missili sull’Azerbaijian.
La storica inimicizia tra l’Armenia e l’Azerbaijian, sfociata spesso in scontri armati, si trascina sin dall’epoca sovietica. La contesa tra questi due stati per la regione del Nagorno Kharabakh, un enclave armena all’interno dell’Azerbaijian, annessa all’Azerbaijian nel 1923 per volere di Stalin, rimane aperta.
Nodo cruciale tra Est ed Ovest sia per l’Europa che per l’intero continente asiatico l’Asia Centrale, percorsa un tempo da vie carovaniere che univano l’Europa con la Cina, la cosiddetta Via della Seta, è un mosaico di nazionalità, i cui insediamenti non corrispondono ai confini stabiliti in epoca sovietica durante la quale si stanziarono coloni e deportati appartenenti a svariate nazionalità. La presenza di cospicue minoranze russe nei paesi centroasiatici rende la situazione ancor più problematica e la convivenza tra russi ed autoctoni è spesso turbata da episodi di violenza.
L’Islam, che vi ha impresso una traccia profonda, tuttora rappresenta un riferimento importante ed assume sfumature originali, che risentono delle precedenti tradizioni culturali. Splendidi monumenti e luoghi meta di pellegrini ricordano un passato glorioso che ha visto l’opera di famosi scienziati e pensatori, fonte d’ispirazione e vanto per tutto il mondo islamico
Nel vuoto di potere venutosi a creare dopo il crollo dell’URSS in uno scenario caratterizzato da complessi ed instabili equilibri di potere, si fronteggiano fondamentalisti islamici, ex comunisti, bande armate e trafficanti di vario genere, tra i quali a volte si crea una convergenza temporanea di interessi. La produzione e l’esportazione di droga, collegata al traffico di armi, è divenuta un’importante attività gestita da varie organizzazioni di stampo criminale, che grazie agli enormi profitti accumulati hanno acquisito una grande influenza.
Questi nuovi stati, percorsi da profonde tensioni e disomogenei dal punto di vista sociale ed economico, si trovano tuttora a vivere in una condizione di grande incertezza. Popolazioni, prive di una tradizione statuale, rimaste chiuse per anni in un sistema autarchico, si sono trovate di colpo a dover gestire i propri affari in un mondo globalizzato. La transizione da un’economia pianificata al libero mercato è risultata più dura del previsto e ha causato forti squilibri. Nonostante le ingenti risorse naturali vasti settori della popolazione versano tuttora in condizioni di gran povertà. A motivo di  una mentalità tuttora condizionata da logiche tribali e da lunghi anni di paure e di diffidenze reciproche i  tentativi di integrazione regionale hanno avuto scarso esito.
Sebbene i governi della regione diano una parvenza di democrazia, lo scarso rispetto dei diritti umani è una constante in questi paesi nei quali gli spazi di espressione politica sono ristretti  e le minoranze etniche sono vittime di violenze e soprusi. La situazione è complicata dalla presenza di diverse mafie locali che, favorite dalle disfunzioni del governo centrale, gestiscono svariati interessi e hanno assunto il controllo di diverse aree.
Dopo la ritrovata indipendenza il Caucaso e l’Asia centrale hanno visto il diffondersi di diversi movimenti che, volti a recuperare l’identità e le tradizioni islamiche, si sono resi promotori di una rete di istituzioni umanitarie ed educative. In questo contesto aspirazioni nazionali e sentimenti religiosi sono strettamente legati.
La lotta dei movimenti islamisti nel Caucaso si salda con quella dei gruppi che operano nell’Asia Centrale, che, anche se divergono sulla strategie da adottare condividono la stessa visione di fondo. Si parla infatti di una vasta rete organizzativa che si finanzierebbe attraverso il traffico di armi e di droga, reclutando giovani che poi vengono addestrati all’uso delle armi.
Sul fondamentalismo si discute molto, spesso senza conoscere adeguatamente il retroterra storico e culturale nel quale si è sviluppato. Al di là delle facili etichette occorre considerare la particolare condizione socioculturale di queste popolazioni presso le quali la volontà di riscatto dell’identità islamica e l’impegno per la difesa dei valori tradizionali, spesso viene ad assumere un carattere militante. Diversi fattori poi hanno contribuito alla radicalizzazione di alcuni settori della società. Alcuni gruppi, che in varie zone alimentano spinte secessioniste ed annoverano tra le proprie fila combattenti provenienti da svariati paesi, facendo leva sul malcontento e su una situazione di grave precarietà, hanno assunto agli occhi della popolazione il ruolo di unica forza di opposizione a governi oppressivi e corrotti. Il campo islamista, all’interno del quale si contano parecchie sigle, dietro le quali non è sempre chiaro cosa effettivamente si nasconda, è una galassia composita, all’interno della quale non vanno sottovalutate le divergenze.  
