Dalla Giornata internazionale dello sport per lo sviluppo e la pace delle Nazioni Unite a una più ampia storia delle iniziative sportive collegate alla costruzione della pace
La stessa tradizione olimpica è sempre stata qualcosa di più della sola prestazione atletica. Dalla più antica visione delle Olimpiadi moderne fino ai dibattiti attuali sul benessere degli atleti, lo sport ha portato con sé una dimensione etica e civica. Negli ultimi anni ciò è apparso ancora più chiaramente nella crescente attenzione alla salute mentale durante i grandi eventi sportivi e al sostegno offerto agli olimpionici che parlano apertamente del proprio equilibrio psicologico. Una cultura sportiva di pace non può limitarsi a medaglie, cerimonie e bandiere. Deve anche proteggere la dignità dell’atleta.
All’interno di questo più ampio quadro internazionale, la Universal Peace Federation ha sviluppato una propria lunga storia sportiva. Per la Dr.ssa Hak Ja Han e il compianto Dr. Sun Myung Moon, lo sport non fu mai un tema secondario. Fu invece un campo concreto nel quale disciplina, lealtà, autocontrollo e lavoro di squadra potevano diventare strumenti di costruzione della pace. Questa comprensione trovò in seguito espressione pubblica nel calcio, nelle maratone, negli scambi giovanili e nei festival interculturali. Il legame tra questa visione e la cultura calcistica mondiale si rifletté anche nei successivi tributi a Pelé e nel suo rapporto con la Peace Cup e con la visione di pace dei fondatori della UPF. Pelé ricordò che Moon considerava il calcio un mezzo importante per diffondere il messaggio della pace.
Una delle prime grandi espressioni di questa visione fu il World Culture and Sports Festival, lanciato per la prima volta a Seoul nel 1988, lo stesso anno in cui la Corea del Sud ospitò i Giochi Olimpici. Ciò ebbe un notevole significato storico. Lo sport, la cultura, il dialogo e l’incontro internazionale vennero riuniti in un unico evento proprio nel momento in cui la Corea si presentava al mondo su una scala nuova. Col tempo, il Festival si sviluppò in una piattaforma più ampia che incluse anche l’Interreligious Peace Sports Festival, riunendo atleti provenienti da diverse tradizioni religiose, nazioni e contesti culturali. Nel 2004, l’Interreligious Peace Sports Festival in Corea raccolse circa 1.200 atleti provenienti da 40 nazioni e 10 religioni, impegnati in sette discipline sportive e al tempo stesso coinvolti in attività educative e di servizio. Un anno prima, nel 2003, la Race for Peace aveva riunito circa 2.000 partecipanti di 43 nazioni e 10 tradizioni di fede in una corsa pubblica di cinque chilometri. Questi dettagli contano, perché mostrano che l’intenzione non era soltanto simbolica. Era organizzativa, internazionale e continuativa.
Una nuova fase si aprì dopo i Mondiali FIFA del 2002 in Corea e Giappone. Nel 2003 fu lanciata la Peace Cup, un torneo internazionale di calcio per club concepito per riunire squadre di vertice provenienti da diversi continenti entro una cornice esplicitamente orientata alla pace. La partita inaugurale vide affrontarsi il Seongnam Ilhwa e il Besiktas allo Seoul World Cup Stadium. Nella stessa descrizione archivistica delle iniziative sportive della UPF, questa competizione maschile fu poi associata al più ampio orizzonte della Peace Cup. Storicamente, la Peace Cup si distinse perché tentò di usare il calcio di alto livello non soltanto per finalità commerciali o di visibilità competitiva, ma anche per veicolare un messaggio pubblico di pace e sostenere attività di sviluppo collegate.
Questo sforzo fu esteso anche al calcio femminile attraverso la Peace Queen Cup, lanciata nel 2006. L’edizione del 2008, disputata a Suwon, vide la partecipazione di squadre provenienti da Stati Uniti, Brasile, Canada, Argentina, Australia, Italia, Repubblica di Corea e Nuova Zelanda. L’evento fu accompagnato da un forum sullo sport femminile in Asia. Questo dato è storicamente importante perché mostra che la visione sportiva non era limitata al calcio maschile né a una sola regione. Inoltre collocava il calcio internazionale femminile entro una cornice di pace e leadership in un momento in cui esso riceveva ancora molta meno attenzione globale di oggi.
