14 marzo 2016

La giurisdizione della città di Gerusalemme nell’ambito del conflitto in Medio Oriente

Il problema principale non dipende dalla nazione ma dalla leadership. Leadership forte significa questo: persone autorevoli e rispettate.


di Elieser Glaubach, 
Presidente del Forum di Gerusalemme per la Pace e la Sicurezza in Israele 

Buon giorno a tutti. Come il presidente del Forum di Gerusalemme che ha parlato prima di me, siamo un’unica famiglia sotto un unico Dio. Il mio compito è di parlare del conflitto in Medio Oriente.
Il conflitto Israelo-Palestinese si è sviluppato in un periodo abbastanza lungo. Nonostante ciò, abbiamo raggiunto due importanti accordi con due nazioni di primo piano dell’area: l’Egitto e la Giordania.
Naturalmente, ci sono tante situazioni di conflitto con persone che non considerano la pace come un obiettivo principale della nostra vita. Il discorso potrebbe essere molto lungo ma cercherò di essere breve, parlando dei punti chiave del conflitto sia dal lato palestinese sia da quello israeliano. Sono numerosi i punti su cui bisogna trovare un accordo fra le due nazioni. I punti principali, comunque, sono i confini territoriali tra i due popoli e le fortissime emozioni che coinvolgono entrambe le parti. I palestinesi non sono d’accordo con gli insediamenti degli israeliani nei territori della Cisgiordania. Ma uno dei punti di maggior conflitto, è la giurisdizione della città di Gerusalemme. Per lo Stato d’Israele, la maggior preoccupazione è la sicurezza dei propri cittadini. Vorrei portare alla vostra attenzione che la vera realtà non è riportata dalle notizie dei media. La maggior parte della popolazione di entrambi lati è molto interessata a fare la pace. Abbiamo gruppi estremisti da entrambe le parti, con idee molto radicali. Ci sono gruppi ebrei, non molto numerosi per la verità, ma che sostengono posizioni quali “La Terra Promessa appartiene a noi ed è solo nostra”. Ci sono gruppi palestinesi che sostengono che non sia utile stipulare accordi con gli israeliani perché alla fine ci riprenderemo l’intero territorio della Terra Santa e spingeremo gli ebrei nel mare. Abbiamo assistito per decenni a queste opposte attitudini e nel frattempo siamo stati testimoni di tanto spargimento di sangue. La maggioranza della popolazione da entrambe le parti non vuole e non è d’accordo con questo tipo di estremismo. Dobbiamo considerare quest’aspetto fondamentale: in Terra Santa, che non è così grande, ci sono due popoli che ci vivono. Dobbiamo dividere il territorio. Dividere il territorio in accordo a chi vive su quel territorio e ognuno deve essere indipendente sul proprio territorio. 
Deve essere così anche in Gerusalemme. Abbiamo circa trenta quartieri nella città. Sono come tante colline. Molti quartieri sono abitati da israeliani e altri da palestinesi. La situazione è chiara, se si vuole; dove ci sono israeliani devono essere gestiti da loro e dove ci sono palestinesi devono essere loro a gestirli. Bisogna mettere su carta questa spartizione. Lasciare il libero accesso a tutti.
Teniamo presente che nella gran parte della nazione di Israele entrambi i popoli vivono e lavorano insieme; la situazione cambia quando osserviamo Gaza e i rapporti con l’organizzazione di Hamas. 
Un altro problema centrale è la situazione della città vecchia di Gerusalemme, dove si trovano i luoghi sacri alle tre religioni monoteiste: i luoghi del Giudaismo, dell’Islam e del Cristianesimo. Il dibattito su questi temi è veramente emotivo. Quest’area, è molto piccola, dove ci sono i luoghi sacri alle tre religioni. Gerusalemme è una città grande, vi abitano 800 mila persone, ma la parte vecchia, dove ci sono i siti religiosi, è solo un chilometro quadrato. 
In quello spazio sono raggruppati questi siti. Nei miei libri, che ho mandato anche alle Nazioni Unite, ho proposto di creare una zona di libero accesso a tutte le persone. Se si trova un accordo fra i due popoli sulla questione dei “Siti Religiosi”, toglieremmo questo enorme peso emotivo alle trattative. Saremmo in grado di ragionare molto più facilmente su tutte le altre tematiche di tipo sociale, politico, economico e culturale. L’aspetto emotivo è come un enorme masso sulle nostre teste.
A questo punto ci si può chiedere: perché questo processo non va avanti? Il problema principale non dipende dalla nazione ma dalla leadership. Lasciatemi spiegare cosa intendo con questo: abbiamo un grande esempio davanti a noi. Guardiamo al tempo di Sadat e Begin, due leader molto forti, che sono riusciti a unire sotto di loro i propri popoli. Questi due leader sono stati in grado di formare una relazione di rispetto e amicizia tra di loro e hanno portato sia il popolo egiziano sia quello israeliano a essere d’accordo con loro nel fare un trattato di pace tra le due nazioni. Leadership forte significa questo: persone autorevoli e rispettate. 
L’altro esempio è l’accordo di pace con la Giordania. Il Re Hussein di Giordania e il primo ministro di Israele Rabin, hanno capito la necessità di dover stabilire degli accordi. Gli israeliani hanno libero accesso alla Giordania e hanno diversi scambi. Vorrei fare quest’affermazione a conclusione del mio discorso. Tutti quelli che sono stati in Israele a vari pellegrinaggi di pace, possono confermare che i due popoli nella stragrande maggioranza vivono in pace, lavorano insieme. Noi, come delegazione israeliana presente qui oggi, non necessariamente rappresentiamo la posizione ebraica ma tutti quelli che vogliono la pace.

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