29 dicembre 2011

Relazioni Interpersonali: Quale rapporto tra Rispetto e Amore? Quale viene prima?

Di Giorgio Gasperoni

Ognuno di noi è un individuo unico, e tutti noi abbiamo le nostre opinioni e prospettive di vita. Eppure, potremmo rispettare altre persone anche se non siamo d’accordo con il loro punto di vista o anche se sono diverse da noi. Il rispetto fa sentire bene la gente perché afferma il loro senso di valore umano. Una persona capace di rispettare gli altri ha una certa dignità, perché ha qualcosa da offrire agli altri. Una persona che non rispetta gli altri non ha virtualmente nulla da offrire.
Il rispetto è un attitudine. Mostra che diamo valore all’altro. Rispetto significa avere una buona attitudine verso una persona, al di là dei suoi sbagli o dei suoi difetti. E’ possibile adottare questo tipo di attitudine solamente quando impariamo a riconoscere le buone qualità della gente.
Un giovane disse una volta di suo padre: “Tenta sempre di scoprire qualcosa che possa rispettare in ogni persona. Dice che non è mai deluso; in effetti, trova sempre più di quello che si aspettava!”

28 dicembre 2011

I discorsi della politica stanno diventando una nebbia!

di Frano Previte,

Se si volgesse lo sguardo molto spesso al cielo ed uno a chi è veramente vittima di sofferenze, molti di più sarebbero i cuori che si aprirebbero alla condivisione del giusto pensiero per trovare una via a proposte ed azioni per dimostrare che non dimentichiamo mai il nostro prossimo che resta pietra di paragone degli atti della nostra vita.
Da troppi anni insiste un velato e vergognoso silenzio delle Istituzioni sulle condizioni in cui “vivono” i disabili fisici e le loro famiglie ed i “disagi” infiniti delle famiglie dei malati psichici e degli stessi .

25 dicembre 2011

I modi di Dio di parlare all’uomo

Rev. Hyung Jin Moon: Discorso alla Conferenza Internazionale della Leadership, Universal Peace Federation

Seoul, Corea, 7 Febbraio, 2011

Quando si guarda alla religione, la grande intuizione di Padre Moon è che nel più profondo, ciò che la religione cerca veramente è la relazione. L'etimologia latina della parola è quella di ri-collegare di nuovo ad un primo rapporto con Dio, e poi con il cielo, la terra e l'umanità. Solo attraverso la relazione le virtù dell’amore, pace, tolleranza, armonia, compassione possono esistere. Tutto si basa sulle relazioni. Anche la creazione del tempo e dello spazio è incentrata sul desiderio di Dio per le relazioni.
Nel 13° secolo il matematico italiano Fibonacci ha introdotto i numeri arabi nel mondo occidentale. Ha creato una sequenza di numeri: 1+1=2, ... che è conosciuta come la sezione aurea e la proporzione perfetta.

23 dicembre 2011

Commemorating Human Rights Day 2011: How Far Have We Progressed?’

European Leadership Conference
London, United Kingdom, 8th - 10th December 2011

The last of the series of European Leadership Conferences in 2011, ‘Commemorating Human Rights Day 2011: How Far Have We Progressed?’ examined the Universal Peace Federation (UPF) and Women’s Federation for World Peace (WFWP)’s benchmark of human rights, that humanity is an inclusive global family under a loving God, contrasting it with the global problems we face and discussing strategies, initiatives and policies to reach to that ideal.
Dr Song, Yong Cheon, Chairman of UPF Europe in his keynote address expressed, “The advancement of the Human Rights of all peoples is an essential part of the core mission of both organizations, and a key element in building lasting world peace. ...We meet against the backdrop of unfolding events in the Arab world that demonstrate in unprecedented ways a growing awareness of our shared humanity and of our destiny to become one global family in which the Human Rights of all, regardless of race, religion, nationality or ethnicity are respected. The UN’s Universal Declaration of Human Rights (UDHR) proclaims that there must be what it calls a “common standard of achievement for all people”.

UN General Secretary Ban Ki Moon’s statement for 2011 Human Rights Day: Human rights belong to every one of us without exception. Across the globe, people mobilized to demand justice, dignity, equality, participation -- the rights enshrined in the Universal Declaration. Many of these peaceful demonstrators persevered despite being met with violence and further repression. As we look to the challenges ahead, let us take inspiration from the example of human rights activists and the timeless power of the Universal Declaration, and do our utmost to uphold the ideals and aspirations that speak for every culture and every person.

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18 dicembre 2011

MULTICULTURALISMO – Un contributo alla Pace?

Ginevra, Svizzera, Sede Nazioni Unite, 23 Settembre, 2011

Franco Cavalli

Il multiculturalismo è un contributo alla pace? È stata questa la domanda pervasiva che ha caratterizzato tutti e due i giorni di conferenze organizzati dall’UPF Europa a Ginevra il 23 e 24 settembre 2011, alla quale hanno preso parte circa 150 persone provenienti da diversi paesi, principalmente europei.
Personalmente è la seconda volta che mi capita di partecipare ad una sessione di lavoro internazionale dell’UPF. E in questo caso, più del precedente, devo rilevare che si è trattata di un’esperienza coinvolgente e stimolante.
Le relazioni e i dibattiti si sono sviluppati in ben 10 sessioni di lavoro, cinque per giorno, una delle quali particolarmente diversa dalle altre in quanto caratterizzata da una simulazione.
Diversi i sottotemi trattati durante le varie sessioni per sviluppare quello principale, riguardanti la situazione dei migranti, il modello di consiglio interreligioso alle Nazioni Unite (proposto dal Reverendo Moon nel 2000 all’Onu e supportato al momento da 17 paesi), la cooperazione interreligiosa e interculturale, i diritti umani, la donna e lo sviluppo e i programmi educativi e le istituzioni.

17 dicembre 2011

Ma è inconcepibile che non si è ancora valutata e capita in appieno la patologia del disagio mentale!

di Franco Previte,

Nella n/s Italia non mancano “diversioni politiche”, mentre sono urgenti priorità sociali.
Purtroppo viene diffuso l’odio, un pericolosissimo veleno, che deriva non da una battaglia, ma da una guerra fratricida !

L’avvenimento più ricorrente che sta avvenendo nel nostro disorientato Paese, è la nascita di Partiti o Movimenti Politici per scissione o differenze che raggiungono la soglia dell’intolleranza ideologica, per far scattare il meccanismo della “segmentazione”, della “divisione” di pensiero, della “comodità” ai Partiti, in una parola : la creazione di gruppi politici di potere ! che vanno ad ingrossare le spese del bilancio dello Stato ( quando ne sarebbero sufficienti solo due !) e noi : non facciamo politica per nessuno !

Mentre si discute di povertà, di crisi economiche, di diversioni politiche, le famiglie sono chiamate a sobbarcare una situazione economica alquanto precaria di vera nuova miseria e di sostegno ai loro congiunti, soprattutto quando sono in condizioni di marcata disabilità psico-fisica, come handicappati mentali, ciechi assoluti, sordomuti, lavoratori con drepanocitosi o talassemia major.

Cosa chiediamo al Governo Monti ?

Gentile Signor Direttore,
l'iniziativa che mi permetto farLe pervenire, inviata in data odierna 21 novembre 2011 al Senatore Mario Monti, nella sua qualità di Presidente del Consiglio dei Ministri, intende dare risalto ad un aspetto umano e sociale di grande rilevanza per tutti i cittadini, specie per quelli più deboli, ma che spesso le Istituzioni ed il mondo della politica non vi prestano la dovuta attenzione.
Ho Inteso ribadire sia che i provvedimenti legislativi sono carenti verso questo mondo cattolico e della sofferenza e sia quanto attiene all'aspetto assistenziale, in quanto le "ricadute" delle malattie mentali possono riverberarsi nella vita di tutti i giorni riempiendo le pagine della cronaca nera in Italia come in Europa.

16 dicembre 2011

Famiglia: scuola d'amore

Iniziativa dell'Educazione del carattere
Universal Peace Federation

Le famiglie hanno un ruolo centrale in tutte le culture. I figli assorbono i valori e gli standard di comportamento della loro società attraverso la loro vita familiare mentre la famiglia moltiplica la discendenza e l’eredità del passato e le estende al futuro.
L’essenza della famiglia è la parentela. Attraverso la famiglia siamo uniti da un legame di sangue e di affetto. Questa presentazione chiarisce i rapporti familiari e spiega il loro ruolo nel maturare il carattere e sviluppare il cuore. Quali sono gli aspetti unici dell’amore di un figlio, di un fratello, di un coniuge e di un genitore? Quali sono le virtù particolari manifestate in ciascuna di queste dimensioni d’amore? In che modo questi rapporti si collegano ai nostri ruoli nella società? Queste sono alcune delle domande che affronteremo nel corso di questa presentazione.
Le profonde qualità emotive dei rapporti familiari sono state osservate nel corso della storia e la loro importanza è affermata nelle letterature più antiche di molte culture. I primi scritti morali ed etici spesso ci avvertono che la società si indebolisce se le persone non assolvono i loro doveri familiari. Confucio insegnava che una società prospera e felice dipende dalle persone che realizzano i loro giusti ruoli nella famiglia, specialmente nei confronti dei loro genitori. Insegnava che il legame fra padre e figlio è il modello persino per il rapporto fra un governante e i suoi sudditi. L’importanza culturale della famiglia è messa in rilievo anche dalla tradizione giudeo-cristiana e la Bibbia rivela benedizioni e responsabilità nel corso di generazioni di famiglie. Gli scritti più antichi dell’India, il Rig-Veda e le Leggi di Manu, rivolgono grande attenzione alla famiglia.

Contiuna... continua

14 dicembre 2011

Radio e Televisione della Repubblica di San Marino - Cultura e Spettacoli

Premio letterario internazionale "Titano 2011"
Ottimi esempi di prosa e poesia: all’Hotel San Giuseppe di Valdragone sono stati consegnati i riconoscimenti della 7° edizione del Premio letterario, promosso dall’Accademia culturale Le Tre Castella.

27/11/2011
Hanno messo nero su bianco le loro emozioni, hanno espresso con carta e penna pensieri e stati d’animo, perché scrivere è “sognare coscientemente, ad occhi aperti”. 30 i riconoscimenti assegnati su un totale di circa un centinaio di opere presentate a inizio concorso. Si spazia come sempre tra prosa e poesia. Consegnate targhe speciali d’onore, tra gli altri, a Roberta Violini per la sezione poesia e a Francesca Petrino per la prosa; la coppa speciale dell’accademia culturale Le Tre Castella a Werther Zabberoni; e poi i CREST della Repubblica di San Marino, ovvero i premi alla carriera per aver partecipato a varie edizioni, ai poeti Caterina Tisselli, Dante Repola, Rossana Pianigiani, Rossana Emaldi, Nadea Lusuarghi. Tutti poeti e scrittori arrivati da tutta Italia con l’unico obiettivo di far conoscere e apprezzare la loro creatività. Presenti anche cinque sammarinesi: tra loro Checco Guidi in evidenza con i suoi versi in vernacolo. Sono stati inoltre premiati, con speciali attestati, per il loro talento poetico anche gli alunni della 5° A dell’istituto Rodari di Rimini: piccoli “Pionieri di una cultura di pace”. “E’ stato un successo – ha commentato con soddisfazione il presidente del Premio, Giorgio Gasperoni, rimarcando la qualità delle opere proposte ma soprattutto l’importanza della partecipazione e della condivisione in occasioni come questa.
Silvia Pelliccioni
link al video: video