L’opposizione islamica è particolarmente attiva in Uzbekistan dove ha sfidato più volte il governo che ha scatenato contro di essa una brutale repressione sfociando in gravissimi abusi ai danni della popolazione civile. In questo clima di crescente oppressione, accompagnato da una grave crisi economica, molti giovani si sono uniti ai movimenti radicali che, sebbene sottoposti a una dura repressione, sono riusciti a mantenere un apparato operativo con connessioni in tutta l’area centroasiatica ed anche in altre parti. Il più noto tra questi, lo Hizb ut-Tahrir, dichiarato fuorilegge dalle autorità uzbeke, sebbene avesse proclamato di adottare metodi di lotta non violenti, si fa promotore di istanze religiose e sociali e propugna l’unificazione dell’intera regione centro-asiatica e poi delle comunità islamiche mondiali sotto un unico califfato.
Le drammatiche vicende del Tajikistan, il più piccolo stato centro-asiatico, tormentato da anni di guerra civile e da continui attentati, che mietono molte vittime, rappresentano un esempio significativo del perenne stato di conflitto che, spesso senza alcuna motivazione chiara, affligge questa parte del mondo e di cui riesce difficile capirne la ragione.
Una zona sovente teatro di vari scontri interetnici e disordini è la valle di Fergana, area fertile e densamente popolata, divisa tra Uzbekistan, Tajikistan e Kirghizistan, che è stata un feudo di gruppi fondamentalisti che possono contare sul sostegno della popolazione locale. Andijian, una cittadina situata in questa valle nel Maggio del 2005 fu teatro di un grave eccidio perpetrato dalle forze di sicurezza uzbeke che, secondo alcune stime, causò diverse centinaia di vittime, seguito poi da una repressione indiscriminata che causò una fuga massiccia verso i paesi vicini. Tra i molti punti dove la situazione può precipitare in qualsiasi momento va segnalato il Gorno-Badakhshan, che lottava per l’indipendenza dal Tajikistan, situato nella zona del Pamir, luogo di rifugio di guerriglieri e trafficanti che qui possono facilmente nascondersi.
Non si può parlare della realtà dell’Asia Centrale senza menzionare il dramma degli Uyghuri, il cui territorio politicamente fa parte della Cina.
Di stirpe turca e di religione islamica, gli Uyghuri, presenti anche come minoranze in altre zone dell’Asia Centrale, chiedono l’indipendenza del proprio territorio, da loro chiamato Turkestan orientale, geograficamente e culturalmente parte dell’Asia Centrale. Il controllo politico e militare della Cina è rigido e tutte le decisioni importanti vengono prese a Pechino. Molti giovani Uyghuri che hanno osato sfidare il potere cinese reclamando il diritto all’indipendenza della loro terra sono stati arrestati e parecchi condannati a morte, alcuni solo per attività religiose considerate illegali. L’ultima ribellione popolare nel Luglio del 2009, repressa nel sangue, causò centinaia di vittime. La censura messa in atto dal governo cinese impedisce di conoscere la sorte di molti arrestati con l’accusa di separatismo e di aver legami con militanti islamici di altri paesi. Chiamato dai cinesi Xinjiang questo vasto territorio, molto ricco di risorse naturali che confina con tre repubbliche centro-asiatiche, oltreché col Pakistan e l’Afganistan, è considerato di grande importanza strategica per la sicurezza della Cina, che vi ha fatto affluire molti coloni tanto che ora i cinesi superano numericamente gli Uyghuri.
Quando si parla di Asia Centrale non si possono dimenticare i terribili danni causati all’ambiente durante il regime comunista. La politica sovietica aveva sconvolto l’equilibrio ambientale dell’intera regione, teatro di uno dei maggiori disastri ecologici del nostro secolo. Le deviazioni dei fiumi Syr Daria e Amur Daria effettuate per favorire l’irrigazione delle terre per la coltivazione del cotone hanno provocato la riduzione di quasi il 90% della superficie del lago d’Aral, frazionatosi ora in due laghi, separati da una grande distesa di sabbia e sale in mezzo alla quale sono rimasti scheletri di navi arrugginite.  Muymak, il principale porto, si trova ora a 100 km dalla riva. Le conseguenze sull’ambiente circostante e sul clima sono state estremamente gravi, causando il diffondersi di parecchie malattie e la scomparsa di molte forme di vita animale, oltre alla sparizione dell’industria della pesca. Una base militare sovietica situata su un’ isola di questo lago, divenuta ormai parte della terraferma, in cui venivano condotti esperimenti di armi chimiche e batteriologiche, ha versato per anni nel lago rifiuti tossici, non ancora smaltiti.
Gli esperimenti nucleari effettuati dai sovietici nel Kazakistan e all’epoca tenuti segreti, hanno provocato molte vittime. Centinaia di bombe al plutonio vennero fatte esplodere, infliggendo danni gravissimi alla popolazione e all’ambiente. Le radiazioni hanno provocato un’altissima incidenza di gravi malattie sulla popolazione locale, oltre alla nascita di parecchi bambini deformi; scarti di materiale radioattivo hanno contaminato anche le falde acquifere.