Due club divennero particolarmente emblematici in questa più ampia vicenda. Uno fu il Seongnam Ilhwa, centrale nel lancio dell’era della Peace Cup. L’altro fu l’Atlético Sorocaba in Brasile. Nel novembre 2009, l’Atlético Sorocaba giocò a Pyongyang, davanti a circa 80.000 spettatori allo stadio Kim Il Sung. La partita terminò 0 a 0, ma il risultato non era il punto principale. Il vero significato stava nel fatto che un club brasiliano collegato ai fondatori della UPF entrò in uno dei contesti politici più chiusi del mondo, prendendo parte lì a un evento calcistico pubblico. Rimane un caso notevole di contatto sportivo oltre linee politiche particolarmente rigide.
Il quadro storico comprende anche molte altre iniziative importanti, tra cui Play Football Make Peace, attivo in luoghi come Gaza, Israele e Giordania.
Particolarmente significativi sono i progetti calcistici che hanno riunito bambini ebrei, arabi, musulmani, cristiani e drusi in collaborazione con partner italiani e sammarinesi. Nel 2015, la squadra “Peace Dreamers” visitò Torino per l’iniziativa “Un Calcio per la Pace”, combinando partite amichevoli e scambio culturale. Nel 2016, bambini provenienti da Acri visitarono San Marino, dove si allenarono, incontrarono autorità pubbliche ed entrarono nello stadio mano nella mano con le squadre nazionali. Nel 2019, ragazze di origine ebraica, musulmana e drusa parteciparono alla quinta edizione di Football for Peace e, nel 2022, il progetto riprese dopo la pandemia con adolescenti maschi provenienti dall’area israelo-palestinese. Questi progetti non pretendevano di risolvere il conflitto mediorientale. Il loro valore era altrove. Creavano precocemente abitudini di contatto, collaborazione e esperienza condivisa prima che il pregiudizio si irrigidisse.
Proprio per questo la Giornata internazionale dello sport per lo sviluppo e la pace delle Nazioni Unite è importante. Essa offre un quadro internazionale per valutare lo sport non soltanto in base a trofei e record, ma anche alle sue conseguenze sociali. Lo sport può stabilire regole uguali per partecipanti disuguali. Può insegnare il rispetto dell’avversario senza odio. Può disciplinare l’aggressività senza glorificare la violenza. Può inoltre creare contatti ripetuti là dove la politica da sola spesso produce distanza.
Per la Universal Peace Federation, questo lungo percorso storico conduce a una conclusione chiara. Quando lo sport è organizzato attorno a dignità, lealtà, educazione e incontro, esso diventa più di una competizione. Diventa una concreta scuola di pace. In questo senso, l’eredità dell’ideale olimpico, la ricorrenza ONU del 6 aprile e le numerose iniziative sportive associate alla Dr.ssa Hak Ja Han e al compianto Dr. Sun Myung Moon convergono attorno a una proposta seria: la pace non si costruisce soltanto nelle sale delle conferenze. Si costruisce anche sui campi, sulle piste, sulle strade e negli stadi, dove le persone imparano, sotto regole condivise, a incontrarsi senza paura.
In questa Giornata internazionale dello sport per lo sviluppo e la pace, emerge dunque un invito sobrio ma chiaro rivolto a governi, scuole, federazioni sportive, club locali, organizzazioni della società civile e Ambassadors for Peace della UPF. Essi possono ampliare l’accesso allo sport, proteggere più seriamente gli atleti, usare lo sport per l’inclusione anziché per l’esclusione e costruire forme di incontro che durino oltre il singolo evento. Le prove storiche mostrano che questi sforzi non sono astratti. Sono stati tentati per decenni. Il compito, ora, è portarli avanti con maggiore cura, memoria più solida e una cooperazione internazionale più forte.
Dr. Tageldin Hamad
Presidente
Universal Peace Federation
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