13 dicembre 2011

Premio Letterario Internazionale Titano 2011

Prefazione alla raccolta antologica delle opere premiate

Questa è la settima edizione della nostra manifestazione culturale. Siamo orgogliosi di ciò. Il Premio Internazionale Titano è cresciuto anno dopo anno, creando una vera comunità di amici oltre che di poeti e scrittori.
L’anno scorso ho condiviso alcune riflessioni con i poeti partecipanti alla premiazione e desidero condividerle anche con tutti voi: L'arte si può paragonare a un fiore, la cui gemma è la cultura. L'opera d'arte riflette non solo l'idea dell'artista, il suo cuore e la sua personalità, ma anche la sua capacità tecnica e l'armonia fra il contenuto e lo stile che egli ha saputo realizzare nella sua opera.
Per completare il suo valore però, la sua creazione abbisogna di qualcuno che la stimi, per cui questo il ruolo dell'apprezzamento. E' con questo scopo in mente, che organizziamo in questo modo il Premio Titano. Vogliamo che sia una celebrazione e una festa dove ognuno può dare e ricevere conoscenza dagli altri partecipanti. C'è assoluto bisogno di riscoprire il valore dell'anima. Potremmo aggiungere che il valore dell'opera aumenta con l’ampliamento dell'arco di persone cui porta gioia.
Con questo 7° anno abbiamo cercato di organizzare una manifestazione che abbia al suo interno cose piacevoli per aiutare alla condivisione fra tutti ma anche essere foriera di contenuti che aiutino a riflettere sul ruolo della poesia e della scrittura. L'eccellenza diventa la lotta contro la mediocrità di questa società. Mi rendo conto che dobbiamo essere in grado di dare il nostro migliore contributo a coloro che ci seguono su questa via.
Il concetto di cultura comprende complessivamente più settori dell'attività umana quali l'economia, l'educazione, la religione, la scienza e l'arte: tra questi l'arte, acquista posizione centrale, poiché è l'essenza stessa della cultura.
L'arte è l'attività di creazione e apprezzamento della bellezza. La mente dell'uomo ha le tre facoltà dell'intelligenza, del sentimento e della volontà, cui corrispondono tre diversi campi di attività culturale. Tra gli esercizi intellettuali individuiamo la filosofia e la scienza, in quelli volitivi comprendiamo la morale e l'etica, mentre l'attività emotiva per eccellenza è l'arte. Così, possiamo definire l'arte come "l'attività emotiva che crea e apprezza la bellezza". Qual è poi lo scopo dell'arte? Dio creò l'uomo e l'universo per ottenere gioia dall'amore verso il creato. Analogamente, è per provare gioia che l'uomo crea e apprezza l'opera d'arte come suo oggetto. Perciò, l'arte può essere definita anche come "azione che produce gioia attraverso la creazione e l'apprezzamento".
Il critico d'arte britannico Herbert Read (1893-1968), spiegò che tutti gli artisti hanno il desiderio di compiacere, e l'arte si caratterizza come il tentativo di creare forme gradevoli. Ogni forza emotiva scambiata, vuoi dal soggetto all'oggetto, vuoi dall'oggetto al soggetto, è trasmessa come amore ed è ricevuta come sollecitazione emotiva, ovvero bellezza. La bellezza non esiste oggettivamente, ma è determinata dall'azione di dare e ricevere tra il soggetto, alla ricerca del valore, e l'oggetto. In altre parole, la bellezza si determina quando il soggetto prova gioia attraverso la sollecitazione, percepita emotivamente, che riceve dall'oggetto.
La bellezza non "esiste" oggettivamente ma "è percepita". È un elemento esistente nell'oggetto che dà al soggetto la sollecitazione emotiva, che il soggetto stesso recepisce come bellezza.
Riflettiamo sulla relazione tra l'etica e l'arte dalla prospettiva della relazione tra amore e bellezza. L'amore è una forza emotiva che il soggetto dà all'oggetto, e la bellezza è uno stimolo emotivo che il soggetto riceve dall'oggetto. Amore e bellezza sono così strettamente correlati da essere come le due facce della stessa medaglia: da ciò possiamo comprendere come l'etica, che si occupa dell'amore, e l'arte, che s'interessa alla bellezza, siano inseparabilmente legate. Considerando l'arte e l'etica a questa stregua, arriviamo a concludere che la vera bellezza si fonda sul vero amore. Fino a oggi, a dire il vero, non è stato proprio così, perché è mancata una ferma presa di posizione filosofica sul fatto che l'artista debba essere una persona moralmente elevata. Di conseguenza, molti artisti, soprattutto scrittori, hanno scelto l'amore come loro tema, ma si è trattato spesso di amore alquanto relativo.
Il nostro scopo come promotori del Premio Internazionale Titano è proprio quello di dare massima enfasi al giusto rapporto tra il vero amore e le vere espressioni artistiche.

Il Presidente
Giorgio Gasperoni

“Premio Letterario Internazionale Titano 2011”
Repubblica di San Marino – 26/27 novembre 2011

link all'antologia: link

Brevi note su l’Accademia Culturale Sammarinese “Le Tre Castella”

di Giorgio Gasperoni

Perché un’Accademia Culturale Sammarinese?
1. Un punto distintivo della visione dell’Accademia Culturale Sammarinese è la consapevolezza della necessità dell’approccio interdisciplinare al problema della pace, della libertà e dell’amore.
Ciò vuol dire che la pace, la libertà e l’amore non possono essere realizzate solo dal mondo della cultura o della politica o della religione, bensì solo grazie alla collaborazione tra tutte queste componenti della società.
2. Un altro carattere distintivo della visione dell’Accademia Culturale Sammarinese, proprio in virtù della peculiarità ed originalità della storia di questa antica repubblica, consiste nel dare ampia visibilità agli aspetti originali e alle radici culturali di ogni civiltà. Ciò deriva dalla consapevolezza della grande influenza positiva che le grandi tradizioni culturali del mondo possono avere sui popoli al fine della promozione della pace. Inoltre, è solo promovendo nelle varie civiltà la visione originale delle loro culture che le stesse culture possono superare le barriere che spesso le dividono.

Cosa si prefigge l’Accademia Culturale Sammarinese “Le Tre Castella”

1. L’Accademia si prefigge, come scopo principale, di dare testimonianza riconoscendo le alte qualità morali e culturali a personalità della Cultura, che si siano particolarmente distinte nell’Arte del Poetare e dello Scrivere, nell’Arte del Dipingere, nell’Arte della Scultura, nell’Arte della Musica, nell’Arte dello Spettacolo Teatrale, Cinematografico e Televisivo, nel Giornalismo, nella professione di Docenti in Scuole di ogni Ordine e Grado, siano essi presso Istituzioni Statali e/o Istituzioni Private e Riconosciute, che si siano distinti nell’impegno di promuovere il concetto dell’Educazione alla Vera Pace ed al Vero Amore fra i popoli nella Vera Libertà insignendoli con il titolo di: “Accademico delle Tre Castella”.

Temi ai quali l’Accademia “Le Tre Castella” presta maggior attenzione
1. L’Accademia presta attenzione ad alcuni problemi che ritiene particolarmente importanti. Uno dei quali è l’Istituzione familiare e tutti i problemi sociali, economici e culturali che tale Istituzione genera. Un altro riguarda i conflitti etnici, razziali e religiosi in molte parti del mondo. C’è un bisogno impellente affinché istituzioni politiche, culturali, religiose ed educative lavorino insieme per promuovere una più grande comprensione e collaborazione tra le diverse comunità.

L’Accademia è organizzata e opera esclusivamente su basi di puro volontariato a beneficio e sostegno della cultura in generale senza alcun scopo di lucro.
L’Accademia “Le Tre Castella” è trasversale ai concetti di razza, religione o di appartenenza politica a qualsiasi organizzazione partitica, prescinde dal censo e prescinde dal prendere in considerazione qualsiasi grado di titolo di studio o accademico che le personalità indicate meritevoli del titolo di “Accademico” avessero conseguito o meno.

8 dicembre 2011

Il Capo del WFP riceve un riconoscimento per le azioni svolte nel Corno d’Africa

Il Direttore esecutivo del WFP (World Food Program), Josette Sheeran è stata premiata dalla White Ribbon Alliance for Safe Motherhood (WRA) per il suo impegno per alleviare dalla siccità le popolazioni del Corno d'Africa

NEW YORK, NY--Sheeran, a New York per l’assemblea generale delle Nazioni Unite, ha ricevuto il premio insieme al Sotto segretario generale per gli Affari Umanitari e Coordinatore delle Emergenze, la Baronessa Valerie Amos, per l'eccezionale impegno durante la crisi del Corno d'Africa.
"L'azione può fare la differenza", ha detto la Sheeran poco dopo aver ricevuto il premio da Ted Turner durante il Simposio su Donne, Ispirazione, Impresa (WIE). "Vorrei solo dire, per favore non lasciate che il cinismo abbia il sopravvento, il mondo sa come raggiungere la maggior parte di chi è nel bisogno".
Il WFP sta rapidamente trasportando prodotti alimentari e nutrizionali, assolutamente necessari, sia via mare, aerea e su strada in Etiopia, Kenya e Somalia per debellare la fame, soprattutto tra i più vulnerabili - i bambini e le loro madri. Il WFP sta in questo periodo raggiungendo circa 7,4 milioni di persone colpite dalla siccità.
Il SimposioWIE è una conferenza per le donne ospitato da Sarah Brown, moglie dell'ex primo ministro britannico Gordon Browne Sponsor globale del White Ribbon Alliance per la maternità sicura (WRA). Co-sponsor erano la giornalista Arianna Huffingtone il progettista Donna Karan.
Sheeran ha reso omaggio al lavoro della baronessa Valerie Amos, colei con la quale ha condiviso il premio. "Lei ha un ruolo molto importante con il Programma Alimentare Mondiale e anche all'interno dello spazio umanitario. Ho visto Valerie negoziare con gli interlocutori più difficili a favore soprattutto delle donne e dei bambini che sono intrappolati in queste zone difficili, per il loro diritto di vivere e il loro diritto di ottenere protezione e i servizi che il mondo può fornire”.
Alla manifestazione dello scorso anno è stata premiata la Regina Rania Al Abdullah di Giordania per il suo contributo allo sviluppo dei diritti delle bambine e delle donne, e Melinda Gates ha ricevuto il Premio Ispirazione.

L’influenza positiva della globalizzazione nella riduzione della povertà

Nel valutare le sorti del mondo in via di sviluppo nel corso dello scorso 20 ° secolo, i paesi possono essere approssimativamente suddivisi in due categorie: la Cina e il resto.
È considerato quasi normale lamentarsi sul problema della povertà su scala globale e della mancanza di progressi verso gli Obiettivi dello Sviluppo del Millennio. Ciò che sorprende, però, è che l'obiettivo di dimezzare la povertà globale è stato probabilmente raggiunto tre anni fa, anche se quasi nessuno l’ha evidenziato. Siamo nel periodo più rapido di riduzione della povertà che il mondo abbia mai visto. Il tasso di povertà globale, che era al 25 per cento nel 2005, si sta riducendo di uno o due punti percentuali l'anno, aumentando a circa settanta milioni di persone - la popolazione della Turchia o della Tailandia – che escono dalla miseria ogni anno. Lo sviluppodel progresso umano è di così tale portata che non ha precedenti nella storia, pur rimanendo quasi universalmente non riconosciuto. Le stime ufficiali della povertà globale sono redatte dalla Banca Mondiale e prendono in esame gli ultimi trenta anni. Per la maggior parte di quel periodo, la tendenza è stata una lenta, graduale riduzione. Nel 2005, l'anno della più recente stima ufficiale della povertà globale, il numero di persone che vivevano sotto la soglia della povertà internazionale era di 1,25 dollari al giorno ed era pari a 1,37 miliardi - un miglioramento di mezzo miliardo rispetto ai primi anni ottanta, ma ancora una lunga strada dal sogno di un mondo libero dalla povertà. Oggi, si stima che vi siano circa 820 milioni di persone che vivono con meno di $ 1,25 al giorno. Dietro queste cifre globali si trova però una cupa realtà. Nel valutare le sorti del mondo in via di sviluppo nel corso dello scorso 20° secolo, i paesi possono essere approssimativamente suddivisi in due categorie: la Cina e il resto. La sorprendente inversione economica della Cina - 30 anni fa, solo il 16 per cento della sua popolazione viveva sopra la soglia di povertà, ma dal 2005, solo il 16 per cento si trova sotto di essa –maschera fallimenti altrui.
Escludendo la Cina, l'apparente diminuzione di 500 milioni della povertà globale diventa un aumento di 100 milioni. Nella regione più povera del mondo, l’Africa sub-sahariana, il tasso di povertà è rimasto sopra il 50 per cento per tutto il periodo, che, data la rapida crescita della popolazione della regione, si traduce in un quasi raddoppio del numero dei suoi poveri. Allo stesso tempo, nell’Asia meridionale, nell’America Latina e nell’Europa-Asia Centrale c'erano più poveri nel 2005 di quanti ce ne fossero un quarto di secolo prima. Questo dato deprimente traccia diverse prospettive sulla povertà attuale. La povertà globale è percepita sempre più come una costante, con i poveri tagliati fuori dalla prosperità goduta altrove. Solo un cambiamento radicale dell'attuale ordine mondiale - un sistema alternativo alla globalizzazione o un esercizio di massiccia redistribuzione - potrebbe cambiare questo trend.
Un nuovo studio sulla povertà globale ribalta questo resoconto. Combinando i più recenti dati nazionali dell'indagine sui consumi delle famiglie con gli ultimi dati sulla crescita dei consumi privati, abbiamo delle stime sulla povertà globale che vanno dal 2005 fino ai giorni nostri. La riduzione della povertà sviluppatesi nei primi anni 2000 è stata sostenuta per tutto il decennio, anche durante i pesanti recessi della crisi finanziaria. Oggi, si stima che ci siano circa 820 milioni di persone che vivono con meno di $ 1,25 al giorno. Ciò significa che l'obiettivo primario degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio - di dimezzare il tasso di povertà globale entro il 2015 dai suoi livelli del 1990 - è stato probabilmente raggiunto circa tre anni fa. Mentre c’erano voluti venticinque anni per ridurre la povertà a mezzo miliardo di persone fino al 2005, lo stesso risultato è stato probabilmente ottenuto negli ultimi sei anni. Mai prima d'ora così tante persone sono uscite dalla povertà in un periodo così breve di tempo.
Non è solo la povertà che sta scendendo rapidamente, ma sta avvenendo in tutte le regioni e nella maggior parte dei paesi. Non sorprende che la maggiore riduzione si è verificata in Asia. Non sono, però, solo le economie dinamiche dell'Asia orientale, come la Cina, a ridurre notevolmente la povertà; giganti sud asiatici, tra cui India e Bangladesh, e le economie dell’Asia centrale come l'Uzbekistan hanno fatto passi da gigante. Pure l'Africa subsahariana sta beneficiando di questo progresso. La regione ha abbassato la soglia simbolica di un tasso di povertà che nel 2008 era del 50 per cento: il numero dei suoi poveri ha ripreso a scendere per la prima volta in assoluto.
Questo progresso sorprendente è guidato da una rapida crescita economica in tutte le nazioni in via di sviluppo. Durante gli anni ‘80 e ‘90, la crescita pro capite nei paesi in via di sviluppo era solo dell’1 o 2 per cento l'anno, non abbastanza da incidere seriamente sui livelli di povertà. Intorno al 2003, tuttavia, la crescita nel mondo in via di sviluppo è decollata, con una media del 5 per cento circa pro capite l'anno.
Sul come e il perché la crescita economica sia stata così sostenuta nei paesi in via di sviluppo porta a porsi domande e a ingenerare dibattiti da parte degli economisti che potrebbero durare decenni. Si potevano notare un certo numero di segnali, verso la fine del secolo: un boom negli investimenti a causa dei prezzi delle materie prime; un alto spillover (l'impennata puntuale dei prezzi di alcuni prodotti) di crescita proveniente da grandi economie aperte emergenti che utilizzano catene di fornitura transnazionali. La diversificazione nei nuovi mercati delle esportazioni, dai fiori recisi ai call center, al diffondersi delle nuove tecnologie, in particolare la rapida adozione di telefoni cellulari, l'aumento degli investimenti pubblici e privati nelle infrastrutture, la cessazione di una serie di conflitti. La maggiore stabilità politica, l'abbandono di strategie di crescita inferiori, come la sostituzione delle importazioni per una maggiore concentrazione sulla salute macroeconomica e il miglioramento della competitività. Questi fattori sono manifestazioni di un insieme di tendenze generali - l'ascesa della globalizzazione, la diffusione del capitalismo e il miglioramento della qualità della governance economica - che insieme hanno permesso alle nazioni in via di sviluppo d’incominciare a convergere su economie avanzate, dopo secoli di povertà cronica.
I paesi poveri che mostrano il maggior successo oggi sono quelli che si stanno coinvolgendo con l'economia globale, facendo in modo che i prezzi di mercato permettano di bilanciare domanda e offerta e di destinare risorse scarse, e perseguire politiche economiche sensibili e strategiche per stimolare gli investimenti, il commercio e creazione di occupazione. E’ questa potente combinazione che fa si che il periodo attuale si sia staccato da una storia di crescita insipida e di povertà ingestibile. La lotta alla povertà è stata a lungo un obiettivo morale e strategico dei governi occidentali. Ma il record degli ultimi anni è stato probabilmente una sorpresa per loro. Ai loro occhi, il destino dei poveri del mondo, in gran parte dipendeva dai progressi su tre fronti: la riduzione del debito, più aiuti e un commercio più libero. Anche se i leader mondiali hanno cercato di dare un sostegno e slancio a queste priorità, i successi hanno avuto difficoltà ad arrivare: mentre più di $ 80 miliardi di debito dei paesi poveri è stato condonato, la maggior parte dei paesi non è riuscito a raggiungere gli obiettivi globali prefissati, e la Doha Development Round si è indebolita presso l'Organizzazione Mondiale del Commercio(WTO)
Fortunatamente per i poveri del mondo, questa logica si è rivelata errata. Nonostante i progressi su ciascuno dei tre fronti sarebbero stati utili per i paesi in via di sviluppo e per loro capacità di lottare contro la povertà, il significato di ognuno di essi è stato indubbiamente sopravalutato e troppo è stato detto sul senso di responsabilità e di magnanimità dell'Occidente piuttosto su che cosa è stato effettivamente necessario per avviare lo sviluppo.
Adottando una visione a lungo termine della storia, la notevole riduzionedella povertà negli ultimi sei anni rappresenta un precursore di una nuova era. Siamo sulla cuspide di un'epoca di sviluppo di massa, che vedrà il mondo trasformato da un livello basso a un livello medio. Le implicazioni di tale cambiamento saranno di vasta portata, toccando tutto, dalle opportunità di business globale alle pressioni ambientali e le risorse alle nostre istituzioni di governance globale. Fondamentalmente si tratta di una storia di miliardi di persone in tutto il mondo che stanno avendo finalmente la possibilità di costruire una vita migliore per sé e per i loro figli. Dovremmo considerarci fortunati di vivere in un momento straordinario come questo.

Autori: Laurence Chandy e Geoffrey Gertz
Ripreso dal World & I (sett. 2011) con il permesso di: Yale Global Online (yaleglobal.yale.edu)

Trofeo della Pace

Domenica 19 giugno, presso il Centro Sportivo Ambrosini a Monza, si è tenuta la giornata conclusiva del Trofeo della Pace, il lungo torneo interetnico di calcio a 7 iniziato il primo maggio. A questa sesta edizione hanno partecipato 12 squadre con circa 150 giocatori in rappresentanza di molte delle nazionalità e comunità presenti sul territorio. Come organizzatori, abbiamo dato ai calciatori come spunto di riflessione che non stavano giocando semplicemente per divertirsi e forse vincere ma anche per uno scopo più alto e nobile: contribuire a costruire la pace mondiale, perché ancora una volta momenti come questi dimostrano che, sul campo come nella vita di tutti i giorni, ciò che conta è la fratellanza anche nella sana competizione. D'altronde lo spirito fondante del Trofeo della Pace è di favorire la conoscenza, l'amicizia e l'integrazione tra persone residenti sullo stesso territorio provenienti da culture diverse. La pratica di uno sport può davvero essere strumento di trasmettere valori e ideali, che poi si riversano nella vita di tutti i giorni, quando si riconosce nell'altro non più uno straniero sconosciuto ma un amico, scoperto dapprima come leale avversario su un campo sportivo, partendo dalla passione comune per il gioco del calcio. Da rilevare che anche quest'anno sono stati utilizzati i palloni della campagna “diritti in gioco”, fabbricati in Pakistan senza l'utilizzo di manodopera minorile e distribuiti da Commercio Alternativo.

Favoriti dal bel tempo, si sono giocate le due finali precedute da un inedito triangolare, amichevole e fuori programma, organizzato per dare un'altra possibilità di giocare ad alcune delle squadre meno forti di questa edizione del torneo. Il lungo pomeriggio sportivo è iniziato con questo triangolare vinto dal Tibet. Gli amici tibetani hanno prima battuto per 4 a 2 i giovanissimi dell'Istituto CTP Confalonieri di Monza e poi pareggiato 1 a 1 con il Bangladesh, che a sua volta aveva vinto con il CTP solo per uno a zero e quindi, per la migliore differenza reti, la squadra tibetana, supportata da un caloroso tifo di molti esponenti della loro comunità, si è aggiudicata questo mini torneo. A seguire sono scese in campo le formazioni di African Football ed Egitto 1 a contendersi il terzo posto, vinto dagli egiziani con il risultato di 4 a 2, dopo una partita molto ben giocata da entrambi i team.

E così, in una calorosa e piacevole atmosfera di festa e con un pubblico numeroso, si è giunti al momento della finalissima tra l'Italia Diritti Umani e il Marocco. Questa è stata la partita più bella e avvincente tra tutte quelle giocate quest'anno, entrambe le formazioni hanno dato il meglio, con spettacolari azioni in velocità, mettendo in mostra un'abilità calcistica abbinata a una correttezza inusuale sui campi di calcio. Entrambe le contendenti si sono meritate gli elogi per aver dato vita a una partita che ha scatenato la gioia e l'entusiasmo di tutti i presenti, che al termine hanno applaudito a lungo i giocatori. Il punteggio finale, dopo una continua alternanza, è stato di 4 a 3 a favore del Marocco, che così per la prima volta si è aggiudicato il Trofeo della Pace, succedendo all'Egitto, mentre l'Italia Diritti Umani aveva vinto la prima edizione.

La giornata si è terminata con la festa delle premiazioni, con medaglie, coppe e gadget a tutti i calciatori partecipanti, seguita da un semplice ma apprezzato rinfresco con pizza e dolci. A conclusione della manifestazione si ringrazia vivamente tutti coloro, istituzioni ed enti privati, che hanno collaborato a vario titolo a questa edizione, sicuramente di successo, sia per quello che si è visto in campo ma anche per le altre iniziative collegate. Ricordiamo quindi che il Trofeo della Pace è organizzato dalla sezione di Monza dell’UPF Universal Peace Federation, con l'adesione e il patrocinio del Comune di Monza, della Province di Milano e Monza Brianza, dei Comuni di Agrate Brianza, Cologno Monzese, Muggiò, Sesto San Giovanni, Villasanta, Vimercate e del Comitato Regionale Lombardo del CONI. Senza dimenticare l'appoggio concreto della sezione locale UISP, l'Unione Italiana Sport per Tutti, in particolare per la preziosa e indispensabile collaborazione del loro settore arbitrale, e gli sponsor Credito Artigiano e media partner Il Cittadino, giornale di Monza e Brianza.

Carlo Chierico,
Presidente UPF – Monza Brianza

International Day of Peace, 21 settembre 2011

la UPF di Monza ha organizzato i seguenti eventi:

Mercoledì 21 settembre, alle ore 18,00 si è tenuto un incontro interreligioso sul tema:
“Pace e Democrazia, facciamo sentire la nostra voce” presso l'oratorio del Duomo di Monza, con la presenza di molti ospiti in rappresentanza di diverse fedi e comunità religiose.
I lavori sono stati aperti con i saluti di benvenuto di Carlo Chierico. Si sono succeduti gli interventi degli esponenti delle religioni presenti: i monaci buddisti Antonio del centro Ghe Pel Ling di Milano e Ashin Kovida, un monaco birmano in questo periodo rifugiato politico in Germania, che ha ricordato la causa dei diritti umani in Birmania, Antonio Magni, ex membro del Consiglio Nazionale dell'UBI, Abdulah Tchina, imam dell'Associazione Islamica di Milano e Wesan El Husseiny in rappresentanza di un gruppo di giovani musulmani di Monza, Antonio e Antonella Zoffili della Chiesa dell’Unificazione, Lino di Spena del gruppo etico All Is One, Stefania Tenan dell'oratorio San Carlo di Monza, Absatou Dioum, mediatrice interculturale e ambasciatrice di pace, don Luciano Sanvito, Gukson Capone, Ignazio Cabras, Carlo Zonato, Naing Lin Aung della comunità birmana, Alex Danki e altri.
L'incontro, molto informale, è stato apprezzato e sentito da tutti i partecipanti che, oltre ad intervenire sul tema della pace e democrazia, hanno espresso il desiderio di ritrovarsi al più presto di nuovo per portare avanti un progetto, individuato insieme, di concreta collaborazione interreligiosa sul territorio. Al termine è stato condiviso un semplice rinfresco con pizza e bibite.

Mercoledì 21 settembre, alle ore 20:45 si è svolta la veglia interreligiosa di preghiera per la pace nel mondo nella piazza Trento e Trieste a Monza.
Giunta alla settima edizione, sempre con l'adesione e il patrocinio del Comune di Monza e della provincia Monza Brianza, la veglia si è tenuta all'aperto davanti al palazzo del Municipio, ed ha visto la presenza di un pubblico numeroso e attento che ne ha seguito con commossa partecipazione tutte le varie fasi. Condotta e coordinata da Carlo Chierico, la veglia è iniziata con un momento di silenzio dedicato al 150° anniversario della nascita dello Stato Unitario Italiano. Poi, a rotazione sulla pedana allestita per l'occasione, si sono succeduti gli interventi degli esponenti di molte fedi e comunità. Il sacerdote don Giuseppe Barzaghi, ha salutato e dato l'accoglienza a nome della comunità cattolica di Monza. Il signor Ettore Fiorina ha letto delle efficaci riflessioni sul tema della pace. La signora Sundari Devi, co-fondatrice del movimento induista italiano, la signora Leona Baroni della comunità ortodossa rumena, la signora Ester Galli della chiesa di scientology, le signore Marta Fenaian e Maria Porrini della comunità di fede baha'j, i monaci buddisti Antonio del Ghe Pel Ling di Milano e Ashin Kovida hanno portato il loro contributo. Il pastore Alberto Zoffili, della Chiesa dell’Unificazione ha letto alcuni brani dell'autobiografia del Rev. Moon. il signor Tafsir Diop della comunità senegalese, la signora Liseth della comunità sud-americana, un gruppo di giovani africani, profughi dalla Libia e adesso a Monza grazie al lavoro della Croce Rossa provinciale, hanno letto un breve ma significativo messaggio. l'imam Abdullah Tchina dell'associazione islamica di Milano insieme alla giovane Wesam El Husseiny di fede musulmana hanno portato il loro contributo. Il conduttore Carlo Chierico ha chiuso la serie degli interventi, con un breve discorso sul cuore sofferente di Dio, genitore di tutta l'umanità a prescindere dalla fede di ognuno. Da rilevare anche la presenza di due gruppi canori, che hanno allietato la serata con canti spirituali dedicati alla pace: uno composto da giovani sud-americani e il Mighty Youth Choir, dei giovani della comunità di Bergamo.
Al termine, ognuno dei presenti, ha acceso una candela bianca dal grande braciere, rimasto acceso tutto il tempo, come simbolo di pace e nuovo inizio. Il trasporto emotivo e la grande partecipazione del pubblico hanno decretato il successo della veglia, dimostrando che la religione e la diversità non costituisce necessariamente una ragione di conflitto, ma anzi un motivo di coesione e ispirazione per tutti a cooperare e agire per il bene comune.


Giovedì 22 settembre, al teatro Binario 7 di Monza, si è tenuto per il terzo anno consecutivo lo spettacolo di cabaret per beneficenza "ridere per aiutare a sorridere".
Organizzato grazie agli sforzi congiunti del Gruppo Etico All Is One, dell'Associazione Culturale Tibetana, dell'Associazione per l'Amicizia Italia Birmania e dell’UPF. Un gruppo di comici provenienti da Zelig e Caffè Colorado, alcuni di notorietà nazionale, si sono esibiti gratuitamente davanti a un pubblico numeroso, con una massiccia presenza di giovani, allietando le persone con le loro formidabili gag e battute, meritandosi applausi a non finire. Non ne citiamo i nomi solo per la loro ritrosia a farsi pubblicità con un evento benefico, di cui condividono totalmente le finalità e gli ideali, ma li ringraziamo ancora calorosamente, ricordando che la locandina dello spettacolo con i nomi dei partecipanti è visibile su molti siti web che hanno rilanciato la serata, tra cui www.all-is-one.it e www.trofeodellapace.org
Anche quest'anno quindi grandi risate e grande gioia all'insegna della solidarietà, infatti l'incasso sarà devoluto alla scuola di Lama Tashi a Kathmandu in Nepal, che ospita bambini profughi dal Tibet, e per il progetto di borse di studio a favore di giovani ragazze profughe dalla Birmania. Nel corso della serata, presentata da Dado Tedeschi e Daniela Calosci, abbiamo anche avuto modo di ascoltare la figlia di Lama Tashi e il monaco Ashin Kovida su alcuni aspetti significativi della attuale situazione nei loro rispettivi paesi, il Tibet e la Birmania.

Carlo Chierico, presidente UPF - Monza Brianza

Iniziative UPF

Presentazione del libro, Un cittadino globale amante della pace: Rev. Sun Myung Moon
Presso la Biblioteca Comunale di Caramanico Terme, località turistica nel parco Nazionale della Majella, in Abruzzo, Daniela Enrico Bena, rappresentante UPF nella provincia di Pescara, ha presentato il libro “Un cittadino globale amante della pace: Rev. Sun Myung Moon”.
La partecipazione è stata numerosa ed anche il sindaco di Caramanico Terme era presente all’evento. I partecipanti erano molto incuriositi ed hanno posto molte domande poiché non conoscevano il Dott. Moon ed era la prima volta che lo sentivano nominare. Sono rimasti colpiti dalle vicende che ha vissuto nel corso della sua vita, in particolare dalla sua costanza e forza nel perseguire la sua missione nonostante le numerose persecuzioni subite. Sono rimasti stupiti che una persona così sia ancora in vita e che continui a lavorare così tenacemente per la pace alla sua veneranda età. Una persona del pubblico è intervenuta dicendo: questa persona si merita il Premio Nobel per la Pace!
Una coppia che ha partecipato alla presentazione ha invitato la Dott.ssa Daniela Enrico Bena a presentare il libro nella sua città, L’Aquila. Appena avranno il benestare per il patrocinio e la disponibilità del locale da parte del comune, si attiveranno.

UN PONTE DI UNITA’ ARMONIA E PACE: CRONACA DI UN EVENTO DAVVERO SPECIALE

Di Gabriella Mieli

Nella splendida cornice della città di Padova, tra Prato della Valle e la Basilica di Sant’ Antonio, due deliziosi alberghi del centro storico hanno ospitato le delegazioni della WFWP austriaca, slovena ed italiana, in occasione dell’ormai tradizionale evento annuale di gemellaggio tra donne delle 3 nazioni coinvolte.
Il primo fine settimana di ottobre, con la benedizione del cielo e della terra grazie ad uno splendido clima, la città del Santo e il bellissimo paese di Ponte nelle Alpi hanno dato il benvenuto a circa 80 persone di diverse culture, nazionalità, etnie. Tra gli ospiti non soltanto donne, ma coppie e famiglie.
La delegazione austriaca, prima a raggiungere Padova, ha avuto l’opportunità di visitare la Basilica del Santo e di cogliere gli aspetti spirituali che ruotano attorno a questa incredibile città. Il momento ufficiale di inizio del programma è stato celebrato con il pranzo tenutosi presso un ristorante locato di fronte alla basilica stessa. E’ stato bello vedere l’entusiasmo del ritrovarsi, tra chi già si conosceva grazie agli eventi precedenti, e la sorpresa, nei nuovi ospiti, forse inizialmente un po’ spaesati, per “l’atmosfera familiare” alquanto contagiosa, trasmessa all’intero gruppo.
Lo spirito dei gemellaggi organizzati dalla WFWP, nel nome del perdono, della riconciliazione e dell’unità, è la pietra miliare del programma concreto per una cultura di pace. Riprendendo quindi il percorso lasciato in Slovenia, nell’area attorno a Caporetto, che tanto ha visto coinvolte le nostre nazioni durante la Prima Guerra Mondiale, la delegazione italiana, scegliendo Padova, ha voluto mostrare anche altri aspetti del rapporto storico intercorso. Infatti, nel programma previsto, la prima visita si è tenuta a Villa Giusti, famosa per essere stata il fulcro della fine della Grande Guerra. Famosa perché questo posto speciale, dall’atmosfera di altri tempi, immersa in un bellissimo parco, è stata teatro dei negoziati terminati con l’armistizio, siglato in data 3 novembre 1918, dalle parti in causa di allora: principalmente le autorità militari italiane e i plenipotenziari dell’Impero Austro-Ungarico. La villa, residenza privata, appartiene agli eredi dell’allora proprietario, il conte Vettor Giusti del Giardino. Il gruppo è stato accolto da Ines Thomas Lanfranchi, splendida padrona di casa, che con dovizie di particolari ci ha introdotti nell’atmosfera del tempo che fu… Momenti speciali e commoventi quando le varie delegate e gli accompagnatori hanno varcato la soglia, sul retro della villa, come storicamente avvenuto 93 anni fa, con la differenza che allora si volle “umiliare il nemico”; e con l’ingresso e la visita alla sala della firma. Tutto è rimasto come allora, persino la sedia del re Vittorio Emanuele III con le gambe segate, con l’aggiunta delle foto storiche, dell’elenco dei firmatari, della targa posta sul tavolo a memoria… E commoventi sono stati i momenti in cui le 3 responsabili nazionali della Federazione (Maria Gabriella Mieli per l’Italia, Renate Amesbauer per l’Austria e Kristina Bacovnik per la Slovenia), sedute al “Tavolo della Pace” hanno firmato un certificato per commemorare la visita, hanno scattato una foto insieme ad altre delegate di fronte al tavolo, e si sono unite in preghiera, in un intenso momento spirituale per suggellare e rinforzare l’impegno di allora.
Il certificato è poi stato firmato da tutte le altre partecipanti e lasciato alla villa.
Il pomeriggio è proseguito con il tour della città, sconosciuta alla maggior parte della delegazione: i commenti delle partecipanti sono stati sorprendenti a favore di un luogo ricco di cultura grazie anche alla sua storica università, al giardino botanico, al suo impegno nel volontariato e oltre…
Il momento culminante della prima giornata è avvenuto in serata, dopo cena, quando il gruppo si è trasferito alla Sala Rossini, sopra lo storico Caffè Pedrocchi, che ne cura la gestione insieme al Comune della città.
Alla presenza di più di 100 persone si è celebrata la cerimonia di gemellaggio, nel nome della riconciliazione e dell’unità con riferimento alle radici della WFWP; riconciliazione nel nome di quanto è avvenuto nel secolo scorso, verso i nostri antenati, tutti coinvolti specialmente nella prima e seconda guerra mondiale. Noi e le nostre famiglie non siamo più coinvolte nelle dispute del passato, ma i problemi non sono ancora totalmente risolti e c’è quindi bisogno di ulteriori interventi per una vera e profonda riconciliazione.
Unità, un valore forse un po’ dimenticato e tornato alla ribalta, specialmente in Italia, grazie alle celebrazioni dei 150 anni della nostra nazione; ma anche un valore che noi donne della WFWP stiamo coltivando molto tra di noi e con le nostre famiglie e comunità, e che stiamo trasferendo ai nostri figli, ricordando loro quanto sacrificio ed investimento siano necessari per costruirla e mantenerla.
Ad iniziare la serata dopo i saluti di Flora Grassivaro, sono stati resi gli onori alle 3 nazioni con gli inni nazionali e le bandiere, con l’aggiunta sia dell’inno che della bandiera europea: bandiere portate da ragazzi tra 15 e 20 anni. Sono seguiti i saluti delle autorità, che per conto del Sindaco, sono stati portati dalla Consigliera Anna Milvia Boselli. Anche S.E. Sandro Pulin ha onorato la WFWP con un discorso di benvenuto e con l’augurio che questo Ponte di Pace possa essere presto rivolto anche alle nazioni del sud del Mediterraneo. Sono seguiti i saluti delle 3 responsabili e la proiezione di un breve filmato di presentazione delle attività della Federazione a livello nazionale e internazionale.
Il discorso principale con la spiegazione e il significato della cerimonia è stato tenuto dalla Dottoressa Maria Riehl, austriaca, che ha posto molta enfasi sui 4 pilastri alla base delle nostre cerimonie di Ponti di Pace:
Responsabilità. Le catene di risentimenti e rabbia sono veleni e ci debilitano. I nostri pensieri e attitudini sono molto più importanti delle circostanze esteriori; rompendo queste catene, liberandoci dagli effetti del passato o dal male che ci affligge nel presente, noi prendiamo responsabilità verso noi stesse e le nostre mentalità determinandoci ad un nuovo inizio.
Rispetto. La mancanza di rispetto genera inevitabilmente la morte di una delle parti in causa e la perpetuazione del ciclo del conflitto. Riconoscendo i diritti di chi ci sta di fronte, non importa chi sia, siamo in grado di aprire le nostre menti alla possibilità di una soluzione.
Pentimento. Proprio perché ci prendiamo responsabilità, abbiamo la forza di vedere le nostre mancanze e la nostra capacità di ignorare le esigenze e le situazioni degli altri. Il pentimento è il nostro personale “cessate il fuoco” verso noi stesse per risolvere i conflitti nelle nostre vite, facendo una valutazione onesta delle nostre azioni ed agendo con buona volontà nel considerare il punto di vista di chi è di fronte a noi.
Impegno. Nell’abbracciare chi ci sta di fronte, che sia il nostro sposo, un’amica, un familiare o la nostra nuova sorella, noi suggelliamo il nostro personale impegno verso l’altro e la nostra missione di sviluppo personale e di costruttrici e portatrici di pace.
Dopo questa toccante ed ispirante spiegazione abbiamo cominciato la nostra cerimonia pensando di valicare un ponte provenienti da una strada poco luminosa e sconnessa, incontrandoci al centro ed inchinandoci (pentimento verso gli errori del passato nostri o dei nostri antenati); ci siamo abbracciate (rispetto verso l’altra) ed insieme abbiamo percorso l’altra metà del ponte verso una strada di luce con responsabilità, impegno ed armonia.
I vari momenti sono stati intercalati da letture di poesie (Dottoressa Chiara Forcella) e da intermezzi musicali suonati da Filippo Visentin.
Prima di concludere la serata, la direzione del Caffè Pedrocchi, tramite un loro responsabile, ha voluto omaggiare le 3 rappresentanti della Federazione con un regalo: un’ape d’argento, simbolo del luogo, ampiamente riprodotto sulle pareti della magnifica Sala Rossini, ma anche simbolo di operosità, prosperità, eterna rinascita e perfezione.
Un’incredibile serata, intensa, che si è allungata anche per dar tempo alle traduzioni, dopo una giornata altrettanto ricca non solo di eventi, ma soprattutto di emozioni.
La mattina successiva il gruppo si è trasferito a Ponte nelle Alpi grazie alla collaborazione del Sindaco, Roger de Menech, di Francesca dal Borgo, Assessore alla Cultura e del Comune di Padova, nella figura di Cristina Toso, Consigliere Comunale e Vice Presidente alle Politiche Culturali, in rappresentanza del Sindaco.
All’arrivo, oltre ad essere stati accolti anche da quasi tutta la giunta, siamo stati raggiunti dal Sindaco sloveno di Bovec, che due anni fa ci aveva accolto nella sua terra.
Le delegazioni dell’Austria e della Slovenia sono state molto sorprese nello scoprire come la Federazione in Italia sia molto bene inserita nelle Istituzioni locali, laddove presente. Abbiamo potuto celebrare 2 momenti importanti: il gemellaggio tra i due sindaci, entrambi appartenenti a comunità montane, e l’anniversario dell’Unità d’Italia. In questo siamo state molto aiutate da Cristina Toso. E’ stato anche interessante ascoltare i vari componenti la giunta che hanno illustrato l’importante lavoro di collaborazione tra istituzione e cittadinanza, in ambito culturale e sociale, soprattutto rivolto all’integrazione degli immigrati.
Dopo i momenti ufficiali, il sindaco ha voluto che attraversassimo letteralmente il ponte, simbolo del paese che ci ha accolto, dandoci anche l’opportunità di visitare la più antica chiesetta del luogo, del XIV secolo con importanti affreschi e molto suggestiva. La splendida ospitalità si è conclusa con un ottimo rinfresco, in un’atmosfera felice, sentendoci proprio parte della famiglia globale universale.
Con lo scambio dei doni e la firma del poster collegato all’evento da parte di tutti i partecipanti, lasciato in Comune a ricordo della giornata, abbiamo suggellato un altro importante sodalizio e un passo concreto in più verso l’armonia e la pace.
Nel salutare le 2 delegazioni austriaca e slovena, ci siamo date appuntamento in Austria per la prossima cerimonia con una certezza in più dentro di noi: i valori fondanti della WFWP, trasmessici con un cuore di Vera Madre dalla nostra fondatrice, Dottoressa Hak Ja Han Moon, sono semi che hanno cominciato a germogliare attraverso la cooperazione pacifica e creativa tra le nostre nazioni, e l’invito ad impegnarci che anche i nostri figli hanno accolto con gioia andando oltre le barriere dei nostri confini, rispettando la diversità ed apprezzando le differenze come fonte di ricchezza reciproca.

WFWP - Federazione delle Donne per la Pace nel Mondo

di Gabriella Mieli

10 aprile 1992: viene fondata a Seoul, in Corea del Sud, alla presenza di 72 delegate da ogni parte del mondo, la WFWPI (Women’s Federation for World Peace International), da una trasformazione della Women’s Federation for Peace in Asia. Fondatori della nascente organizzazione sono il Dottor Rev. Sun Myung Moon e sua moglie D.ssa Hak Ja Han Moon.
Fin dalle sue origini è stato subito evidente che la WFWP (Federazione delle Donne per la Pace nel Mondo) non si è proposta soltanto di proclamare i diritti della donna, ma anche di creare le condizioni che ne dimostrino il suo valore e il suo ruolo indispensabile per il rinnovamento culturale, sociale, politico.
In molte aree del mondo la Federazione comincia la sua attività affrontando il pregiudizio sulla donna ed incoraggiando le donne a porsi con autorevolezza morale e responsabile per il futuro delle società. Promuove quindi l’”Era della Donna” come l’era di cooperazione, nella quale uomini e donne comprendono di essere creati per integrare i propri valori.
Si tengono molte conferenze su temi quali: la condizione della donna nel mondo, la rilevanza dell’impegno educativo verso i figli e la famiglia, e il contributo fattivo nella sua partecipazione in strutture politiche e sociali.
Donne da ogni paese si riuniscono per rispondere al cambiamento del mondo, valorizzando gli ideali di amore e solidarietà, dando quindi sostegno all’avvento di una nuova era, l’era della donna appunto, come proclamato nel discorso di inaugurazione dalla signora Moon, nonché la fondazione di un network di sedi nazionali.
E’ proprio la Dottoressa Moon che parlando in nazioni diverse ogni giorno in ogni parte del mondo, nonché alle Nazioni Unite, al Congresso degli Stati Uniti e davanti a molti membri di governi, ha fortemente incoraggiato e raccomandato alle donne di guidare la strada che porta alla pace nel mondo, usando la loro naturale predisposizione alla riconciliazione, nonché al dialogo, per portare un cambiamento sostanziale.
Le mete della WFWPI
L’organizzazione internazionale è formata dalle sedi nazionali che riuniscono donne impegnate a:
- Operare in campo educativo, culturale e sociale per promuovere la pace nel mondo attraverso la comprensione di altre culture;
- Contribuire alla costruzione della pace individuale, familiare e sociale;
- Riconoscere il vero valore delle donne di tutte le nazioni e razze e rifiutare tutte quelle pratiche nelle quali le donne sono oppresse e discriminate;
- Facilitare e partecipare nelle attività umanitarie del mondo, nonché aiutare ad identificare i bisogni e la distribuzione delle risorse, promuovendo la solidarietà;
- Educare le famiglie ed i giovani a mantenere buone relazioni ed uno stile di vita morale in modo che possano essere in grado di praticare il vero amore tra di loro, nelle loro case, ed espanderlo ad ogni altro livello della società;
- Organizzare conferenze e simposi internazionali unendo le donne con l’obiettivo di lavorare insieme per la pace e l’amicizia universale attraverso il superamento delle barriere culturali, razziali, nazionali e religiose;
- Aiutare la donna a realizzare la complementarietà con l’uomo per raggiungere una stabilità di coppia che porti ad una famiglia di pace;

Dal 1997 la WFWPI è stata riconosciuta dalla Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC) come Organizzazione Non Governativa (ONG) con Status Generale Consultivo ed affiliata al Dipartimento di Informazione Pubblica (DPI). Questo riconoscimento, rinnovato quest’anno per la quarta volta (il rinnovo avviene ogni quattro anni), è dovuto grazie al costante impegno di tutte le socie e volontarie impegnate in tutto il mondo a realizzare gli Obiettivi del Millennio (MDG) e ad essere a fianco dell’ONU nell’organizzare eventi collegati, promuovere campagne, sponsorizzare agenzie quali UNICEF, WFP e organizzazioni internazionali e nazionali a sostegno dei più bisognosi, con raccolta di materiali e fondi.
Tutto ciò è il risultato della totale abnegazione della federazione che ha fatto dello spirito di sacrificio e di servizio il suo motto per il bene del mondo.
Ci inchiniamo quindi con doverosa riconoscenza alla WFWP e alla Dottoressa Hak Ja Han Moon riportandone una frase dal discorso inaugurale, che ne riassume l’essenza:
“La storia fa appello alla riconciliazione, alla comprensione, all’amore, al servizio e al sacrificio. I problemi odierni non possono essere risolti dalla logica del potere… I problemi del nostro tempo possono essere risolti solo dalla logica dell’amore”.

I progetti della WFWPI

La Federazione delle Donne Per la Pace nel Mondo International

di Gabriella Mieli

La WFWPI si confronta con le problematiche del mondo partendo da una prospettiva femminile, e mossa da una preoccupazione per le generazioni future, enfatizza l’importanza di una educazione globale dei giovani.
La pace nel mondo non si realizzerà senza impegni concreti ed è convinzione della Federazione che una pace vera e duratura comincia dal singolo individuo. Una persona che raggiunga una serenità di mente può espandere questa pace alla sua famiglia, alla sua nazione e al mondo. E’ questa qualità unica di integrità personale che la WFWP porta nelle sue iniziative, e con questo intento sostiene iniziative a favore di ospedali, scuole, campi profughi, carceri nei paesi più bisognosi, e collabora a livello locale, nazionale ed internazionale con altre associazioni di volontariato rivolte a persone e famiglie indigenti.
Di fronte al grave problema del decadimento della morale la WFWP tiene conferenze e seminari rivolti ai giovani e agli educatori in genere su temi quali la prevenzione alle devianze e all’AIDS, l’educazione al Vero Amore e al valore del matrimonio, la ricerca della nostra vera identità di fronte alla crisi dei valori nella società attuale.
Negli anni sono state attivate iniziative di micro-credito, adozioni a distanza, borse di studio per giovani, costruzioni di scuole per l’istruzione primaria e secondaria, nonché invio di materiale e di docenti anche per scuole professionali, ospedali da campo, interscambi culturali, veglie di preghiera ed incontri per vivere e condividere la propria spiritualità: questi ed altri progetti sono costantemente portati avanti da socie e volontarie che con determinazione vivono questo impegno come una missione e un mandato celeste.

I Ponti di Pace:

Un nuovo modo concreto per guarire le ferite di abuso, incomprensione, intolleranza, pregiudizio e guerra.

di Gabriella Mieli

Porre fine al ciclo di conflitti portando una nuova prospettiva è essenziale per realizzare la pace nel mondo. La WFWPI è profondamente impegnata nel processo di raggiungimento della pace attraverso cerimonie di gemellaggio chiamate “Ponti di Pace”. Queste cerimonie danno l’opportunità, a chi partecipa, di compiere passi effettivi e significativi, attraverso gemellaggi di donne che diventano tra loro partners dedicate a lavorare attivamente per la pace.
Negli ultimi 15 anni la Federazione ha promosso un “Movimento di Sorellanza” guidato dalla sua fondatrice Dottoressa Hak Ja Han Moon. Questo movimento è basato sulla semplice convinzione che il nostro mondo è una famiglia globale: genitori e figli, fratelli e sorelle, nonni e nipoti, mariti e mogli con al centro Dio, il nostro Genitore comune.
Fin dal 1994 cerimonie di gemellaggio sono state il centro di questo movimento che si è espanso a livello globale di sorellanza e amicizia attraverso la forza naturale delle donne di creare una comprensione armoniosa reciproca.
Le prime cerimonie si sono tenute in Corea del Sud tra donne coreane e giapponesi, che si sono incontrate per riconciliarsi guarendo l’odio e il risentimento ancora esistenti dall’occupazione giapponese, durata 40 anni (1905-1945), fino alla fine della 2a Guerra Mondiale. 160.000 donne giapponesi hanno raggiunto la Corea per superare le voragini di odio, rabbia e dolore del passato, diventando sorelle e amiche con le loro “gemelle” coreane.
Nel 1995, commemorando il 50° anniversario dalla fine della 2a GM le cerimonie si sono estese agli Stati Uniti. Da qui è iniziata l’”Era dei Ponti di Pace”, in quanto le partecipanti hanno letteralmente attraversato un ponte insieme. In tutti gli USA sono state formate 20mila coppie di gemelle. Da allora in tutto il mondo vengono celebrate cerimonie con la stessa ispirazione ed impatto. Con il potere speciale del rituale, questa magica cerimonia porta una profonda rivoluzione personale di cuore che si trasferisce dalle partecipanti alle loro famiglie, liberandole dalle debilitanti ferite, risentimenti, odi e colpe.
La cerimonia del Ponte di Pace è un innovativo punto d’inizio per superare le differenze tra le persone di culture, gruppi etnici, religioni e nazionalità diverse. Anche mariti e mogli hanno varcato il Ponte di Pace per rideterminarsi e rinforzare il loro matrimonio.
Ognuno di noi ha il potere di fare la differenza. Questa convinzione dà forza ed è una sfida in quanto ci permette di contribuire alla pace mondiale. Non possiamo lasciare questo compito soltanto ai governi. I governi sono sistemi formati per agire per il bene comune e hanno le loro responsabilità.
La WFWP si focalizza sui Ponti di Pace come punto di forza per una Cultura di Pace e Non Violenza. Le soluzioni ai conflitti hanno poco a che vedere con la tendenza umana alla ricerca degli errori. Con la cerimonia dei gemellaggi la Federazione enfatizza la soluzione ai problemi prendendo responsabilità per se stessi e gli altri con cura, compiendo sforzi sinceri. Con questo approccio alla soluzione dei conflitti possiamo tirar fuori il meglio da noi stesse nobilitandoci e rinforzandoci in maniera notevole.
I quattro pilastri dei Ponti di pace sono: Responsabilità, Rispetto, Pentimento ed Impegno.
Per concludere, la WFWP organizza queste cerimonie rispondendo alla necessità della riconciliazione: riconciliazione razziale, cura delle ferite tra popoli e nazioni che sono stati nemici in guerra, tra popoli di culture e religioni diverse, ed infine per elevare una delle relazioni che rappresenta la sfida del momento: il matrimonio.
Unendoci insieme come donne, riconoscendo le nostre qualità uniche femminili e sperimentando i gemellaggi di “Ponti di Pace” noi ci rendiamo conto del potere e della responsabilità che ognuna di noi ha per contribuire alla pace del mondo, cominciando almeno da una relazione. Quando siamo unite come donne, sorelle, madri e mogli determinate ad agire, noi diventiamo una forza, con i nostri cuori e le nostre mani, che il mondo non può ignorare.
Il Presidente Bush senior, partecipando con sua moglie Barbara ad una di queste cerimonie nel 1995, ha detto: “Se il Presidente degli Stati Uniti e il Leader del Giappone avessero attraversato il Ponte (di Pace) 50 anni fa, sicuramente la guerra tra il Giappone e gli Usa non ci sarebbe stata”.
Infine riportiamo una frase della Fondatrice della WFWPI, Dottoressa Hak Ja Han Moon: “Se tutte le donne del mondo si prendessero per mano come sorelle, i loro uomini smetterebbero di combattere e uccidersi vicendevolmente…. E nessun genitore piangerebbe più la perdita dei propri figli e figlie”.

“I MIEI PERCHÉ AMO L’ITALIA” 1861 – 2011

RICORRENZA DEL 150° ANNO DELL’UNITA’ D’ITALIA

di Renato Piccioni

Amo la mia Patria, perché questa è la terra per la quale hanno versato il loro sangue i suoi figli migliori che, con il loro martirio, poterono irrorare, benedicendole, le zolle dei nostri campi di battaglia per unificare in una terra sola, e un solo popolo, per farne una sola Patria.
Perché, in questa terra, sono sepolti i miei antenati che hanno operato, fin dal lontano passato, per migliorare la vita del popolo consegnandolo alla libertà conquistata.
Perché qui, sono nato ed ho visto la prima luce, ho succhiato il primo latte di mia madre, che mi ha regalato la vita, perché qui parliamo tutti la stessa lingua, perché qui amiamo la stessa bandiera che ci rappresenta nel mondo e nel contesto delle nazioni, perché qui ho le tracce lasciate dalla mia infanzia, dalla mia adolescenza, dalla mia gioventù.
Qui, ho appreso i rudimenti della scrittura, qui ho respirato la parola dei grandi poeti che questa terra hanno consacrato al futuro con le loro opere, qui artisti, pittori, scultori, scrittori, musicisti, hanno lasciato la traccia della loro conquistata arte e civiltà, ad insegnamento perenne per le future generazioni.
Qui, io mi sento addosso tutto l’onore di appartenere a questo infaticabile popolo che sa lottare, oggi, anche per la libertà di altri popoli, che vive la battaglia quotidiana per raggiungere una salda democrazia che renda il popolo l’unico padrone di se stesso.
Qui, sento la mia appartenenza, perché conosco le città ed i loro monumenti, che ne fanno gioiello di civiltà; conosco i campi, testimoni dell’operosità degli agricoltori che ne sanno trarre frutto copioso; qui, so di ogni albero forma e storia, di ogni strada il percorso, di ogni fiume le fresche acque, dei laghi l’atmosfera magica di favola, di ogni costa la bellezza di poter godere nella pace di un mare splendido; delle montagne, che mi parlano con il fresco vento, che dalle nevi eterne mi porta frescura e sentore, dei mille e mille fiori che per ogni dove abbelliscono e profumano l’aria; della musica sempre presente in ogni momento del giorno e della notte; del bel canto che ci aiuta ad accettare anche quei momenti di sconforto che nel corso di una vita non possono mancare, mai.
Perché è questa la terra dove riposeranno le mie ossa quando Dio mi chiamerà a se, perché vorrà che io riconsegni l’anima che mi ha donato al nascere.
Questi sono solo alcuni dei miei “perché”, ma potrei dirvene un tanto quanto una enciclopedia di molti tomi corposi, ed anche allora avrei ancora molte buone ragioni e tantissimi perché nuovi e significativi da esporre.
Ma voi, che leggete queste mie parole, con la vostra sensibilità saprete anche dare quelle risposte che non vi ho dette perché, anche voi, sapete amare la terra della vostra Patria con una passionalità che travalica ogni pensiero.
Ad ogni popolo straziato dalle ferite di una guerra, che, come ogni guerra è sempre ingiusta, auguro di trovare la vera ragione per una convivenza di pace che sarà il mezzo necessario, per uno sviluppo
di civiltà in progresso economico-sociale condiviso così come è, e deve essere nel diritto di ogni popolo pur nella diversità apparente.
Per raggiungere, questo difficile traguardo, si dovranno piegare le ragioni della politica tese per eliminare la contraddizione che nasce dall’odio sempre fomentato ad arte, e, soprattutto, di non fare mai della propria fede religiosa, di questi o di quelli, la causa delle incomprensioni, dei fondamentalismi e degli estremismi, che inducono a offendersi o, difendersi, con le armi, popoli fratelli in Abramo.
Capire che le Patrie del mondo sono solo “convenzioni”; che Dio non ha fatto “Il Creato” mettendo barriere, confini, e divisioni.

Maria Montessori: una donna dell’Italia Unificata

“L’Educazione inizia dalla nascita”

di Giorgio Gasperoni

Un personaggio che si è indubbiamente distinto all’inizio della storia della neonata nazione italiana, è certamente una figura femminile di grande spessore, che ha saputo farsi valere non solo a livello nazionale ma soprattutto sul piano internazionale.
Maria Montessori nasce a Chiaravalle (AN), il 31 agosto 1870 – si spegne a Noordwijk aan Zee, il 6 maggio 1952. E’ stata una pedagogista, filosofa, medico, scienziata, educatrice e volontaria italiana, nota per il metodo che prende il suo nome, usato in migliaia di scuole in tutto il mondo.
Nel 1892 a Roma la Montessori, prima donna in Italia, inizia a frequentare la facoltà di Medicina e Chirurgia, sostenuta dai genitori, in particolare dalla madre Renilde, che la sosterrà per tutta la sua vita. Viene però accolta con molta freddezza dai colleghi maschi. All'Università conoscerà Giuseppe Montesano, l'uomo che oltre a collaborare con lei sul piano professionale, avrà una travagliata relazione e anche un figlio, che lei non potrà però crescere costretta a questa rinuncia dalla famiglia Montesano, per evitare scandali.
Ciò che caratterizzerà la Montessori è la sua intensa attività nel campo educativo. Il suo pensiero identifica il bambino come essere completo, capace di sviluppare energie creative e possessore di disposizioni morali (come l'amore), che l'adulto ha ormai compresso dentro di sé rendendole inattive.
Lei afferma: “L’educazione comincia alla nascita”. Inoltre, aggiunge:“La prima cosa richiesta a un
insegnante è che abbia la giusta disposizione per il suo compito”. Maria Montessori / The Secret of Childhood.
L’aspetto fondamentale deve essere la libertà dell'allievo, sosteneva Maria Montessori, poiché solo nella libertà è favorita la creatività del bambino già presente nella sua natura. Dalla libertà deve emergere la disciplina. Una persona disciplinata è capace di regolarsi da sola quando sarà necessario seguire delle regole di vita. Il periodo infantile è una fase di enorme creatività, è un tempo della vita in cui la mente del bambino assorbe le caratteristiche dell'ambiente circostante facendole proprie, senza dover compiere alcuno sforzo cognitivo. La Montessori diede una svolta decisiva all’educazione nei primi anni del secolo. I bambini subnormali erano trattati con rispetto, si organizzavano per loro delle attività didattiche. I bambini dovevano imparare a prendersi cura di se stessi ed erano incoraggiati a prendere decisioni autonome.
”Ciò che muove il bambino all’attività è un impulso interiore primitivo, quasi un vago senso di fame interna, ed è la soddisfazione di questa fame che lo conduce a poco a poco a un complesso e ripetuto esercizio dell’intelligenza nel comparare, giudicare, decidere un atto, correggere un errore”, affermava
Maria Montessori.
Il pensiero pedagogico montessoriano riparte dalla pedagogia scientifica. L’analisi della Montessori non è il bambino in sé, ma la scoperta del bambino nella sua spontaneità e autenticità. Infine, della scuola tradizionale infantile Maria Montessori critica che in essa tutto l'ambiente sia pensato a misura di adulto. In un ambiente così concepito, il bambino non si trova a suo agio e quindi nelle condizioni per agire spontaneamente. “Le radici di ogni pianta cercano, tra le molte sostanze che il suolo contiene, solo quelle di cui la pianta ha bisogno”(Maria Montessori / La Mente assorbente.)
Generalmente, le teorie dell'educazione hanno due aspetti: uno attento agli ideali, gli scopi e i metodi dell'educazione, che è definita"filosofia dell'educazione"; l'altro studia l'educazione come fenomeno riscontrabile e oggettivo, ed è chiamata"scienza dell'educazione". Quest'ultima prende in considerazione i corsi scolastici, la valutazione degli studenti, le tecniche di apprendimento, l'assistenza ai discenti, l'amministrazione scolastica, l'indirizzo didattico, etc. Si tratta di due aspetti che sono in relazione tra loro. La scienza dell'educazione sta compiendo grandi progressi, in linea con la tendenza moderna a valorizzare le scienze, mentre la filosofia dell'educazione, piuttosto trascurata, si avvia a un rapido declino. Il fatto che l'istruzione non abbia un orientamento chiaro, ci conferma sicuramente che manca un'adeguata filosofia dell'educazione. Perciò, oggi, c'è l'esigenza urgente di stabilire una corretta filosofia dell'educazione di cui Maria Montessori ne aveva percepito la necessita.
“Il più grande segno di successo per un insegnante… è poter dire i bambini stanno lavorando come se io non esistessi ”affermava Maria Montessori. Lei sosteneva: “Mai aiutare un bambino mentre sta svolgendo un compito nel quale sente, di poter avere successo”. Era importante che “l’ambiente deve essere ricco di motivi d’interesse che si prestano ad attività e invitano il bambino a condurre le proprie esperienze”. Riteneva che “L’attività individuale è l’unico fattore che stimola e produce sviluppo”.
Per Maria Montessori è necessario che l’insegnante guidi il bambino, senza lasciargli sentire troppo la sua presenza, così che possa sempre essere pronto a fornire l’aiuto desiderato, ma senza mai essere l’ostacolo tra il bambino e la sua esperienza.
A nostro parere, lo scopo dell'educazione consiste nell'aiutare l'essere umano a rispecchiare la perfezione che è in lui. Gli ideali dell'educazione possono essere mostrati tenendo presenti questi obiettivi.
Per la perfezione dell'individuo, occorre l'educazione del Cuore; per la perfezione dell’essere sociale, è richiesta l'educazione alle norme; e per la perfezione del suo contributo alla società c'è bisogno dell'educazione al dominio, che comprende l'istruzione tecnica, l'esercizio intellettuale e la preparazione fisica.
L'educazione al dominio dev'essere impartita sulla base dell'educazione del Cuore e di quella alle norme e in collegamento con esse. Oggi,invece, questi settori dell'educazione sono trascurati, mentre è favorita un'educazione che definiremmo sbilanciata, poiché è eccessivamente concentrata sulle nozioni e la tecnica. Lo sviluppo armonioso e sano della natura umana ne è disturbato.
In "Analfabetismo mondiale" Maria Montessori sostiene l’assoluta importanza di far fronte al fenomeno dell’analfabetismo: il parlare senza saper leggere e scrivere equivale, infatti, a essere tagliati completamente fuori da qualsiasi ordinaria relazione tra gli uomini, ritrovandosi a vivere in una condizione di menomazione linguistica che preclude i rapporti sociali e che in questo modo rende l’analfabeta un “extra-sociale”.
“... il linguaggio è lì in ogni uomo. Gli analfabeti lo posseggono, lo portano con sé. Dunque risvegliarlo, farne rendere consci i possessori, indicare che è all’interno della loro mente che bisogna ricorrere per utilizzarlo...”.
“Da un’inchiesta risultò che nel ’61, l’anno dell’Unificazione, gl’italiani analfabeti erano 80 su 100. Ma mentre nel Piemonte, Lombardia e Liguria questa percentuale scendeva al 50, nel Sud toccava il 90. Il vero puntello del regime era stata l’ignoranza”. (Sommario di Storia d’Italia, Montanelli, Granzotto)
Maria Montessori nella sua intensa attività ha tenuto molteplici conferenze sul tema della pace in diverse nazioni. Ha continuato ad affermare che il mezzo basilare per costruirla è l’educazione intesa come rispetto della vita, dei bambini fin dalla nascita.
Vorremmo terminare con questa riflessione: finora sono coesistiti molti generi di educazione, contraddistinti ciascuno da una peculiare immagine dell'uomo ideale, corrispondente al rispettivo ideale educativo. Maria Montessori ha sviluppato una propria immagine della persona ideale, che si può descrivere, innanzi tutto, come una persona di carattere, in secondo luogo come un buon cittadino e, in terza istanza, come un individuo geniale.
Tale è l'immagine di un uomo e una donna ideali, in cui sono riflesse l'educazione del Cuore, l'educazione alle norme e l'educazione al dominio. Perciò, quando consideriamo l'educazione sotto l'aspetto dell'immagine della persona ideale, l'educazione del Cuore può essere definita come la formazione di una persona di carattere, l'educazione alle norme può essere vista come l'istruzione di un buon cittadino, e l'educazione al dominio può essere considerata come la maturazione della genialità.

L'Italia e la rivoluzione italiana: Principessa Cristina Trivulzio-Belgioioso

La Principessa Belgioioso, donna d'ingegno e di vita singolari, sussidiò le cospirazioni di Mazzini e soccorse i profughi rivoluzionari a Parigi. Scrittrice vigorosa e ammirata, accorse a Milano nel 1848 guidando un battaglione di volontari napoletani; poi, cadute tutte le speranze per la Lombardia, la vediamo a Roma curare negli ospedali i feriti difensori della repubblica.
Originalmente scritta in francese, questa storia usciva nella Revue des
Deux Mondes del 15 settembre (L'insurrection lombarde et le gouvernement provisoire de Milan) e del 1 ottobre 1848 (La Guerre de Lombardie et la capitolation de Milan) e subito era tradotta, ed edita in lingua italiana a Lugano, dalla «Tipografa della Svizzera Italiana».

Lo scritto della Belgioioso, merita di essere rivisitato come contributo alla Storia del nostro Risorgimento.

Qui vogliamo riprendere un breve estratto del suo libro: “L'Italia e la rivoluzione italiana”, Principessa Cristina Trivulzio-Belgioioso
Questo breve estratto originale fa rivivere lo spirito unitario italiano che albergava in lei e in tanti patrioti italiani

PARTE SECONDA

La guerra in Lombardia

Assedio e capitolazione di Milano

I. Ero a Napoli, quando scoppiò la rivoluzione a Milano. Non potei resistere al prepotente desiderio di rivedere i miei compatrioti e noleggiai un bastimento a vapore, che a Genova mi traducesse.
Sparsasi appena la voce di mia partenza, ben m'accorsi quanta e quanto viva simpatia avesse destata in Napoli la causa Lombarda. Volontari d'ogni ceto vennero a supplicarmi, che meco condurre li volessi su quella terra: nelle quarantotto ore, che la mia partenza precedevano, la mia casa non fu mai vuota di supplicanti novelli: quasi dieci mila napoletani volevano partire con me: il mio battello non portava che 200 persone, acconsentìì a condurre 200 volontari; la piccola colonna fu subito completa. Non s'era mai visto una popolazione sortir d'improvviso da un lungo riposo, spinta da un solo amore: da un sol pensiero animata: guidata da un solo affetto.
Fra i volontari, che dimandavano associarsi eranvi alcuni figli delle prime famiglie di Napoli: abbandonato furtivamente il paterno tetto vollero seguirmi, non portando con sè che pochi carlini: altri impiegati a modico appannaggio lasciavano senza dispiacere l'impiego, che loro assicurava la vita, per correre al campo: degli ufficiali si esponevano al castigo del disertore per portare il moschetto contro l'austriaco: moglie e figli abbandonavano i padri di famiglia, ed un giovane, che doveva ammogliarsi all'indomani, il più sacro al più caro dei doveri preferiva, a difender la patria meco partiva.
Non dimenticherò giammai il momento di mia partenza: era sereno il cielo, brillava il sole di primavera: il tempo magnifico: alle cinque della sera dovevamo imbarcarci. Quando io arrivai al vapore, il mare era coperto da leggere barchette accorse tutte per darci l'addio. Fra i tanti bastimenti ancorati nel porto avresti distinto il nostro al luccicar delle armi disposte sul ponte. Impazienti già m'attendevano i miei volontari: là, ancora suppliche e dimande: da tutte quelle piccole barche che galleggiavan d'intorno salivano voci, che erano una sol voce; ognuno dimandava, che un nome ancora fosse segnato su quella lista: non potevamo dar altra risposta che un costante rifiuto. Come il bastimento cominciò a solcar le placide onde, allora fu un solo grido: Noi vi seguiremo e ben presto. La traversata fu rapida, era calmo il mare. Trovammo in Genova accoglimento dei più cordiali.
A Milano egual gioia ci attendeva: la popolazione volle esprimerci al vivo la sua simpatia: stimò prudenza il governo provvisorio di associarsi al popolo. Dopo l'armata piemontese i miei 200 volontari arrivarono i primi in Lombardia a prender parte a quella guerra, che santa e la crociata si chiamava. Il loro arrivo da Napoli in Lombardia pareva presagio che la guerra italiana, non lombardo-piemontese soltanto, sarebbe per divenire. Quattro altre legioni partivan ben presto da Napoli per raggiungere i loro fratelli in Lombardia: la speranza divenne allora quasi certezza. Fra i membri del governo provvisorio v'ebbe chi divider non volle con noi lo stesso sentimento. Chiamata in qualche modo a rispondere delle sorti di tutti coloro che m'avevan seguita, tentai più volte interessare a loro favore quel governo provvisorio: vi ritrovai una non simulata contrarietà. Presentando la mia piccola truppa come l'avanguardia, dei 100 mila italiani che sarieno volati all'appello, ebbi a sentirmi rispondere: «Il ciel ci scampi dal soccorso di una tanta armata». Prolungare la discussione credetti inutil cosa. Eppure volontari napoletani accorrevano a difendere Treviso e Vicenza: e Venezia fra le sue acque raccoglie ancora non pochi, che per difenderla, le belle rive di Sorrento e le selvaggie rocce della Calabria abbandonarono.
Arrivai in Milano otto giorni dopo la cacciata degli Austriaci, le barricate ingombravano ancora le vie: per la prima volta io vidi il tricolore sventolar sulle terre della capitale Lombarda. Tutto mi diceva, che l'entusiasmo v'era ancor vivissimo: ben presto mi convinsi della incapacità di coloro, che s'eran presi a governare un paese di cui non ne comprendevano la condizione.

questo testo è distribuito con la licenza
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Le donne del Risorgimento

Katia Trinca Colonel

Hanno contribuito con coraggio e abnegazione alla causa della libertà, ma i libri di storia le hanno ignorate. Le donne, nel Risorgimento, sono state un appoggio costante e fondamentale dei compagni che davano la vita sulle barricate, eppure, salvo rare eccezioni, poche antologie ne danno testimonianza.
È interessante notare come l’emancipazione della donna, alle soglie dei moti indipendentisti, sia passata attraverso l’esperienza dell’associazionismo: trovarsi insieme, condividere idee, progetti, ideali. In questo senso il salotto diventa lo strumento di apertura per eccellenza. E chi, meglio della donna, è in grado di gestirne le dinamiche? Parliamo ovviamente di personaggi dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, il cui livello culturale consentiva di concretizzare l’impegno sociale e civile. Numerose nobildonne aprono le loro case a letterati, patrioti e artisti favorendo così la diffusione delle idee risorgimentali. Sono convinte che la guerra non basti, che sia necessario stimolare l’educazione e la formazione. Non a caso, tante di queste filantrope hanno fondato ospedali, assistito minorenni, hanno aperto asili e scuole. Eppure a entrare fuggevolmente nei libri di scuola, sono solo Anita Garibaldi o Giulia Beccaria, perché compagne di eroi. Eppure in tante si spendono in modo attivo per la causa. Nel salotto di via Bigli a Milano, per esempio, la contessa Maffei riunisce letterati e patrioti. Intorno al 1820 la pittrice Bianca Milesi (definita dal Manzoni “madre della patria”), diventa, attraverso la rivista “Il Conciliatore”, una delle voci di dissenso politico più forti e coraggiose. Allieva di Hayez è stata inoltre la ritrattista di molti dei protagonisti del Risorgimento. E come non citare la coltissima Cristina Trivulzio di Belgioioso, finanziatrice della Carboneria che, una volta raggiunta l’Unità, s’impegna nella fondazione di asili? A Napoli, nel 1857, nasce il “Comitato politico mazziniano femminile” di cui si occupa Antonietta De Pace che si impegnerà, dopo il 1860, nella formazione dei giovani e nell’istruzione delle donne.
Spesso le donne sono costrette a operare nell’ombra, sotto mentite spoglie, o assumendo un’identità maschile. Ma il loro contributo non è meno decisivo di quegli uomini che combattono in prima linea.

Le eroine del risorgimento italiano

Di Maria Chiara Forcella,
Psicologa, Psicoterapeuta e Poetessa

Come in molte altre situazioni storiche il contributo delle donne nel risorgimento è stato riscoperto da poco, infatti, quando pensiamo al risorgimento alla mente, ci vengono i nomi di Garibaldi, Cavour, Mazzini, Vittorio Emanuele II ma difficilmente immaginiamo la rete importante e sotterranea costruita dalle donne durante questo periodo.

La maggior parte delle donne che hanno partecipato attivamente al risorgimento apparteneva alla medio alta aristocrazia italiana, alcune queste, appartenenti a tutte le regioni dell’Italia del nord, del centro e del sud, erano già poetesse o scrittrici affermate; cito quelle più conosciute per la loro fede:
Erminia Fuà Fucinato, Diodata Saluzzo di Roero, Matilde Joannini, Sophia Sassernò, Adele Curti, Giulia Molino Colombini, Ottavia Mombello di Masino, Giannina Milli, Vittoria Berti Madurelli, Massimina Fantastici Rosellini, Maria Alinda Bonacci Brunamonti, Anna Miliani Vallemani, Maria Guacci, Mariannina Coffa Caruso, Giuseppina Turrisi Colonna, Cristina Archinto Trivulzio, Irene Ricciardi.
Altre donne del popolo che si vestivano da uomo per partecipare all’impresa dei Mille, scendevano in piazza durante le Cinque giornate di Milano o durante altri moti patriottici di liberazione dagli stranieri e rischiavano la vita passando il confine per portare in mezzo alle loro capigliature messaggi cifrati rimarranno per sempre sconosciute ma oggi sappiamo, grazie al lavoro degli storici, che hanno dato un grande contributo all’unità d’Italia.
L’antesignana di queste ferventi risorgimentali è stata certamente Eleonora Pimentel Fonseca, eroina della repubblica partenopea che durò solo alcuni mesi dal 29 gennaio al 13 giugno 1799. Portoghese di nobili origini, fu una poetessa di grande valore, tanto da essere ammessa all'Accademia dei Filateti, e poi a quella dell'Arcadia, ammirata dal grande poeta Metastasio. A sedici anni già conosceva il latino e il greco e componeva versi; fu anche studiosa di scienze matematiche e fisiche, di filosofia, economia e diritto pubblico, scrisse sull'abolizione del feudalesimo e dissertò sulle riforme economiche.
In adesione agli ideali provenienti dalla Francia che avevano infiammato gli animi e che erano anticipatori dell’idea di nazione unitaria e assertori dell’uguaglianza dei diritti dei cittadini e della necessità di educare e migliorare le condizioni del popolo, aderì alla repubblica napoletana. Come descrive bene il Nievo nelle “Confessioni di un Italiano”, molti patrioti italiani avevano sperato nella costruzione di uno stato italiano con l’avvento di Napoleone, ma purtroppo erano stati delusi. Durante i mesi della Repubblica Partenopea, sui giornali “Repubblica” e Il “monitore Napoletano” da lei fondati, condannò duramente il regime borbonico, sebbene essa stessa fosse stata dama di corte di Maria Carolina di Borbone moglie di Ferdinando IV, e nei primi tempi avesse sperato in una monarchia costituzionale dei Borboni.
Quegli scritti furono la sua condanna a morte: caduta la repubblica napoletana, Eleonora Fonseca fu condannata al patibolo, che affrontò con indifferenza e con il coraggio che l’aveva sempre caratterizzata. Trascorse insomma una vita esemplare e coerente ed esemplare ai suoi ideali di libertà per rendere finalmente l’Italia una nazione unita. Famosa è rimasta la frase in latino che declamò, con grande forza d’animo, prima di morire: Forsan et haec olim meminisse iuvabit ("Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo").
La Contessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso è stata un’altra importante protagonista del Risorgimento, finanziando insurrezioni e partecipando attivamente alle varie ribellioni susseguitesi nei moti pre-unitari, dalle Cinque giornate di Milano, alla Repubblica Romana. Nobildonna milanese vissuta nella prima metà dell’ottocento, quando Milano era sotto il dominio austriaco e l’Italia Unita non rappresentava che un “sogno” per molti patrioti.
E’ stata anche una riformatrice sociale, ha usato le sue ricchezze per realizzare asili e scuole per i figli dei contadini lombardi. Veniva definita una dama dal cuore d’oro e dall’indubbio coraggio. Gli austriaci, che dominavano la Lombardia dal 1815, iniziarono la loro opera di spionaggio che durò fino all’unità d’Italia. La contessa era bella, potente, e poteva dare molto fastidio. La collaborazione con i liberatori e la reazione degli austriaci la costrinsero a lasciare Milano per la Francia, dove visse in povertà per alcuni anni: arrangiandosi con pochi soldi. Preparò per la prima volta i propri pasti e si guadagnò da vivere cucendo pizzi e coccarde. Una vita un po’ diversa da quella cui era abituata a Milano. Dopo un po’ di tempo, in parte con i soldi inviati dalla madre e in parte con quelli recuperati dai suoi redditi, riuscì a cambiare casa e a organizzare uno di quei salotti d’aristocrazia, dove riuniva esiliati italiani e borghesia Europea. Cristina diventerà ben presto un punto di riferimento per gli esuli e i patrioti italiani fondando due giornali, “l’Ausonio” e “il Crociato”. Di grandissima importanza il suo contributo alle cinque giornate di Milano e soprattutto all’insurrezione della Repubblica Romana, dove organizzò e diresse gli ospedali. In un saggio da lei composto negli ultimi anni scrisse:
”La condizione delle donne non è tollerabile se non nella gioventù. Gli uomini che decidono della di lei sorte, non mirano che alla donna giovane […]. Che le donne felici e stimate del futuro rivolgano i pensieri al dolore e all’umiliazione di quelle che le hanno precedute nella vita e ricordino con un po’ di gratitudine i nomi di quante hanno aperto e preparato la strada alla loro mai gustata prima e forse sognata felicità”.
Ma non erano solo salottiere giornaliste, messaggere e consigliere, le donne del Risorgimento erano anche combattenti disposte a perdere la vita in battaglia. La padovana Tonina Masanello per esempio, condivise con il marito gli ideali liberali e patriottici finché, perseguitata con lui dagli austriaci, si travestì da uomo e partì per la spedizione dei Mille.
Combatté nelle più aspre battaglie a fianco del marito il quale fu anche ferito. Si tramanda la leggenda che solo il maggiore Bossi e il colonnello Ferracini conoscessero il suo vero sesso, ma durante una battaglia le volò via il berretto e vedendo i lunghi capelli biondi il generale Garibaldi intuì la sua vera identità. Nonostante questo, le fu assegnato il grado di caporale. Terminata la spedizione dei Mille, poverissimi, Tonina e il marito si stabilirono a Firenze con la figlia che nel frattempo era stata ospite di amici a Modena. Ammalatasi di tisi morì il 21 maggio 1862. La notizia fece eco e su lo Zenzero, giornale di Firenze, si riportava: ”Popolani miei carissimi ieri l’altro sera quella bara che portava un cadavere all’ultima dimora dissero era di un garibaldino, anzi dissero una Garibaldina. Né vivandiera né infermiera ma una combattente, anche un quotidiano di New Orleans scrisse della morte dell’«eroina italiana». Lo scrittore Francesco Ongaro le dedicò una poesia: «Era bionda, era bella, era piccina ma avea cuor di leone. E se non fosse che era nata donna, poserebbe sul funereo letto colla medaglia del valor sul petto. Ma che fa la medaglia e tutto il resto, pugnò col Garibaldi e basti questo”: La suffragetta Ada Corbellini chiese di riposare accanto a lei. Tonina fu sepolta al cimitero monumentale delle Porte Sante, sulla sua tomba una grande lapide riportava il cognome del marito e i versi dell’ode dell’Ongaro. Dal 1958 quella lapide è al cimitero di Trespiano, sotto il pennone del tricolore issato tra le sessanta tombe dei garibaldini. A Cervarese Santa Croce, suo paese natale, la storia di Tonina la Garibaldina si raccontava nei filò, che significa “veglia” in veneto, nelle stalle e sembrava una leggenda tramandata. Invece grazie al lavoro svolto dallo storico e ricercatore Alberto Espen sui giornali e sui documenti originali, risulta che fu veramente una donna eccezionale.
Le donne citate hanno apportato alla storia d’Italia un patrimonio di valori morali e civili di cui si è nutrito tutto il faticoso percorso d’unità. Molte donne durante il Risorgimento sono state ferite, torturate, offese, uccise. Ma proprio con la loro sofferenza hanno trasmesso dei valori etici e morali fondamentali ai loro figli, con i loro esempi, sostenendo congiunti imprigionati torturati che si battevano e sognavano un’Italia unita e pacificata.
Mi sento sempre particolarmente colpita e legata dalle vicende risorgimentali poiché tra i miei antenati, che risiedevano nel Paese di Pontevico in provincia di Brescia, ne risultano due, Forcella Giovanni e Forcella Pietro, segnalati dalla Polizia austriaca, nel 1824, per “brindisi sediziosi”. E nella storia di Brescia è citato il mio bisnonno Sante Forcella, Tenente Generale di Cavalleria, che partecipò alle tre guerre d’indipendenza d’Italia e dopo l’unità fece donazione al comune del suo Palazzo, ancora oggi Palazzo Forcella è la sede del comune di Pontevico.

Donne del Risorgimento

La voce di Jessie White Mario

«La democrazia conta un solo scrittore
sociale: ed è un inglese, ed è
una donna; la signora Jessy Mario,
che non manca mai dove ci sia da patire o
da osare per una nobile causa».
Così scrisse, nel 1879, Giosuè Carducci
criticando l’incapacità della classe politica
italiana di venire in soccorso delle fasce
più deboli della popolazione.
La donna ammirata dal poeta, Jane
Meriton White (meglio nota come Jessie
White Mario o Jessie Mario dal cognome
del marito italiano), è stata una delle protagoniste
del Risorgimento italiano. E se
da principio sposò soprattutto le lotte per
la conquista dell’Indipendenza (divenne
amica di Giuseppe Garibaldi e lo seguì
come infermiera sul campo di battaglia),
nella seconda fase della sua vita dedicò la
sua opera di scrittrice e giornalista a
documentare la miseria e l’ignoranza che
caratterizzava il Sud Italia del dopo
Unità. Una donna d’azione, insomma,
ma anche una “voce di pace” che cavalcava
il sogno di liberare, per mezzo dell’informazione
e dell’educazione, l’uomo e la
donna dai gioghi più pesanti: l’ignoranza
e l’emarginazione.
“La Giovanna d’Arco della causa italiana”
- così venne soprannominata da Giuseppe
Mazzini – nasce il 9 maggio 1832 a
Gosport, un piccolo centro nei pressi di
Portsmouth, in una ricca famiglia di
armatori di stampo liberale. Dopo aver
completato gli studi classici a
Birmingham, Jessie White Mario asseconda
il suo amore per la filosofia specializzandosi
alla Sorbona di Parigi.
Comincia poi, per lei, un lungo periodo
di viaggi in Europa che la porteranno a
conoscere i protagonisti delle lotte per
l’Indipendenza. Ed è all’Italia, in particolare,
che guarda la White Mario, colpita
dall’incontro, nell’autunno del 1854 a
Nizza, con Garibaldi e due anni dopo, a
Londra, con Mazzini. Giunge in Italia
come inviata del Daily News, giornale
per cui documenta la situazione politica;
il suo primo articolo, “Italy for italians”,
esce nel 1856. Da quel momento, il suo
impegno intellettuale, e non solo, per la
causa dell’Unificazione non verrà mai
meno. Il sodalizio con Mazzini sarà forte
e inossidabile e la Jessie White Mario
nutrirà sempre nei confronti dello statista
italiano una grande ammirazione. Scriverà
numerosi articoli per testimoniare la validità
del suo messaggio e per evidenziare
le nuove problematiche che interessavano
la neonata società italiana.
La White Mario è coraggiosa e decisa, ed il
suo impegno costante metterà in pericolo
persino la sua vita. Viene infatti arrestata
a Genova, nel 1857, e finisce in prigione
dove conosce il giovane patriota Alberto
Mario che sposerà nel dicembre del 1857
e con cui dividerà, tra alti e bassi, la vita
e la causa indipendentista. Di lei Mario
scriverà: «Jessie White ha profondamente
modificato la mia educazione politica e letteraria,
sfrondandola, per quanto le riuscì, del
rigoglio retorico, richiamandomi all’osservanza
del reale e iniziandomi nei segreti del pensiero
inglese, mondo nuovo per me che veleggiavo
placidamente sul lago dell’idealismo hegeliano
».
Durante il Risorgimento il giornalismo
vive una stagione nuova e rivoluzionaria
sia nella divulgazione degli ideali mazziniani
che nella denuncia delle condizioni
delle fasce sociali più deboli. La stampa,
inoltre, ha un alto valore di educazione e
aggregazione: la diffusione su vasta scala
di giornali e riviste ha conseguenze
distruttive per le monarchie europee.
Anche in Italia, seppure con enormi difficoltà
dovute alla severa censura austriaca,
gli ideali risorgimentali filtrano attraverso
pubblicazioni clandestine.
L’importanza che svolge la stampa
nell’ambito della rivoluzione italiana ha
messo poi in luce il ruolo del giornalista- scrittore
ed è proprio in questa nuova
categoria di scrittore-intellettuale che si
può inquadrare l’opera di Jessie White
Mario, il cui metodo critico e schietto
nell’affrontare le questioni è un benefico
schiaffo nei confronti della pomposa
retorica dell’intellighenzia italiana.
In questo ruolo, a partire dal 1870, Jessie
White Mario si occupò di progetti di
ricerca riguardanti il problema della pellagra
nelle campagne, dovuta alla cattiva
alimentazione dei braccianti, e di una
ricerca sulle condizioni dei poveri dei
sobborghi di Napoli vista erroneamente
dal governo come una città molto prosperosa.
Jessie si trovò di fronte a situazioni
disperate: larga parte della popolazione
viveva in grotte, sotto le strade in
condizioni sanitarie pietose. Da questa
sua ricerca fu pubblicato il libro “La
miseria di Napoli” nel 1877. Si occupò
anche delle solfatare siciliane e denunciò
gli abusi del lavoro minorile e le cattive
condizioni di salute dei minatori.
Meno documentata, ma altrettanto decisiva,
fu la sensibilità della White Mario
per la causa delle donne. Colpiscono per
la sinistra aura profetica le sue parole: «Il
lungo viaggio verso la parità e il rispetto
per le donne, in Italia sarà doppiamente
faticoso e irto di difficoltà rispetto al
resto dell’Europa». Nessuno, a parte rare
eccezioni, durante il Regno d’Italia, si era
mai occupato di difendere il sesso femminile
nonostante durante il
Risorgimento l’emancipazione delle
donne operasse molto attivamente con
convegni, conferenze e dibattiti. Il merito
e l’originalità di Jessie White Mario
consistono nel non aver trattato questa
problematica separatamente dalle altre: era
infatti convinta che la parità tra i due
sessi potesse essere raggiunta con la compartecipazione
dei ruoli e non discutendone
come un “caso a parte”.
Infine, importante fu la sua attività di
biografa. Le sue biografie di Garibaldi, Mazzini,
Bertani, Cattaneo e Nicotera gettano una
luce inedita e particolareggiata sulle attività
e la vita dei protagonisti del
Risorgimento: un tesoro fondamentale
per gli storici a venire.
Jessie White Mario morì il 5 marzo 1906
a Firenze. Le sue ceneri riposano nel
cimitero di Lendinara accanto a quelle
del marito.

* Katia Trinca Colonel è giornalista presso il
“Corriere di Como” e co-direttore della rivista
“Genio Donna”, una pubblicazione finanziata
dalla Comunità Europea che si occupa
di pari opportunità e divulgazione dei problemi
delle donne. Laureata in filosofia all’Università
Statale di Milano, svolge attività
di divulgazione culturale per l’emittente
comasca “Espansione Tv” e ha fondato a
Como, insieme a tre amiche, l’associazione
no profit “Donne per le donne”. E’ sposata
con Carlo e ha una figlia, Denise.