Anche l’estrazione di petrolio e idrocarburi dal Mar Caspio ha procurato danni all’ambiente, già contaminato dallo scarico dei rifiuti nucleari vicino alla costa. Quasi tutti gli abitanti dei luoghi situati in prossimità di questa zona soffrono di varie patologie. Il massiccio uso di pesticidi e di fertilizzanti per la coltivazione del cotone ha gravemente contaminato l’area nella quale il tasso di mortalità infantile ha raggiunto percentuali molto elevate. Le fonderie di rame costruite dal governo sovietico lungo le rive del lago Balkhash in Kazakistan, hanno inquinato le acque di questo lago che, a causa della deviazione dei fiumi che lo alimentano, si sta prosciugando.
Questi stati, che si trovano a dover dipendere ancora dalla Russia per molti aspetti, manifestano preoccupazione per l’indirizzo della politica estera di Mosca, ora anche alla luce delle vicende che hanno coinvolto l’Ucraina. Anche dopo il crollo del regime sovietico e la secessione di alcune repubbliche la Russia rimane la più estesa nazione del mondo con un forte apparato militare ed un governo autoritario, che ambirebbe a recuperare i territori che un tempo facevano parte dell’URSS. La stessa chiesa ortodossa russa appare impegnata ad appoggiare la politica governativa.
Lo sfruttamento delle ingenti risorse petrolifere e minerarie, dietro le quali si celano intrighi di vario tipo, rappresenta un terreno di scontro, che coinvolge molteplici interessi e la posta in palio per le industrie petrolifere e delle compagnie minerarie internazionali appare molto alta. La costruzione di oleodotti e gasdotti riveste una rilevanza che va oltre la sfera economica ed investe ambizioni di notevole rilevanza politica
Con l’entrata sulla scena internazionale di nuovi attori dopo la fine del sistema bipolare, che ha segnato una lunga fase storica, la situazione è divenuta più complessa.
Un tempo parte del territorio dell’Unione Sovietica, questi spazi, ora teatro di rivalità e di appetiti locali ed internazionali, vedono la contesa tra gli USA, la Russia e la Cina impegnati a garantirsi l’influenza su questa zona, sebbene tra loro si sia venuta a creare una sorta di fronte comune contro la minaccia rappresentata dal fondamentalismo islamico.
Divenuta un importante partner commerciale di tutti i paesi dell’area, la Cina aspira a svolgere un ruolo più incisivo, cercando di contrastare il peso degli Stati Uniti e della Russia e crearsi nuovi campi d’azione a livello politico ed economico. Nel tentativo di accrescere il proprio prestigio nella regione, nella quale diverse popolazioni dal Caucaso al Turkestan Orientale parlano una lingua di ceppo turco, la Turchia ha effettuato notevoli investimenti e dato vita ad iniziative umanitarie e di cooperazione. Con la costruzione di moschee e di scuole religiose l’Arabia Saudita, cerca di rafforzare i legami con i popoli islamici di tutta questa zona. Anche l’Iran, che condivide una lunga frontiera con il Turkmenistan, vuol far sentire il proprio peso.
L’Asia Centrale è inoltre esposta ai soprassalti della situazione afgana, considerando la continuità geografica tra Afganistan e gli stati dell’Asia Centrale; alcuni gruppi islamici attivi nel Caucaso e nell’Asia Centrale hanno fatto propria la visione dei Talebani, mantenendo collegamenti operativi con gruppi militanti afgani e pakistani, uniti dalle medesime aspirazioni. Un’incognita è data dall’esito delle elezioni presidenziali afgane e dal ritiro delle truppe internazionali dall’Afganistan previsto per la fine di quest’anno. A ciò si deve aggiungere anche la questione del Kashmir, aperta dal 1947, che rende la situazione ancor più problematica. Il dramma del Kashmir, regione a maggioranza islamica, suscita tra i musulmani una vasta ondata di solidarietà, nella consapevolezza che in questa zona si gioca una partita chiave per il futuro dell’Islam.
Nel mutato contesto internazionale si rende necessario superare una mentalità basata sulle logiche tribali per uscire dal sottosviluppo ed allontanarsi da tentazioni autoritarie. Appare quindi quanto mai importante la formulazione di una politica che sappia superare le logiche tribali e porre le basi di una nuova integrazione che garantisca parità di diritti a tutti i gruppi etnici, senza la quale non è possibile impostare qualsiasi progetto di sviluppo.
Nel nuovo scenario strategico il Caucaso e l’Asia Centrale, aree importanti per la sicurezza dell’intera regione euroasiatica e con grandi potenzialità non ancora sfruttate, possono svolgere il ruolo di ponte strategico e culturale tra civiltà diverse, unite nella comune ricerca di nuove possibilità di cooperazione.